La sporca guerra dello Stato contro i No Muos

  • La sporca guerra dello Stato contro i No Muos

ROMA – Pur d’installare il MUOS in Sicilia, hanno violato perlomeno tre articoli della Costituzione e un’infinità di norme urbanistiche, ambientali e antimafia. Ministri e sottosegretari, governatori, assessori e funzionari regionali hanno mentito spudoratamente e impunemente; giudici, prefetti, questori e commissari hanno rispolverato leggi liberticide, fasciste e fascistoidi.

La realizzazione a Niscemi (Caltanissetta), all’interno di una straordinaria area protetta, del terminale terrestre del nuovo sistema di telecomunicazioni della Marina Usa, passerà alla storia per le innumerevoli, gravi e insanabili illegalità perpetuate dai poteri dello Stato e per aver sperimentato sulla pelle di centinaia di attivisti No war, principalmente giovani e donne, la scientifica brutalità, l’arbitrarietà e la spregiudicatezza degli apparati repressivi dello Stato.

Cariche e manganellate contro i manifestanti che bloccavano il via vai dei camion e dei mezzi militari; arresti, carcerazioni, espulsioni, condanne, sanzioni e multe per migliaia di euro. Difficilissimo tenere il conto degli atti lesivi del diritto e delle libertà personali prodotti dalle autorità in poco meno di tre anni per tentare di spezzare la resistenza No MUOS. L’esordio delle pratiche repressive in nome e per conto degli interessi geostrategici degli alleati d’oltreoceano risale all’8 settembre 2012, quando furono denunciati 17 attivisti che si erano recati di notte davanti ai cancelli della base di Niscemi per disturbare il sonno dei moderni cavalieri dell’apocalisse con mestoli e padelle. L’accusa fu di radunata sediziosa, manifestazione non autorizzata e danneggiamento di beni della Difesa, ma per l’inconsistenza dei rapporti di polizia il procedimento è stato poi archiviato. Grazie alle vecchie leggi contro il “terrorismo”, il 14 marzo 2013 furono effettuate irruzioni e perquisizioni nelle abitazioni di una decina di niscemesi, che diedero esito negativo. Nel successivo mese di aprile, i controlli, i fermi e le perquisizioni delle forze dell’ordine si fecero estenuanti specie sulle persone che più animavano il presidio permanente No MUOS realizzato nei pressi della grande installazione militare di proprietà e uso esclusivo delle forze armate a stelle e strisce. Furono emanati contravvenzioni e fogli di via; quando poi giorno 22 aprile, 7 giovani attivisti fecero ingresso all’interno della base per arrampicarsi su alcune antenne utilizzate per le trasmissioni ai sottomarini nucleari in immersione negli oceani, scattarono gli arresti per due di loro, con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali. Quando il GIP decise di non convalidare i fermi, la Procura di Caltagirone presentò ricorso in Cassazione e ottenne una decisione favorevole che legittimò l’operato della polizia. L’8 maggio 2013, durante un sit-in, furono arrestati altri due attivisti con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale ed uno anche per danneggiamento aggravato. Due minori catanesi furono denunciati per lesioni e violenze e iniziò un lungo e doloroso calvario giudiziario per le famiglie. Il procedimento a carico di uno di loro fu archiviato, mentre l’altro fu rinviato a giudizio e infine assolto per non aver commesso il fatto. Un altro arresto avvenne il 10 luglio 2013 a Gela in occasione delle proteste contro la commemorazione in pompa magna dello sbarco degli americani in Sicilia del 1943.

Dopo che il 9 agosto 2013 migliaia di persone occuparono pacificamente per alcune ore la base di Niscemi, le forze dell’ordine smistarono in tutta l’Isola decine di denunce per ingresso in luoghi dove l’accesso è vietato per interessi militari e ad alcuni anche per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Gli attivisti che il giorno prima dell’occupazione si erano arrampicati sulle antenne di trasmissione degli ordini di guerra del Pentagono, furono pure denunciati per interruzione di pubblico servizio. A fine luglio 2014 sono state emesse 29 ordinanze di misure cautelari nei confronti degli attivisti indagati per resistenza e violenza per l’occupazione del 9 agosto 2013. le ordinanze disponevano contestualmente il divieto di ingresso e dimora nel Comune di Niscemi, ma sono state annullate il 23 settembre dal Tribunale di Caltanissetta. Altre 9 persone risultano indagate per adunanza sediziosa, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale per le proteste al presidio No MUOS del 24 agosto 2013, mentre nel successivo novembre sono state eseguite due perquisizioni domiciliari e due sequestri per un lancio di uova ad un convoglio di soldati statunitensi. Per un incatenamento collettivo ai cancelli della base, il 25 gennaio 2014, dopo l’innalzamento delle parabole del MUOS, ancora avvisi per due attivisti, mentre dopo una seconda invasione non violenta della base, il 9 agosto 2014, sono state notificate una settantina di denunce anche contro manifestanti che si erano tenuti a debita distanza dall’infrastruttura militare. Per esplosioni pericolose, a fine gennaio 2015, cinque attivisti No MUOS sono stati denunciati per aver “salutato” con fuochi d’artificio il lancio da Cape Canaveral del terzo satellite MUOS. 

“Agli attivisti, le autorità di polizia hanno pure contestato reati come l’attentato alla sicurezza dei trasporti, il porto di oggetti atti ad offendere, ecc.”, denuncia Paola Ottaviano, componente del pool dei legali dei Comitati No MUOS. “Inoltre continuano ad essere emanati fogli di via obbligatori ex art. 2 del decreto 159/2011 che prescrivono il divieto di ingresso a Niscemi per tre anni. Uno dei due impugnati al Tar è stato annullato perché ritenuto illegittimo per violazione di legge, carenza d’istruttoria e difetto di motivazione. Per i sit-in fatti tra l’aprile e il giugno 2013 davanti i cancelli della base per denunciare l’ingresso degli operai al cantiere mentre era in vigore l’atto di revoca della Regione siciliana delle autorizzazioni ai lavori, sono state notificate decine di sanzioni amministrative che vanno da un minimo di 2.500 a un massimo di 10.000 euro. Per quei blocchi sono state rinviate a giudizio anche due rappresentanti del Comitato Mamme No Muos di Niscemi, procedimento che pende avanti il tribunale di Caltagirone. La legge prevede tra le cause di non punibilità, l’esercizio di una facoltà legittima, come il diritto ad esprimere il proprio pensiero e a manifestare, diritto costituzionalmente garantito. In quei mesi, ogni attività all’interno dei cantieri del MUOS era illegittima, e mentre nulla veniva fatto per impedire il prosieguo dei lavori, le autorità perseguitavano i cittadini e gli attivisti che ne denunciavano l’illegittimità e la presenza di aziende a cui la stessa Prefettura di Caltanissetta aveva negato la certificazione antimafia perché ritenute vicine ai boss mafiosi locali”.

Governo, capitali e banche impopolari

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di Marco Bersani – comune info

Molto si è già detto e scritto sul decreto legge approvato dal governo Renzi che impone alle Banche popolari con asset superiori a 8 miliardi la trasformazione nell’arco di diciotto mesi in Società per azioni (leggi ad esempio Banche, la soluzione che cercavamo… di Andrea Baranes, ndr). Dall’utilizzo della decretazione senza le caratteristiche di urgenza e necessità (essendo l’unica urgenza in campo quella personale del premier di presentarsi in Europa con un nuovo coniglio estratto dal cappello) alla subalternità della politica agli interessi dei grandi capitali finanziari, che infatti festeggiano in Borsa il nuovo succulento boccone messo a cuocere in pentola per loro.

In un paese che negli ultimi venticinque anni è riuscito a produrre la performance, unica al mondo, di passare da un controllo pubblico sul sistema bancario pari al 74,5 per cento (1992) allo zero odierno, la trasformazione della natura delle Banche popolari (per ora solo le più grosse ed appetibili) dimostra la perseveranza senza soluzione di continuità con cui si cerca di smantellare ogni funzione pubblica e sociale del sistema finanziario. “Ci sono troppi banchieri e facciamo poco credito alle imprese e alle famiglie” ha detto impavido Renzi. Peccato che, dati alla mano, il provvedimento vada a colpire proprio l’unico settore che, al contrario, proprio durante la crisi ha aumentato il credito alle famiglie e alle piccole imprese.

Capiamo la difficoltà di chi vive di fantasmagorie nel prendere atto della realtà, ma basta consultare i dati della Cgia di Mestre per rendersene conto.

Nell’arco di tempo che va dall’inizio della fase di credit crunch (2011) sino alla fine del 2013, le Popolari hanno aumentato i prestiti alla clientela del 15,4 per cento;diversamente, quelle sotto forma di Spa e gli istituti di credito cooperativo hanno diminuito l’ammontare dei prestiti rispettivamente del 4,9 e del 2,2 per cento. Lo stesso trend negativo è stato registrato anche dalle banche estere presenti nel nostro Paese: sempre tra il 2011 e il 2013, i prestiti sono diminuiti del 3,1 per cento.

Inoltre, tra le dieci realtà che entro diciotto mesi dovranno adeguarsi alle nuove regole introdotte dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ci sono anche due Popolari venete: Veneto Banca e la Popolare di Vicenza. In questi ultimi anni (2010-2013) anche loro hanno incrementato il volume dei prestiti. Se per la prima l’aumento è stato del 2,5 per cento, per la seconda la crescita è stata addirittura del 9 per cento. Come si vede, il decreto governativo va esattamente in direzione contraria rispetto alle intenzioni dichiarate, peraltro aggiungendo elementi di dubbia costituzionalità, come la possibilità per la Banca d’Italia di vietare il recesso dei soci che non condividano la trasformazione societaria (!).

Senza alcuna esaltazione a prescindere delle banche popolari, diverse delle quali divenute nel tempo altro dalla loro mission originaria, risulta evidente come la loro trasformazione in Spa, avrà il risultato di eliminare presidi finanziari collegati al territorio e ai settori economicamente più fragili dello stesso, come le famiglie e le piccole e medie imprese. Infine, quanto all’idea che “una testa, un voto” sia un principio meno democratico del “ogni dollaro un voto”, oltre ad essere in contrasto con l’articolo 45 della Costituzione che riconosce e favorisce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità, evidenzia ancora una volta la fase di transizione epocale nella quale siamo da tempo immersi: dallo stato di diritto allostato di mercato.

Telejato.it. Napolitano, è la classe dirigente che (spesso) non fa il suo dovere!

Telejato.it. Napolitano, è la classe dirigente che (spesso) non fa il suo dovere!

Nel suo ultimo discorso di fine anno Napolitano torna a lanciare appelli ai cittadini, chiedendo impegno civile e anche di contribuire a “bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società”. Parole simili le aveva pronunciate già nel 2006. Ma oggi come ieri la risposta può essere sempre la stessa: i cittadini vanno anche oltre il loro dovere, altri no.

Il discorso di fine anno di Napolitano sta monopolizzando (insieme alla Norman Atlantic e poco altro) le cronache di queste ore. E, tranne rare eccezioni (e non tutte, sempre autorevoli e condivisibili tra l’altro) è un diluvio di applausi, condivisioni, commozioni, sbatter di mani. Come ampiamente previsto, la maggior parte di queste attenzioni si stanno concentrando sulle imminenti dimissioni. Ma non solo. Alcune attenzioni son state catturate dal suo appello ai cittadini, alla nazione, alla (sempre immancabile) società civile. Parole che sembrano risuonare un analogo discorso pronunciato dall’ormai quasi ex Presidente della Repubblica nel 2006. In tale occasione scrissi un articolo su PeaceLink dal titolo “Sveglia Napolitano, è la politica che non fa il suo dovere!”. Sono passati 8 anni ma possono essere ancora sottoscritte. In quelle settimane l’Associazione Antimafie Rita Atria scrisse una lettera aperta proprio a Napolitano e all’allora Ministro di Grazia e Giustizia Mastella. Per “negligenza di stato” era stato appena scarcerato colui che era stato condannato in primo grado per l’assassinio diGraziella Campagna. La storia di Graziella è una delle tante vicende che dimostrano che spesso non sono i cittadini a non fare il loro dovere civile. Graziella Campagna era una ragazza di 17 anni, lavorava come aiutante in una lavanderia di Villafranca Tirrena. Casualmente scoprì che un cliente della lavanderia era un boss mafioso. Quest’informazione le costerà la vita. Nei giorni della sua scomparsa, prima che venisse ritrovata assassinata, nelle istituzioni ci fu chi si convinse (nonostante le evidenze contrarie) che la sua fosse una “fuitina” e, addirittura, si prese un giorno di vacanza (così riporta Wikipedia). Scrisse nella sua lettera aperta l’Associazione Antimafie Rita Atria “quante volte abbiamo sentito esponenti della politica dire che noi della società civile dobbiamo ribellarci alle mafie. Noi siamo d’accordo ma per ribellarci alle mafie abbiamo bisogno di affidarci a uomini di stato in cui crediamo e soprattutto abbiamo bisogno di sentirli dalla parte giusta”.

Non si può non partire da Telejato, un vero e proprio miracolo vivente intorno a quello straordinario vulcano che è Pino Maniaci. Inchieste, denunce, sberleffi ad ogni mafia. Un’esperienza di resistenza civile odiata e contrastata dai mafiosi…ma non solo. Perché questa televisione ha rischiato anche di chiudere per legge con il passaggio al digitale terrestre. Solo all’ultimo si riuscì ad andare avanti ma per mesi nessuno risposte ai numerosi appelli alle istituzioni.

Sto scrivendo, in quest’assolata mattina di inizio gennaio ormai senza più neve, da un paese della Provincia d’Abruzzo. Qui, nella terra di Silone, le ultime settimane dell’anno alle spalle sono state a dir poco imprevedibili e turbolente. In pochissime settimane sono stati assolti prima i componenti della Commissione “Grandi Rischi”, accusati per quanto avvenuto (e non) prima del terremoto del 6 Aprile 2009, poi i 19 imputati nel processo per la mega discarica di Bussi sul Tirino, discarica che secondo l’Istituto Superiore della Sanità ha contaminato anche l’acqua bevuta da almeno 700.000 persone in tutta la Val Pescara (compresi i capoluoghi Chieti e, appunto, Pescara). Due vicende esemplari (senza dimenticare le sentenze Eternit e Marlane) di chi ha compiuto il proprio dovere, andando anche oltre, e chi ha suscitato rabbia e amarezza. La mega discarica di Bussi è stata scoperta solo grazie a cittadini, associazioni, movimenti che dal 2007 hanno denunciato, indagato, scovato documenti, resa pubblica la vicenda. E, nel suo svelarsi, si son scoperti anche clamorosi e inquietanti silenzi istituzionali. Bussi è uno dei luoghi più inquinati d’Italia, ha resistito anche al decreto (poi bocciato dal TAR del Lazio) che ha eliminato dall’apposito elenco ministeriale dei SIN (Siti d’Interesse Nazionale, così considerati appunto per il loro elevatissimo inquinamento) molti luoghi, che attende una bonifica. In questi anni si sono succeduti progetti di impianti rifiuti (più o meno pericolosi, più o meno speciali), cementifici, cave, “solettoni” di cemento, ma la bonifica integrale e totale sembra ancora lontana. E le bonifiche sono un tema caldissimo degli ultimi governi, che vi hanno dedicato vari decreti tra cui quello ribattezzato ironicamente dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua Pubblica “Inquinatore Protetto” e lo “Sblocca Italia” (su cui tantissimo ci sarebbe da scrivere e indignarsi). Decreti accusati di voler favorire gli inquinatori facendo pagare alla collettività le bonifiche (dove avverranno, visto che tra i vari provvedimenti sono state alzate soglie di contaminazione e addirittura è stata introdotta l’autocertificazione quindi chi ha inquinato – o dovrebbe bonificare a spese sue – dovrà individuare e accertare le contaminazioni). E, quando si fa riferimento a inquinamenti e bonifiche, non si può non citare la “Terra dei Fuochi”. Una strage silenziosa e quotidiana di morti per tumore mentre camorra e parti delle istituzioni sversavano rifiuti provenienti da varie parti d’Italia. Comitati e cittadini da anni denunciano quel che accade. Nei mesi scorsi, hanno dovuto subire un vero e proprio “negazionismo di Stato”, la Terra dei fuochi era improvvisamente scomparsa…così come per tantissimi anni non sono state rese note le dichiarazioni di Schiavone, il pentito che già nel 1998 aveva svelato cosa accadeva. Sulle sue dichiarazioni fu apposto il “segreto di Stato”. Erano gli anni in cui Presidente del Consiglio era Romano Prodi e Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano.

Fino a non molti anni fa la situazione di Taranto era totalmente sconosciuta all’opinione pubblica nazionale e le foto, ormai (anche grazie ai social network) diffusissime, della città inquinata erano inimmaginabili. C’è voluto l’impegno di ambientalisti e cittadini perché si svelasse la drammatica situazione di avvelenamento e morte. Mentre il presidente di PeaceLink Alessandro Marescotti (professore di lettere in un Istituto Tecnico Industriale) faceva analizzare del formaggio, che le analisi hanno poi rivelato essere contaminato da diossina, dalle istituzioni si levavano voci che minimizzavano e negavano la situazione della città. In questi anni sono emerse vicinanze e appoggi all’ILVA di tanti a livello politico e istituzionali, mentre le voci di denuncia e d’inchiesta (spesso isolate, contestate, che si son tentate di far tacere) son sempre rimaste pochissime.

Nei giorni successivi alle assoluzioni nel processo per la mega discarica il Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua Pubblica e Zona Ventidue hanno realizzato lo “sciopero della denuncia” chiedendo “i cittadini cosa devono fare per difendere la loro salute?”, “Se in una situazione del genere lo Stato non riesce a dare giustizia ai cittadini, cosa potrà accadere per le migliaia di siti interessati da inquinamento industriale? Che senso ha per il cittadino denunciare alle cosiddette “autorità”?” e “a chi denunciare la situazione (NB: lo sciopero della denuncia è avvenuto con un horror tour in un altro posto inquinatissimo “privo di visibili sistemi di messa in sicurezza” e “addirittura, accessibile a tutti, quindi anche a bambini”) ,vista l’ormai conclamata impunità sui reati ambientali?”. La storia di Zona Ventidue, a sua volta, è un’altra dimostrazione di come son solo cittadini volontari, associazioni, movimenti, spesso a “fare il proprio dovere civico”. Zona22 è sorta in una ex stazione ferroviaria a San Vito Marina che le attiviste e gli attivisti lavorando duramente hanno fatto rifiorire. Attualmente è l’unico luogo rinato di tutto l’ex tracciato che, in altri tratti (anche non molto distanti dalla stessa Zona22), è ormai solo terra di conquista del dissesto idrogeologico, nonostante i progetti proposti da anni. Siamo sulla costa teatina, l’unico luogo al mondo dove da ormai 13 anni la classe dirigente istituzionale e politica non riesce a concludere l’iter istitutivo di un Parco Nazionale e, anzi, spesso ha dato sfoggio del peggio possibile. Il Parco Nazionale della Costa Teatina sarà il primo al mondo che nascerà grazie ad un commissario. Cittadini, ambientalisti, associazioni, operatori turistici, donne e uomini di scienza da anni hanno ben presente il futuro di questo territorio, ne conoscono le ricchezze e le valorizzano mentre “lassù in alto” avveniva tutto questo.

L’Aquila, son passati ormai quasi 6 anni ma è una città che attende ancora un “soffio di liberazione”. In questi anni comitati, associazioni, cittadini non si sono mai fermati nel chiedere giustizia e ricostruzione. Sono arrivati addirittura ad essere brutalmente manganellati (con il free press diretto da un noto esponente politico e istituzionale abruzzese che attaccò e insultò i manifestanti) a Roma nel luglio 2010 mentre, per settimane, L’Aquila fu letteralmente militarizzata e agli abitanti fu impedita ogni socialità . Mentre da anni assistiamo ad un vero e proprio buskashì tra esponenti istituzionali di opposto “colore”. In questi anni abbiamo assistitito a lauree ad honorem, cerimonie, commozioni di Stato e tanto altro sfoggio retorico. Ma, in quei drammatici giorni, “dopo il terremoto ci siamo ritrovati a L’Aquila, uniti nel dolore e nel cercare di capire. E anche su questo abbiamo visto l’inadeguatezza dello Stato e delle sue strutture di cui parlavo all’inizio. Ci siam chiesti varie volte in quelle settimane “dov’è lo Stato?”. Siamo stati completamente abbandonati per 72 ore dall’incapacità ad ogni cosa. Solo dopo le nostre vibranti proteste ci hanno portato del cibo. In sacchi della spazzatura…” ha raccontato Lilli Centofanti, la sorella di Davide (uno dei ragazzi a cui il crollo della Casa dello Studente strappò la vita), al mensile Casablanca. E, ora, quest’assoluzione che ha indignato e scosso le coscienze. “Il Potere ordina, la scienza obbedisce, la giustizia assolve” l’accusa del comitato 3e32 “lo Stato si autoassolve e se la ride. Da anni. La sentenza rappresenta l’ennesimo schiaffo dello Stato alla popolazione aquilana. Una commissione di esperti che non avrebbe, naturalmente, dovuto prevedere il terremoto – come è stato strumentalmente scritto dai media – ma che ha avuto la colpa di aver rassicurato i cittadini. Una commissione che, come è stato evidenziato anche dalle intercettazioni telefoniche, era stata inviata all’Aquila solo per compiere un’operazione mediatica, trasformando inoltre le legittime preoccupazioni della popolazione in un problema di ordine pubblico da reprimere”.

Napolitano ha invitato ad impegnarsi per “bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società”. Ma quel sottosuolo c’è chi lo combatte e chi lo alimenta, c’è chi lo denuncia e chi tace (o cerca di far tacere chi alza la voce). Quanto oggi sta diventando di dominio pubblico con l’inchiesta sulla “Terra di Mezzo” di “Mafia Capitale” ci sono persone che lo denunciano da moltissimo tempo. Arrivando a rischiare la vita. Le inchieste di Lirio Abbatehanno analizzato, descritto, con dovizia di particolari, nomi, dinamiche, la fascio mafia e il dominio dei “quattro Re di Roma”. Varie volte è stato minacciato di morte, nei mesi scorsi la sua auto fu speronata sul lungotevere. Sono settimane che leggiamo, invece, di connivenze e intrecci istituzionali e politiche. Eversione nera, Banda della Magliana, mafie, c’è chi è accusato di essersi accordato e seduto con loro. Sono passati quasi 23 anni da una delle estati più drammatiche della Repubblica Italiana. C’è chi dice che la cosiddetta “Seconda Repubblica” è nata su e in quei drammatici momenti, quando furono assassinati Falcone e Borsellino, un’epoca politica stava crollando (anche sotto il peso della corruzione) e un’altra già stava nascendo. Erano i giorni in cui partì Presidente della Repubblica Andreotti e vi arrivò Scalfaro, erano i mesi in cui Cossiga (coluì che nel 2008 consigliò Maroni di fare come fece lui e di infiltrare con provocatori violenti i cortei di protesta e così poi essere forte del consenso popolare quando “il suono delle sirene e delle ambulanze dovra’ sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri” senza “avere pietà” “picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non dico i docenti anziani, ma le maestre ragazzine si”) realizzò il discorso di fine anno più breve della Repubblica Italiana affermando “il dovere sommo, e direi quasi disperato, della prudenza sembra consigliare di non dire, in questa solenne e serena circostanza, tutto quello che in spirito e dovere di sincerità si dovrebbe dire; tuttavia, parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe”. Agnese Borsellino disse in un’intervista che un mese prima di morire Cossiga le disse “la storia di via D’Amelio è da colpo di Stato”. 23 anni dopo non si svelano ancora dalle nebbie di depistaggi, intrecci, servizi segreti, ostacoli vari, le “menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi” com’ebbe a dire Giovanni Falcone dopo il fallito attentato dell’Addaura. C’è chi vive nel timore quotidiano di attentati, chi con vere e proprie “scorte civiche” sta sopperendo alle mancate scelte di Stato, c’è chi quotidianamente denuncia, s’indigna, alza la voce. E c’è chi dovrebbe dar risposte e non le dà. Perché la storia di questi 23 anni è principalmente quella di cittadini che aprono gli occhi e di uno Stato spesso assente, se non connivente, che non dà la risposte che dovrebbe. Una vicenda che, ma potremmo raccontarne altre, ci porta per esempio a Ilaria Alpi. Ad una commissione d’inchiesta parlamentare che giunse solo a parlare di rapina finita male e poco più mentre era in vacanza, e di denunce di traffici di rifiuti internazionali, servizi segreti e tanto altro. Ilaria Alpi fu assassinata quasi 21 anni fa e giustizia “di Stato” non l’ha mai avuta.

L’elenco potrebbe proseguire ancora (basti pensare ad Expo o Mose) ma questo testo diverrebbe veramente troppo sterminato. Ma in chiusura, un’ultima annotazione non può non essere riportata: continuamente (anche, se non soprattutto, facendo riferimento alle “giovani generazioni”) si levano appelli alla solidarietà, alla giustizia, agli ideali più alti e nobili, all’impegno per costruire un avvenire migliore et similia. Un’intera generazione si è impegnata per questo, scendendo nelle piazze e denunciando ingiustizie, oppressioni, un sistema economico malato, per “un altro mondo possibile” perché questo, francamente, è impossibile. E’ stata criminalizzata, manganellata, brutalmente repressa, ha subito le violenze più incredibili. E ne ha pagato le conseguenze vedendo, al contrario, chi di quella repressione violenta è stato individuato (anche in aule di tribunale) come responsabile fare carriera e premiato. L’abbiamo visto anche dopo “Mafia Capitale” … Una precisazione, in conclusione, è doverosa: non si è voluta riportare l’artefatta contrapposizione tra “buona società civile” e “cattiva politica”, la cosiddetta “società civile” non è un corpo estraneo dalle istituzioni, dalla politica e da tutto quanto sopra scritto (e tanto altro). Le cooperative sono state importante ingranaggio di Mafia Capitale secondo la procura romana così come son lobby, gruppi di interessi e di affari ad essere conniventi, complici, a lucrare con e su mafie, pezzi delle istituzioni e così via. Son membri della società civile coloro che alimentano i traffici di droga o la tratta dello sfruttamento della prostituzione, sono imprenditori, eminenti professionisti, società civile d’altissimo lignaggio coloro che impongono a “politici” di realizzare “Piani Regolatori”, leggi, provvedimenti vari ad uso e consumo della speculazione (edilizia e non solo). E la divisione è così labile da essere, in realtà, inesistente. L’unica divisione possibile può essere solo tra chi è silente, connivente e complice, e chi non si arrende. Mai. Denunciando, indignandosi, svelando le trame delle cricche d’ogni risma e dei Poteri Forti.

Aumentano le autostrade dei capitalisti bollettari

Aumentano le autostrade dei capitalisti bollettari

Gli auguri di nuovo anno arrivano sempre puntuali e con la stessa formula: le tariffe autostradali aumentano dal primo gennaio. Ricordiamo – è necessario per gli smemorati – che le autostrade italiane sono state costruite con soldi pubblici (ovvero “nostri”, con le tasse), ma ad un certo punto sono state date in “concessione” a società private. In nome della “concorrenza” che avrebbe dunque dovuto anche far abbassare le tariffe.

Ideologia spicciola per regalare un business facile facile a imprenditori senza voglia di richiare (capofila è naturalmente Benetton, che gestisce la tratta più lunga e importante con “Autostrade per l’Italia”). Quale concorrenza è mai possibile tra tratte autostradali? Avete forse mai visto un “privato” costru.uire un’autostrada alternativa a quella esistente? Mica sono matti: costi altissimi, lievitazione delle perdite assicurata, tempi di ammortamento infiniti…

Bene. Questo carico negatio è lasciato ancora adesso allo Stato – con i nostri soldi – mentre ai “privati” è lasciato il privilegio di riscuotere al casello, senza aver investito una lira.

Siccome “c’è la concorrenza”, ma le autostrade sono anche un servizio di interesse pubblico, ogni anno i concessionari chiedono l’aumento delle tariffe. E l’ottengono.

La maggior parte delle società ha ottenuto un incremento dell’1,5%, più dell’inflazione 2014 ed anche di quella attesa nel 2015. Il ministero dei trasporti ha giustificato la decisione parlando di misura necessaria «in attuazione di quanto previsto nei vigenti atti convenzionali stipulati da Anas ora ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con le Società Concessionarie di autostrade, nonché dalla vigente normativa, maturano specifici adeguamenti dei pedaggi autostradali, da determinarsi in applicazione delle formule tariffarie previste negli atti convenzionali approvati e vigenti».

Non manca un tocco di presa per i fondelli. I. l ministero delle Infrastrutture “unitamente al ministero dell’Economia” .«hanno ritenuto obiettivo prioritario di interesse pubblico l’adozione di ogni misura idonea a consentire il superamento dell’attuale negativa congiuntura economico-finanziaria e considera la calmierizzazione degli adeguamenti tariffari per l’anno 2015, entro l’1,5%, una misura necessaria al conseguimento di tale obiettivo. Tale misura, peraltro, per non ostacolare il completamento degli investimenti previsti, deve necessariamente inserirsi nel contesto dei rapporti di concessione così come oggi sottoscritti e vincolanti per le parti».

Insomma: siate contenti, perché abbiamo limitato gli aumenti all’1,5%. Loro avevano chiesto naturalmente di più, ma noi pensiamo al vostro bene… Soprattutto a quello dei concessionari, però, che hanno promesso misteriosi “investimenti” da realizzarsi soltanto se c’era l’aumento. Tenuto conto che gli unici investimenti dei concessionari riguardano l’ordinaria manutenzione della rete autostradale, si può facilmente capire anche il margine di guadagno realizzato anno dopo anno. Della questione – e della sollecitudine delgoverno nei loro confronti – ci eravamo occupati già diversi giorni fa: http://contropiano.org/politica/item/28310-autostrade-di-governo.

lL’elenco degli aumenti: Asti-Cuneo 0,00%; ATIVA 1,50%; Autostrade per l’Italia 1,46%; Autostrada del Brennero 0,00%; Autovie Venete 1,50%; Brescia-Padova 1,50%; Consorzio Autostrade Siciliane 0,00%; CAV 1,50%; Centro Padane 0,00%; Autocamionale della Cisa 1,50%; Autostrada dei Fiori 1,50%; Milano Serravalle Milano Tangenziali 1,50%; Tangenziale di Napoli 1,50%; RAV 1,50%; SALT 1,50%; SAT 1,50%; Autostrade Meridionali (SAM) 0,00%; SATAP Tronco A4 1,50%; SATAP Tronco A21 1,50%; SAV 1,50%; SITAF 1,50%; Torino – Savona 1,50%; Strada dei Parchi 1,50%.

Buon anno dal governo Renzi! Ci sono altri 364 giorni così che ci attendono…

Altri fascisti arrestati per l’omicidio del “cassiere di Mokbel”

Altri fascisti arrestati per l'omicidio del "cassiere di Mokbel"

Nuovi arresti e perquisizioni in tutta Italia per l’omicidio di Silvio Fanella, meglio noto come il cassiere di Gennaro Mokbel, ucciso a luglio nella sua abitazione di Roma alla Camilluccia.

Solo due nomi di arrestati sono stati finora rivelati dagli investigatori, un è assai noto ed è quello del fascista Emanuele Macchi di Cellere, ex membro dei Nar, già arrestato nel marzo 2012 – poi condannato a 12 anni, in primo grado – per un traffico internazionale di cocaina da Santo Domingo ma stranamente mandato rapidamente agli arresti domiciliari. Da cui era naturalmente subito evaso, venendo però poco dopo fermato dalla polizia francese in Provenza. Contropiano si era già ocupato della vicenda più volte, come si può vedere ai link che seguono

http://contropiano.org/archivio-news/documenti/item/26260-arrestato-in-francia-fascista-pesante-italiano-evaso-dai-domiciliari,

http://contropiano.org/politica/item/7737-il-lavoro-sporco-dei-fascisti-del-terzo-millennio,http://contropiano.org/politica/item/7258-arrestato-un-fascista-e-trafficante-di-droga-strano?

L’altro è Manlio Denaro, già coinvolto nelle indagini sulla truffa Fastweb Telecom Sparkle messa in piedi da Mokbel, ma meglio noto per essere stato legato per anni a Luca Signorelli e altri fascisti “militari” degli anni ’60 e ’70. Non proprio uno di primo pelo, insomma.

Gli arrestati di oggi sarebbero però quattro, tra cui una donna. Per l’omicidio di Fanella erano già stati arrestati, come esecutori materiali, Giovanni Battista Ceniti, di Casapound, rimasto ferito durante il delitto, Egidio Giuliani e Giuseppe Larosa, rintracciati a Roma e a Novara lo scorso 7 settembre. E proprio Novara sembra essere uno dei centri principali dell’indagine. È stata infatti perquisita la sede della cooperativa sociale Multidea, fondata tra gli altri da Egidio Giuliani, nata per fornire un lavoro ai detenuti del carcere locale, in modo che potessero accedere ai benefici di legge. Larosa è invece uno dei “soci”.

Ma l’operazione riguarda anche numerosi altri territori, come il litorale romano di Ostia, in Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige. Gli indagati sarebbero tutti personaggi della destra fascista “pesante”, ed anche malavitosi con cui avrebbero fatto “affari”.

La cosa da sottolineare è che l’operazione è guidata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, non dagli organismi che istituzionalmente seguono l’eversione fascista (Digos, la sezione specifica dell’Aise, ecc). Come se la frenetica attività dei vari Carminati, Brugia, Giuliani, Macchi di Cellere e compagnia cantando non fossero mai state ritenute degne di attenzione. Una “stranezza” che ci conferma in pieno i dubbi sollevati in occasione dell’ultima relazione semestrale dei servizi segreti al Parlamento (http://contropiano.org/editioriali/item/25153-servizi-segreti-e-fascisti-distratti-indulgenti-complici?). In particolare, ci risultava davvero curioso che l’estensore della relazione considerasse inutile monitorare le attività dei fascisti, dedicando loro solo una mezza paginetta secondo cui sarebbero stati “impegnati nel sociale e nell’attività sulla rete per allargare la base della loro militanza”. Come “allargamento”, tra Mafia Capitale e omicidi per contendersi diamanti o appalti, non c’è male…