Emancipazione e tradizione al Forum di Buenos Aires

  • Emancipazione e tradizione al Forum di Buenos Aires

Con Gianni Vattimo, Leodardo Boff, Horacio Gonzáles e Marcelo Sánchez Sorondo

BUENOS AIRES (nostro inviato) –  Gianni Vattimo ha rappresentato l’Italia al Forum Emancipazione e Eguaglianza di Buenos Aires . Nell’introduzione lo psicanalista Jorge Alemán ha ricordato che “Emancipazione, eguaglianza, giustizia, e amore sono elementi che ci interpellano, senza di essi la nostra sarebbe semplicemente una vita biologica. Grazie ad essi l’eternitá entra nella nostra vita, irrimediabilmente finita”.

Vattimo ha elogiato il processo politico latinoamericano definendolo movimento di autoliberazione dei popoli per frenare l’avanzata dell’imperialismo. Rispetto al tema del panel, emancipazione e tradizione, ha parlato del Papa come unica forza internazionale, con autorevolezza spirituale e politica intorno alla quale poter costruire un soggetto anti-antiumanista e questo da fastidio al potere capitalista.

Sánchez Sorondo, principale esponente della Pontificia Accademia delle Scienze e Scienze Sociali del Vaticano ha ricordato che Papa Francesco ha portato in Vaticano gli esponenti dei movimenti popolari e che l’obiettivo della chiesa cattolica debe essere liberarsi dell’autorefenzialitá per andare verso la periferia del mondo.

Il teologo della Liberazione Leonardo Boff ha ricordato l’importanza di salvaguardare l’umanitá minacciata dalla differenza di accesso ai beni vitali, dalla follia nucleare e di valorizzare la sapienza ancestrale dei popoli originari dell’America Latina.

 

Giubileo, partono i grandi appetiti

 
La prima esul­tante rea­zione del pre­si­dente del Con­si­glio auto­rizza qual­che pre­oc­cu­pa­zione: «L’annuncio del Giu­bi­leo è una buona noti­zia che il governo ita­liano acco­glie con i migliori auspici. Roma — assi­cura Mat­teo Renzi — si farà tro­vare pronta come l’Italia, che quest’anno ospita l’Expo». Quanto siano in ritardo i lavori per l’esposizione di Milano (in calen­da­rio tra sei set­ti­mane) è infatti noto. Più ragio­nato il com­mento del sin­daco di Roma Igna­zio Marino: «È una lieta noti­zia per Roma. Si tratta di un impor­tante appun­ta­mento reli­gioso e un’occasione, per cre­denti e non cre­denti, per riflet­tere sul senso della vita». Teme com­mis­sa­ria­menti, il primo cit­ta­dino, e mette le mani avanti: «Roma è da subito pronta ad affron­tare que­sto evento mon­diale, così come lo è stata in occa­sione della bea­ti­fi­ca­zione dei due papi il 27 aprile del 2014», appena l’anno scorso. Non basta. Dal Cam­pi­do­glio fanno sapere che senza atten­dere la regia di nes­suno, nei pros­simi giorni pren­de­ranno con­tatto con il Vati­cano e con il governo. E in quell’occasione apri­ranno con palazzo Chigi il dos­sier dei costi: pochi mesi fa Palazzo Chigi, con il piano di rien­tro, ha rico­no­sciuto al Cam­pi­do­glio 110 milioni di euro l’anno per gli extra­co­sti. Ma cer­ta­mente il comune chie­derà risorse aggiun­tive. Imme­diata è la pole­mica nel Pd, con i filo ren­ziani che pole­miz­zano con il sin­daco: «Roma nelle con­di­zioni attuali non è pronta. Biso­gna al più pre­sto creare una cabina di regia con governo e regione. Gestire milioni di pel­le­grini, che non sono turi­sti, in una città non orga­niz­zata può rap­pre­sen­tare un peri­colo anche grave, il Giu­bi­leo dura un anno — è la replica diretta dei depu­tati romani del Pd Michele Anzaldi e Lorenza Bonac­corsi, pre­si­dente del Pd Lazio, a Marino — non è cer­ta­mente para­go­na­bile a sin­gole gior­nate, anche impe­gna­tive, che la città si è tro­vata a gestire di recente».

Soldi e potere da Aristotele a Machiavelli

«…pertanto si può dire con maggior ragione che si ha democrazia quando i liberi governano, oligarchia quando governano i ricchi, ma accade che gli uni siano molti e gli altri pochi, perché i liberi sono molti e i ricchi pochi» (Aristotele, Politica , IV, 1290). «…così ci sono pure state parecchie costituzioni oligarchiche, che sembrano avere qualche somiglianza con quelle aristocratiche, nonostante siano lontanissime tra loro» (Polibio, Storie , VI, 3). «…questo è il cerchio nel quale girando tutte le republiche si sono governate e si governano: ma rade volte ritornano ne’ governi medesimi; perché quasi nessuna republica può essere di tanta vita, che possa passare molte volte per queste mutazioni, e rimanere in piede» (Machiavelli, Discorsi , I, 2).

Quando un secolo fa ci si riferiva alle oligarchie si pensava a gruppi ristretti apicali nelle istituzioni politiche. Oggi invece ci si riferisce in primo luogo a gruppi ristretti di ricchi e super-ricchi e in seconda battuta a élite tecnocratiche, dominanti nei gangli decisionali dei processi politici, amministrativi e imprenditoriali. Tra i ricchi la componente finanziaria è particolarmente eminente, nelle tecnocrazie prevale la componente gestionale, malgrado il peso crescente di minoranze di competenti tecnici, essenziali per il controllo delle grandi strutture reticolari del nostro tempo.

Ciò che colpisce di questi gruppi ristretti è l’estremo oligopolio sia del denaro che del potere politico. In questi gruppi sono concentrarti grandi poteri di disposizione sia per l’economia che per la politica. Essi sono entrenched , corazzati, in quanto sono in grado di difendere questo processo di accumulazione (anche simbolica) da ogni interferenza. Lo fanno esercitando direttamente il potere, condizionando i processi democratici (finanziamento della politica), premendo come lobby, bloccando qualsiasi regolazione loro avversa, come si è visto bene nella crisi attuale.

Le vecchie oligarchie elitarie erano caratterizzate da legittimazioni di qualche tipo: cultura, carismi, tradizione, merito. Le attuali non ne hanno e non ne hanno bisogno. Il loro rapporto di dominio è essenzialmente fattuale, alla lettera: pre-dominio. Non partecipano al discorso pubblico, ma operano per voci intermedie (media o agenzie di rating) o per alleanze interistituzionali (come più frequente nel caso di oligarchie tecnocratiche). Si raccolgono in parlamenti interni – fori privati – a Davos e altrove, dove predominano l’informale, l’accordo tacito, magari il contratto. Va sottolineata questa dimensione essenzialmente globale delle oligarchie, perché solo tenendosi in tali reti allentate riducono i conflitti interni, che pure esistono, e moltiplicano il proprio peso decisionale (e anche quello estrattivo di risorse).

Si parla di oligarchie come estrema concentrazione del denaro e del potere al vertice in gruppi ristretti (ma in espansione numerica), denotati da un’altrettanta estrema indifferenza per le forme democratiche, che vengono localmente tollerate come soluzione ancora preferibile ad altri tipi di regimi. In questi contesti, del resto, la politica è stata resa del tutto dipendente dalla finanza, almeno in occidente. Le oligarchie in cui finanza e ricchezza siano componenti prevalenti sono plutonomie o plutocrazie: oggi sappiamo quanto possiedano e quindi quanto pesino nei rapporti di forza poche decine di persone.

Aristotele intende oligarchia come forma degenerata dell’aristocrazia, come passaggio da un’élite del valore a un gruppo di estrattori di risorse, non democratico e non orientato al bene comune. Noi vediamo invece l’oligarchia crescere dal seno stesso della democrazia, non più nel senso indicato dai teorici realisti di primo novecento (Mosca, Michels, Pareto) come legge ferrea e inesorabile, corretta magari dalla circolazione delle élite, bensì come deperimento del processo democratico, usato direttamente per selezionare nuovi magnati e potentati.

Il carattere sempre più naturalistico dei processi economici con i loro imperativi sistemici, come la crescente tecnicizzazione delle materie, aiuta questa spinta oligarchica segregando quelli capaci di estrarre da quelli resi incapaci di pesare nelle decisioni. E l’entropia tecnicistico-finanziaria della Ue molto agevola questo processo anche a livello nazionale. Del resto la democrazia diventa sempre più impotente quanto più le oligarchie si sentono ben trincerate da istituti, regole del gioco e privilegi continuamente accordati. In questo contesto, gli stessi istituti e processi democratici si sono dimostrati fragili e incapaci di correggere queste vistose devianze, e continuano a perdere rilevanza a fronte di Global Oligarchy Inc.

Telejato.it. Napolitano, è la classe dirigente che (spesso) non fa il suo dovere!

Telejato.it. Napolitano, è la classe dirigente che (spesso) non fa il suo dovere!

Nel suo ultimo discorso di fine anno Napolitano torna a lanciare appelli ai cittadini, chiedendo impegno civile e anche di contribuire a “bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società”. Parole simili le aveva pronunciate già nel 2006. Ma oggi come ieri la risposta può essere sempre la stessa: i cittadini vanno anche oltre il loro dovere, altri no.

Il discorso di fine anno di Napolitano sta monopolizzando (insieme alla Norman Atlantic e poco altro) le cronache di queste ore. E, tranne rare eccezioni (e non tutte, sempre autorevoli e condivisibili tra l’altro) è un diluvio di applausi, condivisioni, commozioni, sbatter di mani. Come ampiamente previsto, la maggior parte di queste attenzioni si stanno concentrando sulle imminenti dimissioni. Ma non solo. Alcune attenzioni son state catturate dal suo appello ai cittadini, alla nazione, alla (sempre immancabile) società civile. Parole che sembrano risuonare un analogo discorso pronunciato dall’ormai quasi ex Presidente della Repubblica nel 2006. In tale occasione scrissi un articolo su PeaceLink dal titolo “Sveglia Napolitano, è la politica che non fa il suo dovere!”. Sono passati 8 anni ma possono essere ancora sottoscritte. In quelle settimane l’Associazione Antimafie Rita Atria scrisse una lettera aperta proprio a Napolitano e all’allora Ministro di Grazia e Giustizia Mastella. Per “negligenza di stato” era stato appena scarcerato colui che era stato condannato in primo grado per l’assassinio diGraziella Campagna. La storia di Graziella è una delle tante vicende che dimostrano che spesso non sono i cittadini a non fare il loro dovere civile. Graziella Campagna era una ragazza di 17 anni, lavorava come aiutante in una lavanderia di Villafranca Tirrena. Casualmente scoprì che un cliente della lavanderia era un boss mafioso. Quest’informazione le costerà la vita. Nei giorni della sua scomparsa, prima che venisse ritrovata assassinata, nelle istituzioni ci fu chi si convinse (nonostante le evidenze contrarie) che la sua fosse una “fuitina” e, addirittura, si prese un giorno di vacanza (così riporta Wikipedia). Scrisse nella sua lettera aperta l’Associazione Antimafie Rita Atria “quante volte abbiamo sentito esponenti della politica dire che noi della società civile dobbiamo ribellarci alle mafie. Noi siamo d’accordo ma per ribellarci alle mafie abbiamo bisogno di affidarci a uomini di stato in cui crediamo e soprattutto abbiamo bisogno di sentirli dalla parte giusta”.

Non si può non partire da Telejato, un vero e proprio miracolo vivente intorno a quello straordinario vulcano che è Pino Maniaci. Inchieste, denunce, sberleffi ad ogni mafia. Un’esperienza di resistenza civile odiata e contrastata dai mafiosi…ma non solo. Perché questa televisione ha rischiato anche di chiudere per legge con il passaggio al digitale terrestre. Solo all’ultimo si riuscì ad andare avanti ma per mesi nessuno risposte ai numerosi appelli alle istituzioni.

Sto scrivendo, in quest’assolata mattina di inizio gennaio ormai senza più neve, da un paese della Provincia d’Abruzzo. Qui, nella terra di Silone, le ultime settimane dell’anno alle spalle sono state a dir poco imprevedibili e turbolente. In pochissime settimane sono stati assolti prima i componenti della Commissione “Grandi Rischi”, accusati per quanto avvenuto (e non) prima del terremoto del 6 Aprile 2009, poi i 19 imputati nel processo per la mega discarica di Bussi sul Tirino, discarica che secondo l’Istituto Superiore della Sanità ha contaminato anche l’acqua bevuta da almeno 700.000 persone in tutta la Val Pescara (compresi i capoluoghi Chieti e, appunto, Pescara). Due vicende esemplari (senza dimenticare le sentenze Eternit e Marlane) di chi ha compiuto il proprio dovere, andando anche oltre, e chi ha suscitato rabbia e amarezza. La mega discarica di Bussi è stata scoperta solo grazie a cittadini, associazioni, movimenti che dal 2007 hanno denunciato, indagato, scovato documenti, resa pubblica la vicenda. E, nel suo svelarsi, si son scoperti anche clamorosi e inquietanti silenzi istituzionali. Bussi è uno dei luoghi più inquinati d’Italia, ha resistito anche al decreto (poi bocciato dal TAR del Lazio) che ha eliminato dall’apposito elenco ministeriale dei SIN (Siti d’Interesse Nazionale, così considerati appunto per il loro elevatissimo inquinamento) molti luoghi, che attende una bonifica. In questi anni si sono succeduti progetti di impianti rifiuti (più o meno pericolosi, più o meno speciali), cementifici, cave, “solettoni” di cemento, ma la bonifica integrale e totale sembra ancora lontana. E le bonifiche sono un tema caldissimo degli ultimi governi, che vi hanno dedicato vari decreti tra cui quello ribattezzato ironicamente dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua Pubblica “Inquinatore Protetto” e lo “Sblocca Italia” (su cui tantissimo ci sarebbe da scrivere e indignarsi). Decreti accusati di voler favorire gli inquinatori facendo pagare alla collettività le bonifiche (dove avverranno, visto che tra i vari provvedimenti sono state alzate soglie di contaminazione e addirittura è stata introdotta l’autocertificazione quindi chi ha inquinato – o dovrebbe bonificare a spese sue – dovrà individuare e accertare le contaminazioni). E, quando si fa riferimento a inquinamenti e bonifiche, non si può non citare la “Terra dei Fuochi”. Una strage silenziosa e quotidiana di morti per tumore mentre camorra e parti delle istituzioni sversavano rifiuti provenienti da varie parti d’Italia. Comitati e cittadini da anni denunciano quel che accade. Nei mesi scorsi, hanno dovuto subire un vero e proprio “negazionismo di Stato”, la Terra dei fuochi era improvvisamente scomparsa…così come per tantissimi anni non sono state rese note le dichiarazioni di Schiavone, il pentito che già nel 1998 aveva svelato cosa accadeva. Sulle sue dichiarazioni fu apposto il “segreto di Stato”. Erano gli anni in cui Presidente del Consiglio era Romano Prodi e Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano.

Fino a non molti anni fa la situazione di Taranto era totalmente sconosciuta all’opinione pubblica nazionale e le foto, ormai (anche grazie ai social network) diffusissime, della città inquinata erano inimmaginabili. C’è voluto l’impegno di ambientalisti e cittadini perché si svelasse la drammatica situazione di avvelenamento e morte. Mentre il presidente di PeaceLink Alessandro Marescotti (professore di lettere in un Istituto Tecnico Industriale) faceva analizzare del formaggio, che le analisi hanno poi rivelato essere contaminato da diossina, dalle istituzioni si levavano voci che minimizzavano e negavano la situazione della città. In questi anni sono emerse vicinanze e appoggi all’ILVA di tanti a livello politico e istituzionali, mentre le voci di denuncia e d’inchiesta (spesso isolate, contestate, che si son tentate di far tacere) son sempre rimaste pochissime.

Nei giorni successivi alle assoluzioni nel processo per la mega discarica il Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua Pubblica e Zona Ventidue hanno realizzato lo “sciopero della denuncia” chiedendo “i cittadini cosa devono fare per difendere la loro salute?”, “Se in una situazione del genere lo Stato non riesce a dare giustizia ai cittadini, cosa potrà accadere per le migliaia di siti interessati da inquinamento industriale? Che senso ha per il cittadino denunciare alle cosiddette “autorità”?” e “a chi denunciare la situazione (NB: lo sciopero della denuncia è avvenuto con un horror tour in un altro posto inquinatissimo “privo di visibili sistemi di messa in sicurezza” e “addirittura, accessibile a tutti, quindi anche a bambini”) ,vista l’ormai conclamata impunità sui reati ambientali?”. La storia di Zona Ventidue, a sua volta, è un’altra dimostrazione di come son solo cittadini volontari, associazioni, movimenti, spesso a “fare il proprio dovere civico”. Zona22 è sorta in una ex stazione ferroviaria a San Vito Marina che le attiviste e gli attivisti lavorando duramente hanno fatto rifiorire. Attualmente è l’unico luogo rinato di tutto l’ex tracciato che, in altri tratti (anche non molto distanti dalla stessa Zona22), è ormai solo terra di conquista del dissesto idrogeologico, nonostante i progetti proposti da anni. Siamo sulla costa teatina, l’unico luogo al mondo dove da ormai 13 anni la classe dirigente istituzionale e politica non riesce a concludere l’iter istitutivo di un Parco Nazionale e, anzi, spesso ha dato sfoggio del peggio possibile. Il Parco Nazionale della Costa Teatina sarà il primo al mondo che nascerà grazie ad un commissario. Cittadini, ambientalisti, associazioni, operatori turistici, donne e uomini di scienza da anni hanno ben presente il futuro di questo territorio, ne conoscono le ricchezze e le valorizzano mentre “lassù in alto” avveniva tutto questo.

L’Aquila, son passati ormai quasi 6 anni ma è una città che attende ancora un “soffio di liberazione”. In questi anni comitati, associazioni, cittadini non si sono mai fermati nel chiedere giustizia e ricostruzione. Sono arrivati addirittura ad essere brutalmente manganellati (con il free press diretto da un noto esponente politico e istituzionale abruzzese che attaccò e insultò i manifestanti) a Roma nel luglio 2010 mentre, per settimane, L’Aquila fu letteralmente militarizzata e agli abitanti fu impedita ogni socialità . Mentre da anni assistiamo ad un vero e proprio buskashì tra esponenti istituzionali di opposto “colore”. In questi anni abbiamo assistitito a lauree ad honorem, cerimonie, commozioni di Stato e tanto altro sfoggio retorico. Ma, in quei drammatici giorni, “dopo il terremoto ci siamo ritrovati a L’Aquila, uniti nel dolore e nel cercare di capire. E anche su questo abbiamo visto l’inadeguatezza dello Stato e delle sue strutture di cui parlavo all’inizio. Ci siam chiesti varie volte in quelle settimane “dov’è lo Stato?”. Siamo stati completamente abbandonati per 72 ore dall’incapacità ad ogni cosa. Solo dopo le nostre vibranti proteste ci hanno portato del cibo. In sacchi della spazzatura…” ha raccontato Lilli Centofanti, la sorella di Davide (uno dei ragazzi a cui il crollo della Casa dello Studente strappò la vita), al mensile Casablanca. E, ora, quest’assoluzione che ha indignato e scosso le coscienze. “Il Potere ordina, la scienza obbedisce, la giustizia assolve” l’accusa del comitato 3e32 “lo Stato si autoassolve e se la ride. Da anni. La sentenza rappresenta l’ennesimo schiaffo dello Stato alla popolazione aquilana. Una commissione di esperti che non avrebbe, naturalmente, dovuto prevedere il terremoto – come è stato strumentalmente scritto dai media – ma che ha avuto la colpa di aver rassicurato i cittadini. Una commissione che, come è stato evidenziato anche dalle intercettazioni telefoniche, era stata inviata all’Aquila solo per compiere un’operazione mediatica, trasformando inoltre le legittime preoccupazioni della popolazione in un problema di ordine pubblico da reprimere”.

Napolitano ha invitato ad impegnarsi per “bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società”. Ma quel sottosuolo c’è chi lo combatte e chi lo alimenta, c’è chi lo denuncia e chi tace (o cerca di far tacere chi alza la voce). Quanto oggi sta diventando di dominio pubblico con l’inchiesta sulla “Terra di Mezzo” di “Mafia Capitale” ci sono persone che lo denunciano da moltissimo tempo. Arrivando a rischiare la vita. Le inchieste di Lirio Abbatehanno analizzato, descritto, con dovizia di particolari, nomi, dinamiche, la fascio mafia e il dominio dei “quattro Re di Roma”. Varie volte è stato minacciato di morte, nei mesi scorsi la sua auto fu speronata sul lungotevere. Sono settimane che leggiamo, invece, di connivenze e intrecci istituzionali e politiche. Eversione nera, Banda della Magliana, mafie, c’è chi è accusato di essersi accordato e seduto con loro. Sono passati quasi 23 anni da una delle estati più drammatiche della Repubblica Italiana. C’è chi dice che la cosiddetta “Seconda Repubblica” è nata su e in quei drammatici momenti, quando furono assassinati Falcone e Borsellino, un’epoca politica stava crollando (anche sotto il peso della corruzione) e un’altra già stava nascendo. Erano i giorni in cui partì Presidente della Repubblica Andreotti e vi arrivò Scalfaro, erano i mesi in cui Cossiga (coluì che nel 2008 consigliò Maroni di fare come fece lui e di infiltrare con provocatori violenti i cortei di protesta e così poi essere forte del consenso popolare quando “il suono delle sirene e delle ambulanze dovra’ sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri” senza “avere pietà” “picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non dico i docenti anziani, ma le maestre ragazzine si”) realizzò il discorso di fine anno più breve della Repubblica Italiana affermando “il dovere sommo, e direi quasi disperato, della prudenza sembra consigliare di non dire, in questa solenne e serena circostanza, tutto quello che in spirito e dovere di sincerità si dovrebbe dire; tuttavia, parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe”. Agnese Borsellino disse in un’intervista che un mese prima di morire Cossiga le disse “la storia di via D’Amelio è da colpo di Stato”. 23 anni dopo non si svelano ancora dalle nebbie di depistaggi, intrecci, servizi segreti, ostacoli vari, le “menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi” com’ebbe a dire Giovanni Falcone dopo il fallito attentato dell’Addaura. C’è chi vive nel timore quotidiano di attentati, chi con vere e proprie “scorte civiche” sta sopperendo alle mancate scelte di Stato, c’è chi quotidianamente denuncia, s’indigna, alza la voce. E c’è chi dovrebbe dar risposte e non le dà. Perché la storia di questi 23 anni è principalmente quella di cittadini che aprono gli occhi e di uno Stato spesso assente, se non connivente, che non dà la risposte che dovrebbe. Una vicenda che, ma potremmo raccontarne altre, ci porta per esempio a Ilaria Alpi. Ad una commissione d’inchiesta parlamentare che giunse solo a parlare di rapina finita male e poco più mentre era in vacanza, e di denunce di traffici di rifiuti internazionali, servizi segreti e tanto altro. Ilaria Alpi fu assassinata quasi 21 anni fa e giustizia “di Stato” non l’ha mai avuta.

L’elenco potrebbe proseguire ancora (basti pensare ad Expo o Mose) ma questo testo diverrebbe veramente troppo sterminato. Ma in chiusura, un’ultima annotazione non può non essere riportata: continuamente (anche, se non soprattutto, facendo riferimento alle “giovani generazioni”) si levano appelli alla solidarietà, alla giustizia, agli ideali più alti e nobili, all’impegno per costruire un avvenire migliore et similia. Un’intera generazione si è impegnata per questo, scendendo nelle piazze e denunciando ingiustizie, oppressioni, un sistema economico malato, per “un altro mondo possibile” perché questo, francamente, è impossibile. E’ stata criminalizzata, manganellata, brutalmente repressa, ha subito le violenze più incredibili. E ne ha pagato le conseguenze vedendo, al contrario, chi di quella repressione violenta è stato individuato (anche in aule di tribunale) come responsabile fare carriera e premiato. L’abbiamo visto anche dopo “Mafia Capitale” … Una precisazione, in conclusione, è doverosa: non si è voluta riportare l’artefatta contrapposizione tra “buona società civile” e “cattiva politica”, la cosiddetta “società civile” non è un corpo estraneo dalle istituzioni, dalla politica e da tutto quanto sopra scritto (e tanto altro). Le cooperative sono state importante ingranaggio di Mafia Capitale secondo la procura romana così come son lobby, gruppi di interessi e di affari ad essere conniventi, complici, a lucrare con e su mafie, pezzi delle istituzioni e così via. Son membri della società civile coloro che alimentano i traffici di droga o la tratta dello sfruttamento della prostituzione, sono imprenditori, eminenti professionisti, società civile d’altissimo lignaggio coloro che impongono a “politici” di realizzare “Piani Regolatori”, leggi, provvedimenti vari ad uso e consumo della speculazione (edilizia e non solo). E la divisione è così labile da essere, in realtà, inesistente. L’unica divisione possibile può essere solo tra chi è silente, connivente e complice, e chi non si arrende. Mai. Denunciando, indignandosi, svelando le trame delle cricche d’ogni risma e dei Poteri Forti.

Vigili urbani a Roma: un caso creato per stroncare tutto il lavoro pubblico

Vigili urbani a Roma: un caso creato per stroncare tutto il lavoro pubblico

Prima la notizia: la notte di S. Silvestro, a Roma, l’83,5% dei vigili urbani si è dato malato o comunque si è assentato dal lavoro utilizzando altri tipi di permesso (dalla legge 104 alla donazione di sangue).

Come conseguenza, grande scandalo, governanti di ogni livello e media di regime scantenati contro i “fannulloni del pubblico impiego”  – tutti insieme, nessuno escluso, come si fa nei pogrom – e richiesta generalizzata di bastonare i reprobi (il pubblico impiego in generale). Il premier Matteo Renzi cavalca l’onda con facilità, annunciando che il 2015 sarà l’anno del “cambio di regole nel pubblico impiego” per far sì che non si ripetano mai più casi come quello della Capitale.

Il ministro del settore,  Marianna Madia, cala per una volta la maschera di madonnina e tira fuori artigli, ventilando  “azioni disciplinari” per “colpire gli irresponsabili”. Il Garante per gli Scioperi – quellìautorità creata quasi venti anni fa con l’unico obiettivo di impeire o rendere comunque irrilevanti gli scioperi nei servizi pubblici (tra precettazioni, “servizi garantiti”, sanzioni e “affollamenti” – ha prospettato sanzioni “fino a 50 mila euro”. E subito emergono le proposte per rendere “più facile il licenziamento degli statali”, il trasferimento all’Inps (invece ce alle Asl) dell’incarico di eseguire i controlli medici sui periodi di malattia, “commissioni ad hoc” per la valutazione del “rendimento” dei singoli dipendenti pubblici, di riesumazione delle “norme Brunetta” e via reprimendo in via preventiva…

Il Campidoglio, sotto botta dopo lo scandalo “der cecato” & co., prova a tenere il passo incaricando il vicecomandante dei vigili di condurre un’indagine interna per capire cosa sia successo il 31 dicembre. Al termine della quale la Procura di Roma  (ieri il comandante dei vigili, Clemente, ha incontrato il procuratore aggiunto Maria Monteleone) potrebbe intraprendere “eventuali procedimenti penali”.

Dal canto loro, i vigili della Capitale difendono a spada tratta le proprie ragioni e si preparano al primo sciopero della categoria nella storia di Roma, anche se la triplice Cgil-Cisl-Uil stigmatizza i disagi sottolineando di non aver “in nessun modo dato indicazioni ai lavoratori difformi da quanto previsto dalle norme, contratti e regolamenti”.

“Non siamo né fannulloni, né ladri”, sottolineano gli agenti, spiegando di non aver fatto lo straordinario “per protesta”. E qui esce fuori una prima ragione comprensibile per una astensione dal lavoro altrimenti inspiegabile e per nulla spiegata dai giornali. di regime:l’amministrazione comunale e il comandante avevano infatti disposto uno “straordinario obbligatorio” la notte di capodanno per garantire lo svolgimento del concerto al Circo Massimo.

Una”provocazione” giunta alla fine di un anno in cui i rapporti tra il comandante e gli uomini da lui amministrati sono arrivati ai minimi termini. Ne avevamo anche noi dato in qualche modo notizia,all’interno degli articoli dedicati all’inchiesta giudiziaria su Mafia Capitale, segnalando come fosse quantomeno curioso che il comando dei vigili urbani romani stesse eseguendo le indicazioni date da un “commissario alla trasparenza” – Walter Politano –  indagato per associazione mafiosa dalla Procura di Roma insieme a Carminati, Buzzi, Mancini e compagnia cantando. Ora la situazione è apparentemente “migliorata” con la nomina nella stessa carica di Rodlfo Sabella, magistrato, su cui però i giuristi democratici hanno sollevato “perplessità” – diciamo così – di una certa rilevanza politica.

Sta di fatto che decine di assemblee dei “pizzardoni” hanno posto il problema di entrare in sciopero – cosa mai avvenuta nella storia – per rispondere in qualche modo a un’offensiva dall’alto che accomuna tutti sotto un’accusa infamante.

IL provvedimento più intolerabile, tra i tanti partoriti dalle fervide menti ai vertici, riguarda il trafserimento di sede per contrastare la corruzione. Per chi conosce Roma, non c’è minaccia maggiore possibili, qualunque sia il lavoro che fai. Si tratta inoltre di un provvdimento completamente inutile rispetto allo scopo per cui viene preso. Un “vigile corrotto”, infatti, una volta cambiato il gruppo circoscrizionale, riprenderà in breve tempo la sua “seconda attività”, perché dovrà soltanto comnciare a conoscere i suoi nuovi “clienti” giovandosi della competenza accumulata in altra zona.

Al contrario, ci spiegavano alcuni vigili (incazzatissimi per una misura che li sospettava tutti, nessuno escluso,come si fa nei pogrom, di essere “corrotti”), un trasferimento di funzione e non territoriale avrebbe tagliato le gambe molto più efficacemente alla corruzione perché i responsabili avrebbero dovuto imparare un mestiere differente (regolato da decine di codici differenti). Insomma: se prendi un vigile “esperto” nel trattare con i commercianti e lo rimetti alla viabilità, e viceversa, per qualche anno puoi star tranquillo che non ci saranno episodi gravi di corruzione.

Pur restando all’interno dello stesso territorio. Quel che ha fatto imbizzarrire un a categoria decisamente poco disponibile al conflitto è infatti il trafserimento ad altra sede. Per tutti – “corrotti” e no – esiste infatti il problema del “viaggio” da casa al lavoro, che a Roma, in casi limite, può arrivare alle due ore.

Insomma, seguendo le indicazioni di un “assessore corrotto” indagato per questa ragione – vedremo come andrà poi il processo – tutti i vigili sono stati messi nello stesso calderone e obbligati a reagire.

Stiamo parlando di una categoria non simpaticissima, ben lontana dall’immagine cinematografica del “pizzardone” anni ’50. Una categoria oltretutto a digiuno di conflitto sindacale e delle sue regole; da sempre percorsa dal clientelismo; abbituata a “difendersi” ricorrendo ai trucchetti da leguleio consentiti da una legislazione abnorme di cui sono obbligati a conoscere ogni singola piega. E che quindi, invece di prendere in mano l’arma dello sciopero, si è fatta tentare dall’aggiramento furbesco – consentito da regole giuste come da regolette assurde (ancora una volta tutto insieme) per realizzare uno “sciopero bianco” nell’occasione di massima visibilità.

Succede che a fare il furbo ci si dimostri ingenui. E i vigili romani lo sono stati di sicuro, nel loro rifiuto del conflitto aperto – “politico” – con l’amministrazione. Non hanno infatti capito che “è cambiata l’aria” e hanno ora contro – non più soltanto “sopra” – un potere in cerca di “casi esemplari” da usare come stracci per realizzare lo stravolgimento generale dele regole del lavoro, anche nel pubblico impiego.

Ma di ragioni oggettive ne hanno molte. Come tutto il pubblico impiego. Certo, dovrebbero forse farsi indicare la strada da un sindacato abituato al conflitto, antagonista politico che prova a leggere anche le dinamiche generali, lasciandosi alle spalle definitivamente le scorciatoie “furbette” e regolamentari, così come i sindacati complici che ora li stanno lasciando completamente soli dopo averne assecondato le abitudini peggiori.