Giubileo, partono i grandi appetiti

 
La prima esul­tante rea­zione del pre­si­dente del Con­si­glio auto­rizza qual­che pre­oc­cu­pa­zione: «L’annuncio del Giu­bi­leo è una buona noti­zia che il governo ita­liano acco­glie con i migliori auspici. Roma — assi­cura Mat­teo Renzi — si farà tro­vare pronta come l’Italia, che quest’anno ospita l’Expo». Quanto siano in ritardo i lavori per l’esposizione di Milano (in calen­da­rio tra sei set­ti­mane) è infatti noto. Più ragio­nato il com­mento del sin­daco di Roma Igna­zio Marino: «È una lieta noti­zia per Roma. Si tratta di un impor­tante appun­ta­mento reli­gioso e un’occasione, per cre­denti e non cre­denti, per riflet­tere sul senso della vita». Teme com­mis­sa­ria­menti, il primo cit­ta­dino, e mette le mani avanti: «Roma è da subito pronta ad affron­tare que­sto evento mon­diale, così come lo è stata in occa­sione della bea­ti­fi­ca­zione dei due papi il 27 aprile del 2014», appena l’anno scorso. Non basta. Dal Cam­pi­do­glio fanno sapere che senza atten­dere la regia di nes­suno, nei pros­simi giorni pren­de­ranno con­tatto con il Vati­cano e con il governo. E in quell’occasione apri­ranno con palazzo Chigi il dos­sier dei costi: pochi mesi fa Palazzo Chigi, con il piano di rien­tro, ha rico­no­sciuto al Cam­pi­do­glio 110 milioni di euro l’anno per gli extra­co­sti. Ma cer­ta­mente il comune chie­derà risorse aggiun­tive. Imme­diata è la pole­mica nel Pd, con i filo ren­ziani che pole­miz­zano con il sin­daco: «Roma nelle con­di­zioni attuali non è pronta. Biso­gna al più pre­sto creare una cabina di regia con governo e regione. Gestire milioni di pel­le­grini, che non sono turi­sti, in una città non orga­niz­zata può rap­pre­sen­tare un peri­colo anche grave, il Giu­bi­leo dura un anno — è la replica diretta dei depu­tati romani del Pd Michele Anzaldi e Lorenza Bonac­corsi, pre­si­dente del Pd Lazio, a Marino — non è cer­ta­mente para­go­na­bile a sin­gole gior­nate, anche impe­gna­tive, che la città si è tro­vata a gestire di recente».
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Tito Boeri all’Inps, taglio alle pensioni in vista

Immagine tratta da Dagospia

Che ci fa un professore della Bocconi (un altro…), presidente della Fondazione Debenedetti, editorialista di Repubblica, fondatore de Lavoce.info, ex senior economist dell’Ocse e tante altre cose alla presidenza dell’Inps?

A prima vista arriva a restituire normalità all’ente incaricato di ritirare i contributi previdenziali dalle imprese ed erogare le pensioni, secondo le regole stabilite in passato. Dopo la sciagurata stagione di Mastrapasqua e due commissari straordinari, un presidente autorevole potrebbe sembrare quello che ci vuole.

Il primo sospetto è venuto dalla constatazione della sproporzione evidente tra il curriculum del Boeri più noto (il fratello Stefano, architetto, ha firmato tra l’altro il “recupero” dell’arsenale de La Maddalena per un vertice G8, in regime berlusconiano) e la presidenza di un carrozzone di Stato, decisivo nelle politiche di redistribuzione ma pur sempre un carrozzone di Stato. Uno come lui, insomma, sta sempre nel listino dei candidati a ministro dell’economia…

Poi, dagli articoli dedicati alla nomina dai giornali mainstream, è cominciata a trapelare qualche ragione meno peregrina. Al Corriere della Sera, per esempio, si sono ricordati con affetto di quel che alcuni anni fa era stato un lavoro scientifico del prof. Boeri giudicato forse a torto “minore”: il meccanismo di “ricalcolo” delle pensioni.

Ai profani può sembrare in effetti poca cosa, ma il meccanismo tecnico disegnato – in via d’ipotesi, per carità – da Boeri era incardinato dentro un’idea di riforma complessiva del sistema pensionistico pubblico. In pratica, Boeri si è segnalato in campo pensionistico per l’idea di ricalcolare le pensioni in essere interamente con il sistema contributivo, superando la stratificazione normativa – e monetaria – creata dal tempo della “riforma Dini” (1995).

Un’altra riforma delle pensioni è del resto stata più volte evocata come “necessaria” in ambito governativo e confindustriale, ma subito le voci sono state silenziate, perché facevano sembrare il governo Renzi un po’ troppo simile a tutti quelli precedenti, specie all’odiatissimo Monti-Fornero, e stavolta pure senza alcuna lacrima dietro il sorriso strafottente.

L’idea di Boeri ha invece il pregio di apparire soltanto un “dettaglio tecnico”, non proprio una “riforma”. Consentirebbe grandi risparmi sulla spesa pensionistica senza dover allungare ulteriormente l’età pensionabile (67 anni sono un limite che per il momento neanche la Merkel chiede di superare).

Come? Tagliando gli assegni alle pensioni già in essere. Il ragionamento è semplice quanto omicida: se si “ricalcola” l’assegno pensionistico – di quelli che già si sino ritirati dal lavoro come di chi ci andrà in futuro, da qui all’eternità – secondo il sistema contributivo (in base cioé ai contributi effettivamente versati) si ottiene una riduzione più o meno drastica della cifra erogata. DIpende da quanti anni di servizio sono stati calcolati fin qui col “retributivo” e naturalmente dall’entità dei contributi versati annualmente (in proporzione allo stipendio).

A venir falciati in misura maggiore sarebbero dunque gli assegni attualmente pagati ai pensionati che hanno avuto tutta la loro carriera calcolata col retributivo (diciamo quelli che si sono ritirati dal lavoro fino a una decina di anni fa, grosso modo). A seguire ci sarebbe un taglio sostanzioso per quanti, all’epoca della “Dini”, si sono visti spezzare la carriera in due periodi (una prima parte col “retributivo” e una seconda col “contributivo”). In linea teorica – ma non ci giureremmo – nulla cambierebbe per quanti già ora sanno che la loro vita lavorativa sarà compensata con una pensione da fame, quantificata in base al solo “contributivo”. Constatiamo però che in campo pensionistico non sembra esistere limite alle riduzioni possibili; quindi anche i giovani attualmente al lavoro (quelli che hanno “la fortuna” di avercelo) potrebbero vedersi amputare parti più o meno consistenti dei quattro soldi che avranno a fine carriera (già ora è sotto attacco il Tfr…).

Insomma: una nomina che è tutto un programma. Di rapina.

signori si nasce

Signori si nasceSelena

Oltre mille miliardi di euro in mano all’1% delle famiglie italiane. Signori si nasce. La ricchezza aumenta ma è sempre più concentrata e di patrimoniale non si parla.

di Pasquale Vecchiarelli

La ricchezza delle famiglie italiane è in continua crescita [1]. Il patrimonio complessivo da esse posseduto si aggira intorno agli 8700 [1] miliardi di euro, per una ricchezza pro-capite, calcolata su 60 milioni di abitanti, pari a circa 145 mila euro. Sembra strano eppure nelle nostre tasche ci dovrebbero essere in “media”, appunto, 145 mila euro tra liquidi, titoli e proprietà. Se non vi ritrovate con i conti, beh, tranquilli, non vi affannate a rivoltare i vecchi calzini perché non ne uscirà il becco di un quattrino e l’arcano è presto spiegato. Il problema risiede esattamente nella parola “media”: essa ha una valenza puramente aritmetica, teorica, ma dal punto di vista concreto non ha alcuna aderenza alla realtà dove invece quello che conta è la distribuzione di tale ricchezza. La fotografia che emerge dai dati, osservati con maggiore dettaglio, è che in Italia la ricchezza non è equamente distribuita, anzi, è fortemente concentrata in poche mani. La dimensione di questa polarizzazione è ricostruibile incrociando alcuni dati ufficiali diffusi dalla banca d’Italia [1].

Proviamo a darne un piccolo conto. I dati dicono che metà delle famiglie italiane possiede il 90% della ricchezza totale, chiamiamole “benestanti”, mentre l’altra metà possiede il restante 10%. Questa suddivisione, per quanto già significativa della forte concentrazione di patrimonio, non svela totalmente la dimensione del fenomeno di polarizzazione: quante sono effettivamente le poche mani che detengono il grosso del patrimonio italiano?

Osservando con la lente d’ingrandimento le famiglie benestanti, scopriamo che al loro interno solo una piccola fetta, il 10% delle famiglie totali, possiede il 45 % della ricchezza complessiva. Per capirci: 2 milioni e 400 mila famiglie posseggono più di 3500 miliardi di euro. Se anche questo dato può risultare ancora complesso da immaginare allora abbassiamo di più la lente e osserviamo che c’è una fetta di super ricchi, circa 240 mila famiglie, che possiede il 13% della ricchezza totale, una cifra che supera i 1000 miliardi di euro. Cifre da capogiro che fanno tremare soprattutto se confrontate con gli indici di povertà relativa e assoluta in costante ed allarmante aumento: solo nel 2013 più di 1 milione [2] di persone sono andate ad ingrossarne ulteriormente le fila. Proviamo per un momento a fare un breve conto, immaginando una patrimoniale del 50% su quel 1% di super ricchi (quelle famiglie, cioè, che da sole posseggono un patrimonio superiore ai 4 milioni di euro): a quanto ammonterebbe il gettito ?

Bene, i numeri ci dicono che si potrebbero incassare più di 500 miliardi di euro. Una cifra considerevole che potrebbe anche aprire la strada ad investimenti in scuola, sanità ed infrastrutture. Questi semplici conti sono utili allo scopo di mostrare il peso politico che hanno i rapporti di proprietà in questo paese. Poche famiglie, in relazione al totale, detengono la proprietà economica e dunque politica del nostro paese. Sarebbe altrettanto facile dedurre che una società più equa non può che costruirsi su di una equa redistribuzione della ricchezza e pure da qualche tempo pronunciare la parola patrimoniale è divenuto difficile, rischioso, fuori corso. Sarà che anche l’informazione risente del peso politico dettato dai rapporti di proprietà?

[1] Banca d’Italia, «La ricchezza delle famiglie italiane,» 2013.

La stabilità del governo val bene un regime

La stabilità del governo val bene un regime

Si chiude con la rissa, ma non si capisce bene su cosa. Il governo fa passare la “legge di stabilità” con la solita fiducia imposta per strozzare il dibattito – tra crepuscolari “assalti alla diligenza” di singoli parlamentari portatori di interessi privatissimi e barricate dei pentastellati su questioni tutto sommato secondarie – in modo che Renzi possa dedicarsi per tempo al più serio ostacolo interno del prossimo mese: l’elezione del prossimo presidente della Repubblica.

La “manovra” è dunque legge. La Camera, senza neanche la presenza dell’estensore materiale del “maxiemendamento” sostitutivi del testo inziale, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ha approvato il provvedimento in via definitiva, rendendo operativo il ddl uscito dal consiglio dei ministri del 15 ottobre e modificato nell’esame parlamentare.

Come da tradizione, e nonostante la guardia arcigna della Commissione europea, si tratta di un pasticcio che mischia decisioni “obbligate” dalla Troika e misure populiste – in stile democristiano – che fanno finta di concedere con una mano quel che viene tolto con l’altra. Valga come esempio principe il furto con scasso applicato al trattamento di fine rapporto (tfr) contro i lavoratori dipendenti, stabili o precari che siano.

Tra queste ultime, naturalmente, la conferma del bonus da 80 euro che viene reso “strutturale” per la platea inizialmente prevista (lavoratori dipendenti compresi tra gli 8.000 e i 24.000 mila euro di reddito annuo), che viene però svuotata con ricarico dalle misure sul tfr e dal previsto aumento dell’Iva nel prossimo giugno (addirittura dal 22 al 25,5%), quando la Commissione di Bruxelles avrà verificato che questa manovra non rispetta i parametri.

I “Cinque stelle” hanno fatto opposizione dura, ma su punti decisamente di terza fila (la tassazione agevolata – a forrfait – sul gioco d’azzardo, la’umento-monstre del’Iva sui pellet dal 4 al 22%, ecc), probabilmente sperando di poter “mandare sotto” il governo in momenti di minor tensione (tra deputati al buffet o altrove).

E dire che fin lì non avevano fatto le barrricate, né in Commissione bilancio né durante il primo passaggio alla Camera. Stavolta invece sono arrivati ad occupare simbolicamente i seggi del governo per ben tre volte, facendo uscir fuori lo “spirito d’ordine” di Laura Boldrini, che ha espulso a più riprese una quindicina di loro.

Il grossoo della manovra riguarda però una lunga lista di regali alle imprese, nel disperato tentativo di rianimare un modello produttivo – il disgraziato “piccolo è bello” che ha fatto perdere decine di posizione nella classifica degli investimenti e dell’innovazione tecnologica –  che ha fatto ormai abbondantemente il suo tempo.

Il governo infatti puntato sin da subito sugli sgravi Irap sul costo del lavoro, cavallo di battaglia del mondo imprenditoriale, travestendole da misure per “favorire” le assunzioni a tempo indeterminato. Una misura specifica è stata pensata anche per le partite Iva, escluse già quest’anno dal bonus da 80 euro.

Tanti, con forte odore di “marchetta”, anche gli interventi microsettoriali nel maxiemendamento presentato a tarda notte in Senato e votato senza nenanche il tempo materiale di leggere il test (la democrazia, si sa, è intangibile se riguarda paesi che vogliamo destabilizzare, mica le faccende di casa nostra). Tra le modifiche “fondamentali” introdotte col blitz notturno spicca quella dei giochi che, insieme ad altri interventi favorevoli a interessi privatissimi e di risibile importanza, ha fatto lievitare la manovre di circa un miliardo.

Ma cosa non si farenne per salvare le  vacanze di Natale dei parlamentari…

Ora basterà attendere il giudiziodell’Unione Europea, a fine marzo, con Juncker che però già ha ricordato di esser stato “fin troppo buono” con la monovra presentata dall’Italia.In questa probabilissima eventualità scatteranno le “clausole di salvaguardia” che vanificherebbero il presunto “taglio delle tasse” che ha costituito fin qui il ritornello di ogni ministro.

Nell’attesa, c’è da scegliere il “nuovo arbitro” da mettere al Quirinale. Calano le quotazioni del candidato ideale (Renzie e Berlusconi probabilmente hanno sempre sognato Luciano Moggi), ma il premier ha già fatto sapere che dovrà essere “un garante delle riforme che servono al paese”. Insomma, un altro killer della Costituzione…

Surreale infine l’avvertenza ai suoi oppositori – si fa per dire – interni al Pd, Matteo Renzi ha ricordato che il partito può contare su una base di partenza di 460 grandi elettori, ma ha spronato i suoi parlamentari a non ripetere gli errori che portarono i franchi tiratori a impallinare prima Franco Marini e poi Romano Prodi.

Curiosamente ha dimenticato di ricordare che quei 101 “franchi tiratori” erano esattamente i fedeli di cui disponeva allora…

redazione contropiano

Piero Bevilacqua: L’affarismo del partito-nazione

Il presidente del consiglio chiede pene più severe, ma poco ha fatto contro il malaffare, preferendo accordarsi con un avversario già condannato dai tribunali della RepubblicaIl pae­sag­gio di cor­rut­tela e intrec­cio cri­mi­nale che domina la vita poli­tica e ammi­ni­stra­tiva di Roma non dovrebbe stu­pirci. È suf­fi­ciente avere memo­ria delle cro­na­che politico-affaristiche degli ultimi 20 anni per capire una verità ele­men­tare: la cor­ru­zione, in Ita­lia, è la norma. Essa emerge ogni qual­volta la magi­stra­tura sco­per­chia la cro­sta della lega­lità for­male e mostra il corso reale degli affari. È suf­fi­ciente affon­dare un po’ l’unghia e zam­pilla l’umore puru­lento.
Costi­tui­rebbe tut­ta­via un errore inter­pre­tare il pro­blema ricor­rendo a cate­go­rie morali di interpretazione.

Per­ché, come qual­cuno ha già detto, la cor­ru­zione e la pre­da­zione siste­ma­tica del bene pub­blico, sono un pro­blema emi­nen­te­mente poli­tico. Pos­siamo chie­derci per­ché tutti gli scan­dali esplosi negli ultimi anni vedono coin­volti uomini poli­tici, rap­pre­sen­tanti di par­titi, eletti nelle ammi­ni­stra­zioni locali? Per­ché nell’affare frau­do­lento, diret­ta­mente o indi­ret­ta­mente, è pro­ta­go­ni­sta o ha comun­que un ruolo di rilievo la figura del par­tito poli­tico? Dovremmo ricor­darci che per oltre tre decenni, nella seconda metà del Nove­cento, in quasi tutte le demo­cra­zie occi­den­tali, i par­titi poli­tici sono stati, come diceva Gram­sci, gli «orga­niz­za­tori della volontà col­let­tiva». Essi for­ni­vano coe­sione sociale, rap­pre­sen­tanza, voce alle masse den­tro lo stato. Erano dei grandi col­let­tori d’istanze sociali e per ciò stesso edu­ca­tori di lega­lità, inse­gna­vano il valore del con­flitto sociale come stru­mento col­let­tivo di espres­sione e di eman­ci­pa­zione. La lotta educa i sin­goli a pen­sarsi come corpo sociale e a tro­vare in essa, e non nelle scor­cia­toie per­so­nali, o nelle pra­ti­che truf­fal­dine, la via per far valere le pro­prie ragioni e i pro­pri diritti. Com’è noto, da tempo, que­sta realtà ha fatto naufragio.

Affa­ri­smo autoreferenziale

I par­titi di massa sono stati divo­rati al loro interno dai poteri economico-finanziari. In Ita­lia – ha scritto Luigi Fer­ra­joli nel II vol. dei suoi Prin­ci­pia juris (Laterza),un testo ric­chis­simo di indi­ca­zioni rifor­ma­trici – la per­dita della dimen­sione di massa, deriva anche «dalla cre­scente sepa­ra­zione dei par­titi dalle loro basi sociali:per la loro pro­gres­siva inte­gra­zione nelle isti­tu­zioni pub­bli­che fino a con­fon­dersi con esse e a svuo­tarle e a spo­de­starle; per la loro tra­sfor­ma­zione da asso­cia­zioni dif­fuse sul ter­ri­to­rio e radi­cate nella società in vaghi e gene­rici par­titi d’opinione, per la loro per­dita di pro­get­tua­lità poli­tica e di capa­cità di coin­vol­gi­mento ideale e di aggre­ga­zione sociale; per la loro sor­dità, il loro disin­te­resse e talora la loro osti­lità ai movi­menti sociali e alle sol­le­ci­ta­zioni esterne». Si com­prende, dun­que, per­ché sono sem­pre di meno i cit­ta­dini che cre­dono di poter far valere i pro­pri diritti (lavoro, stu­dio, casa, salute) attra­verso le vie legali della pres­sione sulle pro­prie rap­pre­sen­tanze poli­ti­che: la diser­zione cre­scente dall’esercizio del voto lo prova a suf­fi­cienza. Men­tre aumenta il numero di chi cerca solu­zioni infor­mali e pri­vate ai pro­pri cre­scenti pro­blemi. Que­sta è da tempo la realtà di gran parte del Mez­zo­giorno, ma ormai costi­tui­sce l’humus su cui pro­spera e si estende, in tutta Ita­lia, un affa­ri­smo di nuovo tipo, talora con pro­pag­gini cri­mi­nali più o meno ampie.

Si potrebbe obiet­tare che nelle altre grandi demo­cra­zie al declino dei par­titi di massa non ha cor­ri­spo­sto un pari tra­collo delle strut­ture della lega­lità. L’obiezione, fon­data, rin­via a spe­ci­fi­cità di lungo periodo della nostra sto­ria nazio­nale, che qui non si pos­sono nep­pure sfio­rare. Ma si pos­sono for­nire spie­ga­zioni suf­fi­cienti pur rima­nendo nell’ambito della sto­ria recente. Ebbene, come pos­siamo sepa­rare il qua­dro di deva­sta­zione civile e morale di Roma, offer­toci dalla inchie­sta giu­di­zia­ria in corso, da quanto è acca­duto in Ita­lia negli ultimi 20 anni? Come si pos­sono sepa­rare i nomi di Car­mi­nati e Buzzi dalla cul­tura del sopruso e della ille­ga­lità pro­fusa a piene mani per oltre vent’anni dal potere poli­tico e di governo di Sil­vio Ber­lu­sconi? L’Italia, unico paese in Occi­dente, è stata lace­rata da un con­flitto di inte­ressi senza pre­ce­denti e senza para­goni con altri stati civili del mondo. L’esecutivo della Repub­blica è stato ripe­tu­ta­mente messo al ser­vi­zio dei pro­blemi giu­di­ziari del pre­si­dente del Con­si­glio e degli inte­ressi delle sue aziende; il par­la­mento è stato ripe­tu­ta­mente umi­liato, gli inte­ressi per­so­nali e quelli pub­blici resi indi­stin­gui­bili. E mes­saggi di impu­nità sono stati lan­ciati per anni agli impren­di­tori, con l’abolizione del reato di falso in bilan­cio, l’esortazione e la pra­tica dell’evasione fiscale, agli spe­cu­la­tori edi­lizi con i con­doni e la libertà di sac­cheg­giare il ter­ri­to­rio, agli eva­sori fiscali con con­doni bene­voli per il rien­tro dei loro capi­tali. Quale altro inci­ta­mento alla frode dove­vano rice­vere gli ita­liani, addi­rit­tura dai ver­tici del potere poli­tico, per per­dere ogni fede – già scarsa per antica debo­lezza di disci­pli­na­mento civile – nelle regole comuni della nazione? Quale altro lascia­pas­sare dove­vano rice­vere i gruppi affa­ri­stici e cri­mi­nali per intra­pren­dere le loro pra­ti­che, in coo­pe­ra­zione con gli ele­menti più spre­giu­di­cati dei partiti?

Un mora­li­smo dozzinale

Ram­men­tare que­sto deva­stante pas­sato con­sente di guar­dare con altri occhi alla rea­zione di Mat­teo Renzi di fronte ai fatti di Roma. Egli ha detto che è stanco di indi­gna­zione e che vuole i fatti. Siamo stan­chi anche noi, ma innal­zare le pene per chi cor­rompe e seque­strare i beni di chi delin­que, non è suf­fi­ciente. È certo apprez­za­bile in sé, ma ancora una volta mostra l’abilità del pre­si­dente del Con­si­glio di tra­sfor­mare qua­lun­que pro­blema in occa­sione di pub­bli­cità elet­to­rale. La tro­vata, che placa un po’ l’ira delle mol­ti­tu­dini e seda il mora­li­smo doz­zi­nale dei nostri media, nasconde una ben più grave realtà. Renzi, emerso alla ribalta come un inno­va­tore, capace di riscat­tare la nazione dai suoi vec­chi vizi è in realtà un con­ti­nua­tore. È anche lui un uomo della palude. La «rot­ta­ma­zione», ottima tro­vata pro­pa­gan­di­stica, gli è ser­vita da stru­mento per rego­lare i conti nel suo par­tito e pren­derne il comando. Non certo per inno­vare le vec­chie regole della poli­tica. Gli avver­sari utili, anche quelli con la fedina penale sporca, anche i cor­rut­tori della nazione, non anda­vano toc­cati. Forse che Renzi, diven­tato segre­ta­rio del Pd, ha spinto il par­tito verso un mag­gior radi­ca­mento sociale? Ha por­tato un’etica nuova, una ven­tata di demo­cra­zia e tra­spa­renza tra diri­genti, mili­tanti, elet­tori? Una volta al governo ha forse messo mano alla situa­zione di ille­ga­lità in cui vive il paese da oltre 20 anni con il con­flitto di inte­ressi di Ber­lu­sconi? Ha ripri­sti­nato il reato di falso in bilan­cio? Al con­tra­rio, ha com­piuto l’operazione più vec­chia e con­sunta della sto­ria poli­tica ita­liana: accor­darsi con l’avversario. Ha siglato un patto segreto con quel Ber­lu­sconi con­dan­nato in via defi­ni­tiva nei tri­bu­nali della Repub­blica. Ha con­ti­nuato a tenere con­tatti con il plu­rin­qui­sito Denis Ver­dini, ha messo mano alla strut­tura della costi­tu­zione, pur non essendo egli stato eletto, for­zando un Par­la­mento che è espres­sione di una legge elet­to­rale dichia­rata inco­sti­tu­zio­nale dalla Corte.

Nuo­vi­smo parolaio

E allora quale mes­sag­gio di lega­lità viene al Paese da tali scelte? Quale inci­ta­mento a con­ti­nuare come prima arriva a tutti i fac­cen­dieri d’Italia? Non dovrebbe essere evi­dente che Renzi, pro­prio lui, il grande nova­tore, a dispetto del suo banale nuo­vi­smo paro­laio, è l’anello di con­giun­zione che tiene in vita la «vec­chia Ita­lia», auto­rizza la con­ser­va­zione del fondo limac­cioso della vita nazio­nale? Non dovrebbe esser chiaro che la poli­tica incar­nata dal pre­si­dente del Con­si­glio si fonda su una immo­ra­lità costi­tu­tiva e irri­me­dia­bile, che gua­sta lo spi­rito pub­blico? Egli infatti non solo rimette in mare aperto l’ ice­berg dell’illegalità ita­liana, Ber­lu­sconi e i suoi, ma con­duce una poli­tica fon­data sulla men­zo­gna. Finge una poli­tica popo­lare con­ti­nuando di fatto la stra­te­gia ispi­rata dai poteri finan­ziari inter­na­zio­nali. Quella poli­tica che ha gene­rato la Grande Sta­gna­zione, che con­ti­nua a distrug­gere il nostro tes­suto indu­striale, sof­foca la vita delle ammi­ni­stra­zioni comu­nali, fa dila­gare disoc­cu­pa­zione e povertà in tante aree del paese, mette in un angolo Uni­ver­sità e ricerca.

Renzi finge oppo­si­zione ai ver­tici di Bru­xel­les, ma lo fa con le parole, per­ché, da vec­chio espo­nente del ceto poli­tico, bada prima di ogni cosa alla con­ser­va­zione del suo per­so­nale potere. Non va allo scon­tro con i forti, pic­chia chi ha a por­tata di mano, sin­da­cati e lavo­ra­tori, accu­san­doli di essere vec­chi, per ren­derli docili agli inve­sti­menti finan­ziari. E’allora, quale fidu­cia può rina­scere nei cit­ta­dini, quale valore viene ridato a lega­lità e tra­spa­renza in un paese in cui lo stato, prima ancora dei cit­ta­dini, parla il lin­guag­gio della menzogna?