La proposta di revisione costituzionale Renzi-Boschi: un disegno autoritario e “neo-corporativo”*

renzi-boschidi Gaetano Bucci

Le “riforme costituzionali” avanzate nell’ultimo trentennio dai “gruppi dirigenti” del “centrodestra” e del “centrosinistra” hanno puntato a rafforzare la “governabilità istituzionale” e la “stabilità economica” allo scopo di “adeguare” il nostro ordinamento alle evoluzioni della governance economica europea, considerate necessarie per affrontare le «sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie». Si è mirato a depotenziare il ruolo “centrale” del Parlamento per predisporre un quadro di comando verticale» svincolato dagli ostacoli della dialettica sociale e quindi dalle istanze del pluralismo, reputate incompatibili con le strategie dei mercati finanziari e delle «grandi agenzie internazionali (D. Chirico).

Nella Relazione introduttiva al disegno di revisione Renzi-Boschi (AS 1429), si legge infatti che la «stabilità dell’azione di governo» e l’«efficienza dei processi decisionali» costituiscono «le premesse indispensabili per agire, con successo, nel contesto della competizione globale».
In un report della banca d’affari statunitense JP Morgan (28 maggio 2013) – ossia della maggiore responsabile della crisi dei “subprime” – si esprime del resto la medesima insofferenza nei riguardi delle istanze del pluralismo. Il documento sollecita infatti gli Stati a disfarsi delle Costituzioni adottate dopo la sconfitta del nazi-fascismo perché fondate su concezioni «socialiste […] inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea » e specie la realizzazione delle politiche di austerità considerate indispensabili per la soluzione della crisi. Per gli analisti della JP Morgan, le Costituzioni del secondo dopoguerra possiedono «limiti intrinseci» non solo di «natura economica», ma anche «politica», quali l’esistenza di «esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti», di «governi centrali deboli nei confronti delle regioni», di «tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori» e di strumenti di controllo che consentono di contrastare le «proposte di modifica sgradite dello status quo». Questi “limiti” impedirebbero ai «Paesi della periferia» di realizzare le «riforme» prescritte per il ripianamento dei “debiti sovrani”, sicché i governi dovrebbero svolgere un ruolo di “superburocrati” volto a garantire l’applicazione delle misure di “rigore” prescritte dalle istituzioni sovranazionali e internazionali (BCE; FMI).

Il Presidente della BCE, Mario Draghi (12 agosto 2013) è giunto del resto a invocare «un processo riformatore definito in sede europea e imposto senza mediazioni ulteriori agli Stati più arretrati», ossia una sorta di «“rivoluzione dall’alto”» che dovrebbe trasformare gli Stati in «strutture amministrative subordinate» e relegare pertanto la cittadinanza in una condizione passiva.

Nel corso di un trentennio si è perseguito insomma, l’obiettivo di «autonomizzare le istituzioni politiche dal terreno sociale e dai suoi conflitti», affinché potesse applicarsi il «paradigma governamentale con tutti i suoi corollari autoritari e familistici compreso il proliferare delle logiche mafiose di appartenenza», che dominano ormai in tutti gli ambiti istituzionali (A. Burgio).

Si è assistito, pertanto, all’emergere di quei fenomeni sintetizzabili «nell’espressione “postdemocrazia”», che si traducono nella «paralisi della rappresentanza», nel «congelamento della competizione politica», nella «perdita di significato dei programmi elettorali» e nell’affermarsi del «predominio del governo nella sua versione tecnica ed esecutiva di volontà […] sovrastanti» (G. Zagrebelsky).

Le esigenze della “governabilità” e della “stabilità economica” reputate essenziali per fronteggiare le dinamiche competitive dei mercati finanziari hanno provocato la «rimozione dei fini della forma di stato» e quindi dei fondamenti del vivere comune», generando una fase «decostituzionalizzata» contrassegnata dai «rapporti di forza» che vengono legittimati, a posteriori, con la teoria della «costituzione materiale» e con i marchingegni concettuali dello «stato di necessità» e dell’«interesse strategico nazionale» (cfr. G. Zagrebelsky).

Ad onta delle retoriche sul “postmoderno”, ci troviamo pertanto dinanzi ad una “svolta autoritaria”, che sembra riportarci in una situazione simile a quella dell’Ottocento, caratterizzata dalla crescita abnorme delle rendite e dei profitti delle oligarchie finanziarie e industriali e dal dilagare della diseguaglianza e addirittura della povertà (cfr. T. Piketty).

In riferimento alle vicende nazionali, occorre osservare come nell’ultimo decennio, «il 10% del reddito nazionale sia stato prelevato dalle tasche dei più poveri per andare ai più ricchi» e come, in questa prospettiva, risulti impossibile parlare di “crescita”, «poiché la massa di denaro sottratta ai più poveri» determinerà una riduzione della «massa di denaro destinata ai consumi», dato che «i più ricchi non potranno – neanche se lo volessero – spendere il surplus che hanno a disposizione» (G. Chiesa, 2015).

Eppure in una sorta di «bulimia invincibile» e nonostante che il Paese si trovi in una situazione di «sfacelo sociale, economico, industriale, organizzativo e morale», si persegue l’obiettivo di introdurre, per legge, il «diritto dei padroni di licenziare i dipendenti» (v. il cd. Jobs act) e quello di «eliminare di fatto la contrattazione collettiva», lasciando i lavoratori inermi rispetto allo strapotere dei datori di lavoro.

Senza un reddito capace di garantire un’«esistenza libera e dignitosa» (art. 36 C.) e senza «gli strumenti per difendersi» (artt. 39 e 40 C.), i cittadini-lavoratori, sono stati trasformati da soggetti titolari della sovranità (art. 1 C.), in «individui passivi e isolati che si specchiano nello schermo di un computer o di un televisore».

Al posto della «Costituzione retta» che ha di mira «il bene comune», è stata introdotta, come preconizzava Aristotele, una «Costituzione storta, che ha di mira l’estensione del potere dei più ricchi» (G. Chiesa, 2015).

Il disegno di legge costituzionale Renzi-Boschi costituisce il punto di approdo di questo processo controriformatore, perché mira a stabilizzare la «lunga regressione che ha qualificato l’ultimo ventennio politico», contrassegnato da processi di «forte verticalizzazione del potere» e a «costituzionalizzare l’assetto più idoneo alla gestione oligarchica delle dinamiche economico-sociali» (G. Azzariti).

Se si vogliono individuare le motivazioni reali che sorreggono la proposta avanzata indebitamente dal Governo per valutare il suo grado di adesione o di contraddizione rispetto ai fini della forma di stato, occorre utilizzare come parametri essenziali dell’analisi i valori e i principi posti a base della Costituzione, i quali dovranno essere commisurati necessariamente alla “realtà” dei “rapporti di classe” che condizionano il loro inveramento (G. Zagrebelsky; A. A. Cervati).

Occorre riaprire, in particolare, una riflessione sulle ragioni che indussero i Costituenti a superare il modello “autoritario” dello stato liberale e quello “totalitario” dello stato fascista-corporativo, per fondare una “democrazia sociale” incentrata sulla sovranità del popolo lavoratore (S. d’Albergo).

Il ddl costituzionale Renzi-Boschi, propone del resto una modifica radicale di quell’organo che dopo il disastro della dittatura fascista è riuscito a conferire una nuova legittimazione allo Stato garantendo l’espressione del «conflitto» considerato «sale della democrazia» (M. Dogliani), sicché la valutazione dei suoi contenuti presuppone una riflessione sul ruolo che si vuole conferire al Parlamento – di una Repubblica democratica fondata sul lavoro – nella fase della globalizzazione dell’economia.

Nell’affrontare questa riflessione non bisogna dimenticare tuttavia che la forma di governo è posta al servizio dei fini della forma di stato e che pertanto le revisioni della Seconda Parte devono potenziare e non stravolgere i Principi fondamentali e le norme della Prima Parte della Costituzione.

I costituzionalisti tendono tuttavia a non utilizzare come criterio di analisi la categoria della forma di stato, per evitare il rischio di doversi pronunciare sulla filosofia politico-sociale ad essa sottesa. Per salvaguardare una presunta purezza metodologica, finiscono pertanto col ripiegare su una linea difensivistica che si limita ad avanzare proposte emendative, le quali finiscono col legittimare le strategie controriformatrici volte a neutralizzare i principi di democrazia politica, economica e sociale della Costituzione, in cui sono sintetizzate le ragioni fondative dell’impianto costituzionale, che costituiscono ancora oggi l’epicentro intorno a cui si esprimono i conflitti sociali, i quali condizionano – in senso progressivo o regressivo – le vicende dell’ordinamento.

La proposta di revisione non pone soltanto la questione della riduzione della rappresentanza, ma anche quella più ampia della compatibilità fra un modello di governo che individua come proprio asse paradigmatico l’efficienza nella decisione e la forma di stato democratico-sociale fondata sul principio della partecipazione effettiva «di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3, 2° co., C.).

Il “potere costituentesco alla rovescia” (A. Gramsci) – dopo aver inferto alla forma di governo un rilevante vulnus con la revisione del Titolo V che ha introdotto una sorta di “pseudo-federalismo” considerato prodromico ad una sorta di “presidenzialismo” (recte: premierato assoluto) – continua infatti a condurre la sua “guerra di posizione” sui due fronti della riforma elettorale e della riforma costituzionale che convergono verso il medesimo risultato, ossia quello di stravolgere le caratteristiche del modello costituzionale prefigurando un passaggio da un sistema basato sulla rappresentanza e sulla centralità del Parlamento a un sistema basato sull’investitura del Capo politico e sulla centralità del Governo e da un sistema basato sulla distribuzione dei poteri ad un sistema basato sulla concentrazione degli stessi nelle mani del Capo politico, che giunge a incidere anche sulle funzioni degli organi di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale e Magistratura).

La proposta di riforma del Senato non mira infatti a introdurre un sistema “monocamerale” per rafforzare la sovranità popolare, ma ad alterare la configurazione unificante del rapporto “sovranità-rappresentanza” delineata dall’art. 55 C., unitamente ai delicati equilibri istituzionali delineati dalla Costituzione repubblicana.

Seguendo le sollecitazioni del Presidente della Repubblica Napolitano, il Presidente del Consiglio Letta nel discorso programmatico alle Camere, sostenne che le riforme istituzionali si sarebbero dovute ispirare ai principi di una «democrazia governante» ed indicò come obiettivo prioritario l’abolizione del bicameralismo paritario al fine di snellire i processi decisionali.

La proposta di revisione Renzi si colloca nella stessa prospettiva delle precedenti, ossia in una prospettiva di «estremismo revisionista che sfocia nell’assolutismo maggioritario», perché distorce la rappresentanza, ponendola al servizio di un «premierato assoluto con tensione alla monocrazia» (G. Ferrara).

Nella versione approvata dal Senato, si prevede il passaggio da «una Camera elettiva» ad un organo composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali eletti dai Consigli regionali fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori, nonché da cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica.

Il “nuovo” Senato resta però escluso dal circuito fiduciario e privato di un «rilevante ruolo costituzionale entro la forma di governo», perché deve limitarsi «a esprimere pareri sulle leggi già approvate», che possono però essere superati facilmente dalla Camera, «essendo richiesta la mera maggioranza assoluta, vale a dire un quorum facilmente raggiungibile», specie in presenza di «una riforma altamente distorsiva dei risultati elettorali […] come quella in discussione», che assegna la maggioranza assoluta alla singola lista (o alla coalizione di liste) “vincitrice” del premio di maggioranza (G. Azzariti).

Sulla base di tali caratteristiche, si può quindi comprendere come la proposta di revisione si muova in una direzione opposta rispetto a quella dei Costituenti che miravano a rafforzare l’espansione della sovranità popolare sia nei rapporti politico-istituzionali, che nei rapporti economico-sociali.

I costituenti social-comunisti – ritenendo che all’unicità della sovranità popolare dovesse corrispondere l’unicità della rappresentanza – proposero di istituire una sola Camera per evitare una segmentazione del corpo elettorale sulla base di criteri artificiosi, come quelli della “rappresentanza degli interessi corporativi” o della “rappresentanza degli enti territoriali”.

Non riuscendo a superare la pregiudiziale dei bicameralisti contrari al cd. “governo di assemblea”, riuscirono tuttavia ad ottenere il risultato dell’elezione a “suffragio diretto e universale” dei deputati e dei senatori (chiamati entrambi a “rappresentare la Nazione”) e della parificazione del ruolo delle due Camere nel processo di elaborazione dell’indirizzo politico.

Il disegno di legge costituzionale Renzi-Boschi non mira però a superare il bicameralismo per concentrare in una Camera sola la forza della rappresentanza popolare, ma per estromettere un organo costituzionale dal circuito politico-rappresentativo, sostituendolo con un organo “burocratico-corporativo” «fragile e politicamente inutile» (G. Azzariti) composto non più da «rappresentanti della Nazione», ma da «“mandatari” di enti regionali e comunali» irresponsabili nei confronti del «corpo elettorale» e quindi della sovranità popolare «dalla quale soltanto può derivare la rappresentanza politica» (G. Ferrara).

Nella forma di stato recepita dalla Costituzione, il bicameralismo acquista quindi un senso solo se concepito in modo “paritario”, altrimenti sarebbe più coerente introdurre un sistema monocamerale come traduzione del principio dell’unicità della sovranità popolare, respingendo di conseguenza quelle proposte ispirate ad una “governabilità” antitetica alla “rappresentatività”, che vengono, non a caso, rilanciate nelle fasi di crisi allo scopo di favorire restaurazioni di tipo autoritario/plebiscitario funzionali alla garanzia dei profitti e delle rendite delle imprese industriali e finanziarie. La proposta di superamento del bicameralismo paritario appare quindi diretta a imprimere al sistema costituzionale una «torsione fortemente maggioritaria e centrata sull’esecutivo», perché sminuisce drasticamente «i poteri del Parlamento, cui lo stesso Governo dovrebbe essere sottoposto per la fiducia, il controllo e la vigilanza» (M. Villone).

Il predominio del Governo sul Parlamento è stato sancito in modo incisivo nel sesto comma dell’art. 12 del disegno di legge costituzionale che modifica l’art. 72 della Costituzione. La norma attribuisce infatti al Governo la possibilità (recte: il potere) di chiedere alla Camera che «un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo, sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto a votazione finale entro sessanta giorni dalla richiesta». Risulta evidente come questa previsione che rafforza le prerogative del Governo e comprime quelle del Parlamento, incida profondamente sugli equilibri costituzionali», distorcendo gravemente la forma di governo parlamentare delineata dalla Costituzione.

L’attacco alla democrazia sociale trova in questa previsione il proprio compimento, perché la sanzione del primato del governo sul parlamento nel processo di elaborazione degli indirizzi politico-legislativi aggiungendosi all’introduzione del principio del pareggio di bilancio, determina la piena integrazione fra la “governabilità istituzionale” e la “stabilità economica” che ripristina il nesso di compenetrazione organica fra lo stato-apparato e gli interessi economico-finanziari, su cui si incardinava lo stato liberale e lo stato fascista-corporativo.

L’istituto del “voto a data certa” introdotto dal disegno di legge costituzionale, evoca, del resto, la cultura istituzionale sottesa alla previsione dell’art. 6 della Legge 24 dicembre 1925, n. 2263 che condizionava gravemente l’autonomia del Parlamento, attribuendo al Capo del Governo il potere di determinare la formazione dell’ordine del giorno delle Camere. L’art. 6 della L. 24/12/1925, n. 2263, concernente: «Attribuzioni e prerogative del Capo del Governo», disponeva infatti che: «Nessun oggetto può essere messo all’ordine del giorno di una delle due Camere, senza l’adesione del Capo del Governo»).

Nel valutare l’attuale proposta di superamento del “bicameralismo paritario”, non si può non considerare invece come i Costituenti abbiano scelto di superare la «storica contrapposizione tra Camera “alta” e Camera “bassa”» per introdurre l’innovazione di un Parlamento caratterizzato dall’elettività dei deputati e dei senatori e dall’eguaglianza delle funzioni delle rispettive Camere, perché fondato sul principio unitario della sovranità popolare che implica un “coordinamento” (e non una separazione) tra i poteri, il quale può essere svolto solo da un’assemblea posta al “centro” del sistema istituzionale complessivo, compresi quindi il Governo e il Presidente della Repubblica» (S. d’Albergo). I Costituenti hanno quindi affrontato e risolto tali questioni, in una prospettiva opposta a quella del rafforzamento dell’esecutivo, ossia nella prospettiva della valorizzazione del ruolo delle forme organizzate del pluralismo e specie dei partiti considerati come strumenti di partecipazione dei cittadini alla determinazione degli indirizzi relativi all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3, 2° co, C). Nella Costituzione, forma di stato, forma di governo e sistema elettorale sono stati concepiti come parti di un disegno organico e connessi in modo tale da potenziare il processo di emancipazione sociale delineato nei Principi fondamentali e nella Prima Parte della Costituzione. In questo contesto risulta fondamentale la previsione di una forma di governo imperniata sul primato del Parlamento, in quanto organo recettivo delle istanze espresse dal pluralismo organizzato nelle formazioni di base, nei sindacati e nei partiti di massa (S. d’Albergo).

La centralità del parlamento può estrinsecarsi tuttavia solo in vigenza di un sistema elettorale proporzionale “puro” idoneo a garantire la piena espressione della sovranità popolare. I Costituenti hanno considerato infatti il sistema proporzionale non come un mero meccanismo di traduzione dei voti in seggi, ma come lo strumento necessario per imprimere l’impulso al processo di trasformazione dei rapporti politici, economici e sociali nella direzione indicata dall’art. 3, 2° co, C.

Il metodo proporzionale – legittimato dall’“o.d.g. Giolitti” – fu adottato per l’elezione dell’Assemblea costituente e in seguito per l’elezione del primo Parlamento repubblicano, perché venne riconosciuto come lo strumento idoneo per collegare il suffragio elettorale al ruolo dei partiti di massa, del Parlamento e delle assemblee elettive locali in una prospettiva di collaborazione unitaria fondata sui valori e sui fini della Costituzione. Esso fu adottato in seguito per le elezioni dei Comuni, delle Province, delle Regioni, perché ritenuto conforme alla concezione di uno “stato-comunità” incentrato sul principio della “sovranità popolare”. Il sistema proporzionale puro costituisce lo strumento per realizzare in modo integrale i valori del pluralismo sociale, politico e istituzionale e costituisce pertanto un principio espressivo dell’essenza del nostro ordinamento, come si desume dal fatto che è richiamato in varie norme costituzionali e specie nell’art. 39 C. volto a valorizzare il pluralismo sindacale.

Nel corso degli anni sessanta e settanta del Novecento, la cultura della “governabilità” pur evocata dall’“o.d.g. Perassi”, non riuscì a radicarsi proprio a causa della spinta impressa dal sistema proporzionale al protagonismo delle forze politiche e sociali, che riuscirono a rendere il Parlamento sede di elaborazione di indirizzi politico-economici definiti nel quadro della “programmazione globale” dell’economia. Solo il sistema proporzionale puro riesce infatti a dare espressione alle variegate forme della sovranità popolare, com’è dimostrato dal fatto che è riuscito a garantire per una lunga stagione la democraticità del sistema, nonostante gli effetti della cd. conventio ad exludendum stipulata fra le forze di maggioranza per escludere i comunisti dal governo della Repubblica.

Non a caso il processo di erosione dei fondamenti della democrazia-sociale è stato contrassegnato da un ripetuto attacco al sistema proporzionale: dal tentativo democristiano di introdurre la “legge truffa-maggioritaria” (1953), all’adozione del Mattarellum (1993) e in seguito del Porcellum (2005), rivelatosi peggiore della stessa “legge truffa”.

Nella stessa prospettiva si colloca il disegno di legge in materia elettorale risultante dal patto Renzi-Berlusconi, che senza considerare le indicazioni contenute nella sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale, fa rivivere le previsioni del “porcellum”, aggravate dal fine di garantire gli interessi contingenti degli “stipulanti”.

Il sistema proporzionale puro si contrappone pertanto sia al metodo uninominale-maggioritario ad uno o due turni (usato in Gran Bretagna, negli Usa e in Francia), sia ai c.d. “modelli misti” fondati su sofisticate commistioni tra criteri maggioritari e criteri proporzionalistici che risultano tuttavia “manipolati” per rispondere alle “convenienze” dei gruppi di potere.

Se il disegno di legge in materia elettorale frutto dell’accordo Renzi-Berlusconi dovesse essere approvato, si assisterà alla reiterazione di un «colpo di stato […] tutte le volte che il corpo elettorale sarà chiamato a votare» perché verrà, «ogni volta, vilipeso, truffato e ripudiato» un «principio fondante della Costituzione, della democrazia e della civiltà giuridica», ossia il principio di libertà e di eguaglianza del voto sancito dall’art. 48, 2° co., C (G. Ferrara). Il disegno di legge viola infatti sia il principio della “libertà di voto” perché prevede le “liste bloccate”, sia quello di eguaglianza perché prevede un “premio di maggioranza” esorbitante che potrebbe consentire a una sola lista (D. Gallo, 2015) che ha raggiunto il 30% dei voti di ottenere il 53% dei seggi, sottraendoli alla rappresentanza dei due terzi degli elettori. A ciò si aggiunga, la previsione di “soglie” di entità altrettanto abnorme da vanificare i voti di milioni di elettori che non si riconoscono in nessuna delle due aggregazioni supposte maggiori.

Il “mattarellum”, il “porcellum” e il “renzusconum” si pongono quindi nel solco tracciato dalla “legge truffa” con cui le forze controinteressate all’attuazione della Costituzione tentarono già cinque anni dopo la sua entrata in vigore, di porre le premesse per un passaggio ad una “democrazia autoritaria”, definita oggi “governante” perché ritenuta capace di tenere il passo con i nuovi ritmi e i nuovi modelli imposti dalla globalizzazione.

Enrico Berlinguer, nella Prefazione ai Discorsi parlamentari di Togliatti, vol. 1, Camera dei Deputati, Roma, 1984, scriveva : «Di fronte […] a tali e tanti guasti che hanno precisa radice politica non si può pensare di conferire nuovo prestigio, efficienza e pienezza democratica alle istituzioni con l’introduzione di congegni e meccanismi di dubbia democraticità o con accorgimenti che romperebbero anche formalmente l’equilibrio, la distinzione e l’autonomia tra legislativo, esecutivo e giudiziario e accentuerebbero il prepotere dei partiti sulle istituzioni. Riforme delle istituzioni volte a ridare efficienza e snellezza al loro funzionamento sono certo necessarie. Ma esse a poco servirebbero se i partiti rimanessero quello che sono oggi […] se non si rigenerassero riacquistando l’autenticità e la pienezza della loro autonoma funzione verso la società e verso le istituzioni». Senza questa rigenerazione – aggiunge Berlinguer- si potrebbe verificare quanto fu presagito da Togliatti nel suo ultimo discorso alla Camera: ossia il profilarsi di una «tendenza alla limitazione progressiva delle istituzioni democratiche» e di uno sbocco verso l’«autoritarismo».

Per contrastare questi processi di degenerazione politica e istituzionale, che nella fase della crisi si intrecciano con profondi processi di destabilizzazione economica e sociale, si dovrebbe riprendere un percorso di lotta che assuma i Principi fondamentali della Costituzione come assi di un processo di democratizzazione e socializzazione dell’organizzazione pubblica e privata del potere.

*Relazione tenuta al seminario promosso dal Comitato per la difesa e attuazione della Costituzione di Bari e da altre associazioni, sul tema: «Legge elettorale e modifiche costituzionali: un disegno autoritario», Bari, 13 gennaio 2015, sala “Aldo Moro”, Facoltà di Giurisprudenza, Università degli studi di Bari.

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2015, l’anno orribile della disoccupazione. Renzi fa propaganda, intanto l’Istat gli dà torto.

Per quanto riguarda l’occupazione, l’ultima nota mensile del 2014 dell’Istat sull’andamento dell’economia italiana parla chiaro: se da una parte si arresta la caduta del Pil per quanto riguarda la disoccupazione, se possibile, c’è da attendersi un peggioramento. A parlare, del resto, sono i numeri: soltanto presso il ministero dello Sviluppo economico, a dicembre, i tavoli di crisi attivi sono 154, un numero superiore al 2013 che contava 147 dossier di crisi, con 130 mila lavoratori coinvolti. Più della metà dei tavoli è concentrata su circa una decina di settori. Ma nel 2015 a spaventare davvero ci saranno gli esuberi nella pubblica amministrazione. I primi candidati sono i lavoratori delle Province, cancellate da Renzi: si prevedono che se Regioni e Comuni non li assorbiranno rimarranno per strada più di diecimila persone. Sempre quest’anno, poi, giungeranno a maturazione decine d i migliaia di cassa integraezioni. Il Governo, in teoria, ha pronti i nuovi ammortizzatori sociali, il cui finanziamento però stenta a prendere corpo. 

Il primato negativo è dell’ l’Ict (13), seguito, a stretto giro, da automotive (11), edilizia (11), energia (10), chimica (9), agroalimentare (8), elettrodomestici (8), componenti elettrici (8), tessile, moda e calzaturiero (6), settore materiale ferroviario (6). La strategia di Renzi è tutta impostata sul colpo mediatico. Quindi, soluzioni per pochi casi, quelli più “visibili” e al centro di precisi interessi economici, per gli altri si preferisce calare un velo di silenzio. Grande spolvero, allora, per situazioni tipo Termini Imerese, il cui nuovo piano industriale comincia, pensate un po’, con la cassa integrazione, e l’Ast di Terni. Vertenze “positive” che non avranno alcun effetto trascinamento sul resto. Il 65% dei tavoli coinvolge aziende con più di 250 dipendenti. Da febbraio a novembre 2014, si sono conclusi con intese positive tendenzialmente positive 39 tavoli (circa il 25% del totale), 22 tavoli si sono conclusi con delle ristrutturazioni o conferme dell’attività, 16 si sono conclusi con delle cessioni a gruppi italiani o stranieri. In qualche caso ci sono state proteste eclatanti, come l’occupazione della Orte-Ravenna da parte delle tute blu della Ast di Terni. Gli stessi caricati brutalmente dalla polizia a Roma in piazza Indipendenza.

L’azienda con un fatturato di circa 2,3 miliardi nel 2013 e 2400 dipendenti apre l’anno dichiarando centinaia di esuberi e la volontà di chiusura di un forno e quindi di un serio colpo alla produzione. Si chiude a dicembre con un nuovo piano industriale per gli anni 2014.2018 che prevede 140 milioni di euro di investimento e l’obiettivo di almeno 1 milione di tonnellate di produzione e il mantenimento del secondo forno. Intanto, 310 lavoratori escono attraverso la procedura della mobilità volontaria. Altra vertenza approdata a un accordo dopo cinque anni di tribolazioni è quella dell’ex Fiat di Termini Imerese, con i suoi 760 lavoratori. L’intesa è stata firmata nella tarda serata dell’antivigilia di Natale, dopo l’operazione di capitalizzazione di Blutec, la newco che ha deciso di investire nel rilancio dell’impianto palermitano, e dopo il via libera dei lavoratori. L’accordo prevede, nei suoi punti essenziali, il progressivo rientro in fabbrica, da qui al 2018, di tutti gli addetti per la realizzazione di un piano industriale articolato in due fasi: la prima, che decollerà a gennaio prossimo, destinata alla produzione componentistica e la seconda finalizzata alla progettazione e alla realizzazione di due modelli di auto ibride (una di segmento A-B, l’altra di segmento B-C).C’e’ poi la vertenza dell’ex Irisbus, ex costola di Fiat Industrial, con il nuovo progetto, arrivato grazie alla determinazione degli operai, volto a creare un polo italiano dell’autobus. Perno dell’operazione è Industria Italiana Autobus, la newco costituita alla fine del 2014 (80% King Long Italia e 20% Finmeccanica), che sarà operativa dal primo gennaio 2015. A seguito della cessione da parte di Irisbus Italia spa del ramo d’azienda Irisbus Italia di Valle Ufita, la newco acquisirà 298 dipendenti mentre, a seguito della cessione di Bredamenarinibus del ramo d’azienda comprendente tutte le attività svolto presso lo stabilimento di Bologna, la IIA acquisirà 191 dipendenti.
Sull’Ilva, infine, la cordata costituita da Arcelor Mittal-Marcegaglia, in trattative col commissario Gnudi, potrebbe fare man bassa. Non senza un intervento preliminare da parte della mano pubblica che dovrebbe rimettere parzialmente in sesto la situazione. Quello che preoccupa di più è l’aspetto ambientale, lasciato da Renzi in oombra, visto che si va verso una modifica dei parametri previsti dall’Aia.

Il 2014 vede anche il passaggio della Lucchini di Piombino agli algerini di Cevital. Gli investimenti previsti ammontano complessivamente a un miliardo.Fin da subito, Cevital assumerà alle proprie dipendenze 1.860 lavoratori. Per la Lucchini-Ferriera di Servola il tavolo si è concluso con la cessione della ferriera da parte dell’amministrazione straordinaria della Lucchini al gruppo Arvedi di Cremona, che si è impegnato alla riqualificazione delle attività industriali e portuali e al recupero ambientale dell’area di crisi di Trieste. Ha trovato poi uno sbocco la vertenza della Piaggio Aero, che aveva presentato un nuovo piano con il trasferimento di tutte le attività produttive nel nuovo impianto di Villanova d’Albenga, l’esternalizzazione di 207 addetti e 165 dipendenti in esubero. Con l’azienda che ha deciso di non procedere ai licenziamenti e di far ricorso alla cigs.

Ma sul tavolo del Mise ci sono ancora numerose vertenze ancora aperte e complesse, come quella di Accenture in Sicilia, la cartiera Burgo in Abruzzo e la raffineria dell’Eni a Livorno. Tutti dossier che ora ora slittano al 2015.
Il dicastero di Via Veneto sarà coinvolto anche nella vertenza Meridiana, con al centro un piano di 1634 esuberi. Vertenza che ha visto una prima parziale schiarita la vigilia di Natale con la firma dell’accordo sulla mobilità volontaria, che consente ai lavoratori in eccedenza di accettare l’uscita dall’azienda su base volontaria, entro il 31 dicembre con la rinuncia al preavviso e un incentivo di 15 mila euro. L’accordo arriva in extremis per poter usufruire delle regole della mobilità pre legge Fornero, che decorrono al primo gennaio prossimo. Secondo stime di fonte sindacale, l’accord dovrebbe interessare circa 400 lavoratori. La partita per gli altri 1.200 entrerà nel vivo nel 2015.

Un’altra vertenza che ha lasciato molti lavoratori a casa è stata quella di Alitalia. A fronte degli investimenti messi in campo, tra le altre condizioni, la compagnia emiratina Etihad ha chiesto tagli al costo del lavoro equivalenti a 2.251 esuberi. Per 1.300 è previsto il teorico riassorbimento.
Sempre nei trasporti, c’è poi la vertenza di Ntv, la compagnia ferroviaria di Luca Cordero di Montezemolo. Rispetto alla iniziale tabella di marcia della trattativa, cominciata nel mese di ottobre, i tempi si sono decisamente allungati. Al centro il piano di riorganizzazione dell’azienda ferroviaria e i 248 esuberi, poco meno di un quarto della forza lavoro complessiva. Un nuovo round è previsto a gennaio.

Situazione particolare in Sardegna. Da nord a sud dell’isola gli operai delle industrie in crisi hanno passato il Capodanno con l’amaro in bocca. La mancanza di prospettiva per il futuro preoccupa non poco gli ormai ex lavoratori Alcoa che non hanno abbandonato le tende sotto le ciminiere neppure per la notte di San Silvestro, quelli di Ottana Polimeri, ormai da oltre due mesi in presidio permanente nella fabbrica, e quelli del polo petrolchimico di Porto Torres, che attendono di conoscere i prossimi passi per il rilancio delle produzioni della chimica verde e l’avvio delle bonifiche. Bruno Usai, delegato Rsu della
Fiom Cgil all’Alcoa di Portovesme ricorda le responsabilità dell’esecutivo: “Ci saremmo aspettati che venissero ritirare le lettere di licenziamento visto che esiste una trattativa in atto, ma anche che il Governo facesse qualcosa di più come è accaduto per altre vertenze, anche nate dopo la nostra, come quelle di Termini Imerese e dell’Ilva di Taranto. Invece non vediamo nessuna accelerazione e c’è preoccupazione perché se fallirà questa trattativa con Glencore rimarremo senza lavoro e senza prospettiva”.
Nel nord dell’Isola, dove tra gli altri ci sono anche 88 lavoratori Vinyls in mobilità, si guarda alle decisioni politiche di Governo nazionale e Regione. Massimiliano Muretti della Filctem Cgil di Sassari elenca alcuni problemi rimasti irrisolti, come la vendita della centrale elettrica di Fiumesanto o il riavvio delle riconversioni. La speranza è che queste risposte arrivino al più presto, ma c’è anche la delusione per la scarsa attenzione data dalla classe politica sarda ai problemi dei lavoratori”. Nel frattempo il 12 gennaio a Cagliari Cgil, Cisl e Uil dei chimici hanno organizzato un convegno per discutere delle prospettive del
settore in Sardegna.

Il senso della Costituzione

Il discorso di Napo­li­tano è tutto quello che ci si poteva aspet­tare in un com­miato dopo nove anni dif­fi­cili. Va dal ricordo al monito, all’auspicio. Non man­cano i toni crepuscolari.

Non stu­pi­sce cogliere una ferma difesa delle pro­prie scelte, soprat­tutto quelle fatte nel pas­sag­gio alla XVII legi­sla­tura nel 2013. In sostanza, riba­di­sce l’appoggio al governo Renzi, quasi a cer­ti­fi­carne con­clu­si­va­mente e senza pos­si­bi­lità di prova con­tra­ria la natura di «governo del Pre­si­dente». Gli argo­menti sono noti.

L’esigenza pre­mi­nente di sta­bi­lità, l’immagine inter­na­zio­nale dell’Italia, l’impellente neces­sità di un con­tra­sto effi­cace alla crisi. Si pote­vano per­se­guire i mede­simi obiet­tivi con scelte diverse? Ad esem­pio man­dando Ber­sani in Par­la­mento a cer­care una mag­gio­ranza per la fidu­cia, tor­nando alle urne in caso avesse fal­lito? Forse. È stata una let­tura della situa­zione poli­tica e isti­tu­zio­nale sostan­zial­mente non dis­si­mile da quella che, con il sup­porto di Napo­li­tano, aveva sug­ge­rito di ritar­dare il voto sulla mozione di sfi­du­cia con­tro Ber­lu­sconi, quel tanto che bastò al cava­liere per rigua­da­gnare con nobili argo­menti la man­ciata di voti neces­sa­ria a resi­stere (Camera dei depu­tati, 14 dicem­bre 2010, 314 no e 311 sì). Fu giu­sto, o sba­gliato? Scelte opi­na­bili, e tut­ta­via non incom­pa­ti­bili con la let­tura — fami­liare ai costi­tu­zio­na­li­sti — del ruolo del pre­si­dente come motore isti­tu­zio­nale nei momenti di crisi.

Quel che invece può far discu­tere dav­vero è la difesa nel merito, e per­sino nel det­ta­glio, delle scelte poli­ti­che poi fatte dal governo. Un apprez­za­mento non indi­spen­sa­bile. Volendo farlo, si dovrebbe guar­dare a tutti i risvolti, posi­tivi e nega­tivi. Così — dice Napo­li­tano — l’Italia ha colto l’opportunità del seme­stre di pre­si­denza del Con­si­glio per sol­le­ci­tare un cam­bia­mento nelle poli­ti­che dell’Unione. Ma vogliamo anche dire che i risul­tati sono scarsi o nulli? Apprezza il supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio. Ma non è forse vero che l’opposizione è stata ed è volta non al supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto, ma alla sosti­tu­zione del senato con un’assemblea non elet­tiva imbot­tita del peg­gior ceto poli­tico del paese? Una nuova legge elet­to­rale è un pas­sag­gio ine­lu­di­bile. Ma conta o no che in punti mol­te­plici la pro­po­sta in campo sia chia­ra­mente elu­siva dei prin­cipi sta­bi­liti dalla Corte costi­tu­zio­nale nella sen­tenza n. 1/2014? E il neces­sa­rio più vasto pro­gramma di riforme isti­tu­zio­nali e socio-economiche messo in can­tiere dal governo com­prende senza alter­na­tive il Jobs Act nella for­mu­la­zione con­clu­si­va­mente appro­vata e rea­liz­zata nei decreti dele­gati, o potrebbe avere avuto o avere una diversa decli­na­zione? E infine, il dub­bio prin­ci­pale: si può affi­dare un carico così pesante — e in spe­cie una radi­cale riforma della Costi­tu­zione — a isti­tu­zioni gene­ti­ca­mente distorte da una legge elet­to­rale inco­sti­tu­zio­nale, a una mag­gio­ranza che è tale pro­prio per norme incom­pa­ti­bili con la Carta fon­da­men­tale? E dun­que a una mag­gio­ranza che sod­di­sfa forse cri­teri di legit­ti­mità for­male, ma non di legit­ti­ma­zione sostanziale?

Tutto que­sto non com­pare nel discorso del Capo dello Stato. Dovrebbe? Sì, quanto meno per cenni. Soprat­tutto con­si­de­rando che per lo stesso Napo­li­tano il «senso della Costi­tu­zione» è una stella polare che va seguita per risa­nare e rilan­ciare il paese.

Ma cosa è il «senso della Costi­tu­zione»? Forse qual­che costi­tu­zio­na­li­sta stor­cerà il naso, per­ché non è giu­sti­zia­bile, e dun­que tam­quam non esset. Ma noi con­cor­diamo con Napo­li­tano. Il «senso della Costi­tu­zione» esi­ste, e dovrebbe anzi­tutto orien­tare la poli­tica e le isti­tu­zioni. Non è dato dal det­ta­glio del det­tato nor­ma­tivo, ma dal mes­sag­gio che la Costi­tu­zione com­ples­si­va­mente dà. Che è un mes­sag­gio non legato al tempo in cui è stata scritta, ma ha ad oggetto piut­to­sto il futuro, il modo di essere del paese e delle donne e uomini che in esso vivono. Ed è — a nostro avviso — un mes­sag­gio di soli­da­rietà, di diritti, di egua­glianza, di con­di­vi­sione, di par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, di aper­tura e di rap­pre­sen­ta­ti­vità della poli­tica e delle isti­tu­zioni. Un mes­sag­gio che non è fatto di arti­coli e commi, ma di un animo per­so­nale e col­let­tivo. E che ci orienta nella let­tura di quel che accade intorno a noi e nei nostri com­por­ta­menti pub­blici e pri­vati, indi­vi­duali e collettivi.

Non è dub­bio che nel «senso della Costi­tu­zione» ci sia tutto il neces­sa­rio per dare rispo­sta ai pro­blemi di oggi, per quanto pres­santi: dalla crisi eco­no­mica alla cor­ru­zione, alla riqua­li­fi­ca­zione della poli­tica, all’orgoglio di essere nazione. Ma altret­tanto non è dub­bio che il senso della Costi­tu­zione non sem­bra affatto ispi­rare l’azione del governo, e le scelte della mag­gio­ranza in par­la­mento. Al con­tra­rio, come abbiamo ripe­tu­ta­mente argo­men­tato. Del resto, non è un caso che la Costi­tu­zione non com­paia nel fio­rito elo­quio del pre­mier, che pure del par­lare s’intende, e molto. E che sia piut­to­sto parola d’ordine di quanti gufano.

Di tutto que­sto avremmo voluto sen­tire nel discorso di Napo­li­tano. Non avrebbe — a nostro avviso — inde­bo­lito la difesa delle sue scelte fon­da­men­tali e della sua pre­si­denza. L’avrebbe invece raf­for­zata. Per­ché la Costi­tu­zione è l’anima di un paese. E un paese che non crede nella sua Costi­tu­zione è un paese senz’anima.

Aumentano le autostrade dei capitalisti bollettari

Aumentano le autostrade dei capitalisti bollettari

Gli auguri di nuovo anno arrivano sempre puntuali e con la stessa formula: le tariffe autostradali aumentano dal primo gennaio. Ricordiamo – è necessario per gli smemorati – che le autostrade italiane sono state costruite con soldi pubblici (ovvero “nostri”, con le tasse), ma ad un certo punto sono state date in “concessione” a società private. In nome della “concorrenza” che avrebbe dunque dovuto anche far abbassare le tariffe.

Ideologia spicciola per regalare un business facile facile a imprenditori senza voglia di richiare (capofila è naturalmente Benetton, che gestisce la tratta più lunga e importante con “Autostrade per l’Italia”). Quale concorrenza è mai possibile tra tratte autostradali? Avete forse mai visto un “privato” costru.uire un’autostrada alternativa a quella esistente? Mica sono matti: costi altissimi, lievitazione delle perdite assicurata, tempi di ammortamento infiniti…

Bene. Questo carico negatio è lasciato ancora adesso allo Stato – con i nostri soldi – mentre ai “privati” è lasciato il privilegio di riscuotere al casello, senza aver investito una lira.

Siccome “c’è la concorrenza”, ma le autostrade sono anche un servizio di interesse pubblico, ogni anno i concessionari chiedono l’aumento delle tariffe. E l’ottengono.

La maggior parte delle società ha ottenuto un incremento dell’1,5%, più dell’inflazione 2014 ed anche di quella attesa nel 2015. Il ministero dei trasporti ha giustificato la decisione parlando di misura necessaria «in attuazione di quanto previsto nei vigenti atti convenzionali stipulati da Anas ora ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con le Società Concessionarie di autostrade, nonché dalla vigente normativa, maturano specifici adeguamenti dei pedaggi autostradali, da determinarsi in applicazione delle formule tariffarie previste negli atti convenzionali approvati e vigenti».

Non manca un tocco di presa per i fondelli. I. l ministero delle Infrastrutture “unitamente al ministero dell’Economia” .«hanno ritenuto obiettivo prioritario di interesse pubblico l’adozione di ogni misura idonea a consentire il superamento dell’attuale negativa congiuntura economico-finanziaria e considera la calmierizzazione degli adeguamenti tariffari per l’anno 2015, entro l’1,5%, una misura necessaria al conseguimento di tale obiettivo. Tale misura, peraltro, per non ostacolare il completamento degli investimenti previsti, deve necessariamente inserirsi nel contesto dei rapporti di concessione così come oggi sottoscritti e vincolanti per le parti».

Insomma: siate contenti, perché abbiamo limitato gli aumenti all’1,5%. Loro avevano chiesto naturalmente di più, ma noi pensiamo al vostro bene… Soprattutto a quello dei concessionari, però, che hanno promesso misteriosi “investimenti” da realizzarsi soltanto se c’era l’aumento. Tenuto conto che gli unici investimenti dei concessionari riguardano l’ordinaria manutenzione della rete autostradale, si può facilmente capire anche il margine di guadagno realizzato anno dopo anno. Della questione – e della sollecitudine delgoverno nei loro confronti – ci eravamo occupati già diversi giorni fa: http://contropiano.org/politica/item/28310-autostrade-di-governo.

lL’elenco degli aumenti: Asti-Cuneo 0,00%; ATIVA 1,50%; Autostrade per l’Italia 1,46%; Autostrada del Brennero 0,00%; Autovie Venete 1,50%; Brescia-Padova 1,50%; Consorzio Autostrade Siciliane 0,00%; CAV 1,50%; Centro Padane 0,00%; Autocamionale della Cisa 1,50%; Autostrada dei Fiori 1,50%; Milano Serravalle Milano Tangenziali 1,50%; Tangenziale di Napoli 1,50%; RAV 1,50%; SALT 1,50%; SAT 1,50%; Autostrade Meridionali (SAM) 0,00%; SATAP Tronco A4 1,50%; SATAP Tronco A21 1,50%; SAV 1,50%; SITAF 1,50%; Torino – Savona 1,50%; Strada dei Parchi 1,50%.

Buon anno dal governo Renzi! Ci sono altri 364 giorni così che ci attendono…

Il “ritmo” degli italiani? Soffrire la fame in sei milioni.

Ecco cosa ha prodotto la crisi. La faccia tosta del ministro Martina e l’elemosina di Renzi.
Ieri il ministro Martina, che Renzi ha messo alle Politiche agricole, rendeva edotti gli italiani sul fatto che la crisi ha prodotto sei milioni di persone che soffrono di “povertà alimentare”. Fuori della edulcorante metafora sociologica, questo dato vuol significare che una quantità di persone pari a due grandi città messe insieme soffrono la fame in Italia in questo momento. Una bella faccia tosta potrebbe osservare qualcuno. Una faccia tosta necessaria, che è servita a Martina per fare la propaganda di un non meglio specificato “piano alimentare” che da qui al 2020 con oltre 400 milioni di fondi europei e 70 milioni di risorse messe dallo Stato proverà a far fronte all’emergenza. Qui non si tratta nemmeno più dello Stato caritatevole ma dello Stato che fa la carità. Anzi, vista l’esiguità delle cifre si tratta di una vera e propria elemosina. Da notare che ce ne sono tre volte tanti (poco più di 17 milioni) che secondo la Cna sono a rischio di disagio sociale. Disagio sociale non vuol dire soffrire la fame ma non riu scire a pagare le bollette, essere indebitati e non poter mandare i propri figli all’università.  
Intanto, l’Unc ci fa sapere che i consumi delle famiglie dal 2008 al 2013 sono letteralmente precipitati. Secondo l’Unione nazionale consumatori a pagare il prezzo più alto sono le cosiddette famiglie numerose.
In particolare lo studio, basato su dati dell’Istat, registra “un crollo record, pari dell’11,63%, per i consumi delle coppie con tre o più figli, con una riduzione in valore assoluto di 4.526,88 euro su base annua (dai 38.933,4 del 2008 ai 34.406,52 del 2013)”. Ma non doveva essere lo Stato delle “politiche per la famiglia”? Al secondo posto, le coppie con due figli. I consumi annui per questa tipologia familiare scendono dai 37678,8 del 2008 ai 34691,16 del 2013, con una riduzione percentuale del 7,93% e una diminuzione in valore assoluto pari a 2987,64 euro”. “Al terzo posto di questa poco confortante classifica -fa notare l’Unc- le coppie con un figlio, che vedono ridursi i consumi annui dai 35910,36 euro del 2008 ai 33594,36 euro del 2013, con un calo del 6,45%, equivalente a 2316 euro su base annua”. Si evidenzia, inoltre, che “questi dati sono relativi alla spesa in valore delle famiglie, incorporano cioè sia la dinamica delle quantità che dei prezzi: in termini reali, dunque, il crollo è assai maggiore”.Se con la crisi le famiglie a reddito fisso hanno tagliato complessivamente la propria spesa di 1.283 euro annui rispetto alla spesa media delle famiglie (pari al -4,5%), quelle colpita da cassa integrazione raggiunge invece ben -3.497 euro (pari al -12,4%). Secondo l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, che ha basato le proprie stime su dati Istat e sulle proprie rilevazioni per il 2014,.i settori maggiormente colpiti dai tagli sono quello dell’abbigliamento e delle calzature e dell’arredamento. Significativi i tagli nel settore dell’alimentazione
e della salute. “Alla luce di tali dati – dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, Presidenti di Federconsumatori e Adusbef – è evidente la necessità di un intervento urgente del Governo, improntato al rilancio dell’occupazione e del potere di acquisto delle famiglie. Non dimentichiamo, infatti, che sulle spalle di molte famiglie a reddito fisso pesa il mantenimento di giovani e meno giovani che non trovano o hanno perso il lavoro. Per questo il primo passo per la ripresa è necessariamente l’avvio di un Piano Straordinario per il Lavoro”.