La sporca guerra dello Stato contro i No Muos

  • La sporca guerra dello Stato contro i No Muos

ROMA – Pur d’installare il MUOS in Sicilia, hanno violato perlomeno tre articoli della Costituzione e un’infinità di norme urbanistiche, ambientali e antimafia. Ministri e sottosegretari, governatori, assessori e funzionari regionali hanno mentito spudoratamente e impunemente; giudici, prefetti, questori e commissari hanno rispolverato leggi liberticide, fasciste e fascistoidi.

La realizzazione a Niscemi (Caltanissetta), all’interno di una straordinaria area protetta, del terminale terrestre del nuovo sistema di telecomunicazioni della Marina Usa, passerà alla storia per le innumerevoli, gravi e insanabili illegalità perpetuate dai poteri dello Stato e per aver sperimentato sulla pelle di centinaia di attivisti No war, principalmente giovani e donne, la scientifica brutalità, l’arbitrarietà e la spregiudicatezza degli apparati repressivi dello Stato.

Cariche e manganellate contro i manifestanti che bloccavano il via vai dei camion e dei mezzi militari; arresti, carcerazioni, espulsioni, condanne, sanzioni e multe per migliaia di euro. Difficilissimo tenere il conto degli atti lesivi del diritto e delle libertà personali prodotti dalle autorità in poco meno di tre anni per tentare di spezzare la resistenza No MUOS. L’esordio delle pratiche repressive in nome e per conto degli interessi geostrategici degli alleati d’oltreoceano risale all’8 settembre 2012, quando furono denunciati 17 attivisti che si erano recati di notte davanti ai cancelli della base di Niscemi per disturbare il sonno dei moderni cavalieri dell’apocalisse con mestoli e padelle. L’accusa fu di radunata sediziosa, manifestazione non autorizzata e danneggiamento di beni della Difesa, ma per l’inconsistenza dei rapporti di polizia il procedimento è stato poi archiviato. Grazie alle vecchie leggi contro il “terrorismo”, il 14 marzo 2013 furono effettuate irruzioni e perquisizioni nelle abitazioni di una decina di niscemesi, che diedero esito negativo. Nel successivo mese di aprile, i controlli, i fermi e le perquisizioni delle forze dell’ordine si fecero estenuanti specie sulle persone che più animavano il presidio permanente No MUOS realizzato nei pressi della grande installazione militare di proprietà e uso esclusivo delle forze armate a stelle e strisce. Furono emanati contravvenzioni e fogli di via; quando poi giorno 22 aprile, 7 giovani attivisti fecero ingresso all’interno della base per arrampicarsi su alcune antenne utilizzate per le trasmissioni ai sottomarini nucleari in immersione negli oceani, scattarono gli arresti per due di loro, con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali. Quando il GIP decise di non convalidare i fermi, la Procura di Caltagirone presentò ricorso in Cassazione e ottenne una decisione favorevole che legittimò l’operato della polizia. L’8 maggio 2013, durante un sit-in, furono arrestati altri due attivisti con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale ed uno anche per danneggiamento aggravato. Due minori catanesi furono denunciati per lesioni e violenze e iniziò un lungo e doloroso calvario giudiziario per le famiglie. Il procedimento a carico di uno di loro fu archiviato, mentre l’altro fu rinviato a giudizio e infine assolto per non aver commesso il fatto. Un altro arresto avvenne il 10 luglio 2013 a Gela in occasione delle proteste contro la commemorazione in pompa magna dello sbarco degli americani in Sicilia del 1943.

Dopo che il 9 agosto 2013 migliaia di persone occuparono pacificamente per alcune ore la base di Niscemi, le forze dell’ordine smistarono in tutta l’Isola decine di denunce per ingresso in luoghi dove l’accesso è vietato per interessi militari e ad alcuni anche per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Gli attivisti che il giorno prima dell’occupazione si erano arrampicati sulle antenne di trasmissione degli ordini di guerra del Pentagono, furono pure denunciati per interruzione di pubblico servizio. A fine luglio 2014 sono state emesse 29 ordinanze di misure cautelari nei confronti degli attivisti indagati per resistenza e violenza per l’occupazione del 9 agosto 2013. le ordinanze disponevano contestualmente il divieto di ingresso e dimora nel Comune di Niscemi, ma sono state annullate il 23 settembre dal Tribunale di Caltanissetta. Altre 9 persone risultano indagate per adunanza sediziosa, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale per le proteste al presidio No MUOS del 24 agosto 2013, mentre nel successivo novembre sono state eseguite due perquisizioni domiciliari e due sequestri per un lancio di uova ad un convoglio di soldati statunitensi. Per un incatenamento collettivo ai cancelli della base, il 25 gennaio 2014, dopo l’innalzamento delle parabole del MUOS, ancora avvisi per due attivisti, mentre dopo una seconda invasione non violenta della base, il 9 agosto 2014, sono state notificate una settantina di denunce anche contro manifestanti che si erano tenuti a debita distanza dall’infrastruttura militare. Per esplosioni pericolose, a fine gennaio 2015, cinque attivisti No MUOS sono stati denunciati per aver “salutato” con fuochi d’artificio il lancio da Cape Canaveral del terzo satellite MUOS. 

“Agli attivisti, le autorità di polizia hanno pure contestato reati come l’attentato alla sicurezza dei trasporti, il porto di oggetti atti ad offendere, ecc.”, denuncia Paola Ottaviano, componente del pool dei legali dei Comitati No MUOS. “Inoltre continuano ad essere emanati fogli di via obbligatori ex art. 2 del decreto 159/2011 che prescrivono il divieto di ingresso a Niscemi per tre anni. Uno dei due impugnati al Tar è stato annullato perché ritenuto illegittimo per violazione di legge, carenza d’istruttoria e difetto di motivazione. Per i sit-in fatti tra l’aprile e il giugno 2013 davanti i cancelli della base per denunciare l’ingresso degli operai al cantiere mentre era in vigore l’atto di revoca della Regione siciliana delle autorizzazioni ai lavori, sono state notificate decine di sanzioni amministrative che vanno da un minimo di 2.500 a un massimo di 10.000 euro. Per quei blocchi sono state rinviate a giudizio anche due rappresentanti del Comitato Mamme No Muos di Niscemi, procedimento che pende avanti il tribunale di Caltagirone. La legge prevede tra le cause di non punibilità, l’esercizio di una facoltà legittima, come il diritto ad esprimere il proprio pensiero e a manifestare, diritto costituzionalmente garantito. In quei mesi, ogni attività all’interno dei cantieri del MUOS era illegittima, e mentre nulla veniva fatto per impedire il prosieguo dei lavori, le autorità perseguitavano i cittadini e gli attivisti che ne denunciavano l’illegittimità e la presenza di aziende a cui la stessa Prefettura di Caltanissetta aveva negato la certificazione antimafia perché ritenute vicine ai boss mafiosi locali”.

Annunci

Governo, capitali e banche impopolari

1421956903

di Marco Bersani – comune info

Molto si è già detto e scritto sul decreto legge approvato dal governo Renzi che impone alle Banche popolari con asset superiori a 8 miliardi la trasformazione nell’arco di diciotto mesi in Società per azioni (leggi ad esempio Banche, la soluzione che cercavamo… di Andrea Baranes, ndr). Dall’utilizzo della decretazione senza le caratteristiche di urgenza e necessità (essendo l’unica urgenza in campo quella personale del premier di presentarsi in Europa con un nuovo coniglio estratto dal cappello) alla subalternità della politica agli interessi dei grandi capitali finanziari, che infatti festeggiano in Borsa il nuovo succulento boccone messo a cuocere in pentola per loro.

In un paese che negli ultimi venticinque anni è riuscito a produrre la performance, unica al mondo, di passare da un controllo pubblico sul sistema bancario pari al 74,5 per cento (1992) allo zero odierno, la trasformazione della natura delle Banche popolari (per ora solo le più grosse ed appetibili) dimostra la perseveranza senza soluzione di continuità con cui si cerca di smantellare ogni funzione pubblica e sociale del sistema finanziario. “Ci sono troppi banchieri e facciamo poco credito alle imprese e alle famiglie” ha detto impavido Renzi. Peccato che, dati alla mano, il provvedimento vada a colpire proprio l’unico settore che, al contrario, proprio durante la crisi ha aumentato il credito alle famiglie e alle piccole imprese.

Capiamo la difficoltà di chi vive di fantasmagorie nel prendere atto della realtà, ma basta consultare i dati della Cgia di Mestre per rendersene conto.

Nell’arco di tempo che va dall’inizio della fase di credit crunch (2011) sino alla fine del 2013, le Popolari hanno aumentato i prestiti alla clientela del 15,4 per cento;diversamente, quelle sotto forma di Spa e gli istituti di credito cooperativo hanno diminuito l’ammontare dei prestiti rispettivamente del 4,9 e del 2,2 per cento. Lo stesso trend negativo è stato registrato anche dalle banche estere presenti nel nostro Paese: sempre tra il 2011 e il 2013, i prestiti sono diminuiti del 3,1 per cento.

Inoltre, tra le dieci realtà che entro diciotto mesi dovranno adeguarsi alle nuove regole introdotte dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ci sono anche due Popolari venete: Veneto Banca e la Popolare di Vicenza. In questi ultimi anni (2010-2013) anche loro hanno incrementato il volume dei prestiti. Se per la prima l’aumento è stato del 2,5 per cento, per la seconda la crescita è stata addirittura del 9 per cento. Come si vede, il decreto governativo va esattamente in direzione contraria rispetto alle intenzioni dichiarate, peraltro aggiungendo elementi di dubbia costituzionalità, come la possibilità per la Banca d’Italia di vietare il recesso dei soci che non condividano la trasformazione societaria (!).

Senza alcuna esaltazione a prescindere delle banche popolari, diverse delle quali divenute nel tempo altro dalla loro mission originaria, risulta evidente come la loro trasformazione in Spa, avrà il risultato di eliminare presidi finanziari collegati al territorio e ai settori economicamente più fragili dello stesso, come le famiglie e le piccole e medie imprese. Infine, quanto all’idea che “una testa, un voto” sia un principio meno democratico del “ogni dollaro un voto”, oltre ad essere in contrasto con l’articolo 45 della Costituzione che riconosce e favorisce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità, evidenzia ancora una volta la fase di transizione epocale nella quale siamo da tempo immersi: dallo stato di diritto allostato di mercato.

Oliver Stone racconta il colpo di stato della Cia in Ucraina

Oliver Stone racconta il colpo di stato della Cia in Ucraina

“Ho intervistato Viktor Yanukovych per quattro ore a Mosca per un nuovo documentario in lingua inglese prodotto da ucraini. E’ stato il legittimo presidente dell’Ucraina fino a quando improvvisamente è stato rimosso il 22 febbraio di quest’anno.
Racconterò i dettagli nel documentario, ma sembra chiaro che i cosiddetti “tiratori” che hanno ucciso 14 uomini della polizia, ne hanno feriti circa 85 e hanno assassinato 45 civili che protestavano, erano provocatori infiltrati dall’estero. Molti testimoni, tra cui Yanukovich e funzionari di polizia, credono che questi individui stranieri siano stati introdotti da gruppi filo-occidentali con lo zampino della CIA.
Ricordate il cambio di regime/colpo di stato del 2002, quando Chavez è stato temporaneamente estromesso, dopo che manifestanti pro- e anti-Chavez erano stati colpiti da misteriosi cecchini nascosti in palazzine di uffici? Assomiglia anche alla tecnica usata all’inizio di quest’anno in Venezuela quando il governo legalmente eletto di Maduro è stato quasi rovesciato con l’uso di violenza mirata contro i manifestanti anti-Maduro.
Basta creare un bel po’ di caos, come ha fatto la CIA in Iran nel ’53, in Cile nel ’73 e in innumerevoli altri colpi di stato e il governo legittimo può essere rovesciato. E’ la tecnica del soft power americano noto come “Regime Change 101”.
In questo caso il “massacro del Maidan” è stato descritto dai media occidentali come il risultato dell’instabile, brutale governo filorusso di Yanukovich. Bisogna ricordare che Yanukovich il 21 febbraio fece un accordo con i partiti di opposizione e tre ministri degli esteri dell’UE – che volevano sbarazzarsi di lui andando a elezioni anticipate.
Il giorno dopo il patto era già senza più valore, quando gruppi radicali neonazisti armati fino ai denti costrinsero Yanukovych a fuggire dal paese dopo ripetuti tentativi di assassinio. Il giorno successivo è stato varato un nuovo governo filo-occidentale, immediatamente riconosciuto dagli Stati Uniti (come nel golpe contro Chavez 2002). Una storia sporca in tutto e per tutto, ma nel tragico seguito di questo colpo di stato, l’Occidente ha raccontato la versione dominante, quella della “Russia in Crimea”. Mentre la vera versione è “gli USA in Ucraina”.
La verità non va in onda in Occidente. Si tratta di una manipolazione surreale della storia che si sta verificando ancora una volta , come durante la campagna elettorale di Bush pre-Iraq, quella delle armi di distruzione di massa. Ma credo che la verità verrà finalmente fuori in Occidente, mi auguro in tempo per fermare un’ulteriore follia. Per una comprensione più ampia, si veda l’analisi di Pepe Escobar “Un nuovo arco di instabilità in Europa” che indica la crescente instabilità nel 2015, in quanto gli Stati Uniti non possono tollerare l’idea di una qualsiasi entità economica rivale. Si rimanda anche alla decima puntata de “La Storia mai raccontata“, dove discutiamo i danni degli imperi coloniali del passato, che non hanno permesso la nascita di paesi economicamente competitivi.”

2015, l’anno orribile della disoccupazione. Renzi fa propaganda, intanto l’Istat gli dà torto.

Per quanto riguarda l’occupazione, l’ultima nota mensile del 2014 dell’Istat sull’andamento dell’economia italiana parla chiaro: se da una parte si arresta la caduta del Pil per quanto riguarda la disoccupazione, se possibile, c’è da attendersi un peggioramento. A parlare, del resto, sono i numeri: soltanto presso il ministero dello Sviluppo economico, a dicembre, i tavoli di crisi attivi sono 154, un numero superiore al 2013 che contava 147 dossier di crisi, con 130 mila lavoratori coinvolti. Più della metà dei tavoli è concentrata su circa una decina di settori. Ma nel 2015 a spaventare davvero ci saranno gli esuberi nella pubblica amministrazione. I primi candidati sono i lavoratori delle Province, cancellate da Renzi: si prevedono che se Regioni e Comuni non li assorbiranno rimarranno per strada più di diecimila persone. Sempre quest’anno, poi, giungeranno a maturazione decine d i migliaia di cassa integraezioni. Il Governo, in teoria, ha pronti i nuovi ammortizzatori sociali, il cui finanziamento però stenta a prendere corpo. 

Il primato negativo è dell’ l’Ict (13), seguito, a stretto giro, da automotive (11), edilizia (11), energia (10), chimica (9), agroalimentare (8), elettrodomestici (8), componenti elettrici (8), tessile, moda e calzaturiero (6), settore materiale ferroviario (6). La strategia di Renzi è tutta impostata sul colpo mediatico. Quindi, soluzioni per pochi casi, quelli più “visibili” e al centro di precisi interessi economici, per gli altri si preferisce calare un velo di silenzio. Grande spolvero, allora, per situazioni tipo Termini Imerese, il cui nuovo piano industriale comincia, pensate un po’, con la cassa integrazione, e l’Ast di Terni. Vertenze “positive” che non avranno alcun effetto trascinamento sul resto. Il 65% dei tavoli coinvolge aziende con più di 250 dipendenti. Da febbraio a novembre 2014, si sono conclusi con intese positive tendenzialmente positive 39 tavoli (circa il 25% del totale), 22 tavoli si sono conclusi con delle ristrutturazioni o conferme dell’attività, 16 si sono conclusi con delle cessioni a gruppi italiani o stranieri. In qualche caso ci sono state proteste eclatanti, come l’occupazione della Orte-Ravenna da parte delle tute blu della Ast di Terni. Gli stessi caricati brutalmente dalla polizia a Roma in piazza Indipendenza.

L’azienda con un fatturato di circa 2,3 miliardi nel 2013 e 2400 dipendenti apre l’anno dichiarando centinaia di esuberi e la volontà di chiusura di un forno e quindi di un serio colpo alla produzione. Si chiude a dicembre con un nuovo piano industriale per gli anni 2014.2018 che prevede 140 milioni di euro di investimento e l’obiettivo di almeno 1 milione di tonnellate di produzione e il mantenimento del secondo forno. Intanto, 310 lavoratori escono attraverso la procedura della mobilità volontaria. Altra vertenza approdata a un accordo dopo cinque anni di tribolazioni è quella dell’ex Fiat di Termini Imerese, con i suoi 760 lavoratori. L’intesa è stata firmata nella tarda serata dell’antivigilia di Natale, dopo l’operazione di capitalizzazione di Blutec, la newco che ha deciso di investire nel rilancio dell’impianto palermitano, e dopo il via libera dei lavoratori. L’accordo prevede, nei suoi punti essenziali, il progressivo rientro in fabbrica, da qui al 2018, di tutti gli addetti per la realizzazione di un piano industriale articolato in due fasi: la prima, che decollerà a gennaio prossimo, destinata alla produzione componentistica e la seconda finalizzata alla progettazione e alla realizzazione di due modelli di auto ibride (una di segmento A-B, l’altra di segmento B-C).C’e’ poi la vertenza dell’ex Irisbus, ex costola di Fiat Industrial, con il nuovo progetto, arrivato grazie alla determinazione degli operai, volto a creare un polo italiano dell’autobus. Perno dell’operazione è Industria Italiana Autobus, la newco costituita alla fine del 2014 (80% King Long Italia e 20% Finmeccanica), che sarà operativa dal primo gennaio 2015. A seguito della cessione da parte di Irisbus Italia spa del ramo d’azienda Irisbus Italia di Valle Ufita, la newco acquisirà 298 dipendenti mentre, a seguito della cessione di Bredamenarinibus del ramo d’azienda comprendente tutte le attività svolto presso lo stabilimento di Bologna, la IIA acquisirà 191 dipendenti.
Sull’Ilva, infine, la cordata costituita da Arcelor Mittal-Marcegaglia, in trattative col commissario Gnudi, potrebbe fare man bassa. Non senza un intervento preliminare da parte della mano pubblica che dovrebbe rimettere parzialmente in sesto la situazione. Quello che preoccupa di più è l’aspetto ambientale, lasciato da Renzi in oombra, visto che si va verso una modifica dei parametri previsti dall’Aia.

Il 2014 vede anche il passaggio della Lucchini di Piombino agli algerini di Cevital. Gli investimenti previsti ammontano complessivamente a un miliardo.Fin da subito, Cevital assumerà alle proprie dipendenze 1.860 lavoratori. Per la Lucchini-Ferriera di Servola il tavolo si è concluso con la cessione della ferriera da parte dell’amministrazione straordinaria della Lucchini al gruppo Arvedi di Cremona, che si è impegnato alla riqualificazione delle attività industriali e portuali e al recupero ambientale dell’area di crisi di Trieste. Ha trovato poi uno sbocco la vertenza della Piaggio Aero, che aveva presentato un nuovo piano con il trasferimento di tutte le attività produttive nel nuovo impianto di Villanova d’Albenga, l’esternalizzazione di 207 addetti e 165 dipendenti in esubero. Con l’azienda che ha deciso di non procedere ai licenziamenti e di far ricorso alla cigs.

Ma sul tavolo del Mise ci sono ancora numerose vertenze ancora aperte e complesse, come quella di Accenture in Sicilia, la cartiera Burgo in Abruzzo e la raffineria dell’Eni a Livorno. Tutti dossier che ora ora slittano al 2015.
Il dicastero di Via Veneto sarà coinvolto anche nella vertenza Meridiana, con al centro un piano di 1634 esuberi. Vertenza che ha visto una prima parziale schiarita la vigilia di Natale con la firma dell’accordo sulla mobilità volontaria, che consente ai lavoratori in eccedenza di accettare l’uscita dall’azienda su base volontaria, entro il 31 dicembre con la rinuncia al preavviso e un incentivo di 15 mila euro. L’accordo arriva in extremis per poter usufruire delle regole della mobilità pre legge Fornero, che decorrono al primo gennaio prossimo. Secondo stime di fonte sindacale, l’accord dovrebbe interessare circa 400 lavoratori. La partita per gli altri 1.200 entrerà nel vivo nel 2015.

Un’altra vertenza che ha lasciato molti lavoratori a casa è stata quella di Alitalia. A fronte degli investimenti messi in campo, tra le altre condizioni, la compagnia emiratina Etihad ha chiesto tagli al costo del lavoro equivalenti a 2.251 esuberi. Per 1.300 è previsto il teorico riassorbimento.
Sempre nei trasporti, c’è poi la vertenza di Ntv, la compagnia ferroviaria di Luca Cordero di Montezemolo. Rispetto alla iniziale tabella di marcia della trattativa, cominciata nel mese di ottobre, i tempi si sono decisamente allungati. Al centro il piano di riorganizzazione dell’azienda ferroviaria e i 248 esuberi, poco meno di un quarto della forza lavoro complessiva. Un nuovo round è previsto a gennaio.

Situazione particolare in Sardegna. Da nord a sud dell’isola gli operai delle industrie in crisi hanno passato il Capodanno con l’amaro in bocca. La mancanza di prospettiva per il futuro preoccupa non poco gli ormai ex lavoratori Alcoa che non hanno abbandonato le tende sotto le ciminiere neppure per la notte di San Silvestro, quelli di Ottana Polimeri, ormai da oltre due mesi in presidio permanente nella fabbrica, e quelli del polo petrolchimico di Porto Torres, che attendono di conoscere i prossimi passi per il rilancio delle produzioni della chimica verde e l’avvio delle bonifiche. Bruno Usai, delegato Rsu della
Fiom Cgil all’Alcoa di Portovesme ricorda le responsabilità dell’esecutivo: “Ci saremmo aspettati che venissero ritirare le lettere di licenziamento visto che esiste una trattativa in atto, ma anche che il Governo facesse qualcosa di più come è accaduto per altre vertenze, anche nate dopo la nostra, come quelle di Termini Imerese e dell’Ilva di Taranto. Invece non vediamo nessuna accelerazione e c’è preoccupazione perché se fallirà questa trattativa con Glencore rimarremo senza lavoro e senza prospettiva”.
Nel nord dell’Isola, dove tra gli altri ci sono anche 88 lavoratori Vinyls in mobilità, si guarda alle decisioni politiche di Governo nazionale e Regione. Massimiliano Muretti della Filctem Cgil di Sassari elenca alcuni problemi rimasti irrisolti, come la vendita della centrale elettrica di Fiumesanto o il riavvio delle riconversioni. La speranza è che queste risposte arrivino al più presto, ma c’è anche la delusione per la scarsa attenzione data dalla classe politica sarda ai problemi dei lavoratori”. Nel frattempo il 12 gennaio a Cagliari Cgil, Cisl e Uil dei chimici hanno organizzato un convegno per discutere delle prospettive del
settore in Sardegna.

Il senso della Costituzione

Il discorso di Napo­li­tano è tutto quello che ci si poteva aspet­tare in un com­miato dopo nove anni dif­fi­cili. Va dal ricordo al monito, all’auspicio. Non man­cano i toni crepuscolari.

Non stu­pi­sce cogliere una ferma difesa delle pro­prie scelte, soprat­tutto quelle fatte nel pas­sag­gio alla XVII legi­sla­tura nel 2013. In sostanza, riba­di­sce l’appoggio al governo Renzi, quasi a cer­ti­fi­carne con­clu­si­va­mente e senza pos­si­bi­lità di prova con­tra­ria la natura di «governo del Pre­si­dente». Gli argo­menti sono noti.

L’esigenza pre­mi­nente di sta­bi­lità, l’immagine inter­na­zio­nale dell’Italia, l’impellente neces­sità di un con­tra­sto effi­cace alla crisi. Si pote­vano per­se­guire i mede­simi obiet­tivi con scelte diverse? Ad esem­pio man­dando Ber­sani in Par­la­mento a cer­care una mag­gio­ranza per la fidu­cia, tor­nando alle urne in caso avesse fal­lito? Forse. È stata una let­tura della situa­zione poli­tica e isti­tu­zio­nale sostan­zial­mente non dis­si­mile da quella che, con il sup­porto di Napo­li­tano, aveva sug­ge­rito di ritar­dare il voto sulla mozione di sfi­du­cia con­tro Ber­lu­sconi, quel tanto che bastò al cava­liere per rigua­da­gnare con nobili argo­menti la man­ciata di voti neces­sa­ria a resi­stere (Camera dei depu­tati, 14 dicem­bre 2010, 314 no e 311 sì). Fu giu­sto, o sba­gliato? Scelte opi­na­bili, e tut­ta­via non incom­pa­ti­bili con la let­tura — fami­liare ai costi­tu­zio­na­li­sti — del ruolo del pre­si­dente come motore isti­tu­zio­nale nei momenti di crisi.

Quel che invece può far discu­tere dav­vero è la difesa nel merito, e per­sino nel det­ta­glio, delle scelte poli­ti­che poi fatte dal governo. Un apprez­za­mento non indi­spen­sa­bile. Volendo farlo, si dovrebbe guar­dare a tutti i risvolti, posi­tivi e nega­tivi. Così — dice Napo­li­tano — l’Italia ha colto l’opportunità del seme­stre di pre­si­denza del Con­si­glio per sol­le­ci­tare un cam­bia­mento nelle poli­ti­che dell’Unione. Ma vogliamo anche dire che i risul­tati sono scarsi o nulli? Apprezza il supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio. Ma non è forse vero che l’opposizione è stata ed è volta non al supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto, ma alla sosti­tu­zione del senato con un’assemblea non elet­tiva imbot­tita del peg­gior ceto poli­tico del paese? Una nuova legge elet­to­rale è un pas­sag­gio ine­lu­di­bile. Ma conta o no che in punti mol­te­plici la pro­po­sta in campo sia chia­ra­mente elu­siva dei prin­cipi sta­bi­liti dalla Corte costi­tu­zio­nale nella sen­tenza n. 1/2014? E il neces­sa­rio più vasto pro­gramma di riforme isti­tu­zio­nali e socio-economiche messo in can­tiere dal governo com­prende senza alter­na­tive il Jobs Act nella for­mu­la­zione con­clu­si­va­mente appro­vata e rea­liz­zata nei decreti dele­gati, o potrebbe avere avuto o avere una diversa decli­na­zione? E infine, il dub­bio prin­ci­pale: si può affi­dare un carico così pesante — e in spe­cie una radi­cale riforma della Costi­tu­zione — a isti­tu­zioni gene­ti­ca­mente distorte da una legge elet­to­rale inco­sti­tu­zio­nale, a una mag­gio­ranza che è tale pro­prio per norme incom­pa­ti­bili con la Carta fon­da­men­tale? E dun­que a una mag­gio­ranza che sod­di­sfa forse cri­teri di legit­ti­mità for­male, ma non di legit­ti­ma­zione sostanziale?

Tutto que­sto non com­pare nel discorso del Capo dello Stato. Dovrebbe? Sì, quanto meno per cenni. Soprat­tutto con­si­de­rando che per lo stesso Napo­li­tano il «senso della Costi­tu­zione» è una stella polare che va seguita per risa­nare e rilan­ciare il paese.

Ma cosa è il «senso della Costi­tu­zione»? Forse qual­che costi­tu­zio­na­li­sta stor­cerà il naso, per­ché non è giu­sti­zia­bile, e dun­que tam­quam non esset. Ma noi con­cor­diamo con Napo­li­tano. Il «senso della Costi­tu­zione» esi­ste, e dovrebbe anzi­tutto orien­tare la poli­tica e le isti­tu­zioni. Non è dato dal det­ta­glio del det­tato nor­ma­tivo, ma dal mes­sag­gio che la Costi­tu­zione com­ples­si­va­mente dà. Che è un mes­sag­gio non legato al tempo in cui è stata scritta, ma ha ad oggetto piut­to­sto il futuro, il modo di essere del paese e delle donne e uomini che in esso vivono. Ed è — a nostro avviso — un mes­sag­gio di soli­da­rietà, di diritti, di egua­glianza, di con­di­vi­sione, di par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, di aper­tura e di rap­pre­sen­ta­ti­vità della poli­tica e delle isti­tu­zioni. Un mes­sag­gio che non è fatto di arti­coli e commi, ma di un animo per­so­nale e col­let­tivo. E che ci orienta nella let­tura di quel che accade intorno a noi e nei nostri com­por­ta­menti pub­blici e pri­vati, indi­vi­duali e collettivi.

Non è dub­bio che nel «senso della Costi­tu­zione» ci sia tutto il neces­sa­rio per dare rispo­sta ai pro­blemi di oggi, per quanto pres­santi: dalla crisi eco­no­mica alla cor­ru­zione, alla riqua­li­fi­ca­zione della poli­tica, all’orgoglio di essere nazione. Ma altret­tanto non è dub­bio che il senso della Costi­tu­zione non sem­bra affatto ispi­rare l’azione del governo, e le scelte della mag­gio­ranza in par­la­mento. Al con­tra­rio, come abbiamo ripe­tu­ta­mente argo­men­tato. Del resto, non è un caso che la Costi­tu­zione non com­paia nel fio­rito elo­quio del pre­mier, che pure del par­lare s’intende, e molto. E che sia piut­to­sto parola d’ordine di quanti gufano.

Di tutto que­sto avremmo voluto sen­tire nel discorso di Napo­li­tano. Non avrebbe — a nostro avviso — inde­bo­lito la difesa delle sue scelte fon­da­men­tali e della sua pre­si­denza. L’avrebbe invece raf­for­zata. Per­ché la Costi­tu­zione è l’anima di un paese. E un paese che non crede nella sua Costi­tu­zione è un paese senz’anima.