“Frattura Molisana”

“Frattura Molisana”, considerazioni sull’ultima puntata di Report

Il servizio di Report sulla degenerazione clientelar-affaristica e il trasformismo che caratterizzano la politica in Molise, e in particolare le vicende dell’attuale Presidente della Regione Frattura passato disinvoltamente dalle file del centrodestra a quelle del PD, si presta a qualche riflessione e anche a un meritato esercizio di orgoglio rifondarolo.

Consiglio a tutti di vedere il servizio di Report intitolato Frattura Molisana. E’ davvero divertente e i personaggi degni di un film della migliore commedia all’italiana.

Credo che Rifondazione Comunista possa rivendicare con orgoglio di essere stato l’unico partito della sinistra in Molise a non appoggiare il candidato presidente Frattura pagandone le conseguenze con l’esclusione dal Consiglio Regionale.

Infatti nelle elezioni regionali del 2013 a sostegno dell’esponente di centrodestra e sodale del governatore Michele Iorio si schierarono anche l’IdV di Di Pietro, SEL e il PdCI.

I nostri compagni di Rifondazione Comunista costruirono insieme a settori di movimento e dell’associazionismo una lista denominata Rivoluzione Democratica che non poté neanche utilizzare il logo di Rivoluzione Civile di Ingroia visto che gli altri partiti alleati in quel cartello elettorale in Molise erano accorsi in soccorso del vincitore.

E’ emblematico il fatto che mentre “la sinistra politica” entrava per gran parte nel caravanserraglio guidato da Frattura, persone attive nella cittadinanza attiva, nell’associazionismo cattolico, nei movimenti si ritrovavano con Rifondazione Comunista nella costruzione di una lista alternativa.

Per la candidatura a presidente di Rivoluzione Democratica la scelta cadde sul responsabile regionale di Pax Christi Antonio De Lellis, una personalità del mondo cattolico da sempre attiva nei movimenti per l’acqua e i beni comuni, nel pacifismo, nella solidarietà internazionale che non esitò a esporsi in prima persona.

Nonostante l’impegno dei nostri compagni e le qualità del candidato presidente il risultato non fu certo esaltante: l’1,29%, anche perché si trattava di una lista costruita in fretta e con un simbolo difficilmente riconoscibile.

I “professionisti della sinistra” direbbero che si è trattato solo di testimonianza, come si usa fare da tempo ogni qual volta qualcuno in questo paese fa una battaglia controcorrente o in condizioni avverse. Si omette sempre in questi casi di ragionare sul fatto che se gli altri partiti di sinistra fossero stati dal lato giusto della barricata il risultato poteva essere diverso o comunque la battaglia meno difficile.

Alcune considerazioni possono essere facilmente dedotte da questa vicenda.

Se la scelta dei nostri compagni era solo “testimonianza” come qualificare quella di chi sostenne un personaggio come Frattura?

Risulta una retorica francamente indigeribile quella di quanti si riempiono la bocca con la questione morale di Berlinguer e poi in ogni occasione in cui bisogna fare una battaglia la sacrificano agli interessi di bottega, cioè la più facile elezione con le leggi elettorali vigenti e la partecipazione all’amministrazione (e troppo spesso al sottogoverno). Come qualificare la scelta di sostenere un candidato presidente proveniente da Forza Italia, imprenditore organico al sistema di potere affaristico-clientelare dell’assai discusso Iorio?

Nel caso del Molise, come più recentemente nel confinante Abruzzo, la questione morale era evidente a occhio nudo e quindi la necessità per la sinistra di presentarsi autonomamente dal PD doveva e poteva essere condivisa persino dai più tenaci e affezionati sostenitori delle coalizioni di centrosinistra. Invece dall’IdV di Di Pietro (che tra l’altro giocava in casa) a Sel e al PdCI in entrambi i casi si son chiusi entrambi gli occhi. La “frattura molisana” è stata anche quella tra gran parte dei partiti della sinistra e la questione morale. Frattura che non è purtroppo limitata a quella piccola regione.

Se tra i cittadini è così diffusa la cosiddetta antipolitica e tanta parte dello stesso “popolo di sinistra” si è diretto negli ultimi anni verso Grillo o l’astensione questo genere di comportamenti e la logica che li ha giustificati non ne porta pesanti responsabilità?

Dovrebbe far riflettere il fatto che persone attive nei movimenti e nell’associazionismo si ritrovino con noi di Rifondazione Comunista nella costruzione di esperienze di netta alternativa come in Molise mentre quelli che dovrebbero rappresentare “la sinistra politica” ci hanno quasi sempre lasciato soli.

La sinistra in generale dovrebbe interrogarsi sul perché un dirigente di Pax Christi come Antonio De Lellis dimostri maggiore combattività sulla questione morale di un personale politico che si dichiara erede di Berlinguer e in alcuni casi persino di Lenin. Ci sono certo elementi di complicità e contiguità con certi sistemi di potere (qualche briciola di sottogoverno e clientelismo fa sempre comodo), convenienze personali (in alleanza è molto più facile essere eletti), ma non basta questo.

Ci sono tanti dirigenti e militanti disinteressati che hanno condiviso questo genere di scelte o non le hanno combattute per una malintesa visione del realismo politico che si è trasformata in un cinismo che li rende capaci di digerire qualsiasi porcheria. Tra l’altro scelte di questo genere non sono state prese soltanto a livelo locale. Tutti i partiti seguono centralmente la costruzione della alleanze nelle regioni e intervengono almeno per cercare di indirizzare in una certa direzione. Questa linea di allearsi a tutti i costi col PD è stata davvero realistica o non ha nuociuto alla credibilità complessiva della sinistra e dello stesso ormai defunto centrosinistra?

Fortunatamente c’è nella società italiana un grande numero di compagne e compagni senza tessera di partito, e spesso non provenienti nemmeno da una militanza in organizzazioni della sinistra, che condividono con noi valori e principi e soprattutto la necessità di una politica alternativa rispetto alla prevalente degenerazione della vita pubblica. Che non solo sentono il bisogno di programmi radicalmente alternativi al neoliberismo bipartisan di cui il PD è diventato il più forsennato propugnatore ma che ritengono la necessità di rompere con sistemi di potere clientelari e affaristici un imperativo categorico.

Non si offenda nessuno ma questi cittadini, spesso provenienti dal mondo cattolico o dall’ambientalismo, mi sembra che sentano l’urgenza di una coerente battaglia sulla questione morale assai più dei professionisti del comunismo o della sinistra sempre pronti a subordinarla a ragionamenti politicisti e alla convenienza immediata. Ovviamente vanno evitate generalizzazioni perché nel terzo settore come tra le associazioni ambientaliste e persino in aree di movimento ci è capitato di registrare un cinico rapporto con certi sistemi di potere e un’ampia propensione politicista volta a garantirsi la sopravvivenza economica (il caso Roma suggerisce più di una riflessione ma non è questa la sede).

Per costruire una soggettività unitaria in primo luogo dobbiamo avere come nostri interlocutori quelli che, come accaduto in Molise, condividono con noi la concretezza delle battaglie e dei comportamenti assai più di super-comunisti o poetici innovatori sempre pronti all’alleanza col PD persino nelle situazioni più indifendibili sul piano della questione morale (tra l’altro solo se poggia sulla partecipazione dal basso un soggetto unitario può evitare di rompersi a ogni elezione amministrativa in cui il PD strizzi l’occhio a sinistra).

Indignarsi non basta, come giustamente segnalava Ingrao in un libro intervista, ma se non si è più capaci neanche di indignarsi non ci si lamenti se gli indignati volgono le spalle alla sinistra (e purtroppo per la maggioranza quella lì è la sinistra!). Indignarsi non basta certo. Bisogna affrontare la questione morale sul piano politico, bisogna trasformare l’indignazione in progetto politico di trasformazione. Per farlo l’esercizio dell’indispensabile pazienza unitaria tra i partiti di quel che rimane della sinistra non può tradursi in pratiche che risultino escludenti proprio di chi esprime con maggior intensità il desiderio e il bisogno di rottura e cambiamento.

Proprio l’esperienza molisana, in cui “Rivoluzione Democratica” è proseguita naturalmente nel progetto dell’Altra Europa con Tsipras, dimostra che l’unità della sinistra non può essere un cartello elettorale tra partiti esistenti ma deve essere un processo al quale tutte e tutti possano aderire e dentro il quale si possa essere a pieno titolo partecipi delle discussioni e delle decisioni.

Intanto onore al merito alle compagne e ai compagni del Molise.

Di Rivoluzione Democratica c’è ancora bisogno – e non solo in Molise! – come dimostra il servizio di Report.

fonte: Sandwiches di realtà

OBAMA AMMETTE IL FALLIMENTO DELL’EMBARGO A CUBA

  • Obama ammette il fallimento dell’Embargo a Cuba

Si apre una nuova fase per la rivoluzione cubana e la liberazione di tre dei Cinque patrioti cubani ancora detenuti negli Stati Uniti costituisce senza dubbio una grande vittoria per l’intera umanità. La storia dei cubani in carcere per sedici anni per aver combattuto il terrorismo: ovvero, la notizia più nascosta del mondo.

di Fabio Marcelli 

I Cinque erano stati com’è noto arrestati, il 10 settembre del 1998, per aver condotto un’opera di controinformazione e monitoraggio sulle attività delle organizzazioni terroristiche formate negli Stati Uniti, e in particolare a Miami, dai fuoriusciti cubani.  Opera non solo legittima, ma anzi doverosa, alla luce del principio del diritto internazionale che impone agli Stati di cooperare nella prevenzione e repressione del terrorismo.

Era proprio nello spirito di tale principio che il governo cubano, con la mediazione all’epoca di Gabriel Garcia Marquez, si era rivolto al presidente statunitense Clinton per denunciare, sulla base delle prove raccolte dai Cinque, le attività terroristiche che si svolgevano a partire dal suolo statunitense contro Cuba.

Si era quindi svolta all’Avana una riunione, con la partecipazione di FBI e Dipartimento dello Stato, nel corso della quale il governo cubano aveva esposto agli organismi statunitensi  la documentazione in suo possesso. Ma anziché procedere, come avrebbero dovuto, a smantellare le reti terroristiche anti-cubane arrestandone i responsabili, gli Stati Uniti decidevano di arrestare i Cinque, che con la loro opera di controinformazione avevano sventato numerosi attentati che sarebbero dovuti avvenire a Cuba.

Cominciava così l’odissea penitenziaria e giudiziaria dei Cinque. Alcuni anni prima ne era cominciata la meritoria missione, con l’infiltrazione di René Gonzalez ed altri nelle organizzazioni terroristiche. Per poterla portare avanti, René aveva finto di disertare, impadronendosi di un aereo e arrivando, a filo di carburante, fino in Florida, senza che neanche la moglie fosse a conoscenza della verità. Una vicenda appassionante, raccontata magistralmente da Fernando Morais nel suo libro Os ultimos soldados da guerra fria, che è stato un best-seller in Brasile e speriamo di poter pubblicare presto anche in Italia.

La modalità seguìta dall’intelligence cubana in tutta questa vicenda è una dimostrazione da manuale di come si combatte il terrorismo, senza dover ricorrere alla tortura e alle guerre (mosse in realtà per ben altri motivi) che finiscono, come dimostra la storia, per alimentare le organizzazioni terroristiche contro le quali vengono scatenate. Come nel caso oggi sotto i nostri occhi di Al Qaeda e dell’ISIS.

Per questi motivi resta più che mai attuale la proposta di insignire i Cinque del Premio Nobel per la pace.

Dal punto di vista giuridico le accuse mosse ai Cinque non hanno avuto mai la benché minima base, come del resto riconosciuto in varie occasioni dallo stesso sistema giudiziario statunitense, che si è però purtroppo confermato fortemente soggetto a spinte e condizionamenti di carattere politico.

Nessuna base ha avuto l’accusa di “cospirazione per commettere omicidio” mossa nei confronti di Gerardo Hernandez, dato che l’abbattimento dell’aereo di Hermanos para el rescate (organizzazione terroristica anti-cubana) era stato deliberato autonomamente e legittimamente, dopo ripetuti avvertimenti, nell’esercizio della propria sovranità sul proprio spazio aereo da parte delle Forze armate cubane senza che vi fosse alcun nesso causale tra la condotta di Gerardo e tale abbattimento. Nessuna base ha avuto l’accusa di “cospirazione per commettere spionaggio” mossa nei confronti dei Cinque, dato che la loro attività era limitata alla raccolta di informazioni sulle attività dei gruppi terroristici che non fanno parte, fino a prova contraria, dell’organizzazione statale degli Stati Uniti.  Sono state commesse nel corso del processo infinite violazioni del diritto alla difesa. È stata prescelta una sede giudiziaria, quella di Miami Dade, chiaramente inadatta a svolgere un processo imparziale, date le intimidazioni nei confronti dei giurati e il clima di terrore montato dalla mafia politica anticubana locale. Per motivi che andrebbero ulteriormente approfonditi, determinati gruppi di potere interni agli apparati statunitensi hanno scelto, come accennato, di incarcerare gli antiterroristi anziché di carcerare i terroristi.

La liberazione dei Cinque (ricordiamo che René Gonzalez e Fernando Gonzalez erano stati liberati nel corso dell’ultimo anno, mentre restavano in carcere, con la prospettiva di restarci ancora a lungo o per tutta la vita Antonio Guerrero, Ramon Labañino e Gerardo Hernandez, quest’ultimo condannato a ben due ergastoli) è il frutto di una campagna di mobilitazione condotta in tutto il mondo per tutti questi anni.

Personalmente ho avuto occasione di contribuire a questa campagna partecipando a riunioni e assemblee in vari luoghi, da molte città italiane alle Canarie alle Filippine, partecipando alle delegazioni di osservatori internazionali che hanno assistito alle udienze giudiziarie a Miami ed Atlanta, incontrando nel giugno 2013 vari membri del Congresso e del Senato degli Stati Uniti, sostenendo e promuovendo il film realizzato dal mio amico Alberto Antonio Dandolo, The Cuban Wives. Come e più di me numerosi altri compagni e compagne, tra i quali voglio qui ricordare Luciano Vasapollo, Rita Martufi, Luciano Jacovino, Marco Papacci, Franco Forconi, Tecla Faranda e Raul Mordenti

È quindi per tutti noi oggi un giorno di gioia immensa. In un momento difficile e poco esaltante della storia della sinistra italiana, ancora una volta l’esempio dei compagni cubani, la loro intelligenza e la loro tenacia servono da sprone e da modello.

Non dobbiamo infatti trascurare la circostanza che la liberazione dei Cinque si inserisce nel quadro di un rinnovamento dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba, che supera una contrapposizione che durava da oltre cinquanta anni.  Tale cambiamento positivo costituisce senza dubbio un successo per Cuba e per tutta l’America Latina. Negli ultimi anni il mondo è cambiato parecchio e il continente americano ancora di più. Alla radice di questo cambiamento positivo, che ha visto la realizzazione dell’utopia bolivariana con la creazione di nuovi livelli di integrazione fra i Paesi dell’America Latina, consacrati dalla creazione prima dell’ALBA, poi di UNASUR e della CELAC, c’è l’esempio di Cuba, un piccolo ma grande Paese sottoposto da oltre cinquanta anni a un embargo che finalmente sta per concludersi e ad atti di disumano terrorismo che hanno provocato oltre tremila vittime nel corso degli anni. Una resistenza alfine vittoriosa, che ha trovato terreno fertile in altri Paesi latinoamericani e propone oggi al mondo un orizzonte diverso da quello fallimentare del neoliberismo. Orizzonte che dovremmo affrettarci ad accogliere e portare avanti anche in Europa e in quel pantano senza futuro e senza speranza che è diventato il nostro Paese.

La lotta per il socialismo ovviamente continua, ma continua su un piano nuovo e più favorevole. Riconoscendo il fallimento dell’embargo Obama riconosce che la strategia di spingere il popolo cubano alla fame per provocarne la ribellione contro il socialismo non è praticabile.  Va aggiunto che in realtà, non c’è alcuna contraddizione fra sviluppo economico e socialismo. Anzi, l’ulteriore sviluppo delle forze produttive che saranno liberate dalla fine dell’embargo permetterà di praticare nuove ancora più avanzate esperienze di socialismo che costituiranno un punto di riferimento e un esempio anche per il mondo capitalistico occidentale, a partire dagli stessi Stati Uniti e dall’Europa.

Oggi, rallegrandoci per la loro liberazione e unendoci all’abbraccio del loro Paese e delle loro famiglie, onoriamo nei Cinque Cubani, cinque patrioti dell’umanità che hanno sacrificato oltre quindici anni della loro esistenza per difendere il loro Paese e una nuova prospettiva, rivoluzionaria e autenticamente democratica, dei rapporti internazionali.

 

Cuba. Volvieron! I Cinque festeggiano la loro libertà

Cuba. Volvieron! I Cinque festeggiano la loro libertà

I prigionieri cubani, dopo sedici anni di carcere, sono di nuovo a casa, nel loro paese, con le loro famiglie e i loro amici. Le immagini delle feste ci regalano momenti di intensa emozione e di soddisfazione. Ringraziamo la redazione di Resumen Latino americano per il reportage. Queste feste e questa felicità vanno socializzate anche a tutti coloro che in ogni angolo del mondo, ed anche in Italia, si sono battuti per la loro liberazione.

Raúl Castro en el encuentro con Gerardo Hernández, Ramón Labañino y Antonio Guerrero. Foto: Estudios Revolución

Altre foto e notizie su: http://www.resumenlatinoamericano.org/?p=7067

La sindrome cubana

La sindrome cubana

Cuba continua a rimanere una nemesi per la maggiore potenza imperialista del mondo: gli Stati Uniti. La Rivoluzione Cubana ha visto scorrere davanti a se dieci presidenti statunitensi e cinque pontefici, ha resistito alla dissoluzione del socialismo reale che ha cambiato profondamente la mappa politica del mondo, ha dato l’impulso decisivo per sottrarre all’egemonia statunitense “el patio trasero”, quel cortile di casa coincidente con l’America Latina che gli Usa avevano sempre considerato roba loro.

La “stella rossa” dei Caraibi è stata e rimane la dimostrazione di quanto e come sia possibile portare in profondità il cambiamento rivoluzionario, anche a poche decine di miglia da una potenza ostile, soprattutto quando questa è la più grande potenza del mondo.

In queste ore si sta celebrando un fatto storico rilevante che va compreso oggi nella sua concretezza e nelle prospettive che delinea per il domani.

I fatti sono questi: c’è stato uno scambio di prigionieri. Da un lato tre agenti cubani in carcere negli Usa da sedici anni. Dall’altro due agenti statunitensi, uno dei quali in carcere da quindici. I primi hanno potuto contare, in questi lunghi anni di detenzione, sulla solidarietà internazionale che ne rivendicava la liberazione, i secondi solo sulle decisioni di opportunità del loro governo. Già questo è un dettaglio che segnala una differenza sostanziale tra Cuba e gli Usa. La liberazione dei tre prigionieri, dei cinque cubani arrestati nel 1998 per la loro attività di intelligence tra i gruppi controrivoluzionari con sede a Miami, segna un risultato importante e atteso da anni. Intorno alla loro detenzione si è sviluppato un movimento internazionale che è arrivato in ben due occasioni a manifestare fino alla Casa Bianca. Nulla del genere è accaduto per i due agenti dei servizi statunitensi detenuti a Cuba nè per i personaggi del cosiddetto dissenso anticastrista, tra cui la sig.ra Yoani Sanchez o i personaggi con telecamere della Cnn sempre al seguito come Elisardo Sanchez etc.

In un mondo che si dice e si vorrebbe dominato dall’egemonia statunitense, la guerra delle idee è stata ingaggiata e vinta da un piccolo paese rivoluzionario, dalla dignità del suo popolo e dalla straordinaria capacità strategica e tattica del suo gruppo dirigente.

Se non si coglie questo dettaglio si perdono di vista molti altri aspetti. L’isteria con cui i circoli reazionari statunitensi hanno reagito alla soluzione di questa vicenda, è del tutto speculare alla rabbia sorda e al senso di sconfitta che traspare dagli articoli della grande stampa italiana.

Sta in questo il tentativo della borghesia di esaltare il bicchiere mezzo pieno affermando che con questa trattativa, il colloquio telefonico di 45 minuti tra Obana e Raul Castro, la mediazione vaticana, Cuba si appresta a cedere terreno.

Anche su questo i fatti vanno conosciuti e analizzati concretamente. Obama ha annunciato un allentamento del blocco contro Cuba. Ma anche il presidente degli Stati Uniti – frutto della mediazione tra interessi diversi e talvolta divergenti – non può andare molto oltre.

Vediamo: ancora non si potranno importare ma si potranno avere i sigari cubani “per uso personale” (quasi come uno spinello) ma non oltre i 100 dollari; chi va a Cuba potrà portarsi souvenir per 400 dollari ma potrà portare alcoolici per non più di 100 dollari (sennò finisce che il gusano Bacardi ci va a rimettere). I cittadini statunitensi autorizzati a viaggiare a Cuba rimangono ristretti alle figure di giornalisti, ricercatori, sacerdoti, rappresentanti del governo. Si parla della possibilità di aumentare gli invii di denaro dagli emigrati cubani negli Usa verso Cuba da 500 a 2000 dollari a trimestre. Dunque stiamo ancora parlando di poca roba. Il meccanismo del blocco Usa contro Cuba è infatti giuridicamente molto più complesso, reso tale dai provvedimenti successivi e restrittivi introdotti via via dal 1961 in poi. Su questo groviglio il Presidente Obama può fare poco e il Congresso – oggi a maggioranza repubblicana – può congelare molto di più.

Dov’è allora il nodo politico rilevante? Il nodo sta nel fatto che un presidente Usa ormai al secondo mandato e nella scomoda posizione di “lame duck” (anatra zoppa), ha rotto una tradizione di aperta ostilità e di scontro frontale verso Cuba, una linea che i fatti hanno dimostrato essere totalmente inefficace. Non solo. Gli Stati Uniti del XXI Secolo non sono più quelli egemoni del XX Secolo. La loro supremazia militare è ancora indiscutibile, ma la loro supremazia economica ed ideologica non lo sono più. L’America Latina, quella che con la forza hanno costretto ad essere per oltre un secolo il loro cortile di casa, non è più così o non lo è più in gran parte. L’America Latina di oggi somiglia molto di più alla Nuestra America auspicata da Josè Martì che alla corte dei “nostri figli di puttana” (così gli Usa definivano il loro uomo Anastasio Somoza in Nicaragua ). Una parte importante dell’America Latina si è ad esempio de-dollarizzata, usa una propria moneta di scambio ed ha creato una area di integrazione regionale indipendente: l’Alba.

Cuba e la tenuta della sua Rivoluzione, anche avendo pagando un prezzo altissimo per questo, è stata il motore decisivo delle idee che hanno portato a realizzare tale cambiamento ed a rompere l’isolamento. Le redazioni di La Repubblica, Corriere della Sera etc. potranno anche masticare amaro, ma i popoli dell’America Latina e dell’Africa e non solo, hanno maturato un debito di gratitudine immenso verso questo paese.

Cuba è un paese piccolo e povero dell’area caraibica, ma messo al confronto con i suoi vicini con storie e condizioni simili – da Haiti a Santo Domingo – è un gigante. I suoi indici di sviluppo umano, universalmente riconosciuti con i parametri delle Nazioni Unite, lo pongono molto al di sopra di gran parte dei paesi dell’area e, sul piano delle aspettative di vita, al pari degli Stati Uniti. Un sistema sociale fondato sull’anticapitalismo e sul socialismo possibile produce indubbiamente risultati, anche in condizioni materiali di debolezza.

Il dialogo che potrebbe aprirsi tra Cuba e Usa appare indubbiamente asimmetrico. Ma anche lo scontro in questi quasi sessanta anni dalla Rivoluzione era tale. Sulla base dei fatti concreti chi se la sente di dire che quello scontro è stato vinto dagli Usa? E se non hanno vinto sul piano di uno scontro totalmente asimmetrico, perchè mai troppi temono che potrebbero vincere sul piano del dialogo? Cuba, anche in mezzo a prove difficilissime che hanno stroncato paesi anche con maggiori risorse, ha dato straordinarie prove di sè. Riconoscere questo significa affrontare la nuova fase con il necessario realismo e una fiducia più che meritata.

“Le nuove relazioni con gli Usa? Una vittoria del popolo cubano”. Intervista a Luciano Vasapollo

Luciano Vasapollo, referente per l’Italia insieme a Rita Martufi, della “Red en Defensa de la Humanidad”, è stato il latore di una lettera recapitata al Papa sulla liberazione dei cubani deternuti in Usa. Alla luce dell’annuncio sulla riapertura delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Usa e del ruolo del Vaticano, quella lettera assume un valore del tutto particolare.

Vasapollo, professore di Politica Economica all’Università di Roma, è appena tornato dall’assemblea internazionale a Caracas della Red.

Che giudizio dai di questa nuova fase nei rapporti tra Usa e Cuba?
Innanzitutto esprimo a nome della “Rete in difesa dell’umanità”, il massimo livello di soddisfazione umana ma soprattutto politica e culturale per questa grande vittoria della rivoluzione cubana, del popolo cubano e del governo dell’Avana. Si apre una prospettiva di nuove relazioni internazionali. Siamo di fronte alla fine dell’infame blocco che di fatto dimostra di non aver prodotto nulla di rilevante e di utile, se non problemi e drammi.

Quale era il clima all’assemblea di Caracas?
Questi dieci anni della Red sono stati festeggiati con delegati e referenti provenienti da 35 paesi. Dieci anni in cui la battaglia per riportare a casa i cinque cubani detenuti in Usa è stata centrale. Una rivendicazione che rimane il simbolo di una grande battaglia dell’autodeterrminazione dei popoli, prima politica e poi anche economica. Nei lavori dell’assemblea abbiamo posto il nodo della guerra, dei pericoli di guerra che non diminuiscono certo, e dell’atteggiamento degli Usa verso i cosiddetti  Stati canaglia. Vorremmo che questo concetto non esistesse proprio al mondo. Chiediamo uno sforzo in più al premio Nobel per la pace, Obama. Che si faccia portatore di un progetto di nuove relazioni internazionali multilaterali e non più unipolari.

I tuoi incontri al Vaticano?
Ho avuto il piacere e l’onore di essere stato ricevuto dagli ultimi due Papi e a tutti e due ho dato una lettera a mia firma come “Rete in difesa dell’umanità” e anche come “Comitato internazionale, per la libertà dei cinque cubani”. Nella lettera ho chiesto un intervento umano e culturale per quanto riguarda il loro caso. Poi la diplomazia ha svolto il suo ruolo. Un grande saluto di speranza dell’umanità a questo Papa che sta dimostrando una nuova maniera di vedere il mondo.

Come va inquadrata la mossa degli Usa?
Ho criticato aspramente e duramente la politica di Obama e i suoi errori. Questa volta ha prodotto l’atto più importante da quando è presidente degli Stati Uniti. Un grazie va al popolo statunitense che è stato vicino al popolo cubano. Grazie quindi al popolo e alla grande rivoluzione cubana.

E poi chi ringrazi, ancora…
Il mio ringraziamento va ai cinque cubani che hanno sofferto sedici anni di detenzione insieme ai loro famigliari. Un ringraziamento anche a tutta la rete di solidarietà che si è sviluppata via via nel mondo. Le centinaia di piccole grandi iniziative, dai sit in alle presentazioni di libri sono state tutte gocce internazionali che in questi sedici anni hanno contribuito a costruire l’esito che oggi abbiamo finalmente sotto gli occhi tutti. Ringrazio i compagni di Nuestra America, la Usb che come parte della federazione sindacale internazionale hanno dato un contributo fortissimo, Rita Martufi del CESTES, e poi a tanti altri, non li posso davvero ricordare tutti: dalla Villetta , al comitato italiano giustizia per i 5, all’associazione italia cuba, e anche alcune organizzazioni politiche della sinistra, italiana ed europea, che hanno dato un aiuto diretto e concreto. Finisco con una battuta ma anche con un programma politico: se vogliamo difendere l’umanità deve continuare la  battaglia per la liberazione di tutti i prigionieri politici in mano all’imperialismo.

Gli Stati Uniti arrivano a questo passo in un momento di grande caos internazionale in cui la lotta di tutti contro tutti rischia di metterli di fronte all’imprevedibile…
Sarebbe troppo facile per un comunista dire che questa grande vittoria evidenzia anche un momento di grande debolezza degli Usa, non voglio infierire. La politica, soprattutto in questa fase, si fa con i tempi lunghi. Quando tutti parlavano di globalizzazione noi parlavamo di competizione globale. E fino ad oggi lo sviluppo degli eventi ci ha dato ragione. E’ chiaro che la crisi economica generalizzata ha messo i nervi allo scoperto. Quando c’è il maiale grasso c’è un pezzetto per tutti. Quando il maiale è magro e malato allora comincia la guerra. In una situazione di crisi sistemica gli scenari di guerra aumenteranno ancora sotto tutte le forme, compresa quella mediatica e finanziaria. Oggi gli Stati Uniti non hanno la forza nemmeno di dieci anni fa. C’è l’Alba da dieci anni, non va dimenticato. L’Alba rappresenta in America Latina un percorso con socialismi differenti, certo, però intanto c’è un’area antimperialista e anticapitalista nella transizione socialista che non risponde ai dettami dell’Fmi. Ci sono i Brics, poi, che pure con le loro contraddizioni sono alla ricerca del loro spazio internazionale e sicuramente non  stanno rendendo la vita facile agli Usa. A sua volta l’Ue si sta caratterizzando come costruzione di un polo imperialista. Ci sono gli Usa, certo, ma anche molti concorrenti di livello internazionale. Purtroppo le grandi crisi sistemiche si sono risolte sempre con guerre mondiali. Ormai la guida unipolare statunitense si è chiusa ed è chiaro che gli Usa sono alla ricerca di nuovi equilibri. La Rete in difesa dell’umanità ha prodotto su questi temi un documento che si può trovare sul sito specifico.

La crisi economica non sembra più controllabile. Quali scenari si prospettano?
E’ difficile stabilirlo. Si accentuerà la crisi, questo sì. La parola in questo momento sta ai lavoratori. E’ questa, in fondo, la novità. Se riusciamo a trasformare la crisi dell’Unione europea in una possibilità per i lavoratori e creare condizioni di lotta e di speranza per un’Alba mediterranea allora possiamo sperare di bloccare il liberismo, e i danni che sta producendo su scala mondiale. Cerchiamo di imparare dall’America Latina e dall’Alba, dalla Bolivia e dal Mas, dal Venezuela, tanto per citare qualche realtà in cui il protagonismo dei popoli e delle masse dei lavoratori sta producendo risultati concreti.

Come metti in relazione il risultato conseguito oggi con il tuo passato in quell’alveo della sinistra dalle grandi lotte ed esperienze degli anni settanta?
Oggi come ieri per la nostra generazione sono state e sono centrali le battaglie per la libertà. Un obiettivo che abbiamo perseguito sotto mille forme. Oggi il contributo prodotto è un tassello che in qualche modo si inserisce in una fase mondiale di grande rilievo. E quindi assume una forza determinante e nuova. Dobbiamo prendere gli elementi positivi e continuare sulla nostra strada contando sul fatto che alcune cose appartenenti alla nostra analisi oggi vengono confermate in pieno.