Jobs act, il doppio gioco di Renzi-Pilato sulla pelle dei lavoratori

Matteo Renzi gioca a fare Ponzio Pilato sulla pelle di lavoratori a tempo indeterminato e precari. E sull’estensione del Jobs act al pubblico impiego, soprattutto per quanto riguarda i licenziamenti collettivi, “delega” al Parlamento la decisione finale. La “porcata” di Natale si tinge, se possibile, di nero. Su quella che sembrava una frase sibillina formulata dallo stesso Poletti in una intervista a Repubblica arriva la conferma direttamente dal premier: ”Sarà il Parlamento a pronunciarsi – dice Renzi – Esiste giurisprudenza nell’uno e nell’altro senso. Ma non sarà il governo a decidere”. La norma, ha chiarito il presidente del Consiglio, dovrà però essere inserita eventualmente nel disegno di legge delega sulla p.a. e non nel Jobs act. Il testo della riforma del lavoro riguarda e riguarderà infatti, come detto e ripetuto da Poletti, solo il settore privato. E, sostengono in molti, è ormai un testo blindato, sia a destra che a sinistra”. Un doppio gioco senza precedenti che in nome di un ricompattamento precipitoso della maggioranza arriva a rinnegare anche il fatto che in realtà un voto del Parlamento sul Jobs act già c’è stato e che ora il provvedimento si trovava nella fase dei decreti attuativi, quindi nella piena responsabilità di palazzo Chigi. Ma non è solo questa la contraddizione a cui è approdato l’ex sindaco di Firenze. Come ben mette in evidenza il “Sole 24 ore”, dal punto di vista dei ricorsi si creano a questo punto tre diversi regimi: legge Fornero, Jobs act e dipendenti pubblici con articolo 18. Un caos giuridico senza precedenti.

Facendo finta di non accettare le richieste di Ncd, il governo non sarà costretto ad accettare anche quelle di alcune parti del Pd che chiedono, ad esempio, una modifica sui licenziamenti collettivi. Ma, come si vede è un gioco di facciata. Il parere delle Commissioni parlamentari non è vincolante per l’esecutivo, che deciderà autonomamente se accettare o meno le eventuali richieste di modifica, ma è chiaro che la partita che si gioca in Parlamento ha una diretta influenza sull’equilibrio generale a partire dall’Italicum e dall’elezione del presidente della Repubblica. Soprattutto in considerazione del fatto che mai come in questo momento i maggiori partiti sono nel caos più totale.

Da sinistra a destra la polemica ieri è continuata per tutta la giornata. A tornare sulla questione è innanzitutto Pietro Ichino, il primo a sollevarla: “Quando il governo ha deciso di non escludere dal campo di applicazione i nuovi assunti nella p.a. erano presenti anche Poletti e Madia: ecco come è andata nel Cdm del 24”, ribadisce il senatore di Scelta Civica. “Evidentemente i due ministri hanno cambiato idea. – prosegue – Ma dovranno convincerne il resto del Governo e della maggioranza. Mi sembra molto improbabile”. Parole cui fa eco Maurizio Sacconi: “il governo ci dica nella sostanza quali motivi di efficienza deporrebbero contro l’unico mercato del lavoro” pubblico-privato, incalza.

Un’equiparazione che però, provocano i sindacati, dovrebbe essere a questo punto totale. “Ricordiamo a Sacconi – afferma il segretario generale della Uil Pa, Benedetto Attili – che i dipendenti pubblici hanno da anni i contratti bloccati, le retribuzioni bloccate, il trattamento pensionistico delle donne diverso dal privato: se vogliamo l’equiparazione tra pubblico e privato, rendiamola a 360 gradi”. Viste le parole di Renzi, Attili chiede al Parlamento “un confronto serio, non una passerella o una campagna pre-elettorale”. La polemica attuale ha infatti, anche secondo il responsabile Settori pubblici della Cgil, Michele Gentili, il sapore di una manovra destinata ad altri scopi: nella p.a. – spiega – si può già licenziare per motivi disciplinari e, come dimostra il caso delle Province, per motivi economici o organizzativi si può entrare in mobilità. La discussione agli statali è dunque “assolutamente ideologica” e per parti del centrodestra serve a raggiungere “altri obiettivi”, come ad esempio ottenere di introdurre anche lo scarso rendimento tra le motivazioni per il licenziamento.

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È il trionfo dell’impresa (e di Ichino)

Siamo al trionfo della supre­ma­zia dell’impresa sul lavo­ra­tore. Il testo è scritto solo con la mano destra ma lascia mar­gine ai ricorsi giu­di­ziari». Clau­dio Tre­ves, segre­ta­rio gene­rale del Nidil Cgil — la fede­ra­zione dei pre­cari — e uno dei mas­simi esperti di diritto del lavoro, giu­dica così i due primi decreti del Jobsact.

Tre­ves, da Forza Ita­lia però dicono che ha vinto la Cgil…
Direi pro­prio di no, pur­troppo. Nei giorni scorsi era andato in scena il solito copione: far uscire voci su prov­ve­di­menti impro­po­ni­bili, come l’opting out e il licen­zia­mento per scarso ren­di­mento, per otte­nere comun­que quello su cui pun­ta­vano: dare carta bianca ai datori di lavoro sui con­tratti. Il guaio quindi è quello che è rima­sto nel testo.

Ecco, entriamo nel det­ta­glio del testo. Qual è il prov­ve­di­mento più grave? L’allargamento ai licen­zia­menti col­let­tivi?
È l’impianto in quanto tale ad essere gra­vis­simo. Per­ché non siamo davanti ad un con­tratto a tutele cre­scenti, ma ad un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato di libera reci­di­bi­lità, che può essere risolto in ogni momento con l’unico rischio per il datore di lavoro di dover pagare qual­che men­si­lità di inden­nizzo. Il che deter­mina una ricat­ta­bi­lità asso­luta per tutti i nuovi assunti: dob­biamo pen­sare che ogni anno ci sono 10 milioni di nuovi con­tratti e d’ora in poi tutti, anche i tempi inde­ter­mi­nati, lavo­re­ranno con la paura di poter essere licen­ziati come e quando il loro datore di lavoro vorrà.

Pie­tro Ichino si prende il merito di aver sug­ge­rito buona parte del testo. Il decreto è scritto vera­mente con la sola mano destra?
Non c’è alcun dub­bio. Tutto l’impianto reca la firma di Pie­tro Ichino e della ela­bo­ra­zione che lui ha por­tato avanti fin dalla metà degli anni novanta, quando scrisse “Il lavoro e il mer­cato”. Una ela­bo­ra­zione che parte da un assunto fat­tual­mente sba­gliato: la job pro­perty, l’idea che in Ita­lia il lavo­ra­tore con­si­deri il suo posto ina­mo­vi­bile e che per cam­biare que­sta men­ta­lità con­si­de­rata nociva serva il firing cost e cioè che l’impresa possa sem­pre quan­ti­fi­care mone­ta­ria­mente la sua forza lavoro. Con il decreto tutto que­sto si avvera.

La par­tita quindi è chiusa o il sin­da­cato può ancora ria­prirla?
Nel testo c’è un punto assai pro­ble­ma­tico. L’articolo 2106 del Codice civile pre­scrive come le san­zioni deb­bano essere pro­por­zio­nate «all’infrazione». E visto che il decreto non ha abro­gato que­sto arti­colo di legge io vedo tutto lo spa­zio per­ché i lavo­ra­tori che ver­ranno licen­ziati pos­sano intra­pren­dere la strada dei ricorsi giu­di­ziari. E credo pro­prio che la Cgil sarà insieme a loro nel farlo.

Anche sui licen­zia­menti col­let­tivi vede spa­zio per ricorsi?
Lì ci sono due vigliac­cate dif­fi­cili da con­tra­stare. Il fatto che «i vizi di pro­ce­dure e di forma» nei con­tratti non por­tino più in nes­sun modo al rein­te­gro e di con­se­guenza che se nei licen­zia­menti col­let­tivi l’impresa non rispetta i cri­teri di scelta degli esu­beri comun­que non dovrà rias­su­mere que­sti lavo­ra­tori. Le imprese potreb­bero sba­gliarsi volu­ta­mente, ad esem­pio discri­mi­nando gli iscritti alla Cgil, come a Pomi­gliano la Fiat con i lavo­ra­tori Fiom.

Pas­siamo al secondo decreto, quello sugli ammor­tiz­za­tori. Renzi sostiene di aver allar­gato l’Aspi a 24 mesi a tutti i pre­cari. È dav­vero così?
Indub­bia­mente il decreto ha il merito di tute­lare per la prima volta in modo con­creto i col­la­bo­ra­tori. Finora sia Sac­coni che For­nero ave­vano pre­vi­sto solo delle una tan­tum, inar­ri­va­bili per loro per i requi­siti che pre­ve­deva. Ma il punto nega­tivo del testo è che la durata del nuovo ammor­tiz­za­tore — il Dis-coll — è sem­pre la metà dei periodi con­tri­bu­tivi. In sostanza i lavo­ra­tori pre­cari finan­ziano la gestione sepa­rata dell’Inps, ma in cam­bio rice­vono la metà dei periodi di con­tri­bu­zione, venendo net­ta­mente discri­mi­nati rispetto ai lavo­ra­tori che ver­sano alla gestione prin­ci­pale. In più, al di là dei pro­clami di Renzi, niente si sa su se, come e quando ver­ranno supe­rate le tante forme con­trat­tuali precarie.

L’ammortizzatore si limita però ai cococo e coco­pro. Per le par­tite Iva, già tar­tas­sate dalla legge di sta­bi­lità, non c’è niente nean­che que­sta volta.
Sì, è così. Ma il pro­blema deriva dal testo della delega che faceva espli­cito rife­ri­mento ai soli col­la­bo­ra­tori. Sarebbe bastato, come abbiamo pro­vato a sug­ge­rire senza essere ascol­tati, modi­fi­care il testo della delega sosti­tuendo alla parola col­la­bo­ra­tori la dizione lavo­ra­tori che ver­sano alla gestione sepa­rata, esclu­dendo i soli diri­genti. Ma, forse anche per ragioni di coper­ture, come al solito ci hanno ignorato.

Jobs Act numero due: uno tsumani sui diritti dei lavoratori

Jobs Act numero due: uno tsumani sui diritti dei lavoratori

 

La melina in atto nella maggioranza di governo sul contenuto dei due decreti legislativi di attuazione del Jobs Act, – con Renzi  che parla di rivoluzione copernicana da una parte  e i mugugni di Sacconi  dall’altra –   buona solo a riempire i giornali in giorni di magra, non ha incantato proprio nessuno.

Dalla Confindustria, infatti, solo buoni apprezzamenti per una riforma che viene considerata pari, nella sua portata  modernizzatrice (ahinoi!), a quella che “nel 1997 introdusse il lavoro interinale eliminando il tabù del monopolio pubblico sul collocamento”, proprio quella che ha prodotto la più bieca precarietà nel nostro paese  senza, peraltro, alcuna misura mitigatrice della disoccupazione come redditi sociali minimi o garantiti!

Del resto il padronato ha di che gioire, prima c’è stata l’approvazione della nuova disciplina sui contratti a termine, Jobs Act n.1, poi lo Sblocca Italia con la libertà di cementificazione e devastazione del territorio, poi la legge di stabilità che, tra le altre cose, ha regalato a lor signori una sostanziosa decontribuzione sui nuovi assunti pari a 5 miliardi nel triennio e un taglio del costo del lavoro sulla base imponibile IRAP per 2,7miliardi nel 2015, che salgono a 5,6 miliardi nel 2017.
Un ottimo Natale, non c’è che dire.

Non altrettanto per noi poveri lavoratori, precari, disoccupati!

La liberalizzazione dei contratti a termine aveva già tolto qualsiasi norma regolatrice e consentito rinnovi fino a 5 volte in 36 mesi, con un potere ricattatorio enorme in un paese il cui tasso di disoccupazione è salito oltre il 13% e arriva al 14,2% contando anche i cassaintegrati.

L’introduzione del contratto a tutele crescenti contenuto nel decreto legislativo approvato il 24 dicembre, insieme alle nuove norme sui licenziamenti disciplinari e collettivi, elimina del tutto il diritto al reintegro  in caso di licenziamento individuale per motivi economici ed organizzativi, non difficili da trovare di questi tempi, sostituendolo con un’indennità pari a due mesi di salario per ogni anno di attività.

Si dice che questa misura riguardi solo i nuovi assunti,  ma che ne sarà di tutto quei lavoratori che, per effetto delle privatizzazioni e dei passaggi di appalto, finiranno alle dipendenze di  nuove aziende? Saranno considerati anche loro nuovi assunti, perdendo così in un sol colpo diritti maturati in anni di lavoro e di lotte?

Della stessa gravità l’assenza del diritto al reintegro nel caso dei licenziamenti collettivi, ove questi venissero decisi senza ottemperare alle norme previste dalla Legge 223 del 1991, violando cioè i criteri di scelta.  Finora era infatti previsto il reintegro e un indennizzo pari a 12 mensilità. Ulteriore discriminazione: i dirigenti anche se assunti da poco, potranno avere indennizzi da 12 a 24 mensilità, mentre i poveri cristi dovrebbero lavorare per 6 anni per avere un indennizzo pari a 12 mensilità.

Anche per i licenziamenti per motivi disciplinari il reintegro potrà avvenire solo se il giudice accerterà l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore.  Niente più rapporto con le norme contenute nei contratti né valutazione del giudice sulla sproporzione del licenziamento rispetto al fatto contestato e accertato.  E comunque in caso di dubbio, il padrone potrà sempre ricorrere a motivi economici/organizzativi, la via più facile!

Inutile parlare del NASPI la nuova  assicurazione contro  la disoccupazione che dovrebbe coprire una platea più vasta di aventi diritto, che è stato approvato “salvo intese” ossia senza l’ ok della ragioneria dello Stato visto che manca la necessaria copertura economica!

Ultima perla: il professore Ichino, sostiene che tali norme sono applicabili anche ai dipendenti pubblici. Non si smentisce mai nel suo livore contro i lavoratori!
Oggi  i tre sindacati confederali, chi fa la voce grossa e chi emette miagolii,  si dicono contrari a queste nuove norme, che in verità tanto nuove non sono davvero visto che sono almeno venti anni che va avanti lo smantellamento della legislazione e dei diritti del  lavoro,  con la legge 300/70, lo Statuto dei Lavoratori, ridotto ad un ectoplasma senza che CGIL CISL UIL  abbiano fatto nulla, se non a babbo morto.
Noi, per parte nostra non ci arrendiamo e nei prossimi giorno  prenderemo le necessarie decisioni di lotta in ogni posto di lavoro, in ogni territorio per contrastare misure che riportano i lavoratori ad epoche lontane, con il lavoro alla mercè del capitale e delle controparti senza alcuna difesa.

Lo vuole l’Europa? Sarebbe proprio il momento di mandarla in  malora un’Europa al servizio del capitale finanziario e dei mercati, che affama i popoli e schiavizza i lavoratori!

 

Jobs act, Babbo Natale regala tutto alle imprese. Il No della Fiom e la nota esplicativa della Cgil sui punti contestati

Susanna Camusso aveva detto, a caldo,che le norme del Jobs act sono, senza mezzi termini, “ingiuste, sbagliate e punitive”.Oggi il segretario della Fiom Maurizio Landini definisce i decreti “un regalo fatto alla vigilia di Natale agli imprenditori”. Renzi, dice, “ha fatto felice la Confindustria ma non certo i lavoratori e le lavoratrici e tanto meno i giovani e i precari, che non acquisiscono diritti in più: si tratta solo di meno diritti per tutti”.
Intanto, la Cgil affida ad una nota diramata poco fa un approfondimento della sua analisi.

“Altro che tutele crescenti, siamo alla monetizzazione dei diritti e al via libera alle imprese a licenziare in maniera discrezionale lavoratori singoli e gruppi di lavoratori. Più che di rivoluzione copernicana, siamo ad una delega in bianco alle imprese a cui viene appaltata la crescita. Queste misure ledono diritti collettivi ed individuali, cambiando per sempre il diritto del lavoro nel nostro Paese”, si legge nella nota della Cgil, che intanto dichiara di voler proseguire la sua mobilitazione. Questi i punti contestati dal sindacato:

  • Per i licenziamenti cd disciplinari il reintegro rimane solo per insussistenza del fatto materiale, utilizzando una formulazione che sostanzialmente rende possibile licenziare per motivi disciplinari anche se il licenziamento per motivi soggettivi prevedeva una sanzione inferiore o anche se il fatto imputabile al lavoratore non è giuridicamente rilevante. Anche in questo caso ci sarà solo l’indennizzo quantificato in ragione dell’anzianità.
  • Con il decreto al posto delle tutele crescenti si passa alla “monetizzazione crescente” dei diritti. I lavoratori ( operai, impiegati e quadri), infatti, potranno essere licenziati anche senza giusta causa ottenendo il solo indennizzo e questo varrà per i licenziamenti economici, per quelli disciplinari e per quelli collettivi.
  • Il Governo oltretutto, con la Legge di Stabilità, ha elargito alle imprese un contributo di 8060 euro per ciascun lavoratore assunto con il nuovo contratto, senza alcun vincolo che garantisca la stabilità delle assunzioni. L’impresa prenderà comunque l’incentivo anche se a fine anno licenzierà quel lavoratore, che si vedrà riconosciuto al massimo 4 mensilità il primo anno e 2 per ogni anno lavorato se appartenente ad un’impresa con più di 15 dipendenti o da 2 a 6 se appartenente ad una piccola impresa o alle cosiddette organizzazioni di tendenza (partiti e sindacati).
  • Con il decreto si è chiarito che le imprese avranno tutele certe quando licenziano senza giusta causa e i lavoratori a parte il titolo ” a tempo indeterminato” avranno un contratto più incerto e meno protezioni.
  • Avremo quindi regimi differenziati a seconda della data di assunzione, della dimensione dell’impresa e del contratto di lavoro perché sui contratti atipici non si prevede nulla. Un mondo del lavoro più diviso e meno sicuro è un contratto a tempo indeterminato che cambierà per sempre la sua fisionomia diventando un contratto a scadenza variabile in base alla convenienza dell’impresa di sostituire la forza lavoro.
  • Il Governo ha anche confermato che l’indennizzo per i licenziamenti economici può valere al massimo 24 mensilità come già previsto dalla Fornero, solo che in quel caso decideva il giudice, mentre ora sarà il datore di lavoro a valutare quando gli conviene licenziare un lavoratore per pagare di meno.
  • Punti discutibili riguardano l’opzione di conciliazione che viene posta al lavoratore in alternativa al ricorso giudiziario e per la quale si dimezza il massimo dell’indennità percepibile in relazione all’anno di anzianità specificando che è sottratta alla tassazione irpef e previdenziale ma comunque la metà di quanto previsto in via ordinaria e certificabile ” in una delle sedi previste dall’art 82 del decreto 276 ” senza identificare una modalità univoca e ampliando sedi e soggetti che possono certificare la conciliazione.

Lavoro. La “restaurazione tolemaica” di Renzi

Lavoro. La "restaurazione tolemaica" di Renzi

La macchina comunicativa che ha prodotto Renzi ha sfornato un format che comincia a essere stantio: chiamare con parole “positive” decisioni (“riforme”) assolutamente negative e reazionarie. Ieri, vigilia di Natale, deve esser sembrato un colpo di genio definire “rivoluzione copernicana” la restaurazione padronale sul lavoro. Come se un astronomo stabilisse che il sistema tolemaico è un “passo avanti verso la modernità”.

Ci rendiamo conto che anche al governo non devono esser molti quelli capaci di districarsi tra Tolomeo e Copernico (e devono esser molti i democristiani con poltrona che ancora stanno maledicendo Galileo e quell’incomprensibile Einstein), ma  lo “Schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti” approvato ieri è un autentico insulto al povero Copernico, oltre che un crimine contro l’intero mondo del lavoro.

Per illustrarne i meccanismi – in attesa della disamina assai più dettagliata che forniranno i giuslavoristi – conviene analizzarlo punto per punto, in modo da non annegare le tantissime novità negative in un giudizio troppo sintetico e generico. Avvertendo, naturalmente, che questo è ancora uno “schema di decreto”, non il testo definitivo. C’è insomma ancora molto spazio per sorprese, cambiamenti, peggioramenti (anche se sembra difficile, questo governo è capace di tutto).

Art. 1 – Campo di applicazione.

Per i lavoratori che rivestono la qualifica di operai, impiegati o quadri, assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il regime di tutela nel caso di licenziamento illegittimo è disciplinato dalle disposizioni di cui al presente decreto.

Nel caso in cui il datore di lavoro, in conseguenza di assunzioni a tempo indeterminato avvenute successivamente all’entrata in vigore del presente decreto, integri il requisito occupazionale di cui all’articolo 18, ottavo e nono comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300, il licenziamento dei lavoratori, anche se assunti precedentemente a tale data, è disciplinato dalle disposizioni del presente decreto.

Tutta la disciplina “innovativa” si applica alle assunzioni effettuate dal primo gennaio 2015. A Costituzione vigente, infatti, non era proprio possibile imporre norme retroattive peggiorative, ovvero l’abolizione di diritti acquisiti per i lavoratori assunti in epoca precedente all’entrata in vigore del “jobs act”. Il governo avrebbe rischiato di esporre le amatissime imprese al pericolo di vedersi sommergere da cause sicuramente perse in partenza.

La soluzione scelta per distruggere le tutele dei lavoratori è quindi la solita: viene creato un doppio regime, una divisione del mondo del lavoro del tutto uguale a quella introdotta dal “pacchetto Treu”, nel 1997. Allora venne legalizzato un “mondo del lavoro precario” al fianco di uno presuntamente “stabile”, creando al tempo stesso una criminale “guerra tra poveri” – cui ha stupidamente offerto il fianco una parte preistorica della sinistra antagonista – basata su una doppia quanto falsa contrapposizione: “giovani/vecchi” e “precari/garantiti”: Formula che ha avuto successo, purtroppo, e quindi la Renzi machine ha ritenuto di poterla replicare.

Ma anche questo deve essere apparso troppo poco per assicurare alle aziende un potere di ricatto verso tutti i lavoratori. E dunque il secondo capoverso si preoccupa di conferire ad ogni singolo padrone il potere di “riunificare” i due mercati del lavoro al livello più basso per tutti. Basterà che “integri” anche per i nuovi assunti i due citati commi dell’art. 18 (che riguardano solo l'”impugnazione” della decisione di un giudice) e il gioco sarà fatto: anche i lavoratori “garantiti” non lo saranno più. Egualianza assicurata!! Tutti sotto ricatto…

Art. 2 – Licenziamento discriminatorio, nullo e intimato in forma orale.

Il giudice, con la pronuncia con la quale dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio ovvero riconducibile agli altri casi di nullità espressamente previsti dalla legge, ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto. A seguito dell’ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall’invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l’indennità di cui al terzo comma del presente articolo. Il regime di cui al presente articolo si applica anche al licenziamento dichiarato inefficace perché intimato in forma orale.

Questo comma salvaguarda la “reintegra” soltanto nei casi di licenziamento discriminatorio (sesso, etnia, religione, ecc), peraltro vietato dalla Costituzione. Quindi non ha nulla a che fare con tutte le altre casistiche fin qui coperte dall’art. 18. Lo stesso si può dire del licenziamento comunicato oralmente, per ovvia inverificabilità della congruità delle “motivazioni” addette dal datore di lavoro. Si tratta insomma di due casi di fatto sottratti a qualsiasi modifica legislativa.

Con la pronuncia di cui al comma 1, il giudice condanna altresì il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata la nullità e l’inefficacia, stabilendo a tal fine un’indennità commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative. In ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità della retribuzione globale di fatto. Il datore di lavoro è condannato, altresì, per il medesimo periodo, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

Fermo restando il diritto al risarcimento del danno come previsto al comma 2, al lavoratore è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non è assoggettata a contribuzione previdenziale. La richiesta dell’indennità deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della pronuncia o dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione.

Questi due commi, di conseguenza, si limitano a riconoscere la facoltà del singolo lavoratore di scegliere una soluzione diversa dal reintegro sul posto di lavoro.

Art. 3 – Licenziamento per giustificato motivo e giusta causa.

Salvo quanto disposto dal comma 2 del presente articolo, nei casi in cui risulta accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo o per giustificato motivo soggettivo o giusta causa, il giudice dichiara estinto il rapporto di lavoro alla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità non assoggettata a contribuzione previdenziale di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità.

Esclusivamente nelle ipotesi di licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa in cui sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento, il giudice annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore abbia percepito per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire accettando una congrua offerta di lavoro ai sensi dell’articolo 4, comma 1, lett. c, del decreto legislativo 21 aprile 2000, n. 181. In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria relativa al periodo antecedente alla pronuncia di reintegrazione non può essere superiore a dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. Il datore di lavoro è condannato, altresì, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione. Al lavoratore è attribuita la facoltà di cui all’articolo 2, comma 3.

La disciplina di cui al comma 2 trova applicazione anche nelle ipotesi in cui il giudice accerta il difetto di giustificazione per motivo consistente nell’inidoneità fisica o psichica del lavoratore, anche ai sensi degli articoli 4, comma 4, e 10, comma 3, della legge 12 marzo 1999, n. 68.

Al licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 1 non trova applicazione l’articolo 7 della legge n. 604 del 1966.

L’art. 3 è il cuore della “restaurazione tolemaica” renziana. Gli articoli successivi, infatti, definiscono dettagli secondari, procedurali, comunque indirizzati a favorire le decisioni aziendali (si veda l’insistenza sulla “conciliazione” in luogo della causa di lavoro). In linguaggio corrente, senza tecnicismi giuridici, viene cancellata la “reintegra” sul posto di lavoro in tutti i casi di licenziamentosenza giusta causa o giustificato motivo. E’ opportuno sottolineare che stiamo parlando di licenziamenti arbitrari, “politici” in senso stretto; ovvero di tutti quei casi di licenziamento in cui il padrone non può addurre alcun “rimprovero” al lavoratore. Solo un falsario o un cretino può far finta di non vedere che l’unica ragione per un licenziamento di questo genere è la volontà dello stesso padrone di non vedersi più tra i piedi un essere umano dotato di ragione, capace di far presenti i suoi diritti (salariali, di sicurezza sul lavoro, ecc). Insomma uno che fa attività sindacale e/o addirittura a volte sciopera.

Il giudice che ravvisi l’insussistenza delle motivazioni addotte dal padrone, qualunque esse siano, non può più obbligare il padrone stesso a rimettere in servizio quel dipendente. Al massimo può “condannarlo” (è proprio quanto da sempre chiedono i padroni, non fatevi ingannare dalle parole) a liquidare al dipendente una indennità “pari a due mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità”. In pratica, il prezzo massimo che un padrone dovrà pagare per estromettere un lavoratore esperto, quasi sempre con famiglia (12 anni o più di anzianità lavorativa implicano persone come minimo over 30 anni di età), consapevole dei propri diritti e disposto a farli valere.

L’unico caso in cui resta la possibilità della “reintegra” è quello in cui “sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore”. In pratica: se il padrone ha giustificato il licenziamento accusando falsamente il dipendente di aver commesso una “mancanza”.

Nella realtà quotidiana, è assai difficile che un padrone sia così cretino da invocare un “fatto materiale” falso – e “chiaramente dimostrabile” come tale – quando può invece avanzare ragioni economiche o di altro tipo, fin qui (in misura molto parziale, visto il disatro già combinato dalla Fornero) protette dall’art. 18.

Di fatto, dunque, la logica che pervade tutta questa parte del “jobs act” è univocamente indirizzata a penalizzare in modo pesantissimo la libertà dei singoli lavoratori di associarsi e difendere collettivamente i propri diritti, le condizioni di lavoro e la retribuzione salariale. In altre parole, dicontrattare. Sia a livello aziendale che, a maggior ragione, sul piano nazionale.

E’ il ritorno brutale alla condizione ottocentesca, prolungata in Italia fino alla fine della seconda guerra mondiale. Il “patto di Palazzo Vidoni, del 1926, riconosceva peraltro formalmente il diritto di avere un sindacato, ma ne limitava l’esistenza al solo sindacato fascista. Era la condizione reintrodotta con l'”accordo del 10 gennaio” 2014, liberamente sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil con Confindustria. Ma ai padroni non bastava neanche questo. E Renzi ha fatto “un passo indietro nella Storia”, elaborando una legislazione del lavoro che tende ad eliminare in radice l’esistenza stessa del sindacato. A prescindere dai livelli di conflittualità espressi.

Con questa legislazione, di fatto, l’unica funzione del “sindacato” è quella di ratificare le decisioni dell’impresa, apponendo la propria firma ad “accordi” che non è abilitato a discutere. Ma di “rappresentanza sindacale” degli interessi materiali reali dei lavoratori non è più il caso di parlare.