Rabbia e pazienza radicale

Forse sta per succedere qualcosa di nuovo, qualcosa che abbiamo sognato da tempo. La diffusione, la determinazione, la creatività, il coraggio delle proteste contro le impunità della polizia, che si sono moltiplicate negli ultimi mesi negli Stati Uniti, non hanno molti precedenti. Questo è un movimento di tartarughe che si ostina ad andare avanti passo dopo passo attraverso quella che Chris Carlsson chiama radical patience. Non è la pazienza dell’attesa o dell’essere passivi, ma la pazienza di chi ha capito che si tratta di uno sforzo di lunga durata, che cambia la società in profondità, Qualcosa che nasce dalla rabbia, la rabbia contro il razzismo, l’impunità, la militarizzazione, l’iniqua distribuzione delle ricchezze, le devastazioni ambientali. Per dirla con Raúl Zibechi, è la rabbia ciò che ci può far superare la soglia dell’impossibile, non il programma né la lucida analisi. È la rabbia la forza motrice delle lotte in ogni angolo del mondo. Risuonano la parole che giungono in questi giorni da uno stravagante festival nel sud del Messico, “sempre di più ci unisce il dolore ma anche la rabbia“. Diversamente dal movimento Occupy, che ha creato degli spazi fissi, questa nuova ondata di proteste comprende molte azioni mobili, tattiche di colpisci e fuggi, azioni dirette nonviolente, pianificate e disciplinate in modo impressionante. Migliaia di persone comuni, ad esempio, hanno imparato a bloccare le strade. “La rabbia sta montando e la pazienza, quella di tipo radicale, sarà ciò che manterrà alta la pressione… Il 2015 sarà proprio interessante”

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di Chris Carlsson*- comune.info

Rabbia e pazienza, disperazione e fiducia eccessiva, emozioni che hanno serpeggiato spesso qua e la negli ultimi tempi. Le manifestazioni, i blocchi, e proteste in forme varie sono diventate fonte di ispirazione e la loro capacità di resistenza, di resilienza e di compattezza è stata assolutamente sorprendente.Forse sta per succedere qualcosa di nuovo, qualcosa che abbiamo sognato e nella quale abbiamo sperato ormai da tanto tempo. Io ho visto cinguettii e messaggi su Facebook che affermano che è ormai in atto una insurrezione, ma ciò mi sembra fortemente esagerato, al massimo si tratta della presunzione dei giovani. D’altra parte, la forte pressione senza interruzioni in atto nelle strade di Ferguson, New York, Oakland, San Francisco, Milwaukee, Chicago, Los Angeles e in tanti altri luoghi, combinata con il riconoscimento che i protagonisti non sono le solite vecchie facce, (anche se alcune di esse – cioè noi – sono anche presenti!) è un fatto che merita una profonda attenzione e un sostegno critico. Ma ne parleremo ancora più avanti.

È la fine di un altro anno, e io mi rendo conto che ho scritto molto meno durante tutto questo anno. Non ho alcun progetto di libro in gestazione (anche se questa situazione sta per cambiare), e al massimo scrivo sul sito una volta al mese. Invece di spargere con forza le mie opinioni nel mondo (cosa che dopotutto ho fatto pienamente durante tutta la mia vita!), sembra quasi che mi sia concesso una sosta. In effetti non ho deciso di farlo, ma invece di rendere nota la mia opinione su qualunque cosa accadesse, o di sforzarmi di scrivere qualcosa che non mi ispirava realmente, ho passato molto del mio tempo a leggere gli scritti di altre persone, in gran parte dei libri, ma anche molte riviste e, in misura minore, testi apparsi su internet. Ho anche scaricato numerosi articoli e pure delle intere pubblicazioni, ma solo raramente li ho veramente letti, perché, ad essere onesti, io amo i libri e le riviste cartacei molto più dei testi in forma elettronica. In parte ho dovuto scorrere dei testi per essere capace di mostrarmi un buon insegnante nei corsi che ho tenuto all’Istituto Artistico di San Francisco, e in parte perché ho la tendenza ad accumulare dei libri che desidero leggere ma spesso non ho abbastanza tempo per farlo. Quindi sono stato in grado quest’anno di tuffarmi in dozzine di fantastici libri, e ognuno di essi ha contribuito a farmi approfondire le mie crescenti conoscenze su San Francisco e la California, nonché a colmare un grave buco che avevo nella mia conoscenza della storia del 19° secolo.

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In ogni caso, ho anche avuto un piccolo ruolo di sostegno collaterale rispetto allo stupendo lavoro svolto da Adriana nel caso di Alex Nieto (Alejandro “Alex” Nieto, 28 anni, è stato ucciso dagli agenti di polizia di San Francisco, a Bernal Hill Park, senza giustificazione, il 21 marzo 2014, ndr). Dopo la sua uccisione per mano della polizia locale il 21 marzo 2014, lei si è dedicata completamente al lavoro con la sua famiglia e i suoi amici, e ciò ha fatto concentrare molto tempo e molta attenzione intorno alla nostra casa. È lei che ha determinato la forma della narrazione, che l’ha collocata nel ruolo della tartaruga rispetto alla lepre rappresentata dal Dipartimento di Polizia di San Francisco. Quando loro uccidono qualcuno, il loro “modo di operare” (e questo sembra essere il modello usato in tutti gli Stati Uniti, che con ogni probabilità è stato elaborato dall’FBI, l’Ufficio Federale di Investigazione, con degli importanti contributi di qualche agente politicizzato o ex agente che dirige i sindacati di polizia) consista nell’assassinare la personalità della vittima nelle prime ore successive all’assassinio. Una immediata criminalizzazione, che non tiene in alcun conto gli elementi della realtà, è una componente essenziale della loro strategia, i cui obiettivi sono sollevare una nube di dubbi sulle circostanze durante le quali la vittima è stata uccisa.

Successivamente, dopo aver “stabilito” diffondendo informazioni false o irrilevanti, che la persona uccisa dalla polizia ha in qualche modo causato tutto ciò da se stessa, sia a causa di precedenti connessioni con proibizioni stabilite per legge, sia molto più spesso a seguito di problemi di salute mentale documentati, la polizia può affermare che erano stati messi in pericolo ed erano stati costretti ad usare mezzi mortali. Essi hanno fatto tutto ciò ad Alex Nieto, e si può leggere come ci abbiano messo diciotto ore per informare la famiglia che erano stati loro ad uccidere Alex, come abbiano utilizzato questo tempo per entrare con delle scuse nella loro casa e cercarono di trovare delle “evidenze” da utilizzare prima di dire cosa era successo e così via. È stupefacente che questo caso non abbia già avuto quel profilo nazionale che oggi stanno avendo Michael Brown, Eric Garner e alcuni altri. Ma potrebbe arrivare a quel livello, poiché chiunque conosca bene come si sono svolti i fatti può rendersi conto che Greg Suhr, il capo della polizia di San Francisco, è con ogni probabilità coinvolto personalmente nell’ostacolare la giustizia e nel tentativo di coprire il tutto, e che l’intero dipartimento sta facendo tutto il possibile per ritardare, confondere ed evitare che una indagine adeguata abbia luogo.

Infatti le falsità della polizia nelle prime ventiquattro ore hanno cercato di descrivere Alex come persona mentalmente instabile e come membro armato e pericoloso di una banda di delinquenti. Quando nei giorni successivi la famiglia e gli amici portarono le prove che era un buddista praticante, un pacifista, uno studente di diritto penale al City College che aveva svolto attività di volontariato nel dipartimento che svolgeva indagini giudiziarie, e che era molto conosciuto come un giovane con molti amici, impegnato e tenuto in molta considerazione, la storia che la polizia aveva montato continuò a essere dominante nelle descrizioni dei giornali. Ma Adriana e gli altri che facevano parte del comitato “Giustizia per Alex Nieto” hanno svolto un grande lavoro per mantenere attiva la campagna, organizzando senza soste e in posti diversi delle dimostrazioni pacifiche che facessero luce sui fatti relativi al caso (che hanno ricevuto molta poca attenzione dalla stampa fino a poco tempo fa, presumibilmente perché non si erano verificate violenze o distruzioni di proprietà private).

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Ma lentamente e con continuità il caso sta destando una attenzione sempre maggiore. Nella recente manifestazione dell’Area della Baia, il nome e il viso di Alex Nieto sono stati molto presenti durante la BlackLivesMatter e altre proteste contro le impunità della polizia. Adriana ha organizzato una splendida marcia e una “Posada” (con il fondamentale aiuto di molti altri membri del comitato) per Alex Nieto durante la notte più lunga dell’anno, il 21 dicembre, alle quali sono state invitate le famiglie di molte altre vittime di omicidi della polizia: O’Shaine Evans, Errol Chang, Andy Lopez, Yanira Serrano e l’elenco continua ad aumentare. Casi precedenti, come quelli di Idris Stelley, Kenneth Harding, Jr. e naturalmente quello più conosciuto di Oscar Grant, hanno tutti contribuito a creare un crescente senso di angoscia e la sensazione che la polizia uccide restando regolarmente impunita e a causa di provocazioni di scarsa importanza, spesso soltanto perché la vittima era un vagabondo senza fissa dimora secondo la polizia. Successivamente, si è scoperto che le persone, sia nel caso di Idris Stelley, che di Errol Chang o di Yanira Serrano, avevano realmente avuto degli episodi di paranoia bipolare, qualcosa che avrebbe dovuto garantire la cura di una malattia mentale, invece di un intervento violento della polizia.

Alla luce di quanto è successo, io sono molto orgoglioso del gran lavoro fatto da Adriana per riuscire a mettere il caso di Alex Nieto sotto gli occhi del pubblico mentre la strategia della polizia si basava sul cancellarlo. E mettendo insieme la conoscenza da vicino che avevo di questo caso con la diffusa eruzione della protesta e del dissenso a scala nazionale, ho veramente la speranza che sta nascendo qualcosa che non sarà facile eliminare completamente. Questo è un movimento delle tartarughe, che insistono a realizzare uno dopo l’altro i passi che servono per farlo continuare, mettendo in pratica ciò che io da sempre amo chiamare la pazienza radicale. Non è la pazienza dell’attesa o dell’essere passivi, ma la pazienza di chi capisce che si tratta di uno sforzo di lunga durata, che può non produrre risultati così velocemente come chiunque vorrebbe, ma che lo sforzo deve continuare senza tener conto dei risultati che tardano. Deve essere guidata dalla rabbia, la rabbia perfettamente ragionevole contro il razzismo, l’impunità e la militarizzazione che caratterizzano la maggior parte dei dipartimenti di polizia.

Io sono particolarmente colpito dalle diverse occupazioni di superstrade che sono state organizzate nelle ultimissime settimane in molte delle maggiori città. Sembra che la comprensione da tempo mancante della vulnerabilità delle arterie dove circola la vita delle città moderne sia finalmente emersa e che oggi migliaia di persone hanno imparato come si può bloccarle.

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La vita moderna dipende dal flusso continuo di cittadini privati che guidano auto private, non diversamente dalla dipendenza del nostro corpo dal sangue che fluisce verso e dal cuore in ogni momento. Quando la circolazione di una strada senza pedaggio viene bloccata da una protesta sociale, diventa un punto potente sul quale fare leva. È garantito che i mezzi di comunicazione descriveranno i dimostranti come persone prive di ragione, in quanto sabotano la loro stessa causa ritardando e angosciando migliaia di persone imprigionate negli ingorghi di traffico che ne derivano. Ma tutto ciò non è molto diverso dagli abusi commessi agli scioperanti seduti nelle strade negli anni ’30, che per primi sperimentarono un nuovo modo di occupare i posti di lavoro, che portò alla rapida creazione dei sindacati delle industrie (è un problema diverso dal far emergere le contraddizioni e le debolezze delle strutture sindacali, aspetto che per il momento lascio da parte). È invece molto simile allo sdegno e all’angoscia distruttiva diretti contro le incursioni delle biciclette della Critical Mass in tutti questi anni, ma guardate quante più persone usano le biciclette ogni giorno adesso rispetto a quando è iniziata la Critical Mass nel 1992, non solo a San Francisco ma in tante città in tutto il paese e in altre parti del mondo.

Diversamente dal Movimento Occupy, che creò degli spazi fissi, che però alla fine si rivelarono non essere difendibili dagli attacchi di una polizia pesantemente armata,questa nuova ondata di proteste comprende molte azioni mobili, tattiche di colpisci e fuggi, nonché alcune azioni aggressive dirette nonviolente, pianificate e disciplinate in modo impressionante (in particolare il blocco Bart del Venerdì Nero e l’attacco dimostrativo al Dipartimento di Polizia di Oakland). Molta attenzione è stata fatta agli episodi di rotture di vetrine e dei rifiuti incendiati che si sono verificati durante alcune delle marce serali di avvicinamento per le strade, ma lagrande e diffusa potenza della protesta, in genere senza distrazioni di questo tipo in molti luoghi, è ciò che ha maggiormente colpito.

Naturalmente si sono verificati anche una certa quantità di “spese proletarie”, specialmente quando le vacanze erano vicine, e la possibilità di saccheggiare un negozio di telefonini o di altri apparecchi elettronici era a portata di mano. È difficile che ci si possa sorprendere o che valga la pena di preoccuparsi di questi fatti: che cosa ci si può aspettare in una società dove i ricchi hanno concentrato nelle loro mani così tanta ricchezza negli ultimi due decenni, mentre le persone al livello più basso della struttura economica diventano sempre più poveri? Il prelievo più significativo che si è verificato in questa società cono i miliardi sottratti ogni giorno dalle elites cleptomani che riempiono le loro tasche in ogni tipo di modalità diretta o indiretta alle spese dei membri della società. Chiunque abbia analizzato di recente le statistiche della distribuzione della ricchezza può solo arrabbiarsi per l’impunità goduta dai banchieri, dalle imprese che forniscono mercenari agli eserciti e i politici uomini e donne che li rappresentano. Una redistribuzione in una diversa direzione della ricchezza sociale è una esigenza da tempo nota, e noi possiamo difficilmente protestare contro coloro che hanno deciso di sfruttare le loro opportunità così limitate, appropriandosi di ciò su cui possono mettere le mani.

E poi è da ricordare il saccheggio del pianeta costituito dai carburanti fossili. Il movimento per il clima esercita anche delle pressioni per accelerare l’aumento delle fonti di energia alternative. Esistono delle critiche molto buone al concetto che noi possiamo soltanto rimpiazzare il petrolio a basso costo che sostituisce i trasporti e la produzione di cibo con il solare e l’eolico; noi quasi certamentedobbiamo ridurre radicalmente l’ammontare di energia che consumeremo andando avanti nel tempo. Ma la situazione attuale è insopportabile e insostenibile. Così sembra a chiunque conosca queste cose, sia che combatta ilrazzismo strutturale storicamente radicato, che ancora genera orribili uccisioni abitualmente coperte dallo stato, che colpiscono al di la di ogni proporzione i neri egli ispanici, sia coloro che si sono concentrati sulla necessità di bloccare il fracking(questo terribile metodo di estrazione del petrolio che almeno finora sembra avere un gran successo nello stato di New York), sugli oleodotti per il trasporto del petrolio estratto dalle sabbie bituminose, oppure facendo soltanto delle campagne per lasciare il petrolio sottoterra.

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È facile disperarsi quando le cosiddette “notizie” propagandistiche rinforzano così tanto il nostro isolamento mentre rendono le modalità in cui si vedono le cose così inevitabili e senza scadenze. Ma la storia parla un linguaggio diverso. Oggi le cose stanno cambiando rapidamente ed esiste una effettiva possibilità di forgiare una maniera di vivere molto diversa, a partire dalle violente convulsioni finali delle regole barbare e sfruttatrici sotto le quali abbiamo vissuto per più di un secolo.

Che cosa significa “migliore” in questo contesto? La mia “risposta facile” comprendemeno lavoro, più momenti di gioia, rapporti più corretti, restauro dei sistemi naturali e un impegno per un bilancio ecologico molto sensibile, che riguardi le risorse, le tecnologie e tutte le forme di vita. Quali tecnologie saranno utili per andare avanti? Come gli obblighi connessi al loro uso imporranno delle strutture sociali che potrebbero essere incompatibili con le nuove pratiche sociali egualitarie? Possono essere riprogettate per rafforzare diverse modalità di vita invece di rimanere intrappolati nei vecchi paradigmi? Queste sono solo alcune delle domande che mi tormentano, e io spero di scrivere qualche testo basato su una ricerca e una analisi storica serie, che possano gettare della luce su di esse nel prossimo anno e in quelli successivi!

Nel frattempo, la rabbia sta montando e la pazienza, quella di tipo radicale, sarà ciò che manterrà alta la pressione e il movimento in fase di crescita e di evoluzione: il prossimo anno sarà proprio interessante!

 

 

* Chris Carlsson, scrittore e artista da sempre nei movimenti sociali statunitensi, è stato tra i promotori della prima storica Critical mass a San Francisco. Autore, tra le altre cose, di «Nowutopia» (Shake edizioni) e, più recentemente, di «Critical mass. Noi siamo il traffico» (Memori), invia periodicamente i suoi articoli, molti dei quali raccolti su nowtopians.com, a Comune-info: il saggio qui pubblicato (titolo originale Rage and Radical Patience) è stato tradotto per Comune da Alberto Castagnola.

 

Fare il poliziotto negli Stati Uniti è più sicuro che fare il boscaiolo

Patrick Lynch parla ad una conferenza stampa (AP Photo/David Karp) ASSOCIATED PRESS

Lo dicono i dati del dipartimento del Lavoro. Ma intanto la NYPD è in preda ad un inquietante delirio di onnipotenza
Prima dell’agguato di Brooklyn, il 20 dicembre, quanti erano i morti in servizio nella polizia newyorchese dall’inizio dell’anno? La risposta è due. Due in una città di quasi nove milioni di abitanti. Due milioni dei quali vivono sotto la soglia di povertà. Dove è povero un bambino su tre. Dove operano oltre 34.000 poliziotti, che hanno ucciso circa 200 persone negli ultimi 15 anni (l’86% era ispanico o nero), ma soltanto tre volte gli agenti sono stati processati e solo uno di loro è stato condannato per omicidio colposo (senza carcerazione). Un corpo, quello delle forze dell’ordine newyorchesi, che anni fa l’allora sindaco e multimiliardario Mike Bloomberg aveva definito orgogliosamente “il settimo esercito del mondo”. Ovviamente esagerando, ma dando un’idea dello spazio che occupa la polizia nella fantasia degli ultra-ricchi. I quali dovrebbero ringraziare il loro dio, qualunque esso sia, per vivere in una delle società più controllate e pacificate del mondo.

Il peso dell’uniforme

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(I lavori più pericolosi d’America. Dati: Bls. Grafica: Vox.com)

Ma in America, e non solo, tra coloro che difendono il sistema poliziesco contemporaneo, uno degli argomenti più usati è la presunta pericolosità del mestiere di poliziotto. Questo è certamente vero se lo si paragona a quello di contabile, di professore universitario, o di cassiere in un supermercato. Eppure i dati del Bureau of Labor Statistics ci dicono che fare il contadino è due volte più rischioso che indossare il distintivo dei tutori dell’ordine. Il boscaiolo, nove volte di più.  Questa sezione del dipartimento del Lavoro Americano misura il “fatal injury rate”, ovvero il tasso di incidenti mortali per ore di lavoro. Quello dei poliziotti è di 10,6. Quello degli operai edili 17,7, quello degli agricoltori 21,9. Ben 75,0 per i chi lavora nella pesca e addirittura 91,3 per i tagliaboschi.
La questione non è di poco conto, soprattutto dopo la decisione del gran giurì di non processare Darren Wilson, il poliziotto che a Ferguson (Missouri) il 9 agosto aveva sparato e ucciso un diciottenne afroamericano disarmato, Michael Brown, scatenando proteste in tutto il Paese. “Mi sono sentito come un bambino di cinque anni contro Hulk Hogan”, aveva detto Wilson in una testimonianza, paragonando Brown ad un demone, ad un animale che caricava. Eppure il poliziotto e il ragazzo erano della medesima altezza (193cm) e se Brown pesava 132 chilogrammi, Wilson si difendeva con 93. Il “cinquenne” più pesante della Storia, come ha scritto il (conservatore) Daily Mail.
E sempre la “sensazione di pericolo” è stata usata per giustificare il ricorso indiscriminato alle armi da fuoco, anche su cittadini che di armi non ne indossavano. Come per il caso di Eric Gardner, la cui colpa era soltanto quella di essere noto alle forze dell’ordine come venditore di sigarette di contrabbando, pesante oltre 160 chili ma obeso e malato d’asma, placcato da quattro poliziotti e soffocato con una presa a strangolo (vietata ufficialmente dal 1993). O come per John Crawford III, afroamericano crivellato di colpi in un negozio Walmart in Ohio solo perché teneva in mano un fucile di plastica nel reparto giocattoli. L’allarme era stato da un mitomane, che non fu mai processato, mentre una donna era morta di infarto per lo spavento. Oppure come nel caso di Tamir Rice, sparato a bruciapelo da due poliziotti, su segnalazione di un anziano che lo aveva visto giocare con una pistola. Era di plastica, e Rice aveva 12 anni. Uno dei due agenti non si è nemmeno preoccupato di scendere dalla volante: ha aperto il finestrino, preso la mira – non sulle gambe, ma sul corpo del bambino – e ha premuto più volte il grilletto, uccidendolo.
Sono solo tre esempi tra gli innumerevoli disponibili. Nel frattempo, se consideriamo lo stratosferico budget riversato dal governo federale sulle polizie cittadine dal 1991 a oggi, rifornendole di armi pesanti e mezzi corazzati manco fossimo in guerra, il quadro è preciso ed inquietante. Se da un lato si è voluto tutelare sempre di più il poliziotto come garante principale della riqualificazione delle aree urbane (la famosa “teoria delle finestre rotte”), l’immagine delle forze dell’ordine si è fatta sempre più simile a quella di un esercito.

Numeri mancanti
Ma quanti sono veramente i poliziotti americani morti sul lavoro, e di che morte muoiono? Nel 2013 su tutto il territorio degli Stati Uniti sono deceduti in servizio 100 agenti (dati Fbi). Di questi, 28 sono rimasti uccisi in incidenti stradali, mentre 31 sono quelli uccisi da un colpo di pistola. Le proporzioni rimangono tali anche se si analizzano i dati degli ultimi dieci anni, dal 2004 al 2013. Nota interessante: l’anno scorso nessun poliziotto americano è morto per accoltellamento, o in seguito a scontri fisici.
Sembrano provenire da un’altro pianeta i racconti di Jonathan Mahler o del documentario The Coolest Year in Hell, ambientati nel 1977, in cui le pattuglie dell’83esimo distretto di Brooklyn dovevano scortare i camion che facevano consegne nel quartiere, o dove alcuni isolati erano ridotti così male da dover richiedere l’intervento di due volanti per ogni chiamata di soccorso: tre poliziotti entravano nell’edificio e un’altro rimaneva di guardia alle auto della strada. Un tempo in cui alle matricole venivano insegnate subito poche importanti regole: non camminare troppo vicino ai muri (qualcuno potrebbe lasciar cadere un mattone), non lasciare ai ragazzini di quartiere indossare il tuo cappello (rischio di pidocchi), controllate sempre la cornetta dei telefoni pubblici prima di utilizzarli (qualcuno potrebbe averci spalmato merda di cane).
Lo stipendio dei poliziotti americani è buono, se non ottimo: in media circa 58.000 dollari l’anno, contro i circa 45.000 di tutta la popolazione adulta in età da lavoro del Paese. Dunque l’idea che una paga da fame giustifichi la mancanza di pieta (o di rigore) da parte di chi dovrebbe proteggere i cittadini non è solo discutibile dal punto di vista morale, ma non ha neanche la minima sostanza reddituale.
Al contrario, è molto più difficile capire il numero di persone uccise dalle forze dell’ordine, poiché in questo caso il governo americano applica una superficialità degna delle burocrazie del Terzo Mondo. Basti sapere che a livello nazionale non esiste alcun archivio. La sola cifra disponibile, citata senza troppa convinzione dai media americani, proviene dal Supplementary Homicide Report (Shr), un rapporto annuale dell’Fbi: qui si parla di circa 400 omicidi di polizia giustificabili(“justifiable police homicide”) all’anno, in media, a partire dal 2008. Una statistica che può sembrare affidabile, visto che è stata utilizzata da giornali come USA Today e il Washington Post. Ma il 3 dicembre un’inchiesta condotta dal Wall Street Journal su 110 contee americane ha rivelato come nei registri governativi non vi sia traccia di almeno 550 omicidi commessi da agenti in servizio tra il 2005 al 2012. In quel periodo  sarebbero stati commessi 1.825 omicidi: il 47% in più rispetto a quanto scritto dall’Fbi, i cui numeri parlavano finora di 1.242 casi.
È questo che dicono i manifestanti, da Ferguson a New York, quando ritmano uno degli slogan più popolari: “the whole damn system is guilty as Hell”, l’intero dannato sistema è colpevole come l’Inferno. Non la richiesta di un sovvertimento democratico dunque, ma di accountability, di responsabilizzazione di un sistema iniquo e intoccabile.
Decisamente più rilevante del “rischio” che affronta il poliziotto quando indossa la divisa – un mestiere come altri, e non una vocazione ineluttabile – dovrebbe essere invece la questione sul perché, in America e non solo in America, la lobby che difende la polizia sempre e comunque è riuscita a creare un sistema di indiscutibile spietatezza. In cui i cittadini – e in modo particolare le minoranze e i poveri – sono arrivati in alcuni casi a percepire le forze dell’ordine come un corpo di occupazione, una minacciosa gang, e non come una forza che dovrebbe proteggerli.

Il “clima d’odio”
Secondo il titolo di Repubblica “l’odio” dei “neri” ha rovinato la pacifica protesta antirazzista.

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Patrick “Pat” Lynch. Un nome, un presagio. Segnatevelo. Il capo della Patrolmen’s Benevolent Association (Pba), il più grande sindacato poliziesco, è forse uno dei personaggi più aggressivi partoriti da “Gotham” negli ultimi anni. Parrebbe un residuo dei peggiori “sbirri” visti nei film di Elio Petri, Sidney Lumet o Sergio Leone, se non fosse che rappresenta, oggi, migliaia di uomini armati fino ai denti. Il fatto è che, nel curare i loro interessi, i poliziotti hanno costituito union potentissime. La Pba riceve milioni di dollari in donazioni ogni anno da vecchi officer in pensione, “Pur sapendo”, come scrive Lionel Shriver in Tutta un’altra vita, “che le parole benevolent, benefico, e patrolman, poliziotto, appartengono a due mondi diversi”.
Quando il medico che condusse l’autopsia sul corpo del povero Garner spiegò che era stata una stretta al collo ad averne provocato la morte, Lynch dichiarò di non aver “mai visto un documento più politico di questo”. In una conferenza stampa alcuni suoi agenti hanno rivolto le spalle al sindaco Bill De Blasio, accusato da Lynch in una riunione a porte chiuse di essere una sorta di anarco-insurrezionalista. La colpa del sindaco era semplicemente quella di aver criticato le modalità d’azione della polizia in alcuni casi specifici; i poliziotti hanno firmato una dichiarazione in cui vietano a De Blasio di partecipare ai loro funerali. Fatti inauditi e gravissimi, che ricordano ben altri ammutinamenti nelle istituzioni newyorchesi, come il grande sciopero del 1971, quando 20.000 membri della Nypd non si presentarono in servizio e lasciarono la città allo sbando – ma bastò una giornata di freddo insolito per evitare rivolte e saccheggi.
In una comunità già controllata manu militari e inebetita dal lavoro/consumo, Dio solo sa cosa potrebbe succedere se la polizia si mettesse d’accordo con i media reazionari per far fuori gli ultimi spazi di umanità. Non sarà il “settimo esercito del mondo”, ma è comunque più grande di quello della Bulgaria.
Altrove si sono realizzati golpe con molto meno.

* Paolo Mossetti è uno scrittore e giornalista. Nato a Napoli, vive tra New York e Londra. Ha collaborato con le riviste Domus, Rolling Stone, Vice e Alfabeta 2.0.

UNA PERICOLOSA “ALTERNATIVA” TEDESCA

Una pericolosa “alternativa” tedesca

La Destra in Germania attraversa una fase di fermento e di ristrutturazione. Emergono nuovi movimenti non dichiaratamente neonazisti, ma che dietro il “doppiopetto” nascondono temi xenofobi e nazionalistici e sfruttano il malessere e il risentimento sociale della piccola borghesia. Tra queste forze spiccano la AfD (Alternative für Deutschland), e la PEGIDA, acronimo che sta per Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente.

di Corrado Lampe

All’inizio c’era la “AfD“, Alternative für Deutschland (alternativa per la Germania), un movimento/partito euroscettico apparso dopo il riassorbimento dei “Pirati” e la riduzione del partito liberale alle dimensioni di una bocciofila. Per la prima volta dalla fine della guerra una formazione politica non palesemente di estrema destra faceva propri temi antieuropei e razzisti. Ed ancora dal partito liberale provenivano alcuni dirigenti, i quali si erano immediatamente distinti per le proprie idee confuse, ma tendenti chiaramente alla xenofobia con un tono di sottofondo antisemita, che la FDP non era mai riuscita a dissimulare completamente e che per loro bocca veniva chiaramente a galla.
La stampa allineata ha tentato in modo più o meno scoperto di aiutare la crescita di questa formazione dalla spontaneità dubbia e dai finanziamenti poco trasparenti, a parte i quasi due milioni di rimborso elettorale avuti dallo Stato. Proprio dal loro principale finanziatore, l’armatore Folkard Edler, si capisce in che direzione intendono marciare: no all’euro e profughi a casa loro.

Elettoralmente non sono riusciti a superare la soglia del 5% a livello nazionale, ma hanno ormai diversi rappresentanti nei parlamenti dei Länder e una pattuglia di 7 deputati al Parlamento Europeo, accolti a braccia aperte dagli euroscettici di destra.
Che l’AfD volesse pescare voti in una fascia di elettori moderati delusi dalla CDU lo facevano capire slogan del tipo: “I greci soffrono, i tedeschi pagano e le banche incassano”, riunendo in una sola frase tipi diversi di malcontento. Ma quando si tratta di parlare degli organi di informazione, la loro vera anima si palesa. Per l’AfD i giornalisti sono il “branco mediatico”, un modo di esprimersi che ricorda perfettamente il linguaggio di Goebbels, il diabolico propagandista di Hitler.

Mancato il successo della sedicente Alternativa per la Germania, un nuovo movimento si è ora come d’incanto materializzato a Dresda.
Si chiama PEGIDA, acronimo in stile tedesco che significa: Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente. Si sono così visti sfilare per le strade di Dresda circa 10.000 cittadini tutti uniti contro “l’estremismo islamico”, in difesa della “essenza umana cristiana”.
Il successo sorprende per davvero.
Innanzitutto in tutta la Sassonia, di cui Dresda è la capitale, gli immigrati sono circa il 2 per cento e i mussulmani in particolare appena lo 0,1 per cento. I motivi devono dunque stare da qualche altra parte e i partecipanti, assolutamente eterogenei, o sono dei paranoici oppure sono spinti da motivi non ancora individuati, ma dimostrano, comunque, che risentimenti nazionalistici e razzismo sono diffusi anche nel mezzo della popolazione e non più patrimonio esclusivo dei naziskin.
Robert Koall, direttore artistico del Teatro di Stato di Dresda, ritiene che non esista ancora una sorta di guerra civile, ma mette in guarda da interpretazioni troppo affrettate. Non è un fuoco di paglia, ma si tratta di un fenomeno sociale che affonda le proprie radici in un malumore reale che si manifesta, al momento, attraverso reazioni irrazionali basate su dati falsi e informazioni manipolate ad arte.

In questo senso è da tempo che si sviluppa una campagna che alcuni vedono come pura e semplice sobillazione.
In prima fila si trova senza dubbio Thilo Sarrazin, già membro del direttorio della Deutsche Bank ed ex-assessore alle finanze di Berlino, personaggio discusso e discutibile, che con un suo libro provocatorio ha spacciato per dati di fatto, banali pregiudizi razzisti e autentiche panzane.
Comunque, per tornare all’AfD, questa è stata in parte risucchiata nella presenza mediatica dalla PEGIDA, avendo entrambe le formazioni in comune gran parte della base popolare, fatta di naziskin, pensionati preoccupati e famigliole incerte.

Questa settimana è infine arrivata dalla bocca di Angela Merkel la scomunica, sollecitata a gran voce da più parti: “In Germania vige la libertà di manifestare, ma non c’è nessuno spazio per l’istigazione all’odio e alla diffamazione di persone provenienti da altri paesi”.
Questo dovrebbe arginare almeno in parte l’espansione della PEGIDA, ma esiste anche il pericolo che si sviluppino legami sempre più effettivi con movimenti neonazisti che si stanno allargando minacciosamente in diversi paesi membri dell’UE, come in Ungheria o nei paesi baltici. Ad alimentare una possibilità del genere c’è la constatazione, avanzata dal filosofo neomarxista sloveno Slavoj Žižek, secondo il quale il matrimonio tra capitalismo e democrazia è ormai finito e la porta a ogni possibile disgrazia è ormai aperta.

Napoli: Rom al freddo, la Procura stacca la corrente

  • Napoli: Rom al freddo, la Procura stacca la corrente

In pieno inverno senza cor­rente elet­trica e senz’acqua.
Gli abi­tanti del campo rom di via Cupa Perillo, a Scam­pia, sono diven­tati l’ossessione della Pro­cura della Repubblica di Napoli e del pre­si­dente della Muni­ci­pa­lità, Angelo Pisani.
Era già acca­duto che una parte del campo rima­nesse senza ser­vizi in pri­ma­vera: arri­vano le denunce e la magi­stra­tura manda le forze dell’ordine a stac­care tutto.
Mar­tedì è suc­cesso di nuovo: 800 per­sone, di cui 200 bam­bini (ma ci sono anche amma­lati e donne incinte), sono rima­sti al freddo, al buio e con i rubi­netti a secco.
Un inter­vento che non risolve nulla, se non costrin­gerli a creare deri­va­zioni sem­pre più pre­ca­rie.
Le forze dell’ordine sono tor­nate a più riprese anche ieri per per­qui­si­zioni e con­trolli, atti­vità che si stanno sus­se­guendo con molta fre­quenza negli inse­dia­menti del napo­le­tano.
Pisani da mesi tuona con­tro i fumi che sal­gono dal campo, ammor­bando l’aria: «Lì è tutto abu­sivo, è vero, ma pro­prio per que­sto l’immondizia non viene rac­colta.
La comu­nità rom si tassa per pagare il pre­lievo dei rifiuti in pro­prio – spiega Emma Feru­lano, dell’associazione “Chi rom… e chi no” – Senza elet­tri­cità sono costretti a cuci­nare e scal­darsi con i bra­cieri. E’ per­sino com­pli­cato per i bam­bini stu­diare. Sono decenni che attendono una solu­zione che superi la strut­tura campo».
Domenica prossima è indetta una Manifestazione con un Corteo/Musicale che sbugiarderà il clima di odio e di discriminazione razziale fomentato dalla Procura e dal Presidente della Municipalità di Scampia.