LETTERA APERTA A FERRERO, ALLA SEGRETERIA NAZIONALE ED AL CPN

DIBATTITOLettera aperta a Ferrero, alla Segreteria Nazionale ed al CPN

L’esito del CPN del 15 e 16 novembre, che ha respinto il documento proposto dalla Segreteria Nazionale, impone la riapertura della discussione politica nel nostro partito, a partire dal prossimo Comitato Politico Nazionale. Il momento che vive il partito è assai grave, per molti aspetti drammatico, e noi ci rivolgiamo a tutti voi, compagni e compagne, con spirito di sincera unità, per chiedervi di farvi carico fino in fondo dell’esigenza di sintesi politica fra le diverse proposte e sensibilità esistenti nel nostro partito, evitandogli i traumi di rigidità, forzature, strappi, che il Partito non sarebbe oggi in grado di sopportare.

Cari compagni/e,
l’esito del CPN del 15 e 16 novembre, che ha respinto (con 54 contrari, 50 favorevoli ed 1 astenuto) il documento proposto dalla Segreteria Nazionale, impone la riapertura della discussione politica nel nostro partito,  a partire dal prossimo Comitato Politico Nazionale.

Il momento che vive il partito è assai grave, per molti aspetti drammatico, e noi ci rivolgiamo a tutti voi, compagni e compagne, con spirito di sincera unità, per chiedervi di farvi carico fino in fondo dell’esigenza di sintesi politica fra le diverse proposte e sensibilità esistenti nel nostro partito, evitandogli i traumi di rigidità, forzature, strappi, che il Partito non sarebbe oggi in grado di sopportare.

D’altra parte, la ricerca della sintesi è da sempre il primo compito di ogni gruppo dirigente comunista. Uno sforzo di vera sintesi politica, e non solo qualche aggiustamento formale, è oggi più necessario che mai per dare una prospettiva al PRC e garantire un consenso interno più ampio sulle scelte e sulla stessa gestione del partito. Noi pensiamo, ad esempio, che le risoluzioni del CPN debbano considerarsi approvate solo se ottengono la maggioranza assoluta dei compagni/e votanti.

La proposta di un “nuovo soggetto unitario della sinistra e dei democratici”, così come presentata dal segretario Ferrero, ci appare non solo inadeguata rispetto alle questioni poste dalla crisi e dal conflitto di classe, ma addirittura controproducente rispetto alla stessa possibilità di avviare processi unitari con molti dei nostri interlocutori politici e sociali; si tratta infatti di una proposta politicista, tutta centrata ancora una volta sul “contenitore”, sugli aspetti organizzativi (doppio tesseramento) e sulle scadenze elettorali (con tanto di cessione di sovranità da parte del partito), anziché sulla chiarezza dei contenuti e sulla centralità delle pratiche sociali: a questo proposito deve farci riflettere seriamente il grave insuccesso della manifestazione di piazza Farnese del 29 novembre.

Occorre far tesoro delle passate esperienze (ad es. “Rivoluzione Civile”) e smettere di rincorrere generici quanto evanescenti contenitori politici, nei quali il partito dovrebbe mimetizzarsi, sfumare il proprio ruolo e finire di fatto con lo sciogliersi, anche al di là delle migliori intenzioni..

Riteniamo che la necessaria e non facile costruzione di uno schieramento di sinistra  alternativa non possa realizzarsi con progetti deboli o con scorciatoie politiciste, ma debba  soprattutto basarsi sul radicamento sociale e l’internità ai conflitti, a partire dai luoghi di lavoro, su un programma di concreti obiettivi immediatamente comprensibili dai ceti popolari (sempre più sfiduciati e senza riferimenti) e assumendo un chiaro profilo anticapitalista e alternativo al PD.

Noi pensiamo infatti che sia oggi necessaria e possibile una coalizione sociale e politica della sinistra di opposizione, capace di coinvolgere, senza forzature organizzative nei confronti dell’autonomia e del  ruolo di ciascuno, tutte le diverse soggettività che animano l’opposizione al Governo Renzi ed all’Europa della BCE; una coalizione sociale e politica che sappia rivolgersi a quanti non stanno col PD e non coltivano l’illusione di rifondare il centrosinistra, una coalizione che non pretenda di cancellare il ruolo essenziale dei comunisti o limitarne l’autonomia politica ed organizzativa.

La durezza della crisi prodotta dal capitalismo ripropone infatti l’attualità della questione comunista e sfida la capacità dei comunisti di ricomporre un  blocco sociale di alternativa.

In questa prospettiva, non ha senso parlare di “cessione di sovranità” del partito, soprattutto quando ci troviamo di fronte ad un progetto politico fragile e generico. Altra questione è valutare di volta in volta (come già avvenuto) le scelte elettorali più opportune e coerenti, in relazione ai programmi, alle forze coinvolte, ai rapporti sociali, garantendo comunque la visibilità dei comunisti.ed una chiara collocazione di alternativa. Infine siamo convinti che il “doppio tesseramento” (con la conseguente e inevitabile formazione di doppi gruppi dirigenti e di doppie burocrazie), oltre al rischio di dare il colpo di grazia alle nostre fragili strutture organizzative, sia oggi  addirittura escludente nei confronti di molti soggetti sociali e di lotta che ci interessa invece coinvolgere nella coalizione.

Ma tutto questo ci impone di fare i conti con i nostri limiti, con  lo stato reale del partito (cominciando dalla situazione, preoccupante quanto trascurata, del tesseramento), perchè non ci può bastare lo slogan ricorrente “Rifondazione per l’oggi e per il domani”, divenuto ormai una parola vuota e consolatoria di fronte ad una realtà politica ed organizzativa sempre più sfilacciata e in declino, incapace di agire per mancanza di scelte conseguenti su questioni, come radicamento sociale, organizzazione, programmi di intervento, formazione politica, comunicazione, autofinanziamento, etc, tutti temi che dovranno essere al centro della prossima ed urgente Conferenza di Organizzazione.

Rifondazione del Partito e costruzione di un ampio schieramento anticapitalista sono le due priorità, tra loro strettamente connesse, su cui lavorare insieme per uscire dalla marginalità e rilanciare un ruolo utile dei comunisti.

Per questo sono necessarie concrete e coraggiose scelte di cambiamento, a cui è chiamiato tutto intero il nostro gruppo dirgente, a cominciare dalla Segreteria Nazionale.

Patrizia Granchelli, Stefano Grondona, Daniele Maffione, Giacomo Marchioni, Gianluigi Pegolo, Roberto Preve, Bruno Steri, Sandro Targetti  

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RISPOSTA ALL’ARTICOLO DEL COMPAGNO RAUL MORDENTI

  • DIBATTITORisposta all’articolo del compagno Raul Mordenti

 

Caro Raul, ho letto con interesse il tuo articolo dal titolo “Due compiti diversi e legati, costruire il partito comunista, costruire l’unità della sinistra”. Ovviamente parlerò solo di quelle da chiarire e di quelle su cui non sono d’accordo. Spero sinteticamente, giacché molte delle mie ragioni le ho recentemente espresse in un lungo articolo.

di Ramon Mantovani, CPN PRC

Caro Raul, ho letto con interesse il tuo articolo dal titolo “Due compiti diversi e legati, costruire il partito comunista, costruire l’unità della sinistra”. Ci sono diverse cose che mi convincono, altre che considero ispirate da equivoci, ed alcune che non condivido. Ovviamente parlerò solo di quelle da chiarire e di quelle su cui non sono d’accordo. Spero sinteticamente, giacché molte delle mie ragioni le ho recentemente espresse in un lungo articolo.

1) non sono d’accordo nel dire che all’ultimo CPN sia stata respinta la linea del partito decisa al congresso. Per essere chiaro fino in fondo dico che se il CPN avesse approvato un documento alternativo a quello proposto dalla segretaria, questa avrebbe dovuto immediatamente dimettersi.
Ma, come è noto, non è questo che è successo. Per il semplice motivo che i tre documenti alternativi presentati e poi ritirati all’ultimo istante (e tornerò tra breve su queste pratiche) contenevano tre linee politiche totalmente incompatibili tra loro. E’ stato bocciato il documento della segreteria da un voto composto da posizioni eterogenee e incompatibili tra loro, abbastanza casuale visto che era assente un terzo dei membri dell’organismo, e il CPN si è concluso senza aver approvato nessun documento.

Se la segretaria si fosse dimessa a mio parere avrebbe compiuto un atto irresponsabile per un banale motivo. Avrebbe sancito che il partito era sprovvisto di una qualsiasi linea aprendo una fase di ulteriori scontri tanto inutili quanto sterili politicamente.

Detto questo mi preme anche chiarire, per quel che vale, il mio pensiero sul modo di funzionare del gruppo dirigente del partito.

Un gruppo dirigente diviso in correnti che si comportano come partiti contrapposti e che agiscono come se si trovassero in una dialettica governo-opposizione in un parlamento, con tanto di filibustering, trucchi ed ostruzionismi vari, usi impropri del numero legale, non può essere il gruppo dirigente di un partito comunista.

In un partito comunista e nei sui organismi ci possono essere maggioranze e minoranze, anche sulla linea politica oltre che su punti specifici e decisioni puntuali. Ed è per me sacro il diritto delle minoranze di difendere anche pubblicamente le loro posizioni. Ma non è ammissibile che una o più minoranze tentino di impedire che il partito faccia ciò che ha deciso, sia praticando un’altra linea con altri soggetti politici per impedire che si realizzi quella del partito, sia tentando di cambiarla in modo surrettizio usando espedienti come quello usato all’ultimo CPN.

Ovviamente il compito della maggioranza e di tutto il gruppo dirigente è quello di trovare una sintesi sempre più avanzata.

Ma questa funzione dirigente essenziale non si può esercitare se ad ogni riunione la discussione deve ripartire sempre dall’inizio, come se il congresso dovesse ripetersi all’infinito. Se le minoranze, le stesse che teorizzano di non essere vincolate dalle decisioni prese collettivamente, si riuniscono per conto loro e decidono a maggioranza vincolando i propri membri ad una disciplina di corrente. Se le minoranze si rifiutano di assumersi la responsabilità di far parte degli organismi esecutivi del partito.
Non si può invocare la sintesi e contemporaneamente comportarsi in questo modo.
E per trovare sintesi sempre più avanzate, e non sintesi al ribasso e tanto generiche da nascondere quelle divergenze che si ripresenteranno immancabilmente alla prima occasione, un gruppo dirigente ha bisogno di un confronto serio e leale. Chiaro e senza secondi fini. Fondato su analisi serie e proposte chiare e non su demagogie, iperboli e perfino insulti.

Naturalmente il problema è di tutti. Maggioranza e minoranze. E di ogni singolo dirigente.

2) la sintesi è possibile? io penso di sì. Tu hai scritto: “Le esigenze fra cui fare sintesi (insisto: sintesi, non mediazione) sono evidentemente due: da una parte l’esigenza di costruire il Partito, rafforzarlo, anzi rifondarlo, e dall’altra l’esigenza di costruire uno schieramento più ampio e unitario della sinistra anticapitalista, pacifista, antifascista, democratica. Molti, se non tutti, concordano a parole che una cosa non si può fare senza l’altra, che senza un forte partito comunista, capace di iniziativa politica e di vero radicamento sociale nel conflitto di classe, non c’è, almeno in Italia nessuna sinistra, e d’altra parte che il Partito ha bisogno per vivere di poter nuotare in un mare più vasto, in un sistema articolato di alleanze sociali e politiche.”

Io sono d’accordo, anche sulle virgole.

Ma, a quanto pare, l’ostacolo principale nel trovare una sintesi sembra essere la concreta proposta sul come unire la sinistra di cui parli.

Ora, credo sia difficile attribuirmi l’intenzione di voler sciogliere il partito in una sinistra generica, indefinita e priva di discriminanti politiche chiare. Come mi sembra difficile attribuirmi l’intenzione di voler trasformare il partito in una setta isolata e testimoniale.

Sebbene sia sicuro che tu non pensi così male di me, devo testimoniarti che sia da compagne/i della terza mozione sia da compagne/i di essere comunisti mi sono state mosse queste accuse.
Lo dico non per chiedere atti di fede nella segreteria e tanto meno nel sottoscritto. Lo dico per cercare di rimuovere dalla discussione un elemento mortale per ogni serio dibattito. Il processo alle intenzioni, che non permette confronto, e tanto meno sintesi.

Ma veniamo al dunque.

Io, come ho cercato di dimostrare nell’articolo che hai citato, penso che il PRC debba recuperare lo spirito fondamentale per un partito comunista. Che è “fare” la lotta di classe e non “parlare della lotta di classe” dedicandosi esclusivamente alle elezioni. Non ci torno.

Nelle condizioni attuali dello scontro di classe e con questo sistema politico ed elettorale intrinsecamente nemico di ogni istanza di cambiamento reale, penso siano totalmente sbagliate le due soluzioni (e quindi linee politiche) che il sistema stesso suggerisce per noi. Inutili nella testimonianza ed inutili in alleanze di governo di centrosinistra.
Dovrebbero averlo testimoniato a sufficienza tutte le nostre esperienze ventennali e soprattutto quelle delle nostre innumerevoli scissioni. Che hanno riprodotto tutte, anche se in diverse dimensioni, lo stesso problema, scindendosi immancabilmente anche loro. Come è capitato al Pdci, a Sinistra Critica e a Sel.

C’è una via di uscita? Io penso di sì. Ma non credo affatto che si possa fondare su suggestioni e volontarismi. Penso che si debba fondare sull’analisi di una realtà che presenta notevoli novità.
Il sistema è in crisi. La crisi economica ha messo a nudo l’impotenza e la totale subalternità del sistema politico al capitalismo finanziario e alle compatibilità del mercato.
Nel Sud dell’Europa è evidente che sorgono fenomeni politico-elettorali inimmaginabili fino a poco tempo fa. Syriza, il Movimento 5 Stelle e Podemos ne sono figli. Oltre ad un crescente astensionismo di massa. Sono cose completamente diverse fra loro, ed anche l’astensionismo ha ragioni diverse e spesso contrapposte fra loro. Ma testimoniano che c’è qualcosa di molto profondo. E, per quanto distorto ed ancora egemonizzato dal pensiero dominante, questo qualcosa è intimamente connesso alla crisi capitalistica.

C’è l’occasione per tentare di costruire un’unità vera fra tutti quelli che, coscienti o meno fino in fondo delle vere cause della crisi, lottano per difendersi dagli effetti della crisi.
L’unità si può costruire solo su contenuti chiari e con una linea di condotta chiara. Antiliberismo, pacifismo, ecologismo, femminismo, antifascismo, sono i contenuti che tu stesso indichi. E la linea di condotta chiara è l’indipendenza dal PD. Ma io aggiungo anche una chiara alternatività e diversità rispetto al sistema politico vigente in sé. Credo che fino a qui noi due siamo d’accordo. O no?

Ovviamente non lo sono coloro che vorrebbero unire la sinistra (sic) proponendo come discriminante ideologia e simboli comunisti. E non lo sono coloro che vorrebbero unire la sinistra per tentare per la quarantesima volta di ricostruire il centrosinistra col PD. Di Renzi o di Bersani per me fa lo stesso.

Se sui contenuti e discriminanti siamo d’accordo passiamo ai modi con i quali unire questa benedetta sinistra.

Tu indichi questa soluzione: “Credo che una soluzione equilibrata del problema sia la sperimentazione di una forma politica non partitica, ma federale e pattizia, fra diversi soggetti politici, collettivi o individuali, ciascuno dei quali dotato di una sua rispettabile, e anzi necessaria!, autonomia.”

Ma, caro Raul, qualsiasi federazione fra partiti ed altri soggetti necessita di un equilibrio che garantisca ad ognuno pari dignità. E per quanto si possa negoziare il “peso” che ognuno deve avere bisognerà sempre garantire che le decisioni siano consensuali. Perché una federazione non può funzionare a maggioranza. A meno di pensare che ci siano partiti e soggetti collettivi disposti a farsi dirigere dal partito più forte.

Inoltre ed infine, una federazione si può fare solo a livello verticistico fra forze diverse. Le singole persone non tesserate a nessuno, che sono la stragrandissima maggioranza della sinistra reale italiana, sarebbero passive spettatrici dei mille litigi e manovre interne ai ceti politici dei vertici delle forze federate. Del resto noi questa strada l’abbiamo già tentata. E i risultati si sono visti.

Costruire dal basso una forza politica che abbia un programma di fase (per intenderci un programma antiliberista per uscire dalla crisi a sinistra) è l’unica strada, comunque impervia e difficile, per unire tutto ciò che è unibile. Dal basso non significa demagogia basista. Contenuti fondamentali e linea di condotta non possono essere “casuali”. Dal basso significa che tutti quelli che partecipano devono avere la pari dignità e lo stesso peso. E per garantirlo c’è solo un modo. Democrazia e principio di una testa un voto. Dati i contenuti e la linea di condotta questo modo di funzionare è l’unico che può essere attraente per centinaia di migliaia di potenziali partecipanti.
Ovviamente, e veniamo al tema del da te paventato scioglimento del partito, per i comunisti che pensano, e non è certo il tuo caso, che il compito principale di un partito comunista, per non dire l’esclusivo, sia essere “visibile” alle elezioni impegnarsi in un simile progetto vuol dire sciogliere il partito.
Siccome ho avuto un modesto ruolo nell’elaborare la proposta all’oggetto della nostra discussione e diatriba, vorrei rassicurarti circa le mie autentiche intenzioni e soprattutto circa la realizzabilità del progetto.

Senza copiare pedissequamente nulla ho attinto all’esperienza di Izquierda Unida. Perché mi sembra la più vicina ed utile esperienza dalla quale poter imparare.
Da 30 anni il PCE non è “visibile” alle elezioni. E nel suo statuto c’è scritto (articoli dal 112 al 120) che il Pce cede ad IU due sue competenze: la presentazione alle elezioni e la presenza diretta nelle istituzioni. Come c’è scritto che chi si iscrive al PCE ha il “diritto-dovere” di iscriversi ad IU. Analoghe cose ci sono scritte negli statuti di altre forze, nazionali e regionali, che hanno deciso di aderire ad IU. IU si definisce come “movimento politico sociale”. La sua vita interna funziona più o meno come quella di un partito. Ci si iscrive individualmente e gli iscritti partecipano con il principio una testa un voto. Gli iscritti del PCE non sono organizzati come corrente in IU.

La cessione di sovranità circa le elezioni e le rappresentanze istituzionali significa che il PCE non se ne occupa? Ovviamente no. Significa che il PCE ne discute, elabora idee, proposte ecc. Sono i militanti del PCE iscritti ad IU a farle valere e a proporle dentro IU. Ma senza vincolo di mandato e senza una propria corrente. In IU quando a livello locale c’è una differenza di opinioni sulla alleanza o meno con il Psoe o altri, si fa un referendum fra gli iscritti. Chiaramente il PCE locale dice la sua, ma la decisione finale è di IU.

Le molte pratiche sociali del PCE, le sue attività culturali, le sue forme di autofinanziamento (il PCE nazionale percepisce da IU una quota irrilevante del finanziamento pubblico, pari più o meno allo stipendio di un funzionario), le sue sedi, le sue feste, le sue manifestazioni pubbliche, la sua propaganda, (volantini manifesti riviste), la sua formazione, sono totalmente autonome da IU.
Sfido chiunque a dire che il PCE si è sciolto in IU. Sfido chiunque a sostenere che le attività del PCE siano solo la manovalanza per IU. Sfido chiunque a dimostrare che in Spagna c’è anche un solo cittadino che pensi che non esista un partito comunista e che non sappia che il PCE è l’anima politica di IU.

Insomma, caro Raul, possiamo discutere proficuamente se questo o quel documento di Revelli o altri siano adeguati. Possiamo discutere se proporre o meno che la nuova forza che si presenterà alle elezioni abbia le tessere o altre e diverse forme di adesione individuale.

Ma, per favore rimuoviamo dalla discussione il tema dello scioglimento del partito. Che impedisce di discutere seriamente nel merito di molte altre cose che meritano approfondimenti.
Per altro, e vorrei che fosse anche questo chiaro, non esiste nessuna formula organizzativa che possa impedire divisioni politiche. E qualsiasi cessione di sovranità non è, ovviamente, irrevocabile. Un partito come la cede se la può riprendere in qualsiasi momento. Essa serve a dimostrare e garantire l’impegno in una costruzione democratica ed unitaria. Non a vincolarsi ad una unità che perdesse i presupposti per essere mantenuta.

Io però penso che le compagne e i compagni che comporranno questa nuova forza unitaria avranno posizioni molto chiare ed avanzate. E che le nostre idee, se proposte senza borie e soprattutto senza dover passare per mediazioni infinite tra ceti politici, saranno egemoni.
Sono sicuro, per esempio, che se la Federazione della Sinistra avesse fatto un referendum circa l’alleanza o meno col centrosinistra, come noi proponemmo, la nostra posizione avrebbe stravinto.
Perciò insisto nel dire che non dobbiamo avere nessuna paura.

Ti abbraccio forte e ti ringrazio.

DUE COMPITI DIVERSI E LEGATI: PARTITO COMUNISTA E UNITÀ DELLA SINISTRA

DIBATTITODue compiti diversi e legati: Partito  comunista e unità della sinistra

Credo che il dibattito in corso nel PRC (che “La Città Futura” ospita) dovrebbe partire da una comune assunzione di responsabilità: la situazione del nostro Partito non è mai stata tanto grave e la sua stessa esistenza è appesa a un filo. Ciò significa che nessuno dovrebbe pensare a forzature, a rotture, a imporre la propria parzialità a colpi di maggioranza (o, peggio ancora, di minoranza). Al contrario, dovremmo riuscire far prevalere la ricerca di una nuova e più avanzata sintesi politica fra di noi (e, sia detto fra parentesi, questo è da sempre il compito principale di un gruppo dirigente comunista degno di questo nome).

di Raul Mordenti, PRC di Roma

Personalmente trovo incredibile che la nostra Segreteria abbia fatto finta di niente dopo essere andata in minoranza al CPN: in qualsiasi Partito comunista serio del mondo in questi casi ci si dimette, io non chiedo le dimissioni di nessuno (per i motivi appena detti) ma domando con forza che almeno ci si ponga il problema di correggere quella linea respinta dal CPN, non di ribadirla ostinatamente, magari facendola rivotare più e più volte finché non passa.

Le esigenze fra cui fare sintesi (insisto: sintesi, non mediazione) sono evidentemente due: da una parte l’esigenza di costruire il Partito, rafforzarlo, anzi rifondarlo, e dall’altra l’esigenza di costruire uno schieramento più ampio e unitario della sinistra anticapitalista, pacifista, antifascista, democratica. Molti, se non tutti, concordano a parole che una cosa non si può fare senza l’altra, che senza un forte partito comunista, capace di iniziativa politica e di vero radicamento sociale nel conflitto di classe, non c’è, almeno in Italia nessuna sinistra, e d’altra parte che il Partito ha bisogno per vivere di poter nuotare in un mare più vasto, in un sistema articolato di alleanze sociali e politiche. Ma non possiamo più permetterci il lusso di nasconderci dietro formule più o meno brillanti o contentarci delle assicurazioni di chi dice che “nessuno intende sciogliere il Partito”. Per sciogliere il partito non c’è nessun bisogno di dirlo, anzi purtroppo per sciogliere il PRC è sufficiente lasciare andare le cose così come vanno: che si continui a non porre mano alla sua crisi politico-organizzativa, che si continui a ignorare i limiti dei nostri gruppi dirigenti centrali e periferici, che si continui a fingere di non vedere una scissione subdolamente in atto da mesi, e così via. Non si dica allora che la permanenza autonoma del PRC non è messa in questione da nessuno, perché anzi proprio questa è oggi la posta in gioco. Lo struzzo non può essere assunto a modello dai comunisti.
Il punto è – con ogni evidenza – se il PRC deve confluire in un “nuovo soggetto politico”, riducendosi di fatto a una tendenza culturale, oppure se deve vivere come Partito autonomo, come Partito comunista, in un “polo” o schieramento politico più vasto. Le due cose non sono la stessa cosa.
E non si dica (come qualcuno sembra sostenere) che tale questione è stata risolta, una volta per tutte, dal Congresso di Perugia. Sappiamo tutti e tutte che questo non è affatto vero. Non solo nel documento votato a maggioranza dal Congresso non c’è alcun cenno al “soggetto politico” “antiliberista e democratico” (chiunque può verificarlo), ma soprattutto non c’è stata a Perugia, come non c’è adesso, alcuna maggioranza in grado di gestire il Partito. Lo stesso compagno Ferrero è stato eletto segretario solo grazie a un atto di responsabilità politica verso il Partito della terza mozione, e una parte significativa della prima mozione congressuale (come era facile prevedere) sta lasciando il Partito; intanto ha votato alle europee per i candidati di SEL contro quelli comunisti e già oggi provvede a chiudere, dove gli è possibile, le nostre sezioni; è altresì già in atto un tesseramento a un qualcosa che dei compagni malvagi definiscono “il partito di Qui Quo Qua” (Civati, Fratoianni, Oggionni). Altro che “nessuno vuole sciogliere il Partito!”.

Dunque tra noi comunisti occorre discutere, sinceramente, con molta calma e moltissimo spirito di unità. È quanto vorrei sforzarmi di fare qui.

Per discutere fruttuosamente è buona norma partire da due cose, dal significato delle parole e dall’esperienza già fatta.
Cominciamo dal significato delle parole: “soggetto politico” è semplicemente un sinonimo di “partito” (lo si può verificare in qualsiasi vocabolario); insomma “soggetto politico” è un eufemismo usato per dire (e non dire) partito, ma, come dice papa Francesco, “Dietro ogni eufemismo c’è un delitto”. È così anche nel nostro caso?

Ragioniamone insieme: se il Partito “cede” stabilmente (su questo avverbio dovremo tornare fra poco) al “nuovo soggetto politico” non solo la gestione delle elezioni, e dunque la scelta dei candidati e degli “eleggibili”, ma anche la rappresentazione mediatica nella campagna elettorale (verosimilmente con dei “portavoce”), ma anche la definizione del programma politico, ma anche la gestione degli auspicabili eletti e dei finanziamenti istituzionali, e si condisce tutto ciò con l’adesione individuale (si noti: individuale, non collettiva!) dei nostri compagni e delle nostre compagne tramite un tesseramento (che implica congressi, cariche interne, etc.), ebbene è del tutto evidente che resterebbe al PRC in quanto tale solo il compito (che in verità i nostri interlocutori ci affidano volentieri) di attaccare i manifesti. Qualcuno aggiunge ai nostri compiti residui anche … la formazione, e – francamente – non so se ridere o piangere pensando a quali e quanti insuperabili ostacoli trovò nel gruppo dirigente centrale il poveretto che tentò di costruire, in assoluta solitudine e con un budget di zero euro, un Ufficio Formazione e Autoformazione del PRC qualche anno fa.

Veniamo all’esperienza che già abbiamo fatta: cessione stabile, cioè permanente, di sovranità e tesseramento individuale comportano evidentemente anche disciplina rispetto alle decisioni prese a maggioranza, almeno per noi comunisti che siamo persone serie.
Ebbene, immaginiamo per un attimo che il nuovo “soggetto politico” fosse stato già in vigore al tempo del Governo Monti-Fornero: che cosa sarebbe accaduto se il “soggetto politico” avesse deciso, a maggioranza, di considerare Monti “la sua sobrietà di abito e di parola una rivoluzione” e valutato che “al suo governo non ci sono alternative”, dato che “il suo ingresso a Palazzo Chigi ha il senso di un’ultima chiamata, oltre la quale non c’è un’altra soluzione politica possibile, ma solo il vuoto in cui tutti, nessuno escluso finirebbero per schiantarsi”? Avremmo noi dovuto accettare quelle posizioni oppure avremmo dovuto operare noi un’ennesima scissione della sinistra con conseguenze catastrofiche? Le parole che ho citato fra virgolette a proposito di Monti non sono purtroppo immaginarie, esse sono tratte da un articolo del compagno Revelli, uscito sul “Manifesto” al tempo, che cito proprio per il ruolo che svolge oggi lo stimato compagno Revelli. Ma – come dice Orazio – “Quandoque bonus dormitat Homerus” (“talvolta anche il buon Omero sonnecchia”), e – aggiungerei da comunista – i partiti servono anche a non far troppo sonnecchiare, o troppo delirare, i loro dirigenti.
Oppure – per venire a cose ancora più ripugnanti del Governo Monti – cosa dovremmo fare noi se il “soggetto politico” decidesse a maggioranza a Milano di non opporsi alla greppia dell’Expo (magari “per fare politica” – come si è detto), oppure a Roma decidesse a maggioranza di accettare finanziamenti della cooperativa di Buzzi (legato a fasciomafia) come ha fatto qualcuno di SEL o, altrove, di non opporsi frontalmente alla TAV, o alla guerra imperialista, o a qualche deriva consociativa del Sindacato, e così via? Risponderebbe – credo – il compagno Ramon Mantovani a me caro che “Rifondazione non deve avere paura”, che noi non saremo mai minoranza su cose come queste. Io sono più pessimista di lui, perché la logica delle istituzioni è ferrea (finanziamenti istituzionali che alimentano burocrazie di partito che sostengono gli istituzionali, e così via) e ha devastato in passato anche nelle nostre fila. Ma ammettiamo pure che le nostre posizioni prevalgano sempre all’interno del “soggetto politico”: ebbene, queste posizioni sarebbero rispettate da tutti gli altri componenti del “soggetto politico”? Dubito anche di questo.

Qualcuno ricorderà che in occasione di “Cambiare si Può” gli aderenti furono chiamati a votare on line a proposito della adesione a  “Rivoluzione civile” con la possibilità che anche i dirigenti comunisti potessero essere candidati, nonostante quello che appariva ad alcuni il loro vergognoso vizio di origine. Ebbene, una schiacciante maggioranza di oltre il 70% decise per il sì; quelli che erano per il no si guardarono bene dall’accettare il risultato del voto, ma invece reagirono come fanno i bambini prepotenti quando vengono contraddetti, se ne andarono portandosi via il giocattolo. Alcuni di quei nostri interlocutori si espressero pochi giorni dopo invitando a dare un bel voto al PD o a SEL. Quella loro pugnalata contribuì non poco all’insuccesso di Rivoluzione civile”. Vogliamo ripetere quella esperienza?

Credo che una soluzione equilibrata del problema sia la sperimentazione di una forma politica non partitica, ma federale e pattizia, fra diversi soggetti politici, collettivi o individuali, ciascuno dei quali dotato di una sua rispettabile, e anzi necessaria!, autonomia.
Insomma un polo della sinistra antiliberista (ma io aggiungerei: pacifista, ecologista, femminista, antifascista, cioè schierata con forza a difesa della Costituzione) a cui si chiamano ad aderire, in occasione delle elezioni, partiti, movimenti, riviste, giornali, collettivi, sindacati, esperienze di lotta, etc. e anche singole persone, sperimentando forme democratiche e partecipative per la selezione dei candidati e per la gestione delle elezioni e degli eletti.

Questo non ha nulla a che fare con una campagna di iscrizioni! Le iscrizioni (oltre a far collassare definitivamente le nostre già fragili strutture di Partito) a causa degli inevitabili portati burocratici allontanerebbero da noi quelli che me sembrano interlocutori privilegiati, penso soprattutto ai giovani, agli studenti in lotta, alle esperienze del proletariato metropolitano, etc. Direi addirittura che le iscrizioni sono il contrario delle forme partecipative e di democrazia diretta e assembleare che dobbiamo sperimentare: personalmente penso a un mix fra assemblee popolari e voto on line, da discutere e progettare in dettaglio anche sulla base di esperienze internazionali.

Il fatto che la “cessione di sovranità” da parte del nostro Partito riguardi solo le elezioni comporta, evidentemente, che la struttura del polo della sinistra antiliberista non può essere permanente e stabile: ad esempio, noi ci siamo alleati perfino con SEL in occasione delle europee, ma già nelle recenti regionali SEL ci ha ricordato al sua natura schierandosi ovunque con il PD (e impedendoci con il suo veto di usare il simbolo della “Lista Tsipras”). Vogliamo ripetere anche queste esperienze negative? Non ci hanno insegnato niente?
Ne deriva dunque la necessità di un’autonomia programmatica del Partito, la quale anzi è da rafforzare, come elemento del nostro essere comunisti ma anche della nostra capacità di proposta al movimento e alla classe.

Il polo di cui parliamo si definisce politicamente sulla base di pochi punti politici ben chiari (pochi punti dirimenti: il contrario della piattaforma vaga e politicista proposta dal compagno Revelli) fra i quali non può non spiccare uno schieramento inequivoco contro le politiche della BCE, dunque contro l’asse vigente in Europa e in Italia fra centrodestra e centrosinistra; ne deriva, evidentemente, un’assoluta incompatibilità del nostro polo con la socialdemocrazia o la liberal-democrazia “all’italiana” (il PD), a tutti i livelli. E proprio questa assoluta coerenza politica del nostro polo sarà un motivo decisivo della sua attrattività elettorale (al contrario di quanto alcuni compagni, che si rifiutano di leggere le percentuali impressionanti degli astenuti, si ostinano ancora a pensare).
Certo, alla base di tutto, c’è davvero il rilancio del Partito, anche dal punto di vista organizzativo e della gestione. Ci sono deliberati congressuali (questi veri!) che aspettano ancora di essere attuati, dalla conferenza di organizzazione allo scioglimento del nodo decisivo dell’organizzazione del Partito nel mondo del lavoro e nei Sindacati, fino all’impegno – preso solennemente dal Congresso intero e clamorosamente disatteso dalla Segreteria – di rilanciare il giornale del Partito in formato on line.
Possiamo permetterci ancora organi dirigenti correntizi (di correnti che non esistono neanche più!) e di minoranza? O non è questo il momento di impegnare tutte le energie di cui il Partito dispone nella sua gestione, a tutti i livelli, per cercare tutti/e insieme di tirare fuori il PRC dalle sabbie mobili in cui sembra precipitare?

La responsabilità di tutti noi, ma in particolare del gruppo dirigente centrale, è davvero grandissima: riuscire a segnare e subito una vera e positiva discontinuità che ci permetta di rifondare Rifondazione, per salvarla.

La guerra culturale delle classi dominanti

Pamphlet. «La truffa del debito pubblico» di Paolo Ferrero. Gli accordi sindacali e le decisioni politiche che hanno preparato il dominio della finanza e del libero mercato

È dav­vero dif­fi­cile che un libro di eco­no­mia si legga tutto d’un fiato. Eppure è quanto avviene con l’ultimo lavoro di Paolo Fer­rero, signi­fi­ca­ti­va­mente inti­to­lato La truffa del debito pub­blico, pub­bli­cato di recente da Deri­veAp­prodi (pp. 156, euro 12). Il segre­ta­rio di Rifon­da­zione comu­ni­sta ha, infatti, il dono di ren­dere asso­lu­ta­mente chiara una mate­ria spi­nosa come, appunto, l’economia, spie­gan­done in maniera com­pren­si­bile a tutti i mec­ca­ni­smi, uti­liz­zando anche gra­fici e tabelle in modo fun­zio­nale al discorso svi­lup­pato, senza che appe­san­ti­scano il testo né com­pli­chino inu­til­mente i ragio­na­menti. Il tono è col­lo­quiale e volu­ta­mente dida­sca­lico – ven­gono spie­gati con pre­ci­sione e sem­pli­cità tutti gli eventi e le espres­sioni uti­liz­zate – ma senza che il let­tore ne provi alcun fasti­dio, anzi.

L’argomento affron­tato è l’enorme debito pub­blico che grava sulle finanze del nostro paese. Fer­rero si inter­roga innanzi tutto su come si sia for­mato e come sia arri­vato ai livelli attuali. Tutto è ini­ziato nel 1981, quando «fu deciso il cosid­detto divor­zio tra Banca d’Italia e mini­stero del Tesoro». Senza alcun atto o deci­sione del par­la­mento, gra­zie solo a uno scam­bio di let­tere tra il mini­stro Benia­mino Andreatta e il gover­na­tore Carlo Aze­glio Ciampi, fu decisa l’indipendenza della Banca cen­trale. E subito «i tassi di inte­resse, pagati dallo Stato ita­liano per finan­ziare il pro­prio debito, sono schiz­zati alle stelle».

Una finan­zia­ria di svolta

Fino a quel momento, infatti, i tassi di inte­resse erano con­cor­dati tra il mini­stero e la Banca d’Italia, che si impe­gnava ad acqui­stare al tasso pre­fis­sato tutti i titoli rima­sti inven­duti sul mer­cato. Senza più que­sta garan­zia l’interesse sui titoli, che deve essere pagato dallo Stato, ini­zia a salire, supe­rando il tasso di infla­zione e, con­se­guen­te­mente il debito comin­cia a gon­fiarsi in modo espo­nen­ziale. Si passa così da un cumulo di inte­ressi sul debito di circa sette miliardi e set­te­cento milioni del 1980 a oltre diciotto miliardi nel 1981 e a più di 35 miliardi nel 1982 e così via, con cifre che sal­gono sem­pre più. Fer­rero cal­cola che «grosso modo gli inte­ressi medi che lo Stato ita­liano ha pagato dal 1981 in avanti sono pari al 4,2% in più del tasso di infla­zione». Non solo, «la per­cen­tuale di spesa pub­blica ita­liana che viene usata per pagare gli inte­ressi è gros­so­modo dop­pia a quella della media europea».

A par­tire dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, allora, come dice giu­sta­mente Fer­rero si può par­lare di una vera e pro­pria truffa per quel che con­cerne il debito pub­blico. Erano gli anni in cui il «lungo Ses­san­totto ita­liano» vol­geva al ter­mine. Stava arri­vando la sta­gione del cosid­detto «riflusso». Gli «anni di merda», li avrebbe defi­niti Nanni Bale­strini in una sua poesia.

Ma per capire chi avrebbe pagato que­sta truffa in favore della finanza spe­cu­la­tiva diventa impor­tante un’altra data, quella in cui fu appro­vata la finan­zia­ria – così si chia­mava all’epoca quella che oggi si chiama legge di sta­bi­lità – del 1992, la famosa finan­zia­ria «lacrime e san­gue», come fu defi­nita allora, varata dal governo pre­sie­duto da Giu­liano Amato. Erano anni di ten­sione: il crollo del muro di Ber­lino di qual­che anno prima, la caduta dell’Urss, tan­gen­to­poli, la strage di via D’Amelio a Palermo. Nel frat­tempo, d’intesa con i sin­da­cati, era stata abo­lita la scala mobile, che pre­ve­deva aumenti auto­ma­tici di salari e sti­pendi a seguito del’aumento di prezzo di deter­mi­nati beni. Poi la lira viene sva­lu­tata del 20–25%. Infine parte la mano­vra vera e pro­pria che tra tagli, nuove entrate e dismis­sioni ammonta alla cifra record di 93.000 miliardi di lire. È facile com­pren­dere che gli effetti legati alla sva­lu­ta­zione e agli aumenti dovuti all’inflazione si sca­ri­cano quasi del tutto sui salari, men­tre «il mec­ca­ni­smo di tra­sfe­ri­mento di denaro dal bilan­cio dello Stato agli spe­cu­la­tori pro­ce­deva a pieno regime». Per di più, l’anno suc­ces­sivo, «il sin­da­cato firmò l’accordo sulla con­cer­ta­zione che inchio­dava le richie­ste sala­riali all’inflazione pro­gram­mata, che era sem­pre più bassa di quella reale». Ini­zia così a entrare nella sua fase più acuta quella cosid­detta «guerra di classe dall’alto» che ha visto e, pur­troppo, con­ti­nua a vedere l’offensiva con­tro il lavoro dipen­dente che ha con­dotto a una redi­stri­bu­zione incre­di­bile a favore dei più ric­chi delle risorse e a un restrin­gi­mento con­ti­nuo dei diritti con­qui­stati dopo lotte anche duris­sime. Il tutto in una situa­zione di avanzo pri­ma­rio del bilan­cio dello Stato, che incassa a par­tire da quel 1992 più di quanto destini alla spesa pub­blica. Gran parte delle entrate, infatti, serve a pagare que­gli inte­ressi sul debito inne­scati da tutte quelle scelte com­piute in pas­sato. Una strada scel­le­rata lungo la quale ci si con­ti­nua a muo­vere anche oggi.

Da cit­ta­dini a sudditi

Il bel libro di Fer­rero va avanti appro­fon­dendo il discorso e mostrando in maniera ine­qui­vo­ca­bile come e a van­tag­gio di chi si sono mosse le poli­ti­che del recente pas­sato. E si con­clude, dopo una disa­mina del Ttip – ilTran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship, l’accordo che stanno trat­tando pra­ti­ca­mente in segreto Europa e Usa, e che rap­pre­senta un ulte­riore salto di qua­lità nel «togliere ai popoli ogni potere e tra­sfor­mare i cit­ta­dini in sud­diti, subal­terni ai grandi poten­tati eco­no­mici» – con una serie di pro­po­ste basate su due punti fon­da­men­tali: «la sovra­nità demo­cra­tica degli Stati nazio­nali e la costru­zione di un movi­mento poli­tico di massa a livello euro­peo». Si tratta di pro­po­ste in gran parte lar­ga­mente con­di­vi­si­bili ma che fanno sor­gere almeno un dub­bio, ovvero: siamo sicuri che la sovra­nità degli Stati nazio­nali sia ancora una con­di­zione reale? Non è che nella ristrut­tu­ra­zione capi­ta­li­stica ancora in atto le cose siano cam­biate in maniera molto più pro­fonda? E che le rispo­ste da dare deb­bano, per così dire, muo­versi su un altro livello di scon­tro? Ma tutto que­sto, evi­den­te­mente, ci por­te­rebbe a un altro discorso, troppo lungo e com­plesso per essere affron­tato in que­sta sede.

MAURO TROTTA

da il manifesto

IL SENSO DI UNA SACROSANTA E TEMPESTIVA QUERELA

Il senso di una sacrosanta e tempestiva querela

 

Non può essere lasciata impunita la cinica strumentalizzazione con cui, mentendo, si cerca di presentare la corruzione come un male endemico senza connotati, neutro come una calamità naturale, che riguarda tutti indistintamente.

Molti giornali hanno dato grande risalto agli stralci di intercettazioni telefoniche acquisiti dall’inchiesta in corso sulla così detta “mafia capitale” e tra questi al passaggio in cui Salvatore Buzzi riferisce che le buste piene di denaro venivano consegnate “a tutti … tutti … Pure a Rifondazione”. Non è questa un’affermazione che poteva rimanere senza reazione e bene ha fatto, quindi, il segretario del PRC Paolo Ferrero a dare immediato mandato ai legali per proporre querela in confronto di “chi ha fatto queste affermazioni e per costituirci parte civile nel processo, in modo che si possa fare piena luce sulla vicenda, ripristinando la verità”.

È chiaro, infatti, che in questo modo si è tentato di utilizzare il nome di Rifondazione Comunista per coprire il senso politico dell’intreccio tra malavita organizzata e i responsabili investiti di ruoli istituzionali pubblici. Dire che i soldi venivano dati anche a Rifondazione, serve a generalizzare, a presentare la corruzione come un male endemico senza connotati, neutro come una calamità naturale, che riguarda tutti indistintamente.
Questo è inammissibile e intollerabile.
Sappiamo bene che di fronte alla gravità di fenomeni come quello che, in tutti i suoi aspetti, sta venendo alla luce con l’inchiesta sulla “mafia romana”, la risposta deve essere soprattutto politica e deve basarsi sulla denuncia del senso strutturale e nient’affatto casuale dell’intreccio tra potere politico e potentati economici. Deve dar vita a una reazione connotata dal protagonismo di un diverso blocco sociale che si candidi a dirigere la cosa pubblica, non bastando denunciare i misfatti dal solo, pur giusto, punto di vista della “questione morale”.
Ma mentre lavoriamo a questa prospettiva, che è la nostra stessa “ragione di esistenza”, è anche giusto che utilizziamo, pure come segnale di una reazione che vogliamo forte e chiara, gli strumenti dello stato di diritto in cui (teoricamente) viviamo.
E allora, chiedere di querelarsi e di voler agire per il risarcimento dei danni alla reputazione e al “buon nome” politico di Rifondazione Comunista è il modo per formalizzare la volontà di perseguire, in ogni sede, un vero e proprio delitto quale è quello della diffamazione.
Non certo per farne oggetto di un privato contenzioso, ma per denunciare che non si può usare il nome dei comunisti per coprire il senso vero del malaffare. E per aprire, anche nelle sedi istituzionali della “giustizia” un nuovo capitolo di ricerca della verità. E perché non può essere lasciata impunita una cinica strumentalizzazione con cui si offende chi ha scelto la politica non come luogo degli affari, ma come luogo della trasformazione della società.