Jobs act, Renzi straccia la Costituzione come Troika docet: lo scandalo dei licenziamenti collettivi. Intervento di Cremaschi

Era lecito domandarsi a che servisse togliere la tutela dell’articolo 18 a tutti i nuovi assunti, quando non si creano nuovi posti di lavoro e la disoccupazione aumenta.
Il decreto natalizio del governo Renzi supera questa contraddizione. Senza che se ne fosse minimamente accennato nella discussione parlamentare sulla legge delega, il testo sfrutta al massimo l’incostituzionale mandato in bianco imposto col voto di fiducia e estende la franchigia anche al mancato rispetto delle regole sui licenziamenti collettivi. La legge 223 infatti, recependo principi e regole in vigore in tutti i paesi industriali più avanzati e sostenute con forza da tutte le organizzazioni internazionali, Onu in testa, da oltre venti anni disciplina i licenziamenti collettivi per crisi, stabilendo criteri e regole nel loro esercizio. Ad esempio essa applica un concetto principe del diritto del lavoro degli USA, la “seniority list ” . Se proprio si deve licenziare si parte dagli ultimi arrivati , dai più giovani, da coloro che non hanno carichi familiari e si risale verso le madri e gli anziani capi di famiglia. In vetta a quella lista, nelle aziende Usa sindacalizzate, stanno addirittura i rappresentanti dei lavoratori. In Italia non siamo così rigidi, ma il senso della regola è lo stesso. La 223 stabilisce che solo con un accordo sindacale controfirmato da una pubblica autorità si possa derogare ai criteri dell’anzianità e dei carichi familiari. Così son state definite con le aziende, da ultimo con Meridiana, le uscite dei più anziani, in grado di raggiungere la pensione con la indennità di mobilità.

Se un’azienda prima del decreto Renzi avesse voluto fare licenziamenti indiscriminati di massa , avrebbe subìto un doppio danno. Avrebbe dovuto pagare consistenti penali e avrebbe rischiato la reintegra da parte di un giudice di tutti i dipendenti licenziati senza il rispetto di regole e procedure. Questo vincolo ha frenato i licenziamenti di massa, anche in una crisi senza precedenti come quella attuale. Ora viene tolto e le aziende potranno liberamente sbarazzarsi, per crisi e ragioni economiche, di lavoratrici e lavoratori che hanno l’articolo 18 e sostituirli con dipendenti precari a vita, pagati molto meno e per la cui assunzione riceveranno anche un consistente finanziamento pubblico.

La portata reazionaria di questo decreto mostra tutta la malafede di un governo che sa perfettamente che la liberalizzazione dei licenziamenti non ha mai prodotto, né mai produrrà un solo posto di lavoro aggiuntivo a quelli esistenti. Nessuno assume in più se non ha lavoro in più da far fare. Ma se viene offerta la possibilità di realizzare, a condizioni più che favorevoli, quello che le imprese chiamano il ricambio organico del personale, perché rifiutarla? Questo è lo scopo vero del Jobact : un gigantesco scambio di manodopera tra chi ha più e chi ha meno diritti e salario. Come più di cento anni fa, quando i braccianti venivano cacciati dalla terra che avevano coltivato, perché agrari e baroni reclutavano gente più povera disposta a subire condizioni peggiori.

Non solo il Jobact non fa nulla contro la disoccupazione, ma anzi proprio per funzionare ha bisogno di una massa ricattabile di senza lavoro, senza i quali le sue norme resterebbero lettera morta. Alla fine l’ occupazione complessiva sarà ancora minore, come già sapientemente prevede la Confindustria, ma quella rimasta somiglierà molto di più a quella che lavora oggi in Cina rispetto a quella che aveva conquistato diritti e dignità in Italia. Le imprese rimaste festeggeranno per i maggiori profitti, mentre il lavoro sarà sottoposto alla schiavitù di un Medio Evo tecnologico.
A questo punto non serve aggiungere altre parole. Ogni atto del governo Renzi rappresenta una coerente azione di restaurazione sociale. Non si colpisce solo il lavoro, ma la scuola, la sanità. i servizi pubblici, mentre si rafforzano le spese militari. Quando si interviene, come all’Ilva, lo si fa per permettere alle multinazionali cui verrà ceduta di risparmiare i costi del risanamento e degli investimenti. Tutte le riforme politiche proposte stravolgono principi e libertà costituzionali.

Ma a questo punto continuare a rimproverare a Renzi e a Giorgio Napolitano, che ne è il primo sostegno, di fare quello che dichiarano di voler fare non serve a niente. Il governo Renzi è la personalizzazione della distruzione della Costituzione Repubblicana, è nato e opera per questo. Rappresenta una classe dirigente italiana che ha deciso che il sistema sociale e democratico del dopoguerra non possa più essere mantenuto, di fronte ai vincoli della Troika e della finanza globale. O si contestano quei vincoli, euro compreso, o si insegue il modello del capitalismo selvaggio senza vincoli. Renzi e Napolitano hanno scelto di essere fino in fondo fedeli esecutori di quei vincoli, per questo oggi son avversari di tutto ciò che nella storia italiana ha significato progresso sociale e democratico. Renzi e Napolitano hanno scelto e chi si oppone a questa loro scelta deve essere altrettanto intransigente e rigoroso. Altrimenti la coerenza reazionaria del governo sarà la sola devastante forza in campo .

Annunci

UNITÀ E LOTTA. SPUNTI DI DISCUSSIONE DALLA METROPOLI MILANESE

Unità e lotta. Spunti di discussione dalla metropoli milanese

Jobs Act, Articolo 18, privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica, sono i grandi argomenti che animano il dibattito politico nazionale, occupano le prime pagine di giornali e telegiornali che molto spesso però tengono nascosti gli effetti pratici già in corso dell’austerity in chiave renziana.

La metropoli milanese, che un tempo fu delle grandi fabbriche e oggi tempio della finanza e della moda, è un importante laboratorio delle trasformazioni che stanno avvenendo nello scontro endemico tra capitale e lavoro, dove ad abbandonare la “concertazione” sono i padroni trovando spesso le organizzazioni sindacali e la reazione spontanea della classe impreparati e inadeguati. In una fase in cui si perdono circa 1.000 posti di lavoro ogni giorno (400.000 ogni anno), almeno il 20% interessa la Lombardia e in particolar modo la provincia di Milano.
Quasi tutte le vertenze sono frutto della reazione a chiusure di interi stabilimenti o comparti, licenziamenti collettivi, delocalizzazioni. Rara eccezione la fanno le lotte dei lavoratori della logistica, spesso immigrati, che con insolita (per i tempi odierni) combattività stanno ottenendo accordi con sensibili aumenti salariali e riduzioni di orario di lavoro.
La Nokia di Cassina de Pecchi vuole licenziare 150 lavoratori, la OM Carrelli a Lainate vuol chiudere il magazzino, delocalizzarlo e liquidare 25 operai, la e-Care annuncia la chiusura di un call center e mette a rischio più di 500 posti di lavoro, le AFOL si raggruppano in un’unica sede provocando un esubero di personale anche nel pubblico impiego. Questi sono solo alcuni esempi, che producono reazioni e lotte più o meno organizzate, di uno stillicidio quotidiano di posti di lavoro persi. Troppo spesso l’assenza di collegamento e di coordinamento delle lotte in un piano comune di resistenza di tutte queste vertenze le porta alla sconfitta.

30 anni di concertazione sindacale hanno ridotto ai minimi termini, se non spesso cancellato del tutto, la coscienza dei lavoratori e delle lavoratrici, la solidarietà di classe, la consapevolezza dell’efficacia del conflitto. Intanto le politiche e le ristrutturazioni dei padroni e del governo stanno aumentando la frantumazione e divisione di classe. Jobs acts e Austerity, insieme ai grandi licenziamenti collettivi, alledelocalizzazioni e alle privatizzazioni hanno l’obiettivo di schiacciare sempre di più i salari e flessibilizzare il rapporto di lavoro, intensificando lo sfruttamento. Assieme agli investimenti nelle imprese militari, questo sembra l’unico modo conosciuto per cercare di arrestare la contrazione di profitti e la competitività sul mercato internazionali. Con l’effetto esattamente opposto di aumentare la disoccupazione a livello di massa, contrarre ulteriormente i consumi e aumentare il debito.
Dentro questo scontro, e nella complessa composizione di classe attuale, pare tornata in cima alle priorità la risoluzione del problema di “perseguire l’unità sempre più estesa delle lavoratrici e dei lavoratori”, per dirla con Marx ed Engels. Per ritessere i legami di solidarietà minati da anni di arretramenti e sconfitte dovuti agli errori, e a volte anche al tradimento, di interi gruppi dirigenti del movimento sindacale.
Le lotte di in difesa dei posti di lavoro e le occupazioni delle strade e delle fabbriche da parte degli operai sembrano tornare in auge. Quella che va ricostruita con pazienza, dentro questi conflitti, è l’organizzazione e l’autonomia della classe attuale. Dovremmo porci la questione di promuovere e sostenere quei processi aggregativi stabili che si coagulano in comitati di lotta o coordinamenti territoriali, autoconvocati e autorganizzati, ponendo nelle piattaforme al centro l’unità e la lotta.
Nella frammentazione attuale di sigle e opzioni sindacali, questa azioni deve fare i conti con la trasversalità obbligata di un ampio fronte di classe se ci si vuole contrapporre efficacemente alle ricette del capitale che cerca di uscire dalla crisi sulla pelle di milioni di lavoratori.

Segnali importanti di ripresa del conflitto ci sono. E anche i momenti trasversali di lotta che si stanno creando. Nella Metropoli milanese, ad esempio, le piazze cominciano di nuovo a riempirsi più di quanto gli organizzatori stessi immaginino. La manifestazione per lo sciopero generale Alta Italia della FIOM del 14 novembrescorso ha visto la partecipazione di circa 70.000 metalmeccanici, insieme ad altri due cortei, uno dei sindacati di base e uno degli studenti per lo sciopero sociale, ha dimostrato che è possibile fare incontrare nella lotta vecchia e nuova classe operaia, insegnanti, precari, lavoratori pubblici e privati, far dialogare le parole d’ordine e rafforzare le nostre ragioni. La novità della partecipazione nel corteo della FIOM di un migliaio di lavoratori della logistica, principalmente immigrati, organizzati nelSI.Cobas dimostra che i lavoratori possono riconoscersi in quanto classe assieme ad altri organizzati in altri sindacati accomunati dalla lotta.
Per noi comunisti e comuniste è arrivato il momento di riconquistarci dentro questo campo il ruolo di insediamento nel movimento di classe cercando di essere una delle ossature principali della sua riunificazione e rinascita.

Prima dell’art.18 (parte seconda)

PPrima dell’art.18 (parte seconda)

La guerra scatenata da Scelba contro il movimento bracciantile fu particolarmente sanguinaria.

Nel solo 1949 vanno addebitati sul conto del ministro degli interni i braccianti morti a Mazara del Vallo, Molinella, Forlì, Gambara, Minervino Murge, Melissa, Isola di Caporizzuto, Bondeno, Crotone, Torremaggiore, Bagheria, Montescaglioso. Le esecuzioni di lavoratori in sciopero e degli occupanti di terre avvenivano in un contesto di occupazione militare, che comprendeva il tiro a segno sulla folla, migliaia di arresti e fermi, i pestaggi generalizzati, la distruzione dei beni. Un contesto dove veniva del tutto legittimata anche la violenza privata degli agrari affiancati da bande di squadristi, come negli anni ’20.

Per dare un’idea del clima è utile questa testimonianza sulla repressione dello sciopero bracciantile nei giorni che precedettero l’uccisione di Loredano Bizzarri presso la tenuta Lenzi di San Giovanni in Persiceto:

Il 10 giugno 1949 ci trovavamo nel fondo di un colono allo scopo di far desistere in forma amichevole i lavoratori che continuavano a lavorare nonostante lo sciopero, allorquando fummo accerchiati ed arrestati dai militi della “Celere” che, dopo averci preso a manganellate, ci fecero incolonnare tre per tre e ci portarono nel cortile della tenuta Lenzi dove, sotto la minaccia armi, ci costrinsero a porci sull’asfalto rovente, e qui sotto il sole fummo obbligati mezz’ora con la faccia rivolta in avanti mentre  i militi comandati dallo stesso maggiore ci tenevano sotto una costante minaccia.

fethbtdnd

In seguito fummo caricati tutti quanti per tradurci alla Villa Zambonelli [la villa, che era appartenuta ad Elio ed Enea Zambonelli, gerarchi fascisti e picchiatori, mantenne evidentemente anche dopo la Liberazione la sua antica vocazione, ndr] che è nei pressi di Persiceto. Ivi giunti fummo costretti ad incolonnarci tre per tre per ordine del maggiore stesso e ci venne comandato di entrare nella villa per declinare le nostre generalità. Qui il tragitto non era certamente dei più belli. “Accarezzateli” ordinava il maggiore ai suoi militi e questi si disponevano in due all’ingresso della porta menando colpi a più non posso mentre un terzo si parava di fronte a noi. Finalmente giungemmo nell’ufficio dove ci attendeva il maresciallo Giannini, comandante la locale stazione dei carabinieri. Uscendo poi dall’ ufficio fummo oggetto dello stesso brutale trattamento e ne uscimmo tutti pesti alla faccia, alle orecchie, nelle braccia ed in altre parti del corpo.

Non parliamo poi delle offese e degli insulti. Alle violenze brutali si sono aggiunte le minacce. Mentre eravamo nella Villa, abbiamo inteso un milite della “Celere” che ha informato il maggiore che all’ingresso erano presenti l’onorevole Bottonelli e il senatore Mancinelli. Il maggiore rispose: ” Non fateli entrare; se insistono rompete la testa anche a loro1.

Dal maggio al luglio ‘49 i braccianti di Persiceto subirono 320 arresti, 505 pestaggi e ferimenti, 155 biciclette distrutte2. Spesso venivano tolte loro le scarpe, e così a piedi nudi venivano trasportati a 10 o 12 chilometri di distanza e lasciati in aperta campagna3 (la stessa forma di umiliazione veniva ancora usata, 40 anni dopo, contro i fermati dalle volanti della Questura di Bologna).4

barbieri tenuta-patrignani2

Nella vicina Crevalcore la Celere e i carabinieri operavano in perfetto coordinamento con gli squadristi pagati dagli agrari: “In tutto il periodo dello sciopero bracciantile abbiamo notato a Bolognina una decina di individui forestieri che hanno preso dimora nell’azienda Patrignani. Detti individui armati scortavano il Patrignani, facevano servizio di perlustrazione e vigilavano frequentemente insieme con i carabinieri fermando la gente per la strada, perquisendo. Minacciando e ingiungendo spesso ai cittadini di chiudersi in casa”.

A tratti gli squadristi sembravano in posizione di comando rispetto ai “tutori dell’ordine pubblico”: “Si attesta che il giorno 3 giugno 1949 alle ore 12,30, dopo gli arresti fatti dai carabinieri dentro la lavanderia dell’azienda Patrignani, fummo bastonati da un agente della «Celere», dietro indicazione di un borghese armato, il quale diceva all’agente: «picchia quello, picchia quell’altro”. “Nei brevi istanti che si apriva la porta per fare entrare i nuovi arrestati, notammo uno degli uomini di Patrignani che stando su un albero, armato, indicava agli agenti di polizia dove dovevano dirigersi per bastonare i lavoratori5.

Sempre a Crevalcore, l’agrario (ed ex partigiano azionista) Leonida Patrignani poteva permettersi di irrompere armato nella Casa del Popolo e sparare sul custode senza subire alcuna conseguenza6.

Forti erano gli scontri fra scioperanti ed esponenti dei “Sindacati Liberi” (poi CISL), accusati di organizzare il crumiraggio. Oggetto del conflitto erano, fra l’altro, i contratti di compartecipazione promossi dai futuri cislini, una sorta di mezzadria stagionale che retribuiva i contadini con una percentuale sul raccolto7. Era un modo per indurre i senza terra a condividere con gli agrari gli obbiettivi della produzione pur senza possedere niente, e a rompere il fronte della lotta in occasione degli scioperi nelle campagne.

barbieri fossetta-delle-armi

Lo sciopero bracciantile del ’49 fu anche oggetto di un intenso dibattito parlamentare. Interessante la lettura delle invettive provenienti dagli scranni della Democrazia Cristiana8: “Abbiamo veduto in queste agitazioni spiegarsi una tattica nuova quasi di tipo militare. Non sono più le dimostrazioni di una volta, quando le masse marciavano sulle strade precedute dalla bandiera rossa al canto dell’inno dei lavoratori. No, la tattica ora è cambiata radicalmente. Non più masse, ma piccoli gruppi fatti affluire da paesi limitrofi per i campi, sui sentieri, lungo i fossi, senza farsi scorgere, anzi mimetizzandosi con l’ambiente, con lo scopo di raggiungere un determinato luogo dove al momento prestabilito si concentrano ed eseguono l’azione comandata. Queste squadre … sono precedute dalle staffette, hanno dei collegamenti, dei rifornimenti per mezzo di cucine volanti, portano con sé un carro attrezzi per riparare le biciclette che rimanessero danneggiate negli scontri con la forza pubblica, ed hanno una preparazione tale che esorbita dallo scopo di lotta sindacale per lo sciopero bracciantile. Evidentemente queste squadre sono state preparate e comandate da persone che hanno una certa dimestichezza con le regole della tattica militare. Sono munite di tavole per costruire ponti di fortuna su fossi e canali che devono attraversare … c’è anche una certa dotazione di armi

La filippica del senatore della DC bolognese Raffaele Ottani aveva il merito di palesare  la continuità fra le lotte bracciantili e la guerra partigiana. Non ci voleva poi un genio per capire che molti fra quelli che lottavano nelle campagne erano gli stessi che pochi anni prima avevano liberato il paese dai nazifascisti, e che ora riadattavano le modalità di azione della resistenza alle necessità del conflitto sociale.

Maria-Margotti1

Ottani così continuava: “Quando si fanno affluire da lontani paesi delle masse che non appartengono alla categoria che è in agitazione, quando a queste masse si consegnano mezzi di lotta per poter non solo stringere in un assedio simbolico ma proprio opprimere fisicamente coloro che allo sciopero non vogliono partecipare, allora noi siamo di fronte non ad una manifestazione di carattere economico, bensì ad una manifestazione di carattere politico e rivoluzionario che. deve essere denunciata e che il Ministero dell’interno ha fatto bene a contenere e a reprimere”.

Nulla veniva detto dal senatore sui motivi della lotta, sullo sfruttamento nelle campagne, sulle frotte di crumiri importate dalle zone più povere, sui morti che stavano, con poche eccezioni, da una parte sola. Egli si dedicava piuttosto ad imputare agli scioperanti la loro politicità, la loro capacità organizzativa, l’indisponibilità a farsi massacrare inermi, l’esercizio della solidarietà di classe da parte di lavoratori di altri settori. Tutti crimini che a suo parere andavano puniti col sangue.

Comunque, grazie proprio a quelle “manifestazioni di carattere politico e rivoluzionario” fu possibile raggiungere alcuni risultati (per la verità molto riformisti) di minima civiltà, quali la legge sulla durata minima di due anni per i contratti dei salariati fissi (agosto ’49), i contratti nazionali dei braccianti e avventizi (maggio 1950) e dei salariati fissi (luglio 1951).

Le lotte del ’49 non riuscirono però ad ottenere il divieto di disdetta del rapporto di lavoro senza giusta causa, uno dei principali obiettivi dello sciopero. La Confagricoltura alzò un muro contro questa rivendicazione, perché “lesiva del buon andamento della conduzione agricola, oltre che per il normale e proficuo esercizio del diritto di proprietà9. L’organizzazione datoriale era ben spalleggiata: “La scelta compiuta dalla Dc, dal governo e dalla Cisl contraria alla introduzione del principio della giusta causa fu una delle ragioni essenziali della conclusione non positiva di quelle lotte10.

Baroncini1

Il 1949 fu un anno duro anche per gli operai delle città. In luglio a Bologna riapri i battenti la Leonardi Inchiostri. Aveva chiuso in aprile assieme alla Farmac e alla Baroncini, come ritorsione dopo le agitazioni per il rinnovo del contratto dei lavoratori chimici. Ma se per le altre due aziende si era trattato di una serrata temporanea, la Leonardi aveva proclamato la cessazione delle attività, licenziando tutte le maestranze. Tre mesi dopo invece riapriva con nuovo personale preso dall’ufficio di collocamento.

Era un’operazione sporchissima, avvallata palesemente dall’Ufficio Provinciale del Lavoro che aveva agito ignorando l’obbligo di precedenza nella riassunzione per i lavoratori licenziati. Il tutto alla faccia della riforma del collocamento appena varata, che normava l’accesso al lavoro ispirandosi a principi di equità.

Dal giorno della chiusura, per otto mesi i lavoratori della Leonardi si mobilitarono, appoggiati dall’intera popolazione della zona Casaralta. Ricevettero dai compagni delle altre fabbriche solidarietà e aiuto materiale, affrontarono il reparto carabinieri del capitano Bianco, famoso per l’uso dei fucili come clave. Ma sulle riassunzioni non la spuntarono.

Fu così che fondarono la Cooperativa Industrie Chimiche Affini. La solidarietà ai licenziati della Leonardi cominciò ad esprimersi allora con l’acquisto degli inchiostri e dei chimici per cancelleria prodotti della CICA, che ben presto divenne fornitrice degli enti locali del territorio, del sindacato, dei partiti e delle associazioni della sinistra bolognese11.

L’epilogo cooperativo della vertenza Leonardi non sarebbe stato un’eccezione. L’anno dopo i licenziati dalla Valdevit di Modena si organizzarono nella Cooperativa Fonditori, grazie anche al credito e alle commesse assicurate da Enzo Ferrari. Aveva capito, l’imprenditore del cavallino rampante, che quei “facinorosi” estromessi per rappresaglia politica e sindacale erano anche i migliori fonditori sulla piazza, gli unici a poter garantire pezzi perfetti per le sue monoposto da competizione12. Anni dopo la Valdevit venne messa in liquidazione, la Cooperativa Fonditori no.

Fonderie-COOP-Modena-054

Una soddisfazione, certo, ma non una vittoria. Il fatto è che l’espansione del movimento cooperativo (ma anche il proliferare delle microaziende artigiane) come alternativa occupazionale per centinaia di licenziati era l’altra faccia della sconfitta subita nella maggior parte delle lotte contro i licenziamenti.

Non si riusciva a far rientrare in fabbrica i militanti, a riconquistare l’agibilità sindacale, con tutto quel che ne poteva conseguire in termini di difesa della classe sui luoghi di lavoro.

Inoltre il passaggio alla cooperativa (o al lavoro autonomo) coincideva con la mutazione genetica delle avanguardie di lotta in imprenditori di se stessi, entro contesti che, se mai lo sono stati, non potevano restare a lungo immune dal germe dello sfruttamento, visto che operavano in un regime di mercato. Ma nel ’49 questo era un aspetto secondario. Erano altri tempi, tempi in cui le cooperative servivano a sottrarre i lavoratori alla fame e all’arroganza padronale, e non alicenziarli dopo uno sciopero, pestarli o farli pestare, devastare territori, spartirsi appalti in maniera intimidatoria e fraudolenta, corrompere funzionari pubblici o stringere sodalizi con mafiosi e neofascisti. (Continua)

Nell’immagine in alto: Tenuta Patrignani alla Bolognina (particolare), di Aldo Barbieri.

da http://www.carmillaonline.com


  1. Senato della Repubblica, CCLXIII Seduta, mercoledì 27 luglio 1949. Intervento del Senatore Carmine Mancinelli (PSI), p. 9901. 
  2. Ibidem, p. 9900. 
  3. Ibidem, p.9901 
  4. Queste le dichiarazione di un agente in servizio negli anni ’90: “Certo, atteggiamenti verso certi balordi ci sono sempre stati. Tagliare a zero i capelli o portarli in montagna e lasciarli lì senza scarpe al buio, è sempre stata una forma di giustizia privata“. In Raffaele Magni, La devianza delle forze dell’ordine e la teoria del sospetto
  5. Senato della Repubblica, CCLXIII Seduta, mercoledì 27 luglio 1949. Intervento del Senatore Carmine Mancinelli (PSI), p. 9899. 
  6. Idem. 
  7. Senato della Repubblica, CCLXI Seduta, mercoledì 27 luglio 1949. Intervento del Senatore Raffaele Ottani (DC), p. 9830. 
  8. Ibidem, p. 9832. 
  9. P.P. D’Attorre, A. De Bernardi, Studi sull’agricoltura italiana: società rurale e modernizzazione, Volume 29, Feltrinelli, 1994, p.31. 
  10. Intervista a Giuseppe Morandi in: Mario Bardelli, Stagno Lombardo: La provocazione poliziesca nei quaranta giorni di sciopero dei salariati e braccianti agricoli, cip, 1978. 
  11. Luigi Arbizzani, La Costituzione negata nelle fabbriche. Industria e repressione antioperaia nel bolognese (1947-1957), Grafiche Galeati – Imola, 1991, p. 61 
  12. Eliseo Ferrari, Rosso operaio, Rosso Ferrari. Il 9 gennaio 1950 a Modena 6 lavoratori in sciopero furono uccisi dalla polizia Nel diario di un sindacalista il ricordo di quei giorni e dell’appoggio di Enzo Ferrari alla lotta degli operai, L’Unità, 7 gennaio 2005. 

Sciopero generale, una risposta contro le correnti di potere e le logiche neofeudali. Il governo ascolti

  • Sciopero generale, una risposta contro le correnti di potere e le logiche neofeudali. Il governo ascolti

ROMA – Il “governo amico” precetta i ferrovieri per uno sciopero generale indetto un mese fa, che non ha nulla di selvaggio. Estremisti di ogni tipo possono agire indisturbati, il sindacato confederale deve subire da Maurizio Lupi e da Matteo Renzi un gravissimo atto di imperio.

Eppure Renzi, così pronto a rivendicare Enrico Berlinguer nel suo personale Pantheon, avrebbe dovuto imparare dalla vicenda del leader del PCI il rispetto per chi protesta, per le organizzazioni dei lavoratori, per la storia confederale. Ancor di più: il Governo a guida PD dovrebbe salutare una grande giornata di protesta organizzata non da Casa Pound, dalla Lega o dagli anarco-insurrezionalisti, ma da radicate organizzazioni popolari che sono state in ogni momento della storia dell’Italia un baluardo della democrazia. L’assenza della Cisl dallo sciopero di venerdi 12 non giustifica l’atteggiamento ottuso e prepotente delle ore scorse, né il disprezzo con cui le posizioni della CGIL e della UIL sono state accolte nelle settimane passate. Non mi stupirei se qualcuno in questa giornata volesse fomentare disordini o violenze per colpire il sindacato. Ci auguriamo che nel Governo ci sia chi si dimostri capace di ascoltare davvero le cinquantaquattro piazze di domani, e che lo stesso Renzi ci stupisca aprendo alle ragioni sociali. Non sono favorevole a atteggiamenti sommariamente liquidatori delle politiche del Governo. So quanto la crisi venga da lontano, e quanto sia necessaria una grande strategia illuminata sul futuro del Paese. Ma questa strategia ha bisogno di ascolto dei giovani a cui è negato un futuro e di chi dalla crisi è stato massacrato, della sfiducia larga verso un’Europa tedesca, interessata solo a comprare a prezzi di saldo industrie e marchi italiani di valore mondiale. Non ha bisogno, quella strategia, di una rottura con questa parte della società, certo non solo rappresentata dalla CGIL e dalla UIL, ma rappresentata certamente anche da loro. Siamo ancora in tempo per una seria apertura a queste ragioni, che smentisca chi legge nel futuro del Partito Democratico un destino neocentrista e moderato. Ma c’è poco, pochissimo tempo. Lo scandalo di Roma, che segue altre gravi vicende morali, non può dalla sinistra essere rubricato sotto la voce “mele marce”; purtroppo nasce da un gigantesco e irrisolito problema di identità, e di fondamento etico del PD, che dovrebbe essere prima di tutto il partito del lavoro. Del lavoro, non solo di quello dipendente. Del lavoro e delle forze produttive. Di tutti quelli che vorrebbero solo vedere riconosciute le proprie capacità, i propri salari, i propri margini economici, i propri meriti, e non le appartenenze a cupole, gruppi di potere, clientele. Mafia, criminalità e corruzione, come in un film sugli USA negli anni della grande crisi, prosperano laddove non ci sono diritti, ma correnti di potere e logiche neofeudali. La giornata del 12 dicembre sarà anche una risposta democratica a tutto questo. Questa risposta deve trovare presto una forte voce politica: altrimenti la rabbia in futuro potrebbe esprimersi o esplodere in forme apertamente antidemocratiche, regressive o addirittura eversive.