Ucraina: ondata di “suicidi” tra i collaboratori di Yanukovich

Ucraina: ondata di “suicidi” tra i collaboratori di Yanukovich

Si spara molto sporadicamente da alcuni giorni sul fronte dell’Ucraina orientale e almeno ufficialmente negli ultimi giorni non si sono registrate nuove vittime. Anche il presidente ucraino, l’oligarca Petro Poroshenko, ha confermato ieri una “graduale de-escalation” nei combattimenti tra forze governative e ribelli del Donbass, ad ormai un mese dall’accordo per il cessate-il-fuoco siglato a Minsk. “Il fatto che non abbiamo subito perdite militari per diversi giorni…è una chiara indicazione di una graduale de-escalation”, ha dichiarato Poroshenko all’emittente televisiva ucraina 1+1.
Intanto dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) fanno sapere che raddoppierà il numero di osservatori che l’istituzione internazionale invierà in Ucraina orientale per monitorare il rispetto degli accordi sulla tregua, portandoli a circa 1.000 uomini. La portavoce dell’Osce Mersiha Podzic ha informato che l’Osce ha accettato la richiesta proveniente da alcuni paesi, in particolare dalla Germania e dalla Russia, i cui governi avevano chiesto che il numero di osservatori dispiegati in Ucraina Orientale fosse aumentato dagli attuali 452 a 1000.
Intanto però alcuni media hanno fatto notare una misteriosa ondata di presunti suicidi tra i collaboratori dell’ex presidente Viktor Yanukovich, deposto nel febbraio del 2014 da un golpe filoccidentale originato dalla mobilitazione dei partiti dell’opposizione di destra nota come ‘EuroMaidan’.
Nel giro di poche settimane sarebbero stati ben sei gli esponenti dell’entourage di Yanukovich ad esser stati ritrovati senza vita. Il regime di Kiev per ora liquida la faccenda parlando di una semplice ‘ondata di suicidi’ tra gli esponenti di un sistema caduto in disgrazia ma molti dettagli lasciano pensare a qualcosa di diverso. Ad esempio l’ex governatore della provincia di Zaporizhia, Oleksandr Peklushenko, è stato trovato morto nel villaggio di Soniachne. Per gli investigatori l’esponente dell’ex partito delle Regioni si sarebbe tolto la vita sparandosi un colpo di pistola al collo (!) in una casa di campagna. Il 60enne Peklushenko, già fedelissimo dell’ex presidente, era indagato per aver ordinato alla polizia di disperdere gli insorti all’epoca della rivolta di Maidan. Prima di lui altri cinque ucraini legati a Yanukovich o comunque esponenti della passata amministrazione sono morti in circostanze misteriose. Il 9 marzo l’ex deputato ed ex vicepresidente del Partito delle Regioni, il 53enne Stanislav Melnik, è stato trovato senza vita nel bagno di casa sua: anche lui, per la versione ufficiale, si sarebbe sparato un colpo di pistola. Il 28 febbraio Mikhailo Cecetov si sarebbe suicidato invece gettandosi dalla finestra del suo appartamento al 17° piano. Il 25 febbraio Serghii Valter, sindaco di Melitopol accusato di abuso d’ufficio, è stato a sua volta trovato impiccato. E il giorno dopo è stata la volta di Oleksandr Bordiukh, vice comandante della polizia della stessa città, trovato morto nella sua abitazione. Infine, il 29 gennaio Oleksii Kolesnik, ex presidente del Consiglio regionale di Kharkiv, è stato trovato anche lui impiccato.
Numerosi rappresentanti dell’opposizione ucraina hanno rivolto un appello alle organizzazioni internazionali, incluse l’Unione Europea e il Consiglio d’Europa, affinché reagiscano a quella che hanno definito la “cinica repressione del regime di Kiev contro gli oppositori politici”. Ma il Ministro degli Interni ucraino, il ‘falco’ Arsen Avakov, ha affermato che non esiste alcuna relazione tra i diversi casi di suicidio registrati nelle ultime settimane tra i funzionari del governo rovesciato dal golpe dello scorso anno e che qualsiasi insinuazione sulle eventuali responsabilità dell’attuale esecutivo è una inaccettabile speculazione.

Oliver Stone racconta il colpo di stato della Cia in Ucraina

Oliver Stone racconta il colpo di stato della Cia in Ucraina

“Ho intervistato Viktor Yanukovych per quattro ore a Mosca per un nuovo documentario in lingua inglese prodotto da ucraini. E’ stato il legittimo presidente dell’Ucraina fino a quando improvvisamente è stato rimosso il 22 febbraio di quest’anno.
Racconterò i dettagli nel documentario, ma sembra chiaro che i cosiddetti “tiratori” che hanno ucciso 14 uomini della polizia, ne hanno feriti circa 85 e hanno assassinato 45 civili che protestavano, erano provocatori infiltrati dall’estero. Molti testimoni, tra cui Yanukovich e funzionari di polizia, credono che questi individui stranieri siano stati introdotti da gruppi filo-occidentali con lo zampino della CIA.
Ricordate il cambio di regime/colpo di stato del 2002, quando Chavez è stato temporaneamente estromesso, dopo che manifestanti pro- e anti-Chavez erano stati colpiti da misteriosi cecchini nascosti in palazzine di uffici? Assomiglia anche alla tecnica usata all’inizio di quest’anno in Venezuela quando il governo legalmente eletto di Maduro è stato quasi rovesciato con l’uso di violenza mirata contro i manifestanti anti-Maduro.
Basta creare un bel po’ di caos, come ha fatto la CIA in Iran nel ’53, in Cile nel ’73 e in innumerevoli altri colpi di stato e il governo legittimo può essere rovesciato. E’ la tecnica del soft power americano noto come “Regime Change 101”.
In questo caso il “massacro del Maidan” è stato descritto dai media occidentali come il risultato dell’instabile, brutale governo filorusso di Yanukovich. Bisogna ricordare che Yanukovich il 21 febbraio fece un accordo con i partiti di opposizione e tre ministri degli esteri dell’UE – che volevano sbarazzarsi di lui andando a elezioni anticipate.
Il giorno dopo il patto era già senza più valore, quando gruppi radicali neonazisti armati fino ai denti costrinsero Yanukovych a fuggire dal paese dopo ripetuti tentativi di assassinio. Il giorno successivo è stato varato un nuovo governo filo-occidentale, immediatamente riconosciuto dagli Stati Uniti (come nel golpe contro Chavez 2002). Una storia sporca in tutto e per tutto, ma nel tragico seguito di questo colpo di stato, l’Occidente ha raccontato la versione dominante, quella della “Russia in Crimea”. Mentre la vera versione è “gli USA in Ucraina”.
La verità non va in onda in Occidente. Si tratta di una manipolazione surreale della storia che si sta verificando ancora una volta , come durante la campagna elettorale di Bush pre-Iraq, quella delle armi di distruzione di massa. Ma credo che la verità verrà finalmente fuori in Occidente, mi auguro in tempo per fermare un’ulteriore follia. Per una comprensione più ampia, si veda l’analisi di Pepe Escobar “Un nuovo arco di instabilità in Europa” che indica la crescente instabilità nel 2015, in quanto gli Stati Uniti non possono tollerare l’idea di una qualsiasi entità economica rivale. Si rimanda anche alla decima puntata de “La Storia mai raccontata“, dove discutiamo i danni degli imperi coloniali del passato, che non hanno permesso la nascita di paesi economicamente competitivi.”

Otto mesi senza Vadim

vadim bandieraLa testimonianza di Fatima Papura, madre del giovane comunista vittima del rogo della Casa dei Sindacati di Odessa

Fonte: sito del Comitato per la Liberazione di Odessa, Комитет освобождения Одессы
www.2may.org
Traduzione dal russo di Flavio Pettinari per Marx21.it

Il dolore di una madre che ha perso il proprio figlio non può essere descritto. Il dolore brucia tutto dentro. La vita perde di senso. Il tempo si ferma. A causa dell’odio umano, della disperazione, del radicalismo, 8 mesi fa Fatima Papura ha perso il bene più prezioso della sua vita – il suo unico figlio, il diciassettenne Vadim. Vadim è stato la più giovane vittima del 2 maggio alla Casa dei Sindacati, è caduto dalla finestra dell’edificio in fiamme. A terra, lo hanno finito i nazionalisti ucraini. La donna colpita da questa disgrazia ha accettato di raccontare al “Comitato 2 Maggio” la vita di Vadim e quel giorno terribile, quando questa vita è stata tragicamente interrotta.

Il venerdì nero, ovvero il giorno in cui tutto è finito

Era un normale venerdì, un giorno libero di maggio. Al mattino – niente di particolare. I genitori hanno iniziato le pulizie di primavera. Vadim, come al solito, li ha aiutati. Poi si è messo a leggere dei libri.

«Ha detto che forse sarebbe andato a dare una mano al Campo di Kulikovo – ricorda Fatima Papura – “forse, se mi chiamano”. Quando sono iniziati i fatti di via Grecheskaja lui era ancora a casa. Insieme guardavamo la diretta in televisione. Non potevo immaginare l’orrore che sarebbe accaduto. Quando ho visto che su via Grecheskaja iniziavano a sparare e a prendere le pietre dal selciato, ho capito subito che non si trattava di gente di Odessa. Nessun odessita si comporterebbe in modo così offensivo verso la sua città».

Il momento in cui Vadim è uscito di casa, Fatima Papura lo ricorda vagamente: ha raccolto in fretta le sue cose ed è uscito inosservato. A quanto pare lo hanno o chiamato, o gli hanno scritto sui social network. Il momento in cui è uscito lo ricorda bene la nonna. Quando gli ha chiesto dove andasse, Vadim a risposto: «Vado a difendervi». I genitori, poi, non lo hanno più visto vivo…

«Ci chiamò alle 6 dalla Casa dei Sindacati. Disse: “Mamma, sono al Campo di Kulikovo, nella Casa dei Sindacati. Per favore, non fare l’eroe, non venire qui” – racconta con amarezza Fatima – questa è stata l’ultima telefonata».

Vedendo cosa stava accadendo al Campo di Kulikovo e poi nella casa dei Sindacati, i genitori di Vadim hanno chiamato la Pubblica Sicurezza: «Guardate, la Casa dei Sindacati è in fiamme, c’è gente dentro!». In risposta, la voce metallica del centralino: “Sì, grazie”. Le chiamate alla polizia furono anch’esse del tutto inutili: semplicemente non rispondevano al telefono.

«Dopo di questo, io e mio marito abbiamo deciso di andare al Campo di Kulikovo. Siamo andati a salvare nostro figlio. Per molto tempo non potevamo partire: non c’erano né pulmini, autobus o taxi. Abbiamo aspettato con difficoltà l’arrivo del tram. Siamo arrivati là alle sette e mezza. I vigili del fuoco avevano già spento tutto.

Non dimenticherò mai l’orrore che abbiamo visto sul Campo di Kulikovo. La folla scatenata, delle vere bestie, o anche peggio… gli animali uccidono solo per fame.

Là c’erano delle giovani ragazze, anche se non posso chiamarle ragazze – ragazzine di sedici anni. Nella mia testa non riesco a comprendere il perché di quello che gridavano… La gente si nascondeva sul tetto, loro facevano luce con dei fari e incitavano: “Forza, buttati!”. Abbiamo visto un uomo bruciato rimasto bloccato sul davanzale della finestra. E loro lo schernivano puntando le luci contro di lui… Là c’erano dei veri fascisti. Perché sono andati là per uccidere i propri concittadini. Sono andati deliberatamente per uccidere. E quel ghigno feroce, quell’odio… Quegli occhi folli, la folle espressione delle loro facce…» racconta a stento Fatima Papura.

Quello che stava accadendo sembrava un incubo. Ma i genitori di Vadim avevano un solo scopo – trovare e salvare il proprio figlio. Fatima Papura provò ad entrare nella Casa dei Sindacati, ma i nazionalisti glielo hanno impedito.

La speranza s’è accesa per un attimo quando dall’edificio bruciato la polizia ha iniziato a tirare fuori chi era rimasto dentro. Per tre ore i genitori hanno cercato tra gli arrestati il proprio figlio, ma inutilmente. Vadim non c’era.

«Avevamo una gran sete e siamo andato alla stazione a comprare dell’acqua. Quando tornavamo, abbiamo visto che dalla parte destra della Casa dei Sindacati giacevano a terra dei corpi. Attorno un cordone di polizia. Ci siamo avvicinati. Mio marito mi ha chiesto se avessi visto Vadim. Ho risposto di no, ma poi… abbiamo visto su uno dei corpi i pantaloncini della tuta di nostro figlio, e abbiamo capito tutto… ».

La nostra conversazione si interrompe. Capire quanto possa essere difficile per questa donna ripercorrere di nuovo e ancora gli eventi di quel giorno terribile è impossibile.

Anche a me, giornalista, che ho ascoltato decine di storie simili, il cuore batteva di dolore e venivano le lacrime agli occhi.

«Stanno affossando le indagini»

L’identificazione, i funerali… tutto questo è passato davanti all’infelice donna come nella nebbia. Ora per lei la cosa assolutamente più importante è che gli assassini del figlio vengano trovati e puniti secondo la legge. Ma è difficile credere nel buon esito delle indagini.

«Nessuno dice niente. Io non voglio andare dagli investigatori, a chiedere, a pregarli… Nessuno sta conducendo realmente le indagini. C’è moltissimo materiale video dove si vedono i volti, si vedono quelli che uccidono. C’è un video molto chiaro dell’uomo che ha strangolato la donna nell’ufficio, sono noti i suoi dati personali, l’indirizzo. Ma è in libertà. Stanno affossando le indagini».

Fatima Papura racconta che durante gli interrogatori, il giudice istruttore le ha fatto una sola domanda: «Che ci vi faceva Suo figlio al Campo di Kulikovo?» «E qualsiasi cosa stesse facendo, chi aveva il diritto di ucciderlo? Chi ha dato a chi l’ordine di fare quello che è stato fatto al Campo di Kulikovo?», chiede indignata la donna.

«Dal giudice istruttore sono stata 2 o 3 volte. Poi ho smesso di andarci perché quelle visite erano non molto piacevoli. Mio padre ci è andato, per cercare di sapere qualcosa. Ma nessuno non dice e non fa niente.

Tutti capiscono perfettamente perché l’indagine non va avanti. Perché i manifestanti del Campo di Kulikovo sono accusati di separatismo, terrorismo, di essersi da soli dati alle fiamme. Ma queste sono sciocchezze. Non c’era alcun separatista. Non si trattava della divisione dell’Ucraina. I manifestanti erano là contro il fascismo. Contro tutto ciò che sta accadendo adesso nello stato. Nel paese il fascismo avanza, a viso aperto e impunito. Trovo spaventoso che là c’erano molti giovani, che possono continuare a camminare per le strade sentendosi impuniti. Uccideranno ancora altre persone. Non avranno alcun limite: bambino, donna, o vecchio che sia. Le autorità non puniscono o reprimono i loro crimini. E, purtroppo, più passa il tempo e meno possibilità abbiamo che possa prima o poi prevalere la giustizia», conclude Fatima Papura.

Un ragazzo ordinario e straordinario

Anche se Fatima Papura nella nostra intervista ripete spesso che figlio era un “ragazzo normale”, ci si rende conto che invece era diverso dai suoi coetanei. Diligente, responsabile, buono, onesto, gentile, coraggioso: non a tutti i diciassettenni sono date queste qualità.

«Vadim aveva i suoi principi, la sua visione e i suoi scopi nella vita. Gli piaceva studiare all’università, era entrato a scienze politiche. Era un ragazzo versatile, giocava bene a scacchi e suonava benissimo il piano. E non, come molti, “sotto forzatura”. Lui stesso ha cercato e trovato il corso, l’insegnante, andava da solo e con soddisfazione alle lezioni», ricorda Fatima Papura. Vadim era appassionato di modellismo, aveva una collezione di modellini di aerei, amava i film sulla Grande Guerra Patriottica. E’ stato il primo a vedere “La Fortezza di Brest”. Un film duro. Io non sono riuscita a vederlo. Lui lo ha visto dall’inizio alla fine e alla fine si è commosso fino alle lacrime. Questo film racconta l’eroismo del popolo, dei soldati, degli ufficiali».

A 16 anni, Vadim Papura è entrato nel Komsomol (l’organizzazione giovanile del Partito Comunista d’Ucraina, NdT). Di propria iniziativa ha contattato l’organizzazione del Komsomol ed è entrato a farne parte. Nel 2012 è stato anche a Kiev, al congresso.

«Prese questa decisione da solo – ci spiega la mamma di Vadim – e noi lo abbiamo sostenuto perché nei principi del Komsomol non c’è niente di sbagliato. Sono posizioni assolutamente giuste che creano la spina dorsale di una persona. Vadim aveva assorbito tutti i giusti principi e le giuste posizioni di questo movimento. Dopo tutto, cosa insegna il Komsomol? Ad essere onesti, generosi, a rivolgersi alle altre persone con gentilezza e comprensione, a realizzare i propri scopi. Ma la maggior parte dei giovani oggi non ha alcun limite o regola», considera Fatima Papura.

Anche i compagni di classe parlano di Vadim come di un ragazzo considerevole. Un caso emblematico, quando qualcuno dei compagni di classe ha detto delle parolacce in presenza di una ragazza e Vadim lo ha costretto a chiedere scusa.

«Vadim odiava le parolacce e le ingiurie, soprattutto con le ragazze – racconta Fatima Papura – quando andavamo insieme con i mezzi pubblici usciva per primo e dava la mano per aiutare a scendere. Abbiamo cercato di infondergli queste qualità, essere gentile, aiutare. Ad esempio, quando a scuola c’erano degli incontri fuori, le pulizie, non permetteva mai alle ragazze di portare i secchi pesanti, ci pensava lui».

Quanto bene avrebbe potuto fare Vadim nella sua vita. Ma ora non può più…

La vita senza il figlio

Nella casa di Fatima Papura, tutto ricorda Vadim. Ecco la sua fotografia dove con i suoi occhi buoni, puliti, guarda la sua mamma, solo in basso a destra il nastro nero, come una scia dell’incendio. Ecco la pila dei quaderni dell’università, in cui Vadim sembra che solo ieri annotava gli appunti delle lezioni. La scacchiera, ma ora il padre non ha nessuno con cui giocare.

«Dicono che adesso l’immagine di mio figlio è diventata per molti antifascisti il simbolo della lotta contro il fascismo. Se questo può aiutarli nella lotta, ne sarò soltanto felice perché adesso non sono in molti quelli che possono unire la gente per uno scopo nobile, anche se dopo la morte.

Mi manca molto – piange la donna – è davvero dura senza di lui. E’ scomparsa la persona per cui vivevamo. In lui vedevamo il senso della nostra esistenza, il complesso della nostra vita. Non augurerei a nessuno di vivere neanche una piccola parte della disgrazia e della disperazione che si sono sedimentate nel mio cuore dopo il 2 maggio».

Alle fine della nostra conversazione, Fatima ricorda un fatto accaduto alla vigilia della morte del figlio. Vadim stava presentando una tesina di scienze politiche. Al membro del Komsomol avevano dato un quattro (i voti in Ucraina vanno dall’1 al 5, il voto massimo, NdT) e hanno aggiunto un altro punto perché non ha reagito alle parole scritte su un foglio di carta, “comunista alla forca”, esposto da sue compagne di classe. Più tardi, ai funerali di Vadim, le ragazze si sono pentite della loro azione, piangevano. Ma era troppo tardi…

Ricordate queste parole, quando la prossima volta vorrete insultare chi la pensa diversamente da voi.

Comitato 2 Maggio

Fonte: sito del Comitato per la Liberazione di Odessa, Комитет освобождения Одессы

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Soros soffia sulla guerra tra Unione Europea e Russia

Soros soffia sulla guerra tra Unione Europea e Russia

Che uno speculatore finanziario abbia a cuore beneficenza e democrazia è un sanguinoso ossimoro. L’intervento di George Soros pubblicato su La Stampa ne è la conferma. Il noto finanziere, spesso deus ex machina di interventi e ingerenze pesanti nella vita politica di molti paesi, rompe gli indugi sull’Ucraina. Dieci anni fa aveva finanziato la rivolta arancione nel paese, oggi spinge affinchè l’intervento risolutore sia realizzato dalla potenza militare della Nato e dai soldi dell’Unione Europea. Ed è proprio a quest’ultima che Soros si rivolge chiedendogli di dissanguarsi prima con le sanzioni verso la Russia poi finanziando l’Ucraina come garante presso il Fondo Monetario Internazionale. Il rischio? Un conflitto con la Russia ma è proprio questo che Soros auspica. Un apprendista stregone patentato e che di scheletri e danni vomitevoli ne ha già parecchi nel suo armadio. Vediamo cosa sostiene Soros.

In primo luogo l’Unione Europea deve rompere gli indugi. Secondo Soros “Invadendo l’Ucraina nel 2014, la Russia ha sferrato una sfida epocale ai valori e ai principi dell’Ue e al sistema di regole che ha mantenuto la pace in Europa dal 1945. Né i leader né i cittadini europei sono pienamente consapevoli della portata di questa sfida, tanto meno sanno come affrontarla”.

Il riarmo dell’Ucraina è decisivo secondo Soros: “L’Occidente, purtroppo, ha fornito all’Ucraina sotto attacco un supporto solo di facciata. Altrettanto preoccupante è apparsa la continua riluttanza dei leader internazionali a fornire nuovi impegni finanziari per l’Ucraina. Di conseguenza, la semplice minaccia di un’azione militare può essere sufficiente a provocare il collasso economico dell’Ucraina”

Soros, come molti guerrafondai statunitensi, teme che Obama accetti un accordo con la Russia:“Putin sembra tenere in serbo la prospettiva di un grande patto, la Russia fa la sua parte nella lotta contro lo Stato islamico – per esempio, non fornendo i missili S300 alla Siria (preservando così il dominio aereo statunitense) – in cambio gli Usa lasciano alla Russia il controllo sul suo cosiddetto «estero dietro casa». Qualora Obama dovesse accettare un tale accordo, l’intera struttura delle relazioni internazionali sarebbe pericolosamente alterata a favore dell’uso della forza. Sarebbe un tragico errore”

Gli Stati aderenti all’Unione Europea, secondo Soros, hanno l’occasione di indicare un nemico, anzi “il nemico”, capace di fargli mettere da parte i contrasti interni sul rigore di bilancio. E’ l’occasione d’oro per risolvere le divergenze e concentrare gli sforzi contro il nemico comune- la Russia – anche rischiando di mandare in rosso i bilanci e le politiche di asuterity fin qui adottate dalla Ue.  “La minaccia per la coesione politica della Ue è anche più grave del rischio militare. La crisi dell’euro ha trasformato un’unione sempre più stretta di Stati sovrani uguali in un’associazione di Paesi creditori e debitori, con i debitori che lottano per soddisfare le condizioni poste dai creditori. È questa debolezza interna ad aver permesso alla Russia di emergere come una potente rivale dell’Ue. L’attacco della Russia all’Ucraina è indirettamente un attacco alla Ue e ai suoi principi. E non è opportuno per un Paese, o per un’associazione di Paesi, farsi la guerra per perseguire l’austerità fiscale, come continua a fare l’Unione europea. Tutte le risorse disponibili dovrebbero essere dedicate all’impresa comune, anche se questo dovesse significare chiudere i bilanci in passivo”.

Particolare interessante nell’analisi di Soros, è che la politica della Merkel e della Germania sull’austerità corre il rischio di ostacolare questa operazione di concentrazione del fuoco sul nemico. Dice Soros che “La fortuna dell’Europa è che il cancelliere tedesco Angela Merkel si sia comportata come una vera europea riguardo alla minaccia rappresentata dalla Russia. Prima sostenitrice delle sanzioni, si è dimostrata la più disponibile a sfidare per questo l’opinione pubblica tedesca e gli interessi commerciali. Ma la Germania è anche il Paese che più di ogni altro sostiene la necessità dell’austerità fiscale, e la Merkel deve capire la contraddittorietà di queste posizioni”.

Non solo, ma la guerra contro la Russia – anche se viene evocata attraverso la formula del “sostegno all’Ucraina – avrebbe, secondo Soros, un effetto benefico sull’economia dell’Unione Europea:  “Le sanzioni contro la Russia sono necessarie, ma non sono senza conseguenze: l’impatto depressivo delle sanzioni aggrava le forze recessive e deflazionistiche già in atto. Al contrario, aiutare l’Ucraina a difendersi contro l’aggressione russa avrebbe un effetto di stimolo sull’Ucraina e sull’Europa”.

Per questo motivo, secondo il noto speculatore finanziario, l’Unione Europea dovrebbe aprire il portafoglio che oggi tiene chiuso: “L’Ucraina ha bisogno di un’iniezione di liquidità immediata, diciamo 20 miliardi di euro, con la promessa di averne di più in caso di necessità, così da scongiurare il collasso finanziario. Il Fondo monetario internazionale potrebbe fornire questi fondi, se la Ue promettesse di versare il suo contributo. Le spese reali rimarrebbero sotto il controllo del Fmi e subordinate alla realizzazione di profonde riforme strutturali”.

Infine c’è la missione finale che l’Unione Europea dovrebbe impugnare: “La «nuova Ucraina» è risolutamente pro-europea e pronta a difendere l’Europa difendendo se stessa. Ma i suoi nemici – non solo la Russia putiniana, ma anche la sua burocrazia e la sua oligarchia finanziaria – sono incredibilmente forti, e non può farcela da sola. Sostenere nel 2015 la nuova Ucraina è di gran lunga l’investimento più redditizio che l’Ue possa fare. Potrebbe anche aiutare la Ue a ritrovare lo spirito di unità e di prosperità condivisa che ha portato alla sua creazione. Salvando l’Ucraina, l’Ue potrebbe anche salvare se stessa”.

Questa chiusura contiene in se l’essenza della questione. Secondo uno dei maggiori speculatori finanziari del mondo, le contraddizioni interne dell’Unione Europea trarrebbero beneficio dal conflitto con la Russia, un conflitto ovviamente sempre declinato come “aiuto all’Ucraina”, ma è palese anche ad occhio nudo che un piano di aiuti all’Ucraina non avrebbe il peso e i ritorni positivi sufficienti come contropartita ai danni della sanzioni alla Russia e dei finanziamenti in uscita. All’Unione Europea servirebbe quindi qualcosa di più consistente per “salvare se stessa”, un bersaglio grosso, un nemico…. un conflitto.

Si capisce da queste argomentazioni che quelli come Soros e i leader europei che ne seguono le indicazioni, vanno fermati, prima che sia possibile e con ogni iniziativa necessaria.

Kiev verso la Nato, Mosca reagisce. Amnesty: “i nazisti bloccano gli aiuti al Donbass”

Kiev verso la Nato, Mosca reagisce. Amnesty: “i nazisti bloccano gli aiuti al Donbass”

Improvvisamente la situazione che sembrava avviata verso una relativa distensione sembra vivere una nuova escalation.

La riunione prevista ieri a Minsk tra le delegazioni della Giunta ucraina e quelle delle Repubbliche Popolari per consolidare la tregua in atto dal 9 dicembre e discutere di questioni riguardanti il possibile ritorno del Donbass sotto l’autorità di Kiev nel quadro di un paese ‘federalizzato’ è stata improvvisamente cancellata.
Secondo varie fonti è stato il regime di Kiev a bloccare tutto, ma poi anche Vladislav Deinego, capo della delegazione della Repubblica Popolare di Lugansk, aveva affermato che “I rappresentanti delle Repubbliche Popolari non parteciperanno ai negoziati di venerdì”. Poco prima il capo negoziatore della Repubblica di Donetsk, Denís Pushilin, aveva informato che nonostante i suoi avessero completato attraverso l’intermediazione dell’Osce tutte le procedure previe alla riunione di Minsk, erano stati ignorati dall’Ucraina.
Poi la cancellazione della prevista seconda riunione del Gruppo di Contatto di Minsk con la mediazione di Russia e Osce è stata confermata dal capo ufficio stampa del ministero degli esteri bielorusso Dmitri Mirónchik.
Sembra che a causare la fibrillazione sia stato il mancato scambio di prigionieri che secondo la road map pattuita tra le due parti avrebbe dovuto tenersi prima del previsto incontro di ieri a Minsk. Nessun accordo raggiunto quindi finora su altri importanti punti del negoziato in stallo, come ad esempio il ritiro dell’artiglieria pesante ad alcuni chilometri di distanza dal fronte o l’apertura di corridoi umanitari per permettere l’assistenza delle popolazioni assediate del Donbass. A più di tre mesi dall’accordo sul ripiegamento dell’artiglieria pesante ad almeno 30 chilometri dal fronte, raggiunto a Minsk nell’ambito del patto firmato il 20 settembre, nessun passo avanti è stato fatto su questo punto.
E’ soprattutto un altro dei punti che avrebbero dovuto essere al centro dei colloqui di ieri a preoccupare. L’organizzazione Amnesty International – che certo non può essere considerata vicina ai ribelli del Donbass e tantomeno alla Russia – ha affermato mercoledì scorso che nei territori orientali dell’Ucraina è in atto una “catastrofe umanitaria”, denunciando che i battaglioni di volontari di Kiev – quelli formati per lo più da militanti ultranazionalisti e neonazisti – bloccano sempre più spesso gli aiuti umanitari diretti verso la martoriata regione vittima ormai da molti mesi di bombardamenti ed embargo.
“Con l’arrivo dell’inverno, la situazione già disperata dell’Ucraina orientale sta peggiorando perché i battaglioni di volontari impediscono che gli aiuti medici ed alimentari arrivino a chi ne ha bisogno. Non è un segreto che la regione stia affrontando un disastro umanitario e che sono molti gli abitanti che rischiano di morire di fame” ha denunciato Denis Krivosheev, direttore del Programma Regionale per l’Europa e l’Asia Centrale di Amnesty International.
Krivosheev ha sottolineato che da quanto il regime di Kiev ha sospeso il pagamento dei salari, delle pensioni e dei sussidi sociali alla popolazione dei territori ribelli, metà della popolazione non è in grado di alimentarsi e che i battaglioni punitivi “agiscono come bande di rinnegati” insistendo sul fatto che “negare il cibo alle persone intrappolate dal conflitto è contrario al diritto internazionale e i responsabili di questo devono risponderne”.
Secondo le ultime informazioni diffuse da Amnesty, i battaglioni neonazisti, tra i quali il Dnipro-1 e Aidar, hanno bloccato 11 strade che portano alle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk, impedendo il passaggio di alcuni convogli di aiuti – alcuni dei quali inviati da istituzioni internazionali e associazioni di solidarietà operanti in vari paesi – ed hanno posto come condizione per lo sblocco degli aiuti la immediata liberazione di alcuni loro miliziani catturati dalle forze armate della controparte. La scorsa settimana il battaglione Dnipro-1 ha impedito il passaggio di quattro convogli carichi di aiuti umanitari inviati dall’oligarca Rinat Akhmetov. “Siamo in guerra con loro e stiamo versando il nostro sangue, ma al tempo stesso li sfamiamo” è stato il commento caustico del vicecomandante del Dnipro-1, Vladimir Manko.

Secondo le ultime notizie diffuse dalle agenzie di stampa internazionali il previsto scambio di prigionieri sarebbe stato ritardato di alcuni giorni ma sarebbe cominciato proprio ieri. L’operazione – iniziata a gruppi di dieci prigionieri alla volta vicino alla città di Kostiantynivka (45 km a nord della roccaforte ribelle di Donetsk) – dovrebbe riguardare complessivamente 222 guerriglieri e 150 soldati e volontari ucraini. Fonti dell’Afp sostengono che a vigilare sullo scambio sono presenti sul campo alcuni rappresentanti dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Ma la mossa non sembra preludere a una particolare distensione visto che il regime di Kiev proprio nelle ultime ore ha ordinato la sospensione – adducendo generiche “ragioni di sicurezza” – di tutti i transiti ferroviari e su strada diretti verso la Crimea, la penisola sul Mar Nero annessa lo scorso marzo alla Russia dopo un plebiscito popolare.

Da Mosca intanto arriva la risposta alla decisione adottata nei giorni scorsi dal parlamento ucraino di cancellare il proprio status di ‘paese neutrale e non allineato’, misura previa all’ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica.

Vladimir Putin ha approvato la nuova versione della dottrina militare della Russia nella quale si sottolinea che la Nato è una minaccia primaria per la sicurezza del Paese. Il testo diffuso dal Cremlino afferma di preoccuparsi per «il rafforzamento delle capacità offensive della Nato direttamente alle frontiere russe, e delle misure prese per dispiegare un sistema globale di difesa antimissile» nell’Europa orientale. Da Mosca il viceministro della Difesa ha avvertito che la Russia romperà le relazioni con l’Alleanza Atlantica – già al minimo dopo il sostegno occidentale al colpo di stato nazionalista di febbraio in Ucraina – se la Nato ingloberà Kiev. “La decisione del Parlamento ucraino di eliminare lo status di paese non allineato non minaccia, per il momento, la sicurezza russa visto che si tratta di una risoluzione di tipo politico. Ma se questa decisione dovesse avere in futuro conseguenze militari noi reagiremo adeguatamente e romperemo totalmente le relazioni con la Nato e ristabilirle diventerà praticamente impossibile” ha avvertito Anatoli Antónov.
A favore del testo che mette fine alla neutralità ucraina e che afferma che tra le prio­rità del paese c’è l’integrazione nello spa­zio poli­tico, eco­no­mico e giu­ri­dico euro­peo allo scopo di dive­nire mem­bri di Ue e Nato hanno votato due terzi dei deputati della Rada e l’opposizione del “Blocco” – erede del Partito delle Regioni del defenestrato presidente Yanukovich – è stata assai flebile.
La Nato ha naturalmente accolto con favore la decisione del regime di Kiev, affermando con incredibile faccia tosta: «Rispet­tiamo la deci­sione della Rada ucraina (…) L’Ucraina è uno stato indi­pen­dente e sovrano, e a esso sol­tanto spetta assu­mere deci­sioni sulla propria poli­tica estera