BALLATA NAPOLITANA

Ballata Napolitana

 

Un militante di altri tempi: nove anni di onorato servizio in qualità di agente per il capitale.

di Dino Greco

Quando nel dicembre del 2011, raggiunto il culmine del discredito politico e morale, Silvio Berlusconi si recò al Quirinale per rassegnare nelle mani del Capo dello Stato le dimissioni da Presidente del Consiglio, molti pensarono (e altri più prudentemente si augurarono) che il devastante ventennio fosse ormai tramontato e che una fase nuova si schiudesse sulla politica italiana.

Pochi – e noi fra questi – temettero già in quei giorni che altre e più dense nubi stavano per addensarsi sul cielo del Belpaese.

Fu in quel frangente cruciale che Giorgio Napolitano cominciò a giocare un ruolo di fondamentale importanza nella vicenda politica italiana ed europea.

Il Partito Democratico, retto allora dall’esangue Bersani, avrebbe potuto legittimamente rivendicare nuove elezioni e candidarsi ad un successo che si annunciava come una sentenza inesorabile, se non altro per l’assenza di credibili competitori. Ma questo non accadde.

Sul tavolo era giunta – con stupefacente tempismo – la lettera che portava la firma congiunta del presidente uscente e di quello entrante della Banca centrale europea, di Trichet e di Draghi. La missiva era un vero e proprio diktat economico-politico-sociale confezionato ad arte per tracciare l’identikit programmatico del governo destinato a raccogliere l’eredità del Caimano: una violazione plateale della sovranità nazionale, un’edizione in salsa europea del “manifesto” con cui un anno e mezzo dopo, nel maggio del 2012, la banca d’affari J. P. Morgan avrebbe intimato ai paesi del vecchio continente di liberarsi delle costituzioni democratiche nate dopo nel secondo dopoguerra dopo la sconfitta del nazismo e dei fascismi perché sovraccariche di democrazia, di welfare e inquinate da ideologismi socialisteggianti.

Fu qui che il protagonismo demiurgico di Napolitano si sviluppò con geometrica precisione.

Egli estrasse dal suo cilindro la figura “autorevole e neutrale” di Mario Monti (già rappresentante europeo nel board della Trilateral commission e membro del comitato esecutivo del gruppo Bilderberg) sul cui capo pose l’aureola di salvatore della patria, munito di poteri provvisori e tuttavia “speciali”, per “guidare fuori dall’emergenza” il paese ormai “sull’orlo del baratro”.

Il “capolavoro” di Napolitano fu di ottenere che questa delega di potere straordinaria avvenisse con il consenso bipartisan delle forze di governo e di quelle di opposizione.

Il tremebondo Bersani protestò flebilmente, ma poi abbozzò. Non lo fece soltanto per limiti propri, ma per la più solida ragione che il Pd non aveva da spendere una propria autonoma linea strategica, tanto meno una propria idea alternativa al liberismo da tempo divenuto l’orizzonte culturale condiviso dall’insieme del gruppo dirigente di quel partito. La tesi secondo cui “non c’è alternativa” ai rapporti sociali esistenti (“there is no alternative”, sentenziava la famosa formula di cui Margareth Thatcher detiene il copyright) era ormai consolidato patrimonio comune, dalla destra ai post-post-post-comunisti.

Da quel momento l’austerity diventa la politica ufficiale del governo, il monetarismo antikeynesiano il verbo da cui non discostarsi: Monti ne è l’esecutore per nome e per conto dell’oligarchia politico-finanziaria a capo dell’Ue e Napolitano l’inflessibile guardiano dei binari.

Quando, ormai prossimo alla scadenza del suo mandato, Monti si recherà negli Stati Uniti per incontrare il “gotha” del capitalismo mondiale, davanti ai presidenti delle più importanti banche, ai proprietari dei più potenti hedge fund, ai top manager delle maggiori imprese transnazionali, ai cattedratici, agli spin doctors, ai direttori delle più influenti testate giornalistiche e agenzie mediatiche, spiegherà di avere lavorato con profitto affinché chiunque avesse governato dopo di lui – centrodestra o centrosinistra che fosse – avrebbe dovuto seguire i binari tracciati, perché ormai al comando era saldamente posto il “pilota automatico”.

Lo stallo seguito al successivo esito elettorale, con l’affermazione di tre forze di quasi pari consistenza elettorale (M5S, Pd, Forza Italia) sembrò per un istante compromettere quel disegno. A maggior ragione di fronte all’incognita rappresentata dal nodo dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Ma non fu così. IL Pd prima bruciò la candidatura di Rodotà avanzata dal M5S, poi fece fuori, uno dopo l’altro, i propri stessi candidati (Marini e, soprattutto, Prodi). A questo punto andò in onda il colpo di scena sapientemente preparato: a Napolitano, benché giunto a conclusione del settennato, venne richiesto di restare. Lui, acclamato a dritta e a manca come un moderno Cincinnato, dopo una teatrale resistenza che gli consentì di alzare la posta, accettò volentieri di rimontare in sella.

Il potere consegnatogli a furor di stati maggiori e fuori da ogni legittimità costituzionale diviene da quel momento enorme. E lui lo esercita con totale determinazione e con un preciso obiettivo politico: dare struttura organica al “governo delle larghe intese”, per il momento senza Berlusconi, messo momentaneamente fuori gioco da una sentenza della magistratura.

Siamo qui al terzo e decisivo passaggio della più solenne commedia trasformistica dell’Italia post-costituzionale.

Enrico Letta, Presidente del Consiglio per un giorno, viene travolto dall’astro nascente, dal rottamatore fiorentino, da Matteo Renzi, neppure in dovere di abiurare ad un passato comunista che non ha mai avuto, essendo egli prodotto ed espressione del medesimo blocco sociale e della medesima cultura politica di Berlusconi. Con un di più di adrenalinica arroganza rivolta ai tiepidi avversari, non meno che all’anemica e inconsistente minoranza interna. Nessuno può resistergli ed egli “scala” (il termine è suo) il Pd come una qualsiasi SpA. Lo può fare con grande facilità perché in quel partito non c’è più argine che regga. Passa tutto: dalla più ipermaggioritaria e incostituzionale delle leggi elettorali che abolisce per via legale le minoranze e mette la mordacchia al Parlamento, fino ad un pacchetto di interventi che cronicizzano il precariato, liquidano il diritto del lavoro e colpiscono mortalmente il potere di coalizione dei lavoratori. Lui le chiama “riforme”, con la erre maiuscola, secondo l’aberrante semantica di questa neo-lingua. Ma la parola è “malata” e spaccia una politica apertamente reazionaria.

Neppure Berlusconi – ormai cooptato nella maggioranza attraverso il “patto del Nazareno” – riesce a competere con l’uomo (e il partito) che gli ha ormai rubato la scena e la politica.

Napolitano, da parte sua, difende tutto e si scaglia, di volta in volta, contro chi vi si oppone, si tratti di magistrati o di sindacati, tutti accusati di conservatorismo. Fino all’ultimo.

Ho conosciuto Napolitano nel Pci, ai tempi del duro scontro che lo oppose ad Enrico Berlinguer. Da comunista fece male. Da comunista pentito, come accade a tutti i transfughi, molto peggio.

Telejato.it. Napolitano, è la classe dirigente che (spesso) non fa il suo dovere!

Telejato.it. Napolitano, è la classe dirigente che (spesso) non fa il suo dovere!

Nel suo ultimo discorso di fine anno Napolitano torna a lanciare appelli ai cittadini, chiedendo impegno civile e anche di contribuire a “bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società”. Parole simili le aveva pronunciate già nel 2006. Ma oggi come ieri la risposta può essere sempre la stessa: i cittadini vanno anche oltre il loro dovere, altri no.

Il discorso di fine anno di Napolitano sta monopolizzando (insieme alla Norman Atlantic e poco altro) le cronache di queste ore. E, tranne rare eccezioni (e non tutte, sempre autorevoli e condivisibili tra l’altro) è un diluvio di applausi, condivisioni, commozioni, sbatter di mani. Come ampiamente previsto, la maggior parte di queste attenzioni si stanno concentrando sulle imminenti dimissioni. Ma non solo. Alcune attenzioni son state catturate dal suo appello ai cittadini, alla nazione, alla (sempre immancabile) società civile. Parole che sembrano risuonare un analogo discorso pronunciato dall’ormai quasi ex Presidente della Repubblica nel 2006. In tale occasione scrissi un articolo su PeaceLink dal titolo “Sveglia Napolitano, è la politica che non fa il suo dovere!”. Sono passati 8 anni ma possono essere ancora sottoscritte. In quelle settimane l’Associazione Antimafie Rita Atria scrisse una lettera aperta proprio a Napolitano e all’allora Ministro di Grazia e Giustizia Mastella. Per “negligenza di stato” era stato appena scarcerato colui che era stato condannato in primo grado per l’assassinio diGraziella Campagna. La storia di Graziella è una delle tante vicende che dimostrano che spesso non sono i cittadini a non fare il loro dovere civile. Graziella Campagna era una ragazza di 17 anni, lavorava come aiutante in una lavanderia di Villafranca Tirrena. Casualmente scoprì che un cliente della lavanderia era un boss mafioso. Quest’informazione le costerà la vita. Nei giorni della sua scomparsa, prima che venisse ritrovata assassinata, nelle istituzioni ci fu chi si convinse (nonostante le evidenze contrarie) che la sua fosse una “fuitina” e, addirittura, si prese un giorno di vacanza (così riporta Wikipedia). Scrisse nella sua lettera aperta l’Associazione Antimafie Rita Atria “quante volte abbiamo sentito esponenti della politica dire che noi della società civile dobbiamo ribellarci alle mafie. Noi siamo d’accordo ma per ribellarci alle mafie abbiamo bisogno di affidarci a uomini di stato in cui crediamo e soprattutto abbiamo bisogno di sentirli dalla parte giusta”.

Non si può non partire da Telejato, un vero e proprio miracolo vivente intorno a quello straordinario vulcano che è Pino Maniaci. Inchieste, denunce, sberleffi ad ogni mafia. Un’esperienza di resistenza civile odiata e contrastata dai mafiosi…ma non solo. Perché questa televisione ha rischiato anche di chiudere per legge con il passaggio al digitale terrestre. Solo all’ultimo si riuscì ad andare avanti ma per mesi nessuno risposte ai numerosi appelli alle istituzioni.

Sto scrivendo, in quest’assolata mattina di inizio gennaio ormai senza più neve, da un paese della Provincia d’Abruzzo. Qui, nella terra di Silone, le ultime settimane dell’anno alle spalle sono state a dir poco imprevedibili e turbolente. In pochissime settimane sono stati assolti prima i componenti della Commissione “Grandi Rischi”, accusati per quanto avvenuto (e non) prima del terremoto del 6 Aprile 2009, poi i 19 imputati nel processo per la mega discarica di Bussi sul Tirino, discarica che secondo l’Istituto Superiore della Sanità ha contaminato anche l’acqua bevuta da almeno 700.000 persone in tutta la Val Pescara (compresi i capoluoghi Chieti e, appunto, Pescara). Due vicende esemplari (senza dimenticare le sentenze Eternit e Marlane) di chi ha compiuto il proprio dovere, andando anche oltre, e chi ha suscitato rabbia e amarezza. La mega discarica di Bussi è stata scoperta solo grazie a cittadini, associazioni, movimenti che dal 2007 hanno denunciato, indagato, scovato documenti, resa pubblica la vicenda. E, nel suo svelarsi, si son scoperti anche clamorosi e inquietanti silenzi istituzionali. Bussi è uno dei luoghi più inquinati d’Italia, ha resistito anche al decreto (poi bocciato dal TAR del Lazio) che ha eliminato dall’apposito elenco ministeriale dei SIN (Siti d’Interesse Nazionale, così considerati appunto per il loro elevatissimo inquinamento) molti luoghi, che attende una bonifica. In questi anni si sono succeduti progetti di impianti rifiuti (più o meno pericolosi, più o meno speciali), cementifici, cave, “solettoni” di cemento, ma la bonifica integrale e totale sembra ancora lontana. E le bonifiche sono un tema caldissimo degli ultimi governi, che vi hanno dedicato vari decreti tra cui quello ribattezzato ironicamente dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua Pubblica “Inquinatore Protetto” e lo “Sblocca Italia” (su cui tantissimo ci sarebbe da scrivere e indignarsi). Decreti accusati di voler favorire gli inquinatori facendo pagare alla collettività le bonifiche (dove avverranno, visto che tra i vari provvedimenti sono state alzate soglie di contaminazione e addirittura è stata introdotta l’autocertificazione quindi chi ha inquinato – o dovrebbe bonificare a spese sue – dovrà individuare e accertare le contaminazioni). E, quando si fa riferimento a inquinamenti e bonifiche, non si può non citare la “Terra dei Fuochi”. Una strage silenziosa e quotidiana di morti per tumore mentre camorra e parti delle istituzioni sversavano rifiuti provenienti da varie parti d’Italia. Comitati e cittadini da anni denunciano quel che accade. Nei mesi scorsi, hanno dovuto subire un vero e proprio “negazionismo di Stato”, la Terra dei fuochi era improvvisamente scomparsa…così come per tantissimi anni non sono state rese note le dichiarazioni di Schiavone, il pentito che già nel 1998 aveva svelato cosa accadeva. Sulle sue dichiarazioni fu apposto il “segreto di Stato”. Erano gli anni in cui Presidente del Consiglio era Romano Prodi e Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano.

Fino a non molti anni fa la situazione di Taranto era totalmente sconosciuta all’opinione pubblica nazionale e le foto, ormai (anche grazie ai social network) diffusissime, della città inquinata erano inimmaginabili. C’è voluto l’impegno di ambientalisti e cittadini perché si svelasse la drammatica situazione di avvelenamento e morte. Mentre il presidente di PeaceLink Alessandro Marescotti (professore di lettere in un Istituto Tecnico Industriale) faceva analizzare del formaggio, che le analisi hanno poi rivelato essere contaminato da diossina, dalle istituzioni si levavano voci che minimizzavano e negavano la situazione della città. In questi anni sono emerse vicinanze e appoggi all’ILVA di tanti a livello politico e istituzionali, mentre le voci di denuncia e d’inchiesta (spesso isolate, contestate, che si son tentate di far tacere) son sempre rimaste pochissime.

Nei giorni successivi alle assoluzioni nel processo per la mega discarica il Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua Pubblica e Zona Ventidue hanno realizzato lo “sciopero della denuncia” chiedendo “i cittadini cosa devono fare per difendere la loro salute?”, “Se in una situazione del genere lo Stato non riesce a dare giustizia ai cittadini, cosa potrà accadere per le migliaia di siti interessati da inquinamento industriale? Che senso ha per il cittadino denunciare alle cosiddette “autorità”?” e “a chi denunciare la situazione (NB: lo sciopero della denuncia è avvenuto con un horror tour in un altro posto inquinatissimo “privo di visibili sistemi di messa in sicurezza” e “addirittura, accessibile a tutti, quindi anche a bambini”) ,vista l’ormai conclamata impunità sui reati ambientali?”. La storia di Zona Ventidue, a sua volta, è un’altra dimostrazione di come son solo cittadini volontari, associazioni, movimenti, spesso a “fare il proprio dovere civico”. Zona22 è sorta in una ex stazione ferroviaria a San Vito Marina che le attiviste e gli attivisti lavorando duramente hanno fatto rifiorire. Attualmente è l’unico luogo rinato di tutto l’ex tracciato che, in altri tratti (anche non molto distanti dalla stessa Zona22), è ormai solo terra di conquista del dissesto idrogeologico, nonostante i progetti proposti da anni. Siamo sulla costa teatina, l’unico luogo al mondo dove da ormai 13 anni la classe dirigente istituzionale e politica non riesce a concludere l’iter istitutivo di un Parco Nazionale e, anzi, spesso ha dato sfoggio del peggio possibile. Il Parco Nazionale della Costa Teatina sarà il primo al mondo che nascerà grazie ad un commissario. Cittadini, ambientalisti, associazioni, operatori turistici, donne e uomini di scienza da anni hanno ben presente il futuro di questo territorio, ne conoscono le ricchezze e le valorizzano mentre “lassù in alto” avveniva tutto questo.

L’Aquila, son passati ormai quasi 6 anni ma è una città che attende ancora un “soffio di liberazione”. In questi anni comitati, associazioni, cittadini non si sono mai fermati nel chiedere giustizia e ricostruzione. Sono arrivati addirittura ad essere brutalmente manganellati (con il free press diretto da un noto esponente politico e istituzionale abruzzese che attaccò e insultò i manifestanti) a Roma nel luglio 2010 mentre, per settimane, L’Aquila fu letteralmente militarizzata e agli abitanti fu impedita ogni socialità . Mentre da anni assistiamo ad un vero e proprio buskashì tra esponenti istituzionali di opposto “colore”. In questi anni abbiamo assistitito a lauree ad honorem, cerimonie, commozioni di Stato e tanto altro sfoggio retorico. Ma, in quei drammatici giorni, “dopo il terremoto ci siamo ritrovati a L’Aquila, uniti nel dolore e nel cercare di capire. E anche su questo abbiamo visto l’inadeguatezza dello Stato e delle sue strutture di cui parlavo all’inizio. Ci siam chiesti varie volte in quelle settimane “dov’è lo Stato?”. Siamo stati completamente abbandonati per 72 ore dall’incapacità ad ogni cosa. Solo dopo le nostre vibranti proteste ci hanno portato del cibo. In sacchi della spazzatura…” ha raccontato Lilli Centofanti, la sorella di Davide (uno dei ragazzi a cui il crollo della Casa dello Studente strappò la vita), al mensile Casablanca. E, ora, quest’assoluzione che ha indignato e scosso le coscienze. “Il Potere ordina, la scienza obbedisce, la giustizia assolve” l’accusa del comitato 3e32 “lo Stato si autoassolve e se la ride. Da anni. La sentenza rappresenta l’ennesimo schiaffo dello Stato alla popolazione aquilana. Una commissione di esperti che non avrebbe, naturalmente, dovuto prevedere il terremoto – come è stato strumentalmente scritto dai media – ma che ha avuto la colpa di aver rassicurato i cittadini. Una commissione che, come è stato evidenziato anche dalle intercettazioni telefoniche, era stata inviata all’Aquila solo per compiere un’operazione mediatica, trasformando inoltre le legittime preoccupazioni della popolazione in un problema di ordine pubblico da reprimere”.

Napolitano ha invitato ad impegnarsi per “bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società”. Ma quel sottosuolo c’è chi lo combatte e chi lo alimenta, c’è chi lo denuncia e chi tace (o cerca di far tacere chi alza la voce). Quanto oggi sta diventando di dominio pubblico con l’inchiesta sulla “Terra di Mezzo” di “Mafia Capitale” ci sono persone che lo denunciano da moltissimo tempo. Arrivando a rischiare la vita. Le inchieste di Lirio Abbatehanno analizzato, descritto, con dovizia di particolari, nomi, dinamiche, la fascio mafia e il dominio dei “quattro Re di Roma”. Varie volte è stato minacciato di morte, nei mesi scorsi la sua auto fu speronata sul lungotevere. Sono settimane che leggiamo, invece, di connivenze e intrecci istituzionali e politiche. Eversione nera, Banda della Magliana, mafie, c’è chi è accusato di essersi accordato e seduto con loro. Sono passati quasi 23 anni da una delle estati più drammatiche della Repubblica Italiana. C’è chi dice che la cosiddetta “Seconda Repubblica” è nata su e in quei drammatici momenti, quando furono assassinati Falcone e Borsellino, un’epoca politica stava crollando (anche sotto il peso della corruzione) e un’altra già stava nascendo. Erano i giorni in cui partì Presidente della Repubblica Andreotti e vi arrivò Scalfaro, erano i mesi in cui Cossiga (coluì che nel 2008 consigliò Maroni di fare come fece lui e di infiltrare con provocatori violenti i cortei di protesta e così poi essere forte del consenso popolare quando “il suono delle sirene e delle ambulanze dovra’ sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri” senza “avere pietà” “picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non dico i docenti anziani, ma le maestre ragazzine si”) realizzò il discorso di fine anno più breve della Repubblica Italiana affermando “il dovere sommo, e direi quasi disperato, della prudenza sembra consigliare di non dire, in questa solenne e serena circostanza, tutto quello che in spirito e dovere di sincerità si dovrebbe dire; tuttavia, parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe”. Agnese Borsellino disse in un’intervista che un mese prima di morire Cossiga le disse “la storia di via D’Amelio è da colpo di Stato”. 23 anni dopo non si svelano ancora dalle nebbie di depistaggi, intrecci, servizi segreti, ostacoli vari, le “menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi” com’ebbe a dire Giovanni Falcone dopo il fallito attentato dell’Addaura. C’è chi vive nel timore quotidiano di attentati, chi con vere e proprie “scorte civiche” sta sopperendo alle mancate scelte di Stato, c’è chi quotidianamente denuncia, s’indigna, alza la voce. E c’è chi dovrebbe dar risposte e non le dà. Perché la storia di questi 23 anni è principalmente quella di cittadini che aprono gli occhi e di uno Stato spesso assente, se non connivente, che non dà la risposte che dovrebbe. Una vicenda che, ma potremmo raccontarne altre, ci porta per esempio a Ilaria Alpi. Ad una commissione d’inchiesta parlamentare che giunse solo a parlare di rapina finita male e poco più mentre era in vacanza, e di denunce di traffici di rifiuti internazionali, servizi segreti e tanto altro. Ilaria Alpi fu assassinata quasi 21 anni fa e giustizia “di Stato” non l’ha mai avuta.

L’elenco potrebbe proseguire ancora (basti pensare ad Expo o Mose) ma questo testo diverrebbe veramente troppo sterminato. Ma in chiusura, un’ultima annotazione non può non essere riportata: continuamente (anche, se non soprattutto, facendo riferimento alle “giovani generazioni”) si levano appelli alla solidarietà, alla giustizia, agli ideali più alti e nobili, all’impegno per costruire un avvenire migliore et similia. Un’intera generazione si è impegnata per questo, scendendo nelle piazze e denunciando ingiustizie, oppressioni, un sistema economico malato, per “un altro mondo possibile” perché questo, francamente, è impossibile. E’ stata criminalizzata, manganellata, brutalmente repressa, ha subito le violenze più incredibili. E ne ha pagato le conseguenze vedendo, al contrario, chi di quella repressione violenta è stato individuato (anche in aule di tribunale) come responsabile fare carriera e premiato. L’abbiamo visto anche dopo “Mafia Capitale” … Una precisazione, in conclusione, è doverosa: non si è voluta riportare l’artefatta contrapposizione tra “buona società civile” e “cattiva politica”, la cosiddetta “società civile” non è un corpo estraneo dalle istituzioni, dalla politica e da tutto quanto sopra scritto (e tanto altro). Le cooperative sono state importante ingranaggio di Mafia Capitale secondo la procura romana così come son lobby, gruppi di interessi e di affari ad essere conniventi, complici, a lucrare con e su mafie, pezzi delle istituzioni e così via. Son membri della società civile coloro che alimentano i traffici di droga o la tratta dello sfruttamento della prostituzione, sono imprenditori, eminenti professionisti, società civile d’altissimo lignaggio coloro che impongono a “politici” di realizzare “Piani Regolatori”, leggi, provvedimenti vari ad uso e consumo della speculazione (edilizia e non solo). E la divisione è così labile da essere, in realtà, inesistente. L’unica divisione possibile può essere solo tra chi è silente, connivente e complice, e chi non si arrende. Mai. Denunciando, indignandosi, svelando le trame delle cricche d’ogni risma e dei Poteri Forti.

Il senso della Costituzione

Il discorso di Napo­li­tano è tutto quello che ci si poteva aspet­tare in un com­miato dopo nove anni dif­fi­cili. Va dal ricordo al monito, all’auspicio. Non man­cano i toni crepuscolari.

Non stu­pi­sce cogliere una ferma difesa delle pro­prie scelte, soprat­tutto quelle fatte nel pas­sag­gio alla XVII legi­sla­tura nel 2013. In sostanza, riba­di­sce l’appoggio al governo Renzi, quasi a cer­ti­fi­carne con­clu­si­va­mente e senza pos­si­bi­lità di prova con­tra­ria la natura di «governo del Pre­si­dente». Gli argo­menti sono noti.

L’esigenza pre­mi­nente di sta­bi­lità, l’immagine inter­na­zio­nale dell’Italia, l’impellente neces­sità di un con­tra­sto effi­cace alla crisi. Si pote­vano per­se­guire i mede­simi obiet­tivi con scelte diverse? Ad esem­pio man­dando Ber­sani in Par­la­mento a cer­care una mag­gio­ranza per la fidu­cia, tor­nando alle urne in caso avesse fal­lito? Forse. È stata una let­tura della situa­zione poli­tica e isti­tu­zio­nale sostan­zial­mente non dis­si­mile da quella che, con il sup­porto di Napo­li­tano, aveva sug­ge­rito di ritar­dare il voto sulla mozione di sfi­du­cia con­tro Ber­lu­sconi, quel tanto che bastò al cava­liere per rigua­da­gnare con nobili argo­menti la man­ciata di voti neces­sa­ria a resi­stere (Camera dei depu­tati, 14 dicem­bre 2010, 314 no e 311 sì). Fu giu­sto, o sba­gliato? Scelte opi­na­bili, e tut­ta­via non incom­pa­ti­bili con la let­tura — fami­liare ai costi­tu­zio­na­li­sti — del ruolo del pre­si­dente come motore isti­tu­zio­nale nei momenti di crisi.

Quel che invece può far discu­tere dav­vero è la difesa nel merito, e per­sino nel det­ta­glio, delle scelte poli­ti­che poi fatte dal governo. Un apprez­za­mento non indi­spen­sa­bile. Volendo farlo, si dovrebbe guar­dare a tutti i risvolti, posi­tivi e nega­tivi. Così — dice Napo­li­tano — l’Italia ha colto l’opportunità del seme­stre di pre­si­denza del Con­si­glio per sol­le­ci­tare un cam­bia­mento nelle poli­ti­che dell’Unione. Ma vogliamo anche dire che i risul­tati sono scarsi o nulli? Apprezza il supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio. Ma non è forse vero che l’opposizione è stata ed è volta non al supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto, ma alla sosti­tu­zione del senato con un’assemblea non elet­tiva imbot­tita del peg­gior ceto poli­tico del paese? Una nuova legge elet­to­rale è un pas­sag­gio ine­lu­di­bile. Ma conta o no che in punti mol­te­plici la pro­po­sta in campo sia chia­ra­mente elu­siva dei prin­cipi sta­bi­liti dalla Corte costi­tu­zio­nale nella sen­tenza n. 1/2014? E il neces­sa­rio più vasto pro­gramma di riforme isti­tu­zio­nali e socio-economiche messo in can­tiere dal governo com­prende senza alter­na­tive il Jobs Act nella for­mu­la­zione con­clu­si­va­mente appro­vata e rea­liz­zata nei decreti dele­gati, o potrebbe avere avuto o avere una diversa decli­na­zione? E infine, il dub­bio prin­ci­pale: si può affi­dare un carico così pesante — e in spe­cie una radi­cale riforma della Costi­tu­zione — a isti­tu­zioni gene­ti­ca­mente distorte da una legge elet­to­rale inco­sti­tu­zio­nale, a una mag­gio­ranza che è tale pro­prio per norme incom­pa­ti­bili con la Carta fon­da­men­tale? E dun­que a una mag­gio­ranza che sod­di­sfa forse cri­teri di legit­ti­mità for­male, ma non di legit­ti­ma­zione sostanziale?

Tutto que­sto non com­pare nel discorso del Capo dello Stato. Dovrebbe? Sì, quanto meno per cenni. Soprat­tutto con­si­de­rando che per lo stesso Napo­li­tano il «senso della Costi­tu­zione» è una stella polare che va seguita per risa­nare e rilan­ciare il paese.

Ma cosa è il «senso della Costi­tu­zione»? Forse qual­che costi­tu­zio­na­li­sta stor­cerà il naso, per­ché non è giu­sti­zia­bile, e dun­que tam­quam non esset. Ma noi con­cor­diamo con Napo­li­tano. Il «senso della Costi­tu­zione» esi­ste, e dovrebbe anzi­tutto orien­tare la poli­tica e le isti­tu­zioni. Non è dato dal det­ta­glio del det­tato nor­ma­tivo, ma dal mes­sag­gio che la Costi­tu­zione com­ples­si­va­mente dà. Che è un mes­sag­gio non legato al tempo in cui è stata scritta, ma ha ad oggetto piut­to­sto il futuro, il modo di essere del paese e delle donne e uomini che in esso vivono. Ed è — a nostro avviso — un mes­sag­gio di soli­da­rietà, di diritti, di egua­glianza, di con­di­vi­sione, di par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, di aper­tura e di rap­pre­sen­ta­ti­vità della poli­tica e delle isti­tu­zioni. Un mes­sag­gio che non è fatto di arti­coli e commi, ma di un animo per­so­nale e col­let­tivo. E che ci orienta nella let­tura di quel che accade intorno a noi e nei nostri com­por­ta­menti pub­blici e pri­vati, indi­vi­duali e collettivi.

Non è dub­bio che nel «senso della Costi­tu­zione» ci sia tutto il neces­sa­rio per dare rispo­sta ai pro­blemi di oggi, per quanto pres­santi: dalla crisi eco­no­mica alla cor­ru­zione, alla riqua­li­fi­ca­zione della poli­tica, all’orgoglio di essere nazione. Ma altret­tanto non è dub­bio che il senso della Costi­tu­zione non sem­bra affatto ispi­rare l’azione del governo, e le scelte della mag­gio­ranza in par­la­mento. Al con­tra­rio, come abbiamo ripe­tu­ta­mente argo­men­tato. Del resto, non è un caso che la Costi­tu­zione non com­paia nel fio­rito elo­quio del pre­mier, che pure del par­lare s’intende, e molto. E che sia piut­to­sto parola d’ordine di quanti gufano.

Di tutto que­sto avremmo voluto sen­tire nel discorso di Napo­li­tano. Non avrebbe — a nostro avviso — inde­bo­lito la difesa delle sue scelte fon­da­men­tali e della sua pre­si­denza. L’avrebbe invece raf­for­zata. Per­ché la Costi­tu­zione è l’anima di un paese. E un paese che non crede nella sua Costi­tu­zione è un paese senz’anima.