LO STATO LEGGERO

Dalla parte degli Oppressi

LO STATO LEGGERO

1“lo Stato minimo è un regime. L’impostazione del movimento di libero scambio si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione, cioè, tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma siccome nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva” (A. Gramsci)

“il debito pubblico è l’unica risorsa che lo stato destina alla redistribuzione della ricchezza”, nell’economia classica era chiaro come concetto statuale e come forma di governo dell’economia e della società, come erano chiare le due forme di governo, la prima maggioritaria, capitalista, la seconda, Socialista.

Nella condizione data i lavoratori vedevano nella seconda la soluzione al problema delle diseguaglianze mentre le classi dominanti vedevano in quella soluzione la fine dei privilegi e dell’assolutismo che permetteva loro di dominare il mondo, per questo nel mondo si sono confrontate scuole di pensiero diverse, la soluzione socialdemocratica, la soluzione laburista, la soluzione liberale, tutte finalizzate alla conservazione del capitalismo.

Certamente l’operaio svedese, finlandese non era trattato come l’operaio usa o coreano ma il fine era lo steso la conservazione del sistema e mentre quelle menti più aperte consce della precarietà del sistema ponevano in essere tutele garanzie sempre più affine alla società Socialista nel mondo si creavano sacche di povertà insopportabili per la coscienza umana.

La quota di PIL destinata ai salari cresceva di anno in anno a scapito della rendita e del capitale e questo fino alla fine dell’URSS, poi con il reaganismo la fine di tutto e il declino della classe operaia, cosi mentre un edile, negli usa prendeva 10 dollari l’ora negli anni 80/90 oggi ne percepisce 7 se va bene, la quota di salario nel PIL diventa sempre più bassa, cosi come i diritti dei lavoratori vengono sempre più ridotti fino a rasentare lo schiavismo.

Lo schiavismo, certo quel fenomeno avanzato dagli economisti reaganiani, dalla scuola di chigago, dai liberisti globalizzazione ma non che nel 1994 ricevettero anche un Nobel e questo la dice lunga sui “mala tempora”.

Questo ha portato anche alla diversa concezione dello stato, prima era il regolatore della ricchezza, pianificatore dell’economia, portatore di diritti, con i suoi costi, con le sue imposte e tasse per principio, “Progressive”, il liberale Vanoni nella riforma post bellica per i redditi superiori al miliardo poneva una aliquota del 72%, poi con la fine dell’URSS si pone fine all’imposizione diretta come fulcro della finanze dello stato per porre l’inizio dello “Stato leggero” dello stato che poneva basse imposte dirette.

2Contemporaneamente si svolge anche un’altra battaglia “la riduzione del debito pubblico” e con questo si chiude il cerchio della distruzione delle conquiste operaie sui diritti e sulle regole del lavoro, lo stato non più come regolatore dell’economia e della redistribuzione ma semplice arbitro in una lotta impari tra capitale e lavoro.

3Allora la battaglia si sposta dai concetti quale uguaglianza, giustizia, diritti, a “meno tasse per tutti” cosi mentre al lavoratore venivano dati i trenta denari, che poi rimpiangerà in termini di riduzione di servizi, al capitale vengono restituiti almeno 5 punti di PIL, cosi si accentuano le diseguaglianze sociali e scompare quella classe media che per 50 anni ha rappresentato il paese, si contraggono i servizi,  la sanità modello per il mondo “gratuita e pubblica” diventa un macigno, si chiudono ospedali, si privatizzano le prestazioni, si allungano le liste per gli esami diagnostici.

Contemporaneamente vengono svuotati i diritti dei lavoratori, si comincia con la delegittimazione del lavoro e del pubblico impiego, anche se spesso gli stessi ci mettono del proprio con atteggiamenti e comportamenti che destano fastidio agli utenti, ma questo è il sintomo che la divisione che attraversa la società, che non si confronta  più sui temi fondamentali, lavoro, giustizia, solidarietà, sussidiarietà, perché considerati “reflui del 900” e quindi sulla separazione in classi della società attuale.

Nonostante tutto mentre negli anni 70 il debito pubblico rappresentava meno del 70% del PIL oggi lo stesso rappresenta il 132% del PIL con una differenza che mentre quei governi usavano quel disavanzo per assumere lavoratori nelle aziende di stato, nei ministeri, nelle forze armate, nei servizi, oggi che si sta smantellando tutto ciò che è pubblico quelle risorse rappresentate dal debito pubblico sono destinate al risanamento delle banche, al salvataggio di un capitalismo straccione che ricorre al pubblico senza alcuna dignità per cui si svendono le aziende di stato, si privatizzano i servizi, si distruggono 50 anni di lotte operaie perché ormai la classe operaia non ha più un riferimento istituzionale forte, capace  di rappresentare le “sue istanze”  e difendere le “sue conquiste”, ma è divisa e derisa con sigle che spesso sono dello zero virgola ma piene di ideologi puri e duri.

Forse è il caso di ricostruire un soggetto politico includente che raccolga l’eredità dei grandi Partiti popolari per riportare al centro della politica, “il Lavoro” e  “Il Pubblico” come elementi di riqualificazione dello stato e non come elementi sussidiari e marginali, anzi per il “pubblico” si associa sempre il termine “fallimento” quando non “parassiti”.

4Per concludere solo ricostruendo un soggetto politico “Alternativo” “Anticapitalista” si può ricondurre la società su un binario che non la porti alla barbarie, ma questo dipende dalla forza e dalla dignità che il mondo del lavoro è disposto a mettere in campo, dal coraggio di chi farà quel famoso passo per riavvicinarsi ai “Compagni” di ventura e/o sventura senza rancori e pregiudizi, ma con la volontà di costruire “Quel” soggetto politico e come si diceva sempre nelle sezioni del PCI “questa non è una chiesa ma un luogo di dibattito e di elaborazione” ma poi con lo svuotamento delle sezioni, con l’abbandono dell’ideologia la cloaca migliorista ha vinto e la storia è nota.

Questo dobbiamo a che è morto nelle montagne o nelle valli per combattere il nazifascismo, cosi come a chi è morto a Portella della Ginestra, o alle Reggiane, o a Reggio Emilia, o come ogni giorno muore nei cantieri edili o nelle fabbriche, ma sapremo ragionare senza pensare alle divergenze tra il Compagno Stalin e Trockij o su Mao e Togliatti ma ragionando sul futuro della società nel solco del Marxismo e del Comunismo.

Assoc. Ricostruire Il PCI

 

 

 

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UNIRE LA SINISTRA: COME SI FA IN EUROPA?

  • DIBATTITOUnire la Sinistra: come si fa in Europa?@zak

Ogni Paese del “Vecchio Continente” ha le sue caratteristiche, la sua storia, la sua composizione di classe. Si parla spesso di unire le forze anticapitaliste come avviene in altre nazioni, ma non si declinano mai i modelli concreti di organizzazione. “La Città Futura” intende invece farlo iniziando dal prossimo numero un viaggio alla scoperta di come sono fatte la Linke, il Front de Gauche, Syriza, la CDU e poi le altre formazioni dell’Est e del vicino Oriente e poi, chissà, anche di altre parti del mondo.

di Marco Nebuloni 

Quando non si riconosce la specificità di una data situazione spesso ci si rimette alla bontà di un modello. Ed è così che avviene quando per l’individuazione di una via italiana all’unità della sinistra, si prendono a riferimento, di volta in volta, diverse esperienze europee da imitare, in tutto o in parte.

Innanzitutto, diamo per acquisito che la storia nazionale, la conformazione della divisione in classi e il contesto geopolitico di ogni Paese è peculiare e, tanto più nel caso europeo, unico e irripetibile, e che ogni formazione politica di classe non può prescindere dalla realtà concreta in cui opera. Se i comunisti vogliono unire la sinistra è per creare un contesto più favorevole all’avanzata nella società del soggetto rivoluzionario, cioè dell’avanguardia politica della classe operaia. Ma se la classe operaia, ipotizziamo, “parla italiano”, come può capire Die Linke, Front de Gauche, Izquierda Unida, Coligação Democrática Unitária o Synaspismós Rizospastikís Aristerás?

Non si tratta, ovviamente, delle capacità conoscitive dei lavoratori del nostro Paese, molto più avanzate di quelle dei loro presunti dirigenti, ma di cogliere le profonde differenze organizzative e politiche di tutti questi soggetti, differenti tra loro e ognuno diverso, inevitabilmente, da quel che occorre all’Italia.

Poiché ci pare che spesso nella comunità politica in cui operiamo, cioè nella sinistra anticapitalista organizzata e diffusa, la padronanza del quadro politico europeo e mediterraneo è limitata e talvolta grossolanamente erronea, è utilissimo svolgere una panoramica dettagliata.

Inizieremo appunto dai cinque modelli per antonomasia cui, da anni, ci si rifà di volta in volta, senza però che mai ne siano ancora state declinate le rispettive configurazioni concrete: Linke (Germania), FdG (Francia), IU (Spagna), CDU (Portogallo) e SYRIZA (Grecia). Ma vorremmo anche analizzare più ampiamente il panorama della sinistra europea per come si presenta nelle cinque grandi famiglie organizzate: Sinistra Unitaria Europea (GUE), Partito della Sinistra Europea (PEL), Sinistra Anticapitalista Europea (EACL), Alleanza della Sinistra Verde Nordica (NGLA), Iniziativa dei Partiti Comunisti ed Operai (ICWP).

Infine, si tenterà di affrontare anche una rassegna delle formazioni politiche della sinistra mediterranea, dell’Europa orientale e del vicino oriente. Ci riserviamo di intraprendere un’analisi dell’intero contesto mondiale, del quale, se ce ne sarà l’opportunità, potrà essere utile trattare solo i casi più significativi ed emblematici, come i Paesi BRICS o dell’ALBA.

Cominceremo dal prossimo numero de “La Città Futura”, cercando la semplicità dell’esposizione, ma senza perdere d’occhio l’obiettivo di informare il più precisamente possibile il lettore. Chiarezza prima di tutto, appunto quel che manca nei progetti di unità della Sinistra finora presentati a vario titolo in Italia.

DUE COMPITI DIVERSI E LEGATI: PARTITO COMUNISTA E UNITÀ DELLA SINISTRA

DIBATTITODue compiti diversi e legati: Partito  comunista e unità della sinistra

Credo che il dibattito in corso nel PRC (che “La Città Futura” ospita) dovrebbe partire da una comune assunzione di responsabilità: la situazione del nostro Partito non è mai stata tanto grave e la sua stessa esistenza è appesa a un filo. Ciò significa che nessuno dovrebbe pensare a forzature, a rotture, a imporre la propria parzialità a colpi di maggioranza (o, peggio ancora, di minoranza). Al contrario, dovremmo riuscire far prevalere la ricerca di una nuova e più avanzata sintesi politica fra di noi (e, sia detto fra parentesi, questo è da sempre il compito principale di un gruppo dirigente comunista degno di questo nome).

di Raul Mordenti, PRC di Roma

Personalmente trovo incredibile che la nostra Segreteria abbia fatto finta di niente dopo essere andata in minoranza al CPN: in qualsiasi Partito comunista serio del mondo in questi casi ci si dimette, io non chiedo le dimissioni di nessuno (per i motivi appena detti) ma domando con forza che almeno ci si ponga il problema di correggere quella linea respinta dal CPN, non di ribadirla ostinatamente, magari facendola rivotare più e più volte finché non passa.

Le esigenze fra cui fare sintesi (insisto: sintesi, non mediazione) sono evidentemente due: da una parte l’esigenza di costruire il Partito, rafforzarlo, anzi rifondarlo, e dall’altra l’esigenza di costruire uno schieramento più ampio e unitario della sinistra anticapitalista, pacifista, antifascista, democratica. Molti, se non tutti, concordano a parole che una cosa non si può fare senza l’altra, che senza un forte partito comunista, capace di iniziativa politica e di vero radicamento sociale nel conflitto di classe, non c’è, almeno in Italia nessuna sinistra, e d’altra parte che il Partito ha bisogno per vivere di poter nuotare in un mare più vasto, in un sistema articolato di alleanze sociali e politiche. Ma non possiamo più permetterci il lusso di nasconderci dietro formule più o meno brillanti o contentarci delle assicurazioni di chi dice che “nessuno intende sciogliere il Partito”. Per sciogliere il partito non c’è nessun bisogno di dirlo, anzi purtroppo per sciogliere il PRC è sufficiente lasciare andare le cose così come vanno: che si continui a non porre mano alla sua crisi politico-organizzativa, che si continui a ignorare i limiti dei nostri gruppi dirigenti centrali e periferici, che si continui a fingere di non vedere una scissione subdolamente in atto da mesi, e così via. Non si dica allora che la permanenza autonoma del PRC non è messa in questione da nessuno, perché anzi proprio questa è oggi la posta in gioco. Lo struzzo non può essere assunto a modello dai comunisti.
Il punto è – con ogni evidenza – se il PRC deve confluire in un “nuovo soggetto politico”, riducendosi di fatto a una tendenza culturale, oppure se deve vivere come Partito autonomo, come Partito comunista, in un “polo” o schieramento politico più vasto. Le due cose non sono la stessa cosa.
E non si dica (come qualcuno sembra sostenere) che tale questione è stata risolta, una volta per tutte, dal Congresso di Perugia. Sappiamo tutti e tutte che questo non è affatto vero. Non solo nel documento votato a maggioranza dal Congresso non c’è alcun cenno al “soggetto politico” “antiliberista e democratico” (chiunque può verificarlo), ma soprattutto non c’è stata a Perugia, come non c’è adesso, alcuna maggioranza in grado di gestire il Partito. Lo stesso compagno Ferrero è stato eletto segretario solo grazie a un atto di responsabilità politica verso il Partito della terza mozione, e una parte significativa della prima mozione congressuale (come era facile prevedere) sta lasciando il Partito; intanto ha votato alle europee per i candidati di SEL contro quelli comunisti e già oggi provvede a chiudere, dove gli è possibile, le nostre sezioni; è altresì già in atto un tesseramento a un qualcosa che dei compagni malvagi definiscono “il partito di Qui Quo Qua” (Civati, Fratoianni, Oggionni). Altro che “nessuno vuole sciogliere il Partito!”.

Dunque tra noi comunisti occorre discutere, sinceramente, con molta calma e moltissimo spirito di unità. È quanto vorrei sforzarmi di fare qui.

Per discutere fruttuosamente è buona norma partire da due cose, dal significato delle parole e dall’esperienza già fatta.
Cominciamo dal significato delle parole: “soggetto politico” è semplicemente un sinonimo di “partito” (lo si può verificare in qualsiasi vocabolario); insomma “soggetto politico” è un eufemismo usato per dire (e non dire) partito, ma, come dice papa Francesco, “Dietro ogni eufemismo c’è un delitto”. È così anche nel nostro caso?

Ragioniamone insieme: se il Partito “cede” stabilmente (su questo avverbio dovremo tornare fra poco) al “nuovo soggetto politico” non solo la gestione delle elezioni, e dunque la scelta dei candidati e degli “eleggibili”, ma anche la rappresentazione mediatica nella campagna elettorale (verosimilmente con dei “portavoce”), ma anche la definizione del programma politico, ma anche la gestione degli auspicabili eletti e dei finanziamenti istituzionali, e si condisce tutto ciò con l’adesione individuale (si noti: individuale, non collettiva!) dei nostri compagni e delle nostre compagne tramite un tesseramento (che implica congressi, cariche interne, etc.), ebbene è del tutto evidente che resterebbe al PRC in quanto tale solo il compito (che in verità i nostri interlocutori ci affidano volentieri) di attaccare i manifesti. Qualcuno aggiunge ai nostri compiti residui anche … la formazione, e – francamente – non so se ridere o piangere pensando a quali e quanti insuperabili ostacoli trovò nel gruppo dirigente centrale il poveretto che tentò di costruire, in assoluta solitudine e con un budget di zero euro, un Ufficio Formazione e Autoformazione del PRC qualche anno fa.

Veniamo all’esperienza che già abbiamo fatta: cessione stabile, cioè permanente, di sovranità e tesseramento individuale comportano evidentemente anche disciplina rispetto alle decisioni prese a maggioranza, almeno per noi comunisti che siamo persone serie.
Ebbene, immaginiamo per un attimo che il nuovo “soggetto politico” fosse stato già in vigore al tempo del Governo Monti-Fornero: che cosa sarebbe accaduto se il “soggetto politico” avesse deciso, a maggioranza, di considerare Monti “la sua sobrietà di abito e di parola una rivoluzione” e valutato che “al suo governo non ci sono alternative”, dato che “il suo ingresso a Palazzo Chigi ha il senso di un’ultima chiamata, oltre la quale non c’è un’altra soluzione politica possibile, ma solo il vuoto in cui tutti, nessuno escluso finirebbero per schiantarsi”? Avremmo noi dovuto accettare quelle posizioni oppure avremmo dovuto operare noi un’ennesima scissione della sinistra con conseguenze catastrofiche? Le parole che ho citato fra virgolette a proposito di Monti non sono purtroppo immaginarie, esse sono tratte da un articolo del compagno Revelli, uscito sul “Manifesto” al tempo, che cito proprio per il ruolo che svolge oggi lo stimato compagno Revelli. Ma – come dice Orazio – “Quandoque bonus dormitat Homerus” (“talvolta anche il buon Omero sonnecchia”), e – aggiungerei da comunista – i partiti servono anche a non far troppo sonnecchiare, o troppo delirare, i loro dirigenti.
Oppure – per venire a cose ancora più ripugnanti del Governo Monti – cosa dovremmo fare noi se il “soggetto politico” decidesse a maggioranza a Milano di non opporsi alla greppia dell’Expo (magari “per fare politica” – come si è detto), oppure a Roma decidesse a maggioranza di accettare finanziamenti della cooperativa di Buzzi (legato a fasciomafia) come ha fatto qualcuno di SEL o, altrove, di non opporsi frontalmente alla TAV, o alla guerra imperialista, o a qualche deriva consociativa del Sindacato, e così via? Risponderebbe – credo – il compagno Ramon Mantovani a me caro che “Rifondazione non deve avere paura”, che noi non saremo mai minoranza su cose come queste. Io sono più pessimista di lui, perché la logica delle istituzioni è ferrea (finanziamenti istituzionali che alimentano burocrazie di partito che sostengono gli istituzionali, e così via) e ha devastato in passato anche nelle nostre fila. Ma ammettiamo pure che le nostre posizioni prevalgano sempre all’interno del “soggetto politico”: ebbene, queste posizioni sarebbero rispettate da tutti gli altri componenti del “soggetto politico”? Dubito anche di questo.

Qualcuno ricorderà che in occasione di “Cambiare si Può” gli aderenti furono chiamati a votare on line a proposito della adesione a  “Rivoluzione civile” con la possibilità che anche i dirigenti comunisti potessero essere candidati, nonostante quello che appariva ad alcuni il loro vergognoso vizio di origine. Ebbene, una schiacciante maggioranza di oltre il 70% decise per il sì; quelli che erano per il no si guardarono bene dall’accettare il risultato del voto, ma invece reagirono come fanno i bambini prepotenti quando vengono contraddetti, se ne andarono portandosi via il giocattolo. Alcuni di quei nostri interlocutori si espressero pochi giorni dopo invitando a dare un bel voto al PD o a SEL. Quella loro pugnalata contribuì non poco all’insuccesso di Rivoluzione civile”. Vogliamo ripetere quella esperienza?

Credo che una soluzione equilibrata del problema sia la sperimentazione di una forma politica non partitica, ma federale e pattizia, fra diversi soggetti politici, collettivi o individuali, ciascuno dei quali dotato di una sua rispettabile, e anzi necessaria!, autonomia.
Insomma un polo della sinistra antiliberista (ma io aggiungerei: pacifista, ecologista, femminista, antifascista, cioè schierata con forza a difesa della Costituzione) a cui si chiamano ad aderire, in occasione delle elezioni, partiti, movimenti, riviste, giornali, collettivi, sindacati, esperienze di lotta, etc. e anche singole persone, sperimentando forme democratiche e partecipative per la selezione dei candidati e per la gestione delle elezioni e degli eletti.

Questo non ha nulla a che fare con una campagna di iscrizioni! Le iscrizioni (oltre a far collassare definitivamente le nostre già fragili strutture di Partito) a causa degli inevitabili portati burocratici allontanerebbero da noi quelli che me sembrano interlocutori privilegiati, penso soprattutto ai giovani, agli studenti in lotta, alle esperienze del proletariato metropolitano, etc. Direi addirittura che le iscrizioni sono il contrario delle forme partecipative e di democrazia diretta e assembleare che dobbiamo sperimentare: personalmente penso a un mix fra assemblee popolari e voto on line, da discutere e progettare in dettaglio anche sulla base di esperienze internazionali.

Il fatto che la “cessione di sovranità” da parte del nostro Partito riguardi solo le elezioni comporta, evidentemente, che la struttura del polo della sinistra antiliberista non può essere permanente e stabile: ad esempio, noi ci siamo alleati perfino con SEL in occasione delle europee, ma già nelle recenti regionali SEL ci ha ricordato al sua natura schierandosi ovunque con il PD (e impedendoci con il suo veto di usare il simbolo della “Lista Tsipras”). Vogliamo ripetere anche queste esperienze negative? Non ci hanno insegnato niente?
Ne deriva dunque la necessità di un’autonomia programmatica del Partito, la quale anzi è da rafforzare, come elemento del nostro essere comunisti ma anche della nostra capacità di proposta al movimento e alla classe.

Il polo di cui parliamo si definisce politicamente sulla base di pochi punti politici ben chiari (pochi punti dirimenti: il contrario della piattaforma vaga e politicista proposta dal compagno Revelli) fra i quali non può non spiccare uno schieramento inequivoco contro le politiche della BCE, dunque contro l’asse vigente in Europa e in Italia fra centrodestra e centrosinistra; ne deriva, evidentemente, un’assoluta incompatibilità del nostro polo con la socialdemocrazia o la liberal-democrazia “all’italiana” (il PD), a tutti i livelli. E proprio questa assoluta coerenza politica del nostro polo sarà un motivo decisivo della sua attrattività elettorale (al contrario di quanto alcuni compagni, che si rifiutano di leggere le percentuali impressionanti degli astenuti, si ostinano ancora a pensare).
Certo, alla base di tutto, c’è davvero il rilancio del Partito, anche dal punto di vista organizzativo e della gestione. Ci sono deliberati congressuali (questi veri!) che aspettano ancora di essere attuati, dalla conferenza di organizzazione allo scioglimento del nodo decisivo dell’organizzazione del Partito nel mondo del lavoro e nei Sindacati, fino all’impegno – preso solennemente dal Congresso intero e clamorosamente disatteso dalla Segreteria – di rilanciare il giornale del Partito in formato on line.
Possiamo permetterci ancora organi dirigenti correntizi (di correnti che non esistono neanche più!) e di minoranza? O non è questo il momento di impegnare tutte le energie di cui il Partito dispone nella sua gestione, a tutti i livelli, per cercare tutti/e insieme di tirare fuori il PRC dalle sabbie mobili in cui sembra precipitare?

La responsabilità di tutti noi, ma in particolare del gruppo dirigente centrale, è davvero grandissima: riuscire a segnare e subito una vera e positiva discontinuità che ci permetta di rifondare Rifondazione, per salvarla.