2015, l’anno orribile della disoccupazione. Renzi fa propaganda, intanto l’Istat gli dà torto.

Per quanto riguarda l’occupazione, l’ultima nota mensile del 2014 dell’Istat sull’andamento dell’economia italiana parla chiaro: se da una parte si arresta la caduta del Pil per quanto riguarda la disoccupazione, se possibile, c’è da attendersi un peggioramento. A parlare, del resto, sono i numeri: soltanto presso il ministero dello Sviluppo economico, a dicembre, i tavoli di crisi attivi sono 154, un numero superiore al 2013 che contava 147 dossier di crisi, con 130 mila lavoratori coinvolti. Più della metà dei tavoli è concentrata su circa una decina di settori. Ma nel 2015 a spaventare davvero ci saranno gli esuberi nella pubblica amministrazione. I primi candidati sono i lavoratori delle Province, cancellate da Renzi: si prevedono che se Regioni e Comuni non li assorbiranno rimarranno per strada più di diecimila persone. Sempre quest’anno, poi, giungeranno a maturazione decine d i migliaia di cassa integraezioni. Il Governo, in teoria, ha pronti i nuovi ammortizzatori sociali, il cui finanziamento però stenta a prendere corpo. 

Il primato negativo è dell’ l’Ict (13), seguito, a stretto giro, da automotive (11), edilizia (11), energia (10), chimica (9), agroalimentare (8), elettrodomestici (8), componenti elettrici (8), tessile, moda e calzaturiero (6), settore materiale ferroviario (6). La strategia di Renzi è tutta impostata sul colpo mediatico. Quindi, soluzioni per pochi casi, quelli più “visibili” e al centro di precisi interessi economici, per gli altri si preferisce calare un velo di silenzio. Grande spolvero, allora, per situazioni tipo Termini Imerese, il cui nuovo piano industriale comincia, pensate un po’, con la cassa integrazione, e l’Ast di Terni. Vertenze “positive” che non avranno alcun effetto trascinamento sul resto. Il 65% dei tavoli coinvolge aziende con più di 250 dipendenti. Da febbraio a novembre 2014, si sono conclusi con intese positive tendenzialmente positive 39 tavoli (circa il 25% del totale), 22 tavoli si sono conclusi con delle ristrutturazioni o conferme dell’attività, 16 si sono conclusi con delle cessioni a gruppi italiani o stranieri. In qualche caso ci sono state proteste eclatanti, come l’occupazione della Orte-Ravenna da parte delle tute blu della Ast di Terni. Gli stessi caricati brutalmente dalla polizia a Roma in piazza Indipendenza.

L’azienda con un fatturato di circa 2,3 miliardi nel 2013 e 2400 dipendenti apre l’anno dichiarando centinaia di esuberi e la volontà di chiusura di un forno e quindi di un serio colpo alla produzione. Si chiude a dicembre con un nuovo piano industriale per gli anni 2014.2018 che prevede 140 milioni di euro di investimento e l’obiettivo di almeno 1 milione di tonnellate di produzione e il mantenimento del secondo forno. Intanto, 310 lavoratori escono attraverso la procedura della mobilità volontaria. Altra vertenza approdata a un accordo dopo cinque anni di tribolazioni è quella dell’ex Fiat di Termini Imerese, con i suoi 760 lavoratori. L’intesa è stata firmata nella tarda serata dell’antivigilia di Natale, dopo l’operazione di capitalizzazione di Blutec, la newco che ha deciso di investire nel rilancio dell’impianto palermitano, e dopo il via libera dei lavoratori. L’accordo prevede, nei suoi punti essenziali, il progressivo rientro in fabbrica, da qui al 2018, di tutti gli addetti per la realizzazione di un piano industriale articolato in due fasi: la prima, che decollerà a gennaio prossimo, destinata alla produzione componentistica e la seconda finalizzata alla progettazione e alla realizzazione di due modelli di auto ibride (una di segmento A-B, l’altra di segmento B-C).C’e’ poi la vertenza dell’ex Irisbus, ex costola di Fiat Industrial, con il nuovo progetto, arrivato grazie alla determinazione degli operai, volto a creare un polo italiano dell’autobus. Perno dell’operazione è Industria Italiana Autobus, la newco costituita alla fine del 2014 (80% King Long Italia e 20% Finmeccanica), che sarà operativa dal primo gennaio 2015. A seguito della cessione da parte di Irisbus Italia spa del ramo d’azienda Irisbus Italia di Valle Ufita, la newco acquisirà 298 dipendenti mentre, a seguito della cessione di Bredamenarinibus del ramo d’azienda comprendente tutte le attività svolto presso lo stabilimento di Bologna, la IIA acquisirà 191 dipendenti.
Sull’Ilva, infine, la cordata costituita da Arcelor Mittal-Marcegaglia, in trattative col commissario Gnudi, potrebbe fare man bassa. Non senza un intervento preliminare da parte della mano pubblica che dovrebbe rimettere parzialmente in sesto la situazione. Quello che preoccupa di più è l’aspetto ambientale, lasciato da Renzi in oombra, visto che si va verso una modifica dei parametri previsti dall’Aia.

Il 2014 vede anche il passaggio della Lucchini di Piombino agli algerini di Cevital. Gli investimenti previsti ammontano complessivamente a un miliardo.Fin da subito, Cevital assumerà alle proprie dipendenze 1.860 lavoratori. Per la Lucchini-Ferriera di Servola il tavolo si è concluso con la cessione della ferriera da parte dell’amministrazione straordinaria della Lucchini al gruppo Arvedi di Cremona, che si è impegnato alla riqualificazione delle attività industriali e portuali e al recupero ambientale dell’area di crisi di Trieste. Ha trovato poi uno sbocco la vertenza della Piaggio Aero, che aveva presentato un nuovo piano con il trasferimento di tutte le attività produttive nel nuovo impianto di Villanova d’Albenga, l’esternalizzazione di 207 addetti e 165 dipendenti in esubero. Con l’azienda che ha deciso di non procedere ai licenziamenti e di far ricorso alla cigs.

Ma sul tavolo del Mise ci sono ancora numerose vertenze ancora aperte e complesse, come quella di Accenture in Sicilia, la cartiera Burgo in Abruzzo e la raffineria dell’Eni a Livorno. Tutti dossier che ora ora slittano al 2015.
Il dicastero di Via Veneto sarà coinvolto anche nella vertenza Meridiana, con al centro un piano di 1634 esuberi. Vertenza che ha visto una prima parziale schiarita la vigilia di Natale con la firma dell’accordo sulla mobilità volontaria, che consente ai lavoratori in eccedenza di accettare l’uscita dall’azienda su base volontaria, entro il 31 dicembre con la rinuncia al preavviso e un incentivo di 15 mila euro. L’accordo arriva in extremis per poter usufruire delle regole della mobilità pre legge Fornero, che decorrono al primo gennaio prossimo. Secondo stime di fonte sindacale, l’accord dovrebbe interessare circa 400 lavoratori. La partita per gli altri 1.200 entrerà nel vivo nel 2015.

Un’altra vertenza che ha lasciato molti lavoratori a casa è stata quella di Alitalia. A fronte degli investimenti messi in campo, tra le altre condizioni, la compagnia emiratina Etihad ha chiesto tagli al costo del lavoro equivalenti a 2.251 esuberi. Per 1.300 è previsto il teorico riassorbimento.
Sempre nei trasporti, c’è poi la vertenza di Ntv, la compagnia ferroviaria di Luca Cordero di Montezemolo. Rispetto alla iniziale tabella di marcia della trattativa, cominciata nel mese di ottobre, i tempi si sono decisamente allungati. Al centro il piano di riorganizzazione dell’azienda ferroviaria e i 248 esuberi, poco meno di un quarto della forza lavoro complessiva. Un nuovo round è previsto a gennaio.

Situazione particolare in Sardegna. Da nord a sud dell’isola gli operai delle industrie in crisi hanno passato il Capodanno con l’amaro in bocca. La mancanza di prospettiva per il futuro preoccupa non poco gli ormai ex lavoratori Alcoa che non hanno abbandonato le tende sotto le ciminiere neppure per la notte di San Silvestro, quelli di Ottana Polimeri, ormai da oltre due mesi in presidio permanente nella fabbrica, e quelli del polo petrolchimico di Porto Torres, che attendono di conoscere i prossimi passi per il rilancio delle produzioni della chimica verde e l’avvio delle bonifiche. Bruno Usai, delegato Rsu della
Fiom Cgil all’Alcoa di Portovesme ricorda le responsabilità dell’esecutivo: “Ci saremmo aspettati che venissero ritirare le lettere di licenziamento visto che esiste una trattativa in atto, ma anche che il Governo facesse qualcosa di più come è accaduto per altre vertenze, anche nate dopo la nostra, come quelle di Termini Imerese e dell’Ilva di Taranto. Invece non vediamo nessuna accelerazione e c’è preoccupazione perché se fallirà questa trattativa con Glencore rimarremo senza lavoro e senza prospettiva”.
Nel nord dell’Isola, dove tra gli altri ci sono anche 88 lavoratori Vinyls in mobilità, si guarda alle decisioni politiche di Governo nazionale e Regione. Massimiliano Muretti della Filctem Cgil di Sassari elenca alcuni problemi rimasti irrisolti, come la vendita della centrale elettrica di Fiumesanto o il riavvio delle riconversioni. La speranza è che queste risposte arrivino al più presto, ma c’è anche la delusione per la scarsa attenzione data dalla classe politica sarda ai problemi dei lavoratori”. Nel frattempo il 12 gennaio a Cagliari Cgil, Cisl e Uil dei chimici hanno organizzato un convegno per discutere delle prospettive del
settore in Sardegna.

Il senso della Costituzione

Il discorso di Napo­li­tano è tutto quello che ci si poteva aspet­tare in un com­miato dopo nove anni dif­fi­cili. Va dal ricordo al monito, all’auspicio. Non man­cano i toni crepuscolari.

Non stu­pi­sce cogliere una ferma difesa delle pro­prie scelte, soprat­tutto quelle fatte nel pas­sag­gio alla XVII legi­sla­tura nel 2013. In sostanza, riba­di­sce l’appoggio al governo Renzi, quasi a cer­ti­fi­carne con­clu­si­va­mente e senza pos­si­bi­lità di prova con­tra­ria la natura di «governo del Pre­si­dente». Gli argo­menti sono noti.

L’esigenza pre­mi­nente di sta­bi­lità, l’immagine inter­na­zio­nale dell’Italia, l’impellente neces­sità di un con­tra­sto effi­cace alla crisi. Si pote­vano per­se­guire i mede­simi obiet­tivi con scelte diverse? Ad esem­pio man­dando Ber­sani in Par­la­mento a cer­care una mag­gio­ranza per la fidu­cia, tor­nando alle urne in caso avesse fal­lito? Forse. È stata una let­tura della situa­zione poli­tica e isti­tu­zio­nale sostan­zial­mente non dis­si­mile da quella che, con il sup­porto di Napo­li­tano, aveva sug­ge­rito di ritar­dare il voto sulla mozione di sfi­du­cia con­tro Ber­lu­sconi, quel tanto che bastò al cava­liere per rigua­da­gnare con nobili argo­menti la man­ciata di voti neces­sa­ria a resi­stere (Camera dei depu­tati, 14 dicem­bre 2010, 314 no e 311 sì). Fu giu­sto, o sba­gliato? Scelte opi­na­bili, e tut­ta­via non incom­pa­ti­bili con la let­tura — fami­liare ai costi­tu­zio­na­li­sti — del ruolo del pre­si­dente come motore isti­tu­zio­nale nei momenti di crisi.

Quel che invece può far discu­tere dav­vero è la difesa nel merito, e per­sino nel det­ta­glio, delle scelte poli­ti­che poi fatte dal governo. Un apprez­za­mento non indi­spen­sa­bile. Volendo farlo, si dovrebbe guar­dare a tutti i risvolti, posi­tivi e nega­tivi. Così — dice Napo­li­tano — l’Italia ha colto l’opportunità del seme­stre di pre­si­denza del Con­si­glio per sol­le­ci­tare un cam­bia­mento nelle poli­ti­che dell’Unione. Ma vogliamo anche dire che i risul­tati sono scarsi o nulli? Apprezza il supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio. Ma non è forse vero che l’opposizione è stata ed è volta non al supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto, ma alla sosti­tu­zione del senato con un’assemblea non elet­tiva imbot­tita del peg­gior ceto poli­tico del paese? Una nuova legge elet­to­rale è un pas­sag­gio ine­lu­di­bile. Ma conta o no che in punti mol­te­plici la pro­po­sta in campo sia chia­ra­mente elu­siva dei prin­cipi sta­bi­liti dalla Corte costi­tu­zio­nale nella sen­tenza n. 1/2014? E il neces­sa­rio più vasto pro­gramma di riforme isti­tu­zio­nali e socio-economiche messo in can­tiere dal governo com­prende senza alter­na­tive il Jobs Act nella for­mu­la­zione con­clu­si­va­mente appro­vata e rea­liz­zata nei decreti dele­gati, o potrebbe avere avuto o avere una diversa decli­na­zione? E infine, il dub­bio prin­ci­pale: si può affi­dare un carico così pesante — e in spe­cie una radi­cale riforma della Costi­tu­zione — a isti­tu­zioni gene­ti­ca­mente distorte da una legge elet­to­rale inco­sti­tu­zio­nale, a una mag­gio­ranza che è tale pro­prio per norme incom­pa­ti­bili con la Carta fon­da­men­tale? E dun­que a una mag­gio­ranza che sod­di­sfa forse cri­teri di legit­ti­mità for­male, ma non di legit­ti­ma­zione sostanziale?

Tutto que­sto non com­pare nel discorso del Capo dello Stato. Dovrebbe? Sì, quanto meno per cenni. Soprat­tutto con­si­de­rando che per lo stesso Napo­li­tano il «senso della Costi­tu­zione» è una stella polare che va seguita per risa­nare e rilan­ciare il paese.

Ma cosa è il «senso della Costi­tu­zione»? Forse qual­che costi­tu­zio­na­li­sta stor­cerà il naso, per­ché non è giu­sti­zia­bile, e dun­que tam­quam non esset. Ma noi con­cor­diamo con Napo­li­tano. Il «senso della Costi­tu­zione» esi­ste, e dovrebbe anzi­tutto orien­tare la poli­tica e le isti­tu­zioni. Non è dato dal det­ta­glio del det­tato nor­ma­tivo, ma dal mes­sag­gio che la Costi­tu­zione com­ples­si­va­mente dà. Che è un mes­sag­gio non legato al tempo in cui è stata scritta, ma ha ad oggetto piut­to­sto il futuro, il modo di essere del paese e delle donne e uomini che in esso vivono. Ed è — a nostro avviso — un mes­sag­gio di soli­da­rietà, di diritti, di egua­glianza, di con­di­vi­sione, di par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, di aper­tura e di rap­pre­sen­ta­ti­vità della poli­tica e delle isti­tu­zioni. Un mes­sag­gio che non è fatto di arti­coli e commi, ma di un animo per­so­nale e col­let­tivo. E che ci orienta nella let­tura di quel che accade intorno a noi e nei nostri com­por­ta­menti pub­blici e pri­vati, indi­vi­duali e collettivi.

Non è dub­bio che nel «senso della Costi­tu­zione» ci sia tutto il neces­sa­rio per dare rispo­sta ai pro­blemi di oggi, per quanto pres­santi: dalla crisi eco­no­mica alla cor­ru­zione, alla riqua­li­fi­ca­zione della poli­tica, all’orgoglio di essere nazione. Ma altret­tanto non è dub­bio che il senso della Costi­tu­zione non sem­bra affatto ispi­rare l’azione del governo, e le scelte della mag­gio­ranza in par­la­mento. Al con­tra­rio, come abbiamo ripe­tu­ta­mente argo­men­tato. Del resto, non è un caso che la Costi­tu­zione non com­paia nel fio­rito elo­quio del pre­mier, che pure del par­lare s’intende, e molto. E che sia piut­to­sto parola d’ordine di quanti gufano.

Di tutto que­sto avremmo voluto sen­tire nel discorso di Napo­li­tano. Non avrebbe — a nostro avviso — inde­bo­lito la difesa delle sue scelte fon­da­men­tali e della sua pre­si­denza. L’avrebbe invece raf­for­zata. Per­ché la Costi­tu­zione è l’anima di un paese. E un paese che non crede nella sua Costi­tu­zione è un paese senz’anima.

Aumentano le autostrade dei capitalisti bollettari

Aumentano le autostrade dei capitalisti bollettari

Gli auguri di nuovo anno arrivano sempre puntuali e con la stessa formula: le tariffe autostradali aumentano dal primo gennaio. Ricordiamo – è necessario per gli smemorati – che le autostrade italiane sono state costruite con soldi pubblici (ovvero “nostri”, con le tasse), ma ad un certo punto sono state date in “concessione” a società private. In nome della “concorrenza” che avrebbe dunque dovuto anche far abbassare le tariffe.

Ideologia spicciola per regalare un business facile facile a imprenditori senza voglia di richiare (capofila è naturalmente Benetton, che gestisce la tratta più lunga e importante con “Autostrade per l’Italia”). Quale concorrenza è mai possibile tra tratte autostradali? Avete forse mai visto un “privato” costru.uire un’autostrada alternativa a quella esistente? Mica sono matti: costi altissimi, lievitazione delle perdite assicurata, tempi di ammortamento infiniti…

Bene. Questo carico negatio è lasciato ancora adesso allo Stato – con i nostri soldi – mentre ai “privati” è lasciato il privilegio di riscuotere al casello, senza aver investito una lira.

Siccome “c’è la concorrenza”, ma le autostrade sono anche un servizio di interesse pubblico, ogni anno i concessionari chiedono l’aumento delle tariffe. E l’ottengono.

La maggior parte delle società ha ottenuto un incremento dell’1,5%, più dell’inflazione 2014 ed anche di quella attesa nel 2015. Il ministero dei trasporti ha giustificato la decisione parlando di misura necessaria «in attuazione di quanto previsto nei vigenti atti convenzionali stipulati da Anas ora ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con le Società Concessionarie di autostrade, nonché dalla vigente normativa, maturano specifici adeguamenti dei pedaggi autostradali, da determinarsi in applicazione delle formule tariffarie previste negli atti convenzionali approvati e vigenti».

Non manca un tocco di presa per i fondelli. I. l ministero delle Infrastrutture “unitamente al ministero dell’Economia” .«hanno ritenuto obiettivo prioritario di interesse pubblico l’adozione di ogni misura idonea a consentire il superamento dell’attuale negativa congiuntura economico-finanziaria e considera la calmierizzazione degli adeguamenti tariffari per l’anno 2015, entro l’1,5%, una misura necessaria al conseguimento di tale obiettivo. Tale misura, peraltro, per non ostacolare il completamento degli investimenti previsti, deve necessariamente inserirsi nel contesto dei rapporti di concessione così come oggi sottoscritti e vincolanti per le parti».

Insomma: siate contenti, perché abbiamo limitato gli aumenti all’1,5%. Loro avevano chiesto naturalmente di più, ma noi pensiamo al vostro bene… Soprattutto a quello dei concessionari, però, che hanno promesso misteriosi “investimenti” da realizzarsi soltanto se c’era l’aumento. Tenuto conto che gli unici investimenti dei concessionari riguardano l’ordinaria manutenzione della rete autostradale, si può facilmente capire anche il margine di guadagno realizzato anno dopo anno. Della questione – e della sollecitudine delgoverno nei loro confronti – ci eravamo occupati già diversi giorni fa: http://contropiano.org/politica/item/28310-autostrade-di-governo.

lL’elenco degli aumenti: Asti-Cuneo 0,00%; ATIVA 1,50%; Autostrade per l’Italia 1,46%; Autostrada del Brennero 0,00%; Autovie Venete 1,50%; Brescia-Padova 1,50%; Consorzio Autostrade Siciliane 0,00%; CAV 1,50%; Centro Padane 0,00%; Autocamionale della Cisa 1,50%; Autostrada dei Fiori 1,50%; Milano Serravalle Milano Tangenziali 1,50%; Tangenziale di Napoli 1,50%; RAV 1,50%; SALT 1,50%; SAT 1,50%; Autostrade Meridionali (SAM) 0,00%; SATAP Tronco A4 1,50%; SATAP Tronco A21 1,50%; SAV 1,50%; SITAF 1,50%; Torino – Savona 1,50%; Strada dei Parchi 1,50%.

Buon anno dal governo Renzi! Ci sono altri 364 giorni così che ci attendono…

Il “ritmo” degli italiani? Soffrire la fame in sei milioni.

Ecco cosa ha prodotto la crisi. La faccia tosta del ministro Martina e l’elemosina di Renzi.
Ieri il ministro Martina, che Renzi ha messo alle Politiche agricole, rendeva edotti gli italiani sul fatto che la crisi ha prodotto sei milioni di persone che soffrono di “povertà alimentare”. Fuori della edulcorante metafora sociologica, questo dato vuol significare che una quantità di persone pari a due grandi città messe insieme soffrono la fame in Italia in questo momento. Una bella faccia tosta potrebbe osservare qualcuno. Una faccia tosta necessaria, che è servita a Martina per fare la propaganda di un non meglio specificato “piano alimentare” che da qui al 2020 con oltre 400 milioni di fondi europei e 70 milioni di risorse messe dallo Stato proverà a far fronte all’emergenza. Qui non si tratta nemmeno più dello Stato caritatevole ma dello Stato che fa la carità. Anzi, vista l’esiguità delle cifre si tratta di una vera e propria elemosina. Da notare che ce ne sono tre volte tanti (poco più di 17 milioni) che secondo la Cna sono a rischio di disagio sociale. Disagio sociale non vuol dire soffrire la fame ma non riu scire a pagare le bollette, essere indebitati e non poter mandare i propri figli all’università.  
Intanto, l’Unc ci fa sapere che i consumi delle famiglie dal 2008 al 2013 sono letteralmente precipitati. Secondo l’Unione nazionale consumatori a pagare il prezzo più alto sono le cosiddette famiglie numerose.
In particolare lo studio, basato su dati dell’Istat, registra “un crollo record, pari dell’11,63%, per i consumi delle coppie con tre o più figli, con una riduzione in valore assoluto di 4.526,88 euro su base annua (dai 38.933,4 del 2008 ai 34.406,52 del 2013)”. Ma non doveva essere lo Stato delle “politiche per la famiglia”? Al secondo posto, le coppie con due figli. I consumi annui per questa tipologia familiare scendono dai 37678,8 del 2008 ai 34691,16 del 2013, con una riduzione percentuale del 7,93% e una diminuzione in valore assoluto pari a 2987,64 euro”. “Al terzo posto di questa poco confortante classifica -fa notare l’Unc- le coppie con un figlio, che vedono ridursi i consumi annui dai 35910,36 euro del 2008 ai 33594,36 euro del 2013, con un calo del 6,45%, equivalente a 2316 euro su base annua”. Si evidenzia, inoltre, che “questi dati sono relativi alla spesa in valore delle famiglie, incorporano cioè sia la dinamica delle quantità che dei prezzi: in termini reali, dunque, il crollo è assai maggiore”.Se con la crisi le famiglie a reddito fisso hanno tagliato complessivamente la propria spesa di 1.283 euro annui rispetto alla spesa media delle famiglie (pari al -4,5%), quelle colpita da cassa integrazione raggiunge invece ben -3.497 euro (pari al -12,4%). Secondo l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, che ha basato le proprie stime su dati Istat e sulle proprie rilevazioni per il 2014,.i settori maggiormente colpiti dai tagli sono quello dell’abbigliamento e delle calzature e dell’arredamento. Significativi i tagli nel settore dell’alimentazione
e della salute. “Alla luce di tali dati – dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, Presidenti di Federconsumatori e Adusbef – è evidente la necessità di un intervento urgente del Governo, improntato al rilancio dell’occupazione e del potere di acquisto delle famiglie. Non dimentichiamo, infatti, che sulle spalle di molte famiglie a reddito fisso pesa il mantenimento di giovani e meno giovani che non trovano o hanno perso il lavoro. Per questo il primo passo per la ripresa è necessariamente l’avvio di un Piano Straordinario per il Lavoro”.

Jobs act, Babbo Natale regala tutto alle imprese. Il No della Fiom e la nota esplicativa della Cgil sui punti contestati

Susanna Camusso aveva detto, a caldo,che le norme del Jobs act sono, senza mezzi termini, “ingiuste, sbagliate e punitive”.Oggi il segretario della Fiom Maurizio Landini definisce i decreti “un regalo fatto alla vigilia di Natale agli imprenditori”. Renzi, dice, “ha fatto felice la Confindustria ma non certo i lavoratori e le lavoratrici e tanto meno i giovani e i precari, che non acquisiscono diritti in più: si tratta solo di meno diritti per tutti”.
Intanto, la Cgil affida ad una nota diramata poco fa un approfondimento della sua analisi.

“Altro che tutele crescenti, siamo alla monetizzazione dei diritti e al via libera alle imprese a licenziare in maniera discrezionale lavoratori singoli e gruppi di lavoratori. Più che di rivoluzione copernicana, siamo ad una delega in bianco alle imprese a cui viene appaltata la crescita. Queste misure ledono diritti collettivi ed individuali, cambiando per sempre il diritto del lavoro nel nostro Paese”, si legge nella nota della Cgil, che intanto dichiara di voler proseguire la sua mobilitazione. Questi i punti contestati dal sindacato:

  • Per i licenziamenti cd disciplinari il reintegro rimane solo per insussistenza del fatto materiale, utilizzando una formulazione che sostanzialmente rende possibile licenziare per motivi disciplinari anche se il licenziamento per motivi soggettivi prevedeva una sanzione inferiore o anche se il fatto imputabile al lavoratore non è giuridicamente rilevante. Anche in questo caso ci sarà solo l’indennizzo quantificato in ragione dell’anzianità.
  • Con il decreto al posto delle tutele crescenti si passa alla “monetizzazione crescente” dei diritti. I lavoratori ( operai, impiegati e quadri), infatti, potranno essere licenziati anche senza giusta causa ottenendo il solo indennizzo e questo varrà per i licenziamenti economici, per quelli disciplinari e per quelli collettivi.
  • Il Governo oltretutto, con la Legge di Stabilità, ha elargito alle imprese un contributo di 8060 euro per ciascun lavoratore assunto con il nuovo contratto, senza alcun vincolo che garantisca la stabilità delle assunzioni. L’impresa prenderà comunque l’incentivo anche se a fine anno licenzierà quel lavoratore, che si vedrà riconosciuto al massimo 4 mensilità il primo anno e 2 per ogni anno lavorato se appartenente ad un’impresa con più di 15 dipendenti o da 2 a 6 se appartenente ad una piccola impresa o alle cosiddette organizzazioni di tendenza (partiti e sindacati).
  • Con il decreto si è chiarito che le imprese avranno tutele certe quando licenziano senza giusta causa e i lavoratori a parte il titolo ” a tempo indeterminato” avranno un contratto più incerto e meno protezioni.
  • Avremo quindi regimi differenziati a seconda della data di assunzione, della dimensione dell’impresa e del contratto di lavoro perché sui contratti atipici non si prevede nulla. Un mondo del lavoro più diviso e meno sicuro è un contratto a tempo indeterminato che cambierà per sempre la sua fisionomia diventando un contratto a scadenza variabile in base alla convenienza dell’impresa di sostituire la forza lavoro.
  • Il Governo ha anche confermato che l’indennizzo per i licenziamenti economici può valere al massimo 24 mensilità come già previsto dalla Fornero, solo che in quel caso decideva il giudice, mentre ora sarà il datore di lavoro a valutare quando gli conviene licenziare un lavoratore per pagare di meno.
  • Punti discutibili riguardano l’opzione di conciliazione che viene posta al lavoratore in alternativa al ricorso giudiziario e per la quale si dimezza il massimo dell’indennità percepibile in relazione all’anno di anzianità specificando che è sottratta alla tassazione irpef e previdenziale ma comunque la metà di quanto previsto in via ordinaria e certificabile ” in una delle sedi previste dall’art 82 del decreto 276 ” senza identificare una modalità univoca e ampliando sedi e soggetti che possono certificare la conciliazione.