Strage a Parigi nella redazione del settimanale Charlie Hebdo

Strage a Parigi nella redazione del settimanale Charlie Hebdo

Sanguinoso attacco nella tarda mattinata di oggi contro la redazione parigina del settimanale satirico Charlie Hebdo. Secondo un primo bilancio ci sarebbero 12 morti, tra i quali i quattro vignettisti Cabu, Charb, Tignous e Wolinski e due agenti di polizia.
Stando ad una prima ricostruzione, due uomini incappucciati e vestiti di nero sono penetrati all’interno della sede parigina del giornale satirico francese urlando ‘Allah è grande’ in arabo aprendo il fuoco con dei fucili mitragliatori contro i presenti. I due sarebbero poi fuggiti su un’auto dirigendosi verso la Port de Pantin.
Charlie Hebdo era più volte finito nel mirino delle organizzazioni jihadiste per aver irriso la figura del Profeta Maometto. Secondo le Figaro, tra i dieci feriti – cinque dei quali in gravi condizioni – c’è anche un poliziotto giunto sul posto all’inizio dell’assalto.
Alcuni giornalisti che lavorano in uffici adiacenti a quelli del settimanale preso d’assalto e dei semplici vicini sono riusciti a filmare alcuni dei momenti dell’attacco, in cui si vede un poliziotto giustiziato dai terroristi davanti alla sede del giornale.
Nel novembre del 2011 gli uffici della rivista satirica nella capitale francese erano stati distrutti in un attacco con bombe incendiarie il giorno dopo la pubblicazione del nome del profeta Maometto come “Editor-in-chief” del numero del giornale in uscita.
Il governo francese ha immediatamente innalzato al massimo il livello di allerta per la sicurezza nella regione parigina. “E’ un attentato terroristico, non vi è dubbio, di una barbarie eccezionale, che ha assassinato giornalisti e poliziotti per colpire al cuore la democrazia e la libertà di espressione, principi che la nostra Repubblica difende”, ha detto il presidente Francois Hollande giunto sul luogo della strage.
Che però, se come pare sarà confermata la matrice islamista del massacro, dovrà spiegare al popolo francese perché negli ultimi anni la Republique ha sostenuto o comunque tollerato il dilagare in Medio Oriente, ed in particolar modo in Siria, delle organizzazioni jihadiste in chiave anti-Assad e anti-Teheran. Salvo poi mandare negli ultimi mesi armi e truppe in Iraq per combattere il terrorismo islamico, fenomeno che a questo punto sembra esser stato favorito per indebolire governi avversari (e la cui sconfitta definitiva non è quindi in programma nonostante dichiarazioni e proclami altisonanti della cosiddetta ‘coalizione internazionale’) e al tempo stesso poter contare su un nemico che permettesse l’intervento militare nell’area.

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Rabbia e pazienza radicale

Forse sta per succedere qualcosa di nuovo, qualcosa che abbiamo sognato da tempo. La diffusione, la determinazione, la creatività, il coraggio delle proteste contro le impunità della polizia, che si sono moltiplicate negli ultimi mesi negli Stati Uniti, non hanno molti precedenti. Questo è un movimento di tartarughe che si ostina ad andare avanti passo dopo passo attraverso quella che Chris Carlsson chiama radical patience. Non è la pazienza dell’attesa o dell’essere passivi, ma la pazienza di chi ha capito che si tratta di uno sforzo di lunga durata, che cambia la società in profondità, Qualcosa che nasce dalla rabbia, la rabbia contro il razzismo, l’impunità, la militarizzazione, l’iniqua distribuzione delle ricchezze, le devastazioni ambientali. Per dirla con Raúl Zibechi, è la rabbia ciò che ci può far superare la soglia dell’impossibile, non il programma né la lucida analisi. È la rabbia la forza motrice delle lotte in ogni angolo del mondo. Risuonano la parole che giungono in questi giorni da uno stravagante festival nel sud del Messico, “sempre di più ci unisce il dolore ma anche la rabbia“. Diversamente dal movimento Occupy, che ha creato degli spazi fissi, questa nuova ondata di proteste comprende molte azioni mobili, tattiche di colpisci e fuggi, azioni dirette nonviolente, pianificate e disciplinate in modo impressionante. Migliaia di persone comuni, ad esempio, hanno imparato a bloccare le strade. “La rabbia sta montando e la pazienza, quella di tipo radicale, sarà ciò che manterrà alta la pressione… Il 2015 sarà proprio interessante”

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di Chris Carlsson*- comune.info

Rabbia e pazienza, disperazione e fiducia eccessiva, emozioni che hanno serpeggiato spesso qua e la negli ultimi tempi. Le manifestazioni, i blocchi, e proteste in forme varie sono diventate fonte di ispirazione e la loro capacità di resistenza, di resilienza e di compattezza è stata assolutamente sorprendente.Forse sta per succedere qualcosa di nuovo, qualcosa che abbiamo sognato e nella quale abbiamo sperato ormai da tanto tempo. Io ho visto cinguettii e messaggi su Facebook che affermano che è ormai in atto una insurrezione, ma ciò mi sembra fortemente esagerato, al massimo si tratta della presunzione dei giovani. D’altra parte, la forte pressione senza interruzioni in atto nelle strade di Ferguson, New York, Oakland, San Francisco, Milwaukee, Chicago, Los Angeles e in tanti altri luoghi, combinata con il riconoscimento che i protagonisti non sono le solite vecchie facce, (anche se alcune di esse – cioè noi – sono anche presenti!) è un fatto che merita una profonda attenzione e un sostegno critico. Ma ne parleremo ancora più avanti.

È la fine di un altro anno, e io mi rendo conto che ho scritto molto meno durante tutto questo anno. Non ho alcun progetto di libro in gestazione (anche se questa situazione sta per cambiare), e al massimo scrivo sul sito una volta al mese. Invece di spargere con forza le mie opinioni nel mondo (cosa che dopotutto ho fatto pienamente durante tutta la mia vita!), sembra quasi che mi sia concesso una sosta. In effetti non ho deciso di farlo, ma invece di rendere nota la mia opinione su qualunque cosa accadesse, o di sforzarmi di scrivere qualcosa che non mi ispirava realmente, ho passato molto del mio tempo a leggere gli scritti di altre persone, in gran parte dei libri, ma anche molte riviste e, in misura minore, testi apparsi su internet. Ho anche scaricato numerosi articoli e pure delle intere pubblicazioni, ma solo raramente li ho veramente letti, perché, ad essere onesti, io amo i libri e le riviste cartacei molto più dei testi in forma elettronica. In parte ho dovuto scorrere dei testi per essere capace di mostrarmi un buon insegnante nei corsi che ho tenuto all’Istituto Artistico di San Francisco, e in parte perché ho la tendenza ad accumulare dei libri che desidero leggere ma spesso non ho abbastanza tempo per farlo. Quindi sono stato in grado quest’anno di tuffarmi in dozzine di fantastici libri, e ognuno di essi ha contribuito a farmi approfondire le mie crescenti conoscenze su San Francisco e la California, nonché a colmare un grave buco che avevo nella mia conoscenza della storia del 19° secolo.

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In ogni caso, ho anche avuto un piccolo ruolo di sostegno collaterale rispetto allo stupendo lavoro svolto da Adriana nel caso di Alex Nieto (Alejandro “Alex” Nieto, 28 anni, è stato ucciso dagli agenti di polizia di San Francisco, a Bernal Hill Park, senza giustificazione, il 21 marzo 2014, ndr). Dopo la sua uccisione per mano della polizia locale il 21 marzo 2014, lei si è dedicata completamente al lavoro con la sua famiglia e i suoi amici, e ciò ha fatto concentrare molto tempo e molta attenzione intorno alla nostra casa. È lei che ha determinato la forma della narrazione, che l’ha collocata nel ruolo della tartaruga rispetto alla lepre rappresentata dal Dipartimento di Polizia di San Francisco. Quando loro uccidono qualcuno, il loro “modo di operare” (e questo sembra essere il modello usato in tutti gli Stati Uniti, che con ogni probabilità è stato elaborato dall’FBI, l’Ufficio Federale di Investigazione, con degli importanti contributi di qualche agente politicizzato o ex agente che dirige i sindacati di polizia) consista nell’assassinare la personalità della vittima nelle prime ore successive all’assassinio. Una immediata criminalizzazione, che non tiene in alcun conto gli elementi della realtà, è una componente essenziale della loro strategia, i cui obiettivi sono sollevare una nube di dubbi sulle circostanze durante le quali la vittima è stata uccisa.

Successivamente, dopo aver “stabilito” diffondendo informazioni false o irrilevanti, che la persona uccisa dalla polizia ha in qualche modo causato tutto ciò da se stessa, sia a causa di precedenti connessioni con proibizioni stabilite per legge, sia molto più spesso a seguito di problemi di salute mentale documentati, la polizia può affermare che erano stati messi in pericolo ed erano stati costretti ad usare mezzi mortali. Essi hanno fatto tutto ciò ad Alex Nieto, e si può leggere come ci abbiano messo diciotto ore per informare la famiglia che erano stati loro ad uccidere Alex, come abbiano utilizzato questo tempo per entrare con delle scuse nella loro casa e cercarono di trovare delle “evidenze” da utilizzare prima di dire cosa era successo e così via. È stupefacente che questo caso non abbia già avuto quel profilo nazionale che oggi stanno avendo Michael Brown, Eric Garner e alcuni altri. Ma potrebbe arrivare a quel livello, poiché chiunque conosca bene come si sono svolti i fatti può rendersi conto che Greg Suhr, il capo della polizia di San Francisco, è con ogni probabilità coinvolto personalmente nell’ostacolare la giustizia e nel tentativo di coprire il tutto, e che l’intero dipartimento sta facendo tutto il possibile per ritardare, confondere ed evitare che una indagine adeguata abbia luogo.

Infatti le falsità della polizia nelle prime ventiquattro ore hanno cercato di descrivere Alex come persona mentalmente instabile e come membro armato e pericoloso di una banda di delinquenti. Quando nei giorni successivi la famiglia e gli amici portarono le prove che era un buddista praticante, un pacifista, uno studente di diritto penale al City College che aveva svolto attività di volontariato nel dipartimento che svolgeva indagini giudiziarie, e che era molto conosciuto come un giovane con molti amici, impegnato e tenuto in molta considerazione, la storia che la polizia aveva montato continuò a essere dominante nelle descrizioni dei giornali. Ma Adriana e gli altri che facevano parte del comitato “Giustizia per Alex Nieto” hanno svolto un grande lavoro per mantenere attiva la campagna, organizzando senza soste e in posti diversi delle dimostrazioni pacifiche che facessero luce sui fatti relativi al caso (che hanno ricevuto molta poca attenzione dalla stampa fino a poco tempo fa, presumibilmente perché non si erano verificate violenze o distruzioni di proprietà private).

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Ma lentamente e con continuità il caso sta destando una attenzione sempre maggiore. Nella recente manifestazione dell’Area della Baia, il nome e il viso di Alex Nieto sono stati molto presenti durante la BlackLivesMatter e altre proteste contro le impunità della polizia. Adriana ha organizzato una splendida marcia e una “Posada” (con il fondamentale aiuto di molti altri membri del comitato) per Alex Nieto durante la notte più lunga dell’anno, il 21 dicembre, alle quali sono state invitate le famiglie di molte altre vittime di omicidi della polizia: O’Shaine Evans, Errol Chang, Andy Lopez, Yanira Serrano e l’elenco continua ad aumentare. Casi precedenti, come quelli di Idris Stelley, Kenneth Harding, Jr. e naturalmente quello più conosciuto di Oscar Grant, hanno tutti contribuito a creare un crescente senso di angoscia e la sensazione che la polizia uccide restando regolarmente impunita e a causa di provocazioni di scarsa importanza, spesso soltanto perché la vittima era un vagabondo senza fissa dimora secondo la polizia. Successivamente, si è scoperto che le persone, sia nel caso di Idris Stelley, che di Errol Chang o di Yanira Serrano, avevano realmente avuto degli episodi di paranoia bipolare, qualcosa che avrebbe dovuto garantire la cura di una malattia mentale, invece di un intervento violento della polizia.

Alla luce di quanto è successo, io sono molto orgoglioso del gran lavoro fatto da Adriana per riuscire a mettere il caso di Alex Nieto sotto gli occhi del pubblico mentre la strategia della polizia si basava sul cancellarlo. E mettendo insieme la conoscenza da vicino che avevo di questo caso con la diffusa eruzione della protesta e del dissenso a scala nazionale, ho veramente la speranza che sta nascendo qualcosa che non sarà facile eliminare completamente. Questo è un movimento delle tartarughe, che insistono a realizzare uno dopo l’altro i passi che servono per farlo continuare, mettendo in pratica ciò che io da sempre amo chiamare la pazienza radicale. Non è la pazienza dell’attesa o dell’essere passivi, ma la pazienza di chi capisce che si tratta di uno sforzo di lunga durata, che può non produrre risultati così velocemente come chiunque vorrebbe, ma che lo sforzo deve continuare senza tener conto dei risultati che tardano. Deve essere guidata dalla rabbia, la rabbia perfettamente ragionevole contro il razzismo, l’impunità e la militarizzazione che caratterizzano la maggior parte dei dipartimenti di polizia.

Io sono particolarmente colpito dalle diverse occupazioni di superstrade che sono state organizzate nelle ultimissime settimane in molte delle maggiori città. Sembra che la comprensione da tempo mancante della vulnerabilità delle arterie dove circola la vita delle città moderne sia finalmente emersa e che oggi migliaia di persone hanno imparato come si può bloccarle.

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La vita moderna dipende dal flusso continuo di cittadini privati che guidano auto private, non diversamente dalla dipendenza del nostro corpo dal sangue che fluisce verso e dal cuore in ogni momento. Quando la circolazione di una strada senza pedaggio viene bloccata da una protesta sociale, diventa un punto potente sul quale fare leva. È garantito che i mezzi di comunicazione descriveranno i dimostranti come persone prive di ragione, in quanto sabotano la loro stessa causa ritardando e angosciando migliaia di persone imprigionate negli ingorghi di traffico che ne derivano. Ma tutto ciò non è molto diverso dagli abusi commessi agli scioperanti seduti nelle strade negli anni ’30, che per primi sperimentarono un nuovo modo di occupare i posti di lavoro, che portò alla rapida creazione dei sindacati delle industrie (è un problema diverso dal far emergere le contraddizioni e le debolezze delle strutture sindacali, aspetto che per il momento lascio da parte). È invece molto simile allo sdegno e all’angoscia distruttiva diretti contro le incursioni delle biciclette della Critical Mass in tutti questi anni, ma guardate quante più persone usano le biciclette ogni giorno adesso rispetto a quando è iniziata la Critical Mass nel 1992, non solo a San Francisco ma in tante città in tutto il paese e in altre parti del mondo.

Diversamente dal Movimento Occupy, che creò degli spazi fissi, che però alla fine si rivelarono non essere difendibili dagli attacchi di una polizia pesantemente armata,questa nuova ondata di proteste comprende molte azioni mobili, tattiche di colpisci e fuggi, nonché alcune azioni aggressive dirette nonviolente, pianificate e disciplinate in modo impressionante (in particolare il blocco Bart del Venerdì Nero e l’attacco dimostrativo al Dipartimento di Polizia di Oakland). Molta attenzione è stata fatta agli episodi di rotture di vetrine e dei rifiuti incendiati che si sono verificati durante alcune delle marce serali di avvicinamento per le strade, ma lagrande e diffusa potenza della protesta, in genere senza distrazioni di questo tipo in molti luoghi, è ciò che ha maggiormente colpito.

Naturalmente si sono verificati anche una certa quantità di “spese proletarie”, specialmente quando le vacanze erano vicine, e la possibilità di saccheggiare un negozio di telefonini o di altri apparecchi elettronici era a portata di mano. È difficile che ci si possa sorprendere o che valga la pena di preoccuparsi di questi fatti: che cosa ci si può aspettare in una società dove i ricchi hanno concentrato nelle loro mani così tanta ricchezza negli ultimi due decenni, mentre le persone al livello più basso della struttura economica diventano sempre più poveri? Il prelievo più significativo che si è verificato in questa società cono i miliardi sottratti ogni giorno dalle elites cleptomani che riempiono le loro tasche in ogni tipo di modalità diretta o indiretta alle spese dei membri della società. Chiunque abbia analizzato di recente le statistiche della distribuzione della ricchezza può solo arrabbiarsi per l’impunità goduta dai banchieri, dalle imprese che forniscono mercenari agli eserciti e i politici uomini e donne che li rappresentano. Una redistribuzione in una diversa direzione della ricchezza sociale è una esigenza da tempo nota, e noi possiamo difficilmente protestare contro coloro che hanno deciso di sfruttare le loro opportunità così limitate, appropriandosi di ciò su cui possono mettere le mani.

E poi è da ricordare il saccheggio del pianeta costituito dai carburanti fossili. Il movimento per il clima esercita anche delle pressioni per accelerare l’aumento delle fonti di energia alternative. Esistono delle critiche molto buone al concetto che noi possiamo soltanto rimpiazzare il petrolio a basso costo che sostituisce i trasporti e la produzione di cibo con il solare e l’eolico; noi quasi certamentedobbiamo ridurre radicalmente l’ammontare di energia che consumeremo andando avanti nel tempo. Ma la situazione attuale è insopportabile e insostenibile. Così sembra a chiunque conosca queste cose, sia che combatta ilrazzismo strutturale storicamente radicato, che ancora genera orribili uccisioni abitualmente coperte dallo stato, che colpiscono al di la di ogni proporzione i neri egli ispanici, sia coloro che si sono concentrati sulla necessità di bloccare il fracking(questo terribile metodo di estrazione del petrolio che almeno finora sembra avere un gran successo nello stato di New York), sugli oleodotti per il trasporto del petrolio estratto dalle sabbie bituminose, oppure facendo soltanto delle campagne per lasciare il petrolio sottoterra.

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È facile disperarsi quando le cosiddette “notizie” propagandistiche rinforzano così tanto il nostro isolamento mentre rendono le modalità in cui si vedono le cose così inevitabili e senza scadenze. Ma la storia parla un linguaggio diverso. Oggi le cose stanno cambiando rapidamente ed esiste una effettiva possibilità di forgiare una maniera di vivere molto diversa, a partire dalle violente convulsioni finali delle regole barbare e sfruttatrici sotto le quali abbiamo vissuto per più di un secolo.

Che cosa significa “migliore” in questo contesto? La mia “risposta facile” comprendemeno lavoro, più momenti di gioia, rapporti più corretti, restauro dei sistemi naturali e un impegno per un bilancio ecologico molto sensibile, che riguardi le risorse, le tecnologie e tutte le forme di vita. Quali tecnologie saranno utili per andare avanti? Come gli obblighi connessi al loro uso imporranno delle strutture sociali che potrebbero essere incompatibili con le nuove pratiche sociali egualitarie? Possono essere riprogettate per rafforzare diverse modalità di vita invece di rimanere intrappolati nei vecchi paradigmi? Queste sono solo alcune delle domande che mi tormentano, e io spero di scrivere qualche testo basato su una ricerca e una analisi storica serie, che possano gettare della luce su di esse nel prossimo anno e in quelli successivi!

Nel frattempo, la rabbia sta montando e la pazienza, quella di tipo radicale, sarà ciò che manterrà alta la pressione e il movimento in fase di crescita e di evoluzione: il prossimo anno sarà proprio interessante!

 

 

* Chris Carlsson, scrittore e artista da sempre nei movimenti sociali statunitensi, è stato tra i promotori della prima storica Critical mass a San Francisco. Autore, tra le altre cose, di «Nowutopia» (Shake edizioni) e, più recentemente, di «Critical mass. Noi siamo il traffico» (Memori), invia periodicamente i suoi articoli, molti dei quali raccolti su nowtopians.com, a Comune-info: il saggio qui pubblicato (titolo originale Rage and Radical Patience) è stato tradotto per Comune da Alberto Castagnola.

 

Missione Isaf, inglorioso addio alle armi

Missione Isaf, inglorioso addio alle armi

Via dall’Afghanistan, ma non del tutto. Chi torna a casa sono 40.000 militari (32.000 statunitensi) della missione Isaf che conclude il suo ciclo di tredici anni di “guerra al terrore” dagli esisti disastrosi. Ufficialmente ha lasciato sul terreno 3.500 suoi uomini, ma ci sono anche i cadaveri non conteggiati di contractors impegnati in svariate occasioni soprattutto incursioni, rappresaglie, rapimenti. L’intervento ha seminato morte non solo sull’insorgenza talebana, che in alcune province del sud-est ha aumentato una presenza e un rapporto con le popolazioni locali proprio a seguito dei bombardamenti generalizzati responsabili di migliaia di vittime civili. Quante siano state dal dicembre 2001, data di avvio della “missione di pace” Enduring freedom, non è possibile calcolarlo per la difficoltà oggettiva nel raccogliere dati certi. Ufficialmente le statistiche menzionate dall’United Nations Assistance Mission of Afghanistan parlano di migliaia di morti (5.000 solo nel 2002, i dispacci Nato li definiscono “danni collaterali”) di poco inferiori a quelli provocati dai quattro sanguinosissimi anni (1992-96) di guerra civile interna. Le stragi del disonore, come quella di Shinwar compiuta nel marzo 2007 dalla 120a marines che mitragliava passanti sfogando la propria rabbia per un attentato subìto, si sono ripetute nel tempo.

afghanistanisafLa missione – che attivisti democratici afghani (Malalai Joya o alcuni membri di Hambastagi Party, da noi intervistati in varie occasioni) denunciano come “odiosa occupazione straniera” – proseguirà con medesimi scopi geostrategici. La presenza, prevalentemente americana, sarà denominata Resolute support e dislocherà ufficialmente 12.500 uomini nelle diverse basi aeree (Kabul, Bagram, Kandahar, Camp Marmal, Herat, Mazar-e-Sharif, Jalalabad, Khost) dove continueranno a partire Falcon e droni per azioni “antiterroristiche”. I militari Nato proseguiranno anche il ruolo di addestratori delle truppe dell’Afghan National Army che ammontano a 350.000 uomini. Soldati finora poco affidabili, infiltratissimi dai guerriglieri talebani capaci di realizzare attentati in caserme blindate della stessa Kabul. Nonostante i pericoli la divisa attira giovani reclute soprattutto per ragioni economiche: guadagnare 400-500 dollari mensili, seppure a rischio della vita, è nell’Afghanistan odierno un’opportunità cui ventenni senza speranze non rinunciano. L’alternativa è far parte delle milizie private dei Warlords, oppure aderire all’insorgenza dei gruppi talebani. Nel primo caso con un salario, nel secondo non sempre. Il panorama che la missione Isaf si lascia alle spalle è quello d’un Paese tutt’altro che normalizzato.

Non sul fronte della sicurezza, visto che solo negli ultimi dieci mesi ha dovuto contare la perdita di ben 4.600 uomini; attacchi e attentati si susseguono sin nel cuore dell’area proibita della capitale, teoricamente difesa da check point, muraglie, cavalli di frisia, pattugliamenti. Non sul versante economico, perché nell’infinità di miliardi di dollari spesi durante la missione (gli Usa hanno toccato picchi di 30 miliardi di dollari l’anno, l’Italia impegnata dal 2003 ha mantenuto fino a 4.300 militi con fondi che sfioravano il miliardo di euro, per una media annuale di 750 milioni) nulla è stato indirizzato verso una rinascita produttiva (agricola o d’allevamento) e ovviamente niente verso il terziario di servizi, rimasti sempre un sogno. Nessun lavoro legale, solo arte dell’arrangiarsi. La stessa attività estrattiva di minerali ricercatissimi (le famose terre rare) per l’industria dell’hi-tech, che fanno gola a potenze vecchie (Usa e Gran Bretagna) e nuove (Cina) e che i governi “democratici” di Karzai e ora Ghani continuano a concedere a imprese straniere, quasi mai utilizza manodopera locale. Così aiuti esterni, affarismo illecito legato al traffico della droga (nei 13 anni d’occupazione occidentale la produzione afghana d’eroina è schizzata in alto e oggi copre il 95% del mercato mondiale) costituiscono le uniche risorse, il 60% del Pil.

afghanistan soldati italianiIn questi affari hanno mani in pasta quei signori della guerrache come l’uzbeko Dostum è stato condotto alla vicepresidenza della Repubblica. Ovviamente non è il solo, altri compari rientrano negli accordi che vede l’attuale diarchia di Ghani-Abdullah essersi accordata per il rotto della cuffia, dopo un confronto elettorale irrisolto e zeppo di reciproci brogli, e dopo aver distribuito armi ai supporter in una sorta di preparativo di resa dei conti finale. John Kerry ha disinnescato lo scontro con un accordo che potesse continuare a fornire l’alibi di democraticità del sistema istituzionale, una maschera che da oltre un decennio ha condotto in Parlamento e inserito ai vertici dello Stato dei criminali di guerra di lungo corso. Eppure la quadratura del cerchio sembra non funzionare; dopo tre mesi Ghani non è riuscito a stilare una lista di ministri, probabilmente per i veti imposti dalle eminenze grigie che in compagnìa Abdullah si cova in seno. Ora che buona parte delle truppe Nato si ritira un enorme quantità di materiale bellico intrasportabile resterà sul posto. Il programma dei mesi scorsi indicava il rientro di 20.000 container e 24.000 macchine da guerra per una spesa complessiva di 7 miliardi di dollari. Si tratta di materiale bellico imponente e importante che per via aerea da Bagram passerà attraverso la Turchia, giungendo in Germania. E da Kandahar per il Qatar venendo poi caricato su navi Usa presenti in Bahrein. Verso quelle coste salperanno altri cargo dal porto pakistano di Karachi, Armi leggere “made in Usa” incrementeranno, invece, il mercato nero locale, al quale accederanno sicuramente Warlord e turbanti talebani contro ogni piano di sicurezza presente e futuro

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Contropiano.org

Trema il settore shale oil, e anche la finanza Usa

Trema il settore shale oil, e anche la finanza Usa

Tutte le cancellerie occidentali stanno lì a gustarsi la caduta rovinosa del prezzo del petrolio, conteggiando ognuno per conto suo gli effetti risparmiosi sulla bolletta energetica e lo strangolamento dell’”orso russo”, che dipende dalle esportazioni di greggio e gas per un quarto del Pil. Incidentalmente, lo stesso accade per altri due “nemici dell’America”, come Iran eVenezuela. Quindi, cosa si può volere di più?

Alle spalle dei gaudenti, però, è partita una valanga per ora ancora piccola, che minaccia di diventare gigantesca se il prezzo scenderà ancora o resterà a lungo su questi livelli. E si tratta di una valanga che parte come sempre dagli Stati Uniti per poi investire – tramite la globalizzazione dei mercati finanziari e la perdurante centralità del dollaro (come moneta di riserva e di di scambio internazionale).

I primi pezzi della valanga sono costituiti dalla difficoltà o impossibilità di molte società impegnate nell’estrazione dello shale oil o del gas – con la devastante tecnica del fracking – di continuare a finanziarsi sui mercati. Una lunga serie di queste società ha potuto godere di una breve (due-tre anni) di prestiti facili, dando in garanzia i profitti futuri che “immancabilmente” sarebbero derivati dall’estrazione faticosa di queste risorse energetiche, descritte da qualche redattore “a stipendio” delle compagnie petrolifere come infinite. Inutile spiegare ai disinformatori che in un mondo finito non può esistere nulla di infinito, tanto meno giacimenti di idrocarburi formatisi tra 30 e 120 milioni di anni fa e tecnicamente definiti “non riproducibili” (non fabbricabili, insomma).

Ma l’aspetto immediato – certo più importante per i mercati che non il progressivo esaurimento delle risorse – sta appunto nella crisi che sta già ora colpendo il settore shale, fondamentalmente statunitense.

Un articolo di Sissi Bellomo, sul confindustriale IlSole24Ore, spiega dettagliatamente agli investitori che lo shale è ormai un settore da cui tenersi alla larga, visto che “genera flussi di cassa negativi”, visto che il petrolio estratto con fracking copre i costi di produzione solo se il prezzo medio supera i 70 dollari al barile.

Le conseguenze sono praticamente certe: caduta dei livelli produttivi e scatafascio nel settore finanziario dei junk bond, ovvero i titoli che offrono guadagni forti in base a un “profilo di rischio” decisamente alto. L’eventuale esplosione di questa bolla finanziaria e il rapido risalire del prezzo del petrolio (se la produzione statunitense scenderà in modo sensibile, anche solo di un paio di mioni di barili al giorno) aprirebbero un nuovo fronte di crisi proprio in un punto su cui le cancellerie occidentali avevano messo una lapide.

Come spiegavamo – inutilmente – quando è esplosa la “guerra del prezzo del petrolio”, ogni forzatura per ragioni geostrategiche sul mercato dell’energia è una scelta necessariamente suicida. Così come le “sanzioni” nei confronti dell’unico fornitore importante (la Russia copre il 30% dei consumi europei) che abbia anche una solida stabilità interna. Per ora, come raccontano tutti gli oservatori seri dei “mercati”, le borse tengono grazie alle continue “iniezioni li liquidità” operate dalle banche centrali (Fed, Bce, Boj, ecc). Niente però può andare avanti all’infinito

Ma vaglielo a spiegare agli apprendisti stregoni e al loro codazzo di propagandisti…

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Shale oil, i cordoni della borsa stanno per chiudersi: investitori in fuga dai debiti spazzatura

di Sissi Bellomo

Per lo shale oil americano i cordoni della borsa stanno per chiudersi: ottenere finanziamenti sta diventando sempre più difficile e costoso per il settore che ha trainato il successo dell’industria petrolifera negli Stati Uniti. E col flusso di denaro rischia di assottigliarsi anche quello di greggio.

Sul mercato dei capitali i segnali di crisi si stanno moltiplicando rapidamente e Citigroup invita ad osservarli con attenzione perché saranno un «fattore chiave» per determinare le sorti del petrolio nel 2015. A spaventare, osservano gli analisti della banca, è il «funding gap»: nel suo insieme il settore dello shale oil genera flussi di cassa negativi e si sta diffondendo il timore che «se il mercato del debito si tira indietro, ci possa essere un crollo delle trivellazioni».

Considerazioni di questo tipo stanno forse dando sostegno alle quotazioni del greggio, che da qualche giorno cercano con insistenza un rimbalzo, dopo essere precipitate sotto 60 dollari per la prima volta da 5 anni.

Le “obbligazioni spazzatura”, maggiore fonte di finanziamento per le società dello shale oil, sono sempre più rischiose: negli Usa il rendimento dei junk bond del settore energia, che a giugno era sotto il 5%, si è impennato fino a superare il 10% e almeno un terzo delle emissioni ricade ormai nella categoria “distressed”, che implica un’alta possibilità di rivelarsi insolventi.

Le tensioni sono così forti che si stanno manifestando segni di contagio. L’intero mercato dei junk bond Usa – fino a pochi mesi fa molto apprezzato nel mondo “a interessi zero” costruito dalla Fed – oggi sta facendo scappare gli investitori. I riscatti dai fondi obbligazionari high yield proseguono senza sosta da quasi un mese e stanno accelerando: nell’ultima settimana se ne sono andati oltre 3 miliardi di dollari netti, secondo Lipper, la scorsa settimana 1,9 miliardi e quella precedente 859 milioni. Mercoledì intanto la performance dell’intero comparto, misurata dall’indice Us High Yield di BofA Merrill Lynch, è andata per la prima volta in rosso per il 2014, perdendo lo 0,3% in termini di total return (ossia tenuto conto dei dividendi). C’è poi stata una leggera ripresa, ma quest’anno si avvia comunque a chiudersi come il peggiore dal 2008, quando la perdita fu del 26,4% (ma i mercati finanziari erano nel pieno della bufera scatenata da Lehman Brothers).

Nel settore energia persino le obbligazioni “investment grade”, emesse da società con un rischio di credito moderato, iniziano a risentire qualche contraccolpo. Le nuove emissioni sono rallentate, in particolare quelle delle società attive nello shale oil, che negli ultimi mesi si contano sulle dita di una mano. E sono ovviamente diventate più costose, benché (per ora) non in modo eccessivo.

Le banche per il momento non hanno fatto mancare il loro appoggio alle società di fracking, che per la natura stessa della loro attività hanno bisogno di rifinanziarsi di continuo: per estrarre shale oil non bisogna mai smettere di trivellare nuovi pozzi e i flussi di cassa generati dal petrolio spesso non bastano a ripagare sia gli interessi sul debito sia il proseguimento delle operazioni. L’impresa poi è diventata molto più difficile oggi, con gli oneri finanziari che salgono e il prezzo di vendita del petrolio che è sceso a rotta di collo, dimezzando le entrate rispetto a giugno. Anche le linee di credito potrebbero però ridursi tra qualche tempo, perché se le quotazioni del greggio resteranno depresse prima o poi verranno svalutate anche le riserve petrolifere delle società, che fungono da collaterale in molti accordi di finanziamento con le banche.