Oliver Stone racconta il colpo di stato della Cia in Ucraina

Oliver Stone racconta il colpo di stato della Cia in Ucraina

“Ho intervistato Viktor Yanukovych per quattro ore a Mosca per un nuovo documentario in lingua inglese prodotto da ucraini. E’ stato il legittimo presidente dell’Ucraina fino a quando improvvisamente è stato rimosso il 22 febbraio di quest’anno.
Racconterò i dettagli nel documentario, ma sembra chiaro che i cosiddetti “tiratori” che hanno ucciso 14 uomini della polizia, ne hanno feriti circa 85 e hanno assassinato 45 civili che protestavano, erano provocatori infiltrati dall’estero. Molti testimoni, tra cui Yanukovich e funzionari di polizia, credono che questi individui stranieri siano stati introdotti da gruppi filo-occidentali con lo zampino della CIA.
Ricordate il cambio di regime/colpo di stato del 2002, quando Chavez è stato temporaneamente estromesso, dopo che manifestanti pro- e anti-Chavez erano stati colpiti da misteriosi cecchini nascosti in palazzine di uffici? Assomiglia anche alla tecnica usata all’inizio di quest’anno in Venezuela quando il governo legalmente eletto di Maduro è stato quasi rovesciato con l’uso di violenza mirata contro i manifestanti anti-Maduro.
Basta creare un bel po’ di caos, come ha fatto la CIA in Iran nel ’53, in Cile nel ’73 e in innumerevoli altri colpi di stato e il governo legittimo può essere rovesciato. E’ la tecnica del soft power americano noto come “Regime Change 101”.
In questo caso il “massacro del Maidan” è stato descritto dai media occidentali come il risultato dell’instabile, brutale governo filorusso di Yanukovich. Bisogna ricordare che Yanukovich il 21 febbraio fece un accordo con i partiti di opposizione e tre ministri degli esteri dell’UE – che volevano sbarazzarsi di lui andando a elezioni anticipate.
Il giorno dopo il patto era già senza più valore, quando gruppi radicali neonazisti armati fino ai denti costrinsero Yanukovych a fuggire dal paese dopo ripetuti tentativi di assassinio. Il giorno successivo è stato varato un nuovo governo filo-occidentale, immediatamente riconosciuto dagli Stati Uniti (come nel golpe contro Chavez 2002). Una storia sporca in tutto e per tutto, ma nel tragico seguito di questo colpo di stato, l’Occidente ha raccontato la versione dominante, quella della “Russia in Crimea”. Mentre la vera versione è “gli USA in Ucraina”.
La verità non va in onda in Occidente. Si tratta di una manipolazione surreale della storia che si sta verificando ancora una volta , come durante la campagna elettorale di Bush pre-Iraq, quella delle armi di distruzione di massa. Ma credo che la verità verrà finalmente fuori in Occidente, mi auguro in tempo per fermare un’ulteriore follia. Per una comprensione più ampia, si veda l’analisi di Pepe Escobar “Un nuovo arco di instabilità in Europa” che indica la crescente instabilità nel 2015, in quanto gli Stati Uniti non possono tollerare l’idea di una qualsiasi entità economica rivale. Si rimanda anche alla decima puntata de “La Storia mai raccontata“, dove discutiamo i danni degli imperi coloniali del passato, che non hanno permesso la nascita di paesi economicamente competitivi.”

Otto mesi senza Vadim

vadim bandieraLa testimonianza di Fatima Papura, madre del giovane comunista vittima del rogo della Casa dei Sindacati di Odessa

Fonte: sito del Comitato per la Liberazione di Odessa, Комитет освобождения Одессы
www.2may.org
Traduzione dal russo di Flavio Pettinari per Marx21.it

Il dolore di una madre che ha perso il proprio figlio non può essere descritto. Il dolore brucia tutto dentro. La vita perde di senso. Il tempo si ferma. A causa dell’odio umano, della disperazione, del radicalismo, 8 mesi fa Fatima Papura ha perso il bene più prezioso della sua vita – il suo unico figlio, il diciassettenne Vadim. Vadim è stato la più giovane vittima del 2 maggio alla Casa dei Sindacati, è caduto dalla finestra dell’edificio in fiamme. A terra, lo hanno finito i nazionalisti ucraini. La donna colpita da questa disgrazia ha accettato di raccontare al “Comitato 2 Maggio” la vita di Vadim e quel giorno terribile, quando questa vita è stata tragicamente interrotta.

Il venerdì nero, ovvero il giorno in cui tutto è finito

Era un normale venerdì, un giorno libero di maggio. Al mattino – niente di particolare. I genitori hanno iniziato le pulizie di primavera. Vadim, come al solito, li ha aiutati. Poi si è messo a leggere dei libri.

«Ha detto che forse sarebbe andato a dare una mano al Campo di Kulikovo – ricorda Fatima Papura – “forse, se mi chiamano”. Quando sono iniziati i fatti di via Grecheskaja lui era ancora a casa. Insieme guardavamo la diretta in televisione. Non potevo immaginare l’orrore che sarebbe accaduto. Quando ho visto che su via Grecheskaja iniziavano a sparare e a prendere le pietre dal selciato, ho capito subito che non si trattava di gente di Odessa. Nessun odessita si comporterebbe in modo così offensivo verso la sua città».

Il momento in cui Vadim è uscito di casa, Fatima Papura lo ricorda vagamente: ha raccolto in fretta le sue cose ed è uscito inosservato. A quanto pare lo hanno o chiamato, o gli hanno scritto sui social network. Il momento in cui è uscito lo ricorda bene la nonna. Quando gli ha chiesto dove andasse, Vadim a risposto: «Vado a difendervi». I genitori, poi, non lo hanno più visto vivo…

«Ci chiamò alle 6 dalla Casa dei Sindacati. Disse: “Mamma, sono al Campo di Kulikovo, nella Casa dei Sindacati. Per favore, non fare l’eroe, non venire qui” – racconta con amarezza Fatima – questa è stata l’ultima telefonata».

Vedendo cosa stava accadendo al Campo di Kulikovo e poi nella casa dei Sindacati, i genitori di Vadim hanno chiamato la Pubblica Sicurezza: «Guardate, la Casa dei Sindacati è in fiamme, c’è gente dentro!». In risposta, la voce metallica del centralino: “Sì, grazie”. Le chiamate alla polizia furono anch’esse del tutto inutili: semplicemente non rispondevano al telefono.

«Dopo di questo, io e mio marito abbiamo deciso di andare al Campo di Kulikovo. Siamo andati a salvare nostro figlio. Per molto tempo non potevamo partire: non c’erano né pulmini, autobus o taxi. Abbiamo aspettato con difficoltà l’arrivo del tram. Siamo arrivati là alle sette e mezza. I vigili del fuoco avevano già spento tutto.

Non dimenticherò mai l’orrore che abbiamo visto sul Campo di Kulikovo. La folla scatenata, delle vere bestie, o anche peggio… gli animali uccidono solo per fame.

Là c’erano delle giovani ragazze, anche se non posso chiamarle ragazze – ragazzine di sedici anni. Nella mia testa non riesco a comprendere il perché di quello che gridavano… La gente si nascondeva sul tetto, loro facevano luce con dei fari e incitavano: “Forza, buttati!”. Abbiamo visto un uomo bruciato rimasto bloccato sul davanzale della finestra. E loro lo schernivano puntando le luci contro di lui… Là c’erano dei veri fascisti. Perché sono andati là per uccidere i propri concittadini. Sono andati deliberatamente per uccidere. E quel ghigno feroce, quell’odio… Quegli occhi folli, la folle espressione delle loro facce…» racconta a stento Fatima Papura.

Quello che stava accadendo sembrava un incubo. Ma i genitori di Vadim avevano un solo scopo – trovare e salvare il proprio figlio. Fatima Papura provò ad entrare nella Casa dei Sindacati, ma i nazionalisti glielo hanno impedito.

La speranza s’è accesa per un attimo quando dall’edificio bruciato la polizia ha iniziato a tirare fuori chi era rimasto dentro. Per tre ore i genitori hanno cercato tra gli arrestati il proprio figlio, ma inutilmente. Vadim non c’era.

«Avevamo una gran sete e siamo andato alla stazione a comprare dell’acqua. Quando tornavamo, abbiamo visto che dalla parte destra della Casa dei Sindacati giacevano a terra dei corpi. Attorno un cordone di polizia. Ci siamo avvicinati. Mio marito mi ha chiesto se avessi visto Vadim. Ho risposto di no, ma poi… abbiamo visto su uno dei corpi i pantaloncini della tuta di nostro figlio, e abbiamo capito tutto… ».

La nostra conversazione si interrompe. Capire quanto possa essere difficile per questa donna ripercorrere di nuovo e ancora gli eventi di quel giorno terribile è impossibile.

Anche a me, giornalista, che ho ascoltato decine di storie simili, il cuore batteva di dolore e venivano le lacrime agli occhi.

«Stanno affossando le indagini»

L’identificazione, i funerali… tutto questo è passato davanti all’infelice donna come nella nebbia. Ora per lei la cosa assolutamente più importante è che gli assassini del figlio vengano trovati e puniti secondo la legge. Ma è difficile credere nel buon esito delle indagini.

«Nessuno dice niente. Io non voglio andare dagli investigatori, a chiedere, a pregarli… Nessuno sta conducendo realmente le indagini. C’è moltissimo materiale video dove si vedono i volti, si vedono quelli che uccidono. C’è un video molto chiaro dell’uomo che ha strangolato la donna nell’ufficio, sono noti i suoi dati personali, l’indirizzo. Ma è in libertà. Stanno affossando le indagini».

Fatima Papura racconta che durante gli interrogatori, il giudice istruttore le ha fatto una sola domanda: «Che ci vi faceva Suo figlio al Campo di Kulikovo?» «E qualsiasi cosa stesse facendo, chi aveva il diritto di ucciderlo? Chi ha dato a chi l’ordine di fare quello che è stato fatto al Campo di Kulikovo?», chiede indignata la donna.

«Dal giudice istruttore sono stata 2 o 3 volte. Poi ho smesso di andarci perché quelle visite erano non molto piacevoli. Mio padre ci è andato, per cercare di sapere qualcosa. Ma nessuno non dice e non fa niente.

Tutti capiscono perfettamente perché l’indagine non va avanti. Perché i manifestanti del Campo di Kulikovo sono accusati di separatismo, terrorismo, di essersi da soli dati alle fiamme. Ma queste sono sciocchezze. Non c’era alcun separatista. Non si trattava della divisione dell’Ucraina. I manifestanti erano là contro il fascismo. Contro tutto ciò che sta accadendo adesso nello stato. Nel paese il fascismo avanza, a viso aperto e impunito. Trovo spaventoso che là c’erano molti giovani, che possono continuare a camminare per le strade sentendosi impuniti. Uccideranno ancora altre persone. Non avranno alcun limite: bambino, donna, o vecchio che sia. Le autorità non puniscono o reprimono i loro crimini. E, purtroppo, più passa il tempo e meno possibilità abbiamo che possa prima o poi prevalere la giustizia», conclude Fatima Papura.

Un ragazzo ordinario e straordinario

Anche se Fatima Papura nella nostra intervista ripete spesso che figlio era un “ragazzo normale”, ci si rende conto che invece era diverso dai suoi coetanei. Diligente, responsabile, buono, onesto, gentile, coraggioso: non a tutti i diciassettenni sono date queste qualità.

«Vadim aveva i suoi principi, la sua visione e i suoi scopi nella vita. Gli piaceva studiare all’università, era entrato a scienze politiche. Era un ragazzo versatile, giocava bene a scacchi e suonava benissimo il piano. E non, come molti, “sotto forzatura”. Lui stesso ha cercato e trovato il corso, l’insegnante, andava da solo e con soddisfazione alle lezioni», ricorda Fatima Papura. Vadim era appassionato di modellismo, aveva una collezione di modellini di aerei, amava i film sulla Grande Guerra Patriottica. E’ stato il primo a vedere “La Fortezza di Brest”. Un film duro. Io non sono riuscita a vederlo. Lui lo ha visto dall’inizio alla fine e alla fine si è commosso fino alle lacrime. Questo film racconta l’eroismo del popolo, dei soldati, degli ufficiali».

A 16 anni, Vadim Papura è entrato nel Komsomol (l’organizzazione giovanile del Partito Comunista d’Ucraina, NdT). Di propria iniziativa ha contattato l’organizzazione del Komsomol ed è entrato a farne parte. Nel 2012 è stato anche a Kiev, al congresso.

«Prese questa decisione da solo – ci spiega la mamma di Vadim – e noi lo abbiamo sostenuto perché nei principi del Komsomol non c’è niente di sbagliato. Sono posizioni assolutamente giuste che creano la spina dorsale di una persona. Vadim aveva assorbito tutti i giusti principi e le giuste posizioni di questo movimento. Dopo tutto, cosa insegna il Komsomol? Ad essere onesti, generosi, a rivolgersi alle altre persone con gentilezza e comprensione, a realizzare i propri scopi. Ma la maggior parte dei giovani oggi non ha alcun limite o regola», considera Fatima Papura.

Anche i compagni di classe parlano di Vadim come di un ragazzo considerevole. Un caso emblematico, quando qualcuno dei compagni di classe ha detto delle parolacce in presenza di una ragazza e Vadim lo ha costretto a chiedere scusa.

«Vadim odiava le parolacce e le ingiurie, soprattutto con le ragazze – racconta Fatima Papura – quando andavamo insieme con i mezzi pubblici usciva per primo e dava la mano per aiutare a scendere. Abbiamo cercato di infondergli queste qualità, essere gentile, aiutare. Ad esempio, quando a scuola c’erano degli incontri fuori, le pulizie, non permetteva mai alle ragazze di portare i secchi pesanti, ci pensava lui».

Quanto bene avrebbe potuto fare Vadim nella sua vita. Ma ora non può più…

La vita senza il figlio

Nella casa di Fatima Papura, tutto ricorda Vadim. Ecco la sua fotografia dove con i suoi occhi buoni, puliti, guarda la sua mamma, solo in basso a destra il nastro nero, come una scia dell’incendio. Ecco la pila dei quaderni dell’università, in cui Vadim sembra che solo ieri annotava gli appunti delle lezioni. La scacchiera, ma ora il padre non ha nessuno con cui giocare.

«Dicono che adesso l’immagine di mio figlio è diventata per molti antifascisti il simbolo della lotta contro il fascismo. Se questo può aiutarli nella lotta, ne sarò soltanto felice perché adesso non sono in molti quelli che possono unire la gente per uno scopo nobile, anche se dopo la morte.

Mi manca molto – piange la donna – è davvero dura senza di lui. E’ scomparsa la persona per cui vivevamo. In lui vedevamo il senso della nostra esistenza, il complesso della nostra vita. Non augurerei a nessuno di vivere neanche una piccola parte della disgrazia e della disperazione che si sono sedimentate nel mio cuore dopo il 2 maggio».

Alle fine della nostra conversazione, Fatima ricorda un fatto accaduto alla vigilia della morte del figlio. Vadim stava presentando una tesina di scienze politiche. Al membro del Komsomol avevano dato un quattro (i voti in Ucraina vanno dall’1 al 5, il voto massimo, NdT) e hanno aggiunto un altro punto perché non ha reagito alle parole scritte su un foglio di carta, “comunista alla forca”, esposto da sue compagne di classe. Più tardi, ai funerali di Vadim, le ragazze si sono pentite della loro azione, piangevano. Ma era troppo tardi…

Ricordate queste parole, quando la prossima volta vorrete insultare chi la pensa diversamente da voi.

Comitato 2 Maggio

Fonte: sito del Comitato per la Liberazione di Odessa, Комитет освобождения Одессы

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Jobs act, Renzi straccia la Costituzione come Troika docet: lo scandalo dei licenziamenti collettivi. Intervento di Cremaschi

Era lecito domandarsi a che servisse togliere la tutela dell’articolo 18 a tutti i nuovi assunti, quando non si creano nuovi posti di lavoro e la disoccupazione aumenta.
Il decreto natalizio del governo Renzi supera questa contraddizione. Senza che se ne fosse minimamente accennato nella discussione parlamentare sulla legge delega, il testo sfrutta al massimo l’incostituzionale mandato in bianco imposto col voto di fiducia e estende la franchigia anche al mancato rispetto delle regole sui licenziamenti collettivi. La legge 223 infatti, recependo principi e regole in vigore in tutti i paesi industriali più avanzati e sostenute con forza da tutte le organizzazioni internazionali, Onu in testa, da oltre venti anni disciplina i licenziamenti collettivi per crisi, stabilendo criteri e regole nel loro esercizio. Ad esempio essa applica un concetto principe del diritto del lavoro degli USA, la “seniority list ” . Se proprio si deve licenziare si parte dagli ultimi arrivati , dai più giovani, da coloro che non hanno carichi familiari e si risale verso le madri e gli anziani capi di famiglia. In vetta a quella lista, nelle aziende Usa sindacalizzate, stanno addirittura i rappresentanti dei lavoratori. In Italia non siamo così rigidi, ma il senso della regola è lo stesso. La 223 stabilisce che solo con un accordo sindacale controfirmato da una pubblica autorità si possa derogare ai criteri dell’anzianità e dei carichi familiari. Così son state definite con le aziende, da ultimo con Meridiana, le uscite dei più anziani, in grado di raggiungere la pensione con la indennità di mobilità.

Se un’azienda prima del decreto Renzi avesse voluto fare licenziamenti indiscriminati di massa , avrebbe subìto un doppio danno. Avrebbe dovuto pagare consistenti penali e avrebbe rischiato la reintegra da parte di un giudice di tutti i dipendenti licenziati senza il rispetto di regole e procedure. Questo vincolo ha frenato i licenziamenti di massa, anche in una crisi senza precedenti come quella attuale. Ora viene tolto e le aziende potranno liberamente sbarazzarsi, per crisi e ragioni economiche, di lavoratrici e lavoratori che hanno l’articolo 18 e sostituirli con dipendenti precari a vita, pagati molto meno e per la cui assunzione riceveranno anche un consistente finanziamento pubblico.

La portata reazionaria di questo decreto mostra tutta la malafede di un governo che sa perfettamente che la liberalizzazione dei licenziamenti non ha mai prodotto, né mai produrrà un solo posto di lavoro aggiuntivo a quelli esistenti. Nessuno assume in più se non ha lavoro in più da far fare. Ma se viene offerta la possibilità di realizzare, a condizioni più che favorevoli, quello che le imprese chiamano il ricambio organico del personale, perché rifiutarla? Questo è lo scopo vero del Jobact : un gigantesco scambio di manodopera tra chi ha più e chi ha meno diritti e salario. Come più di cento anni fa, quando i braccianti venivano cacciati dalla terra che avevano coltivato, perché agrari e baroni reclutavano gente più povera disposta a subire condizioni peggiori.

Non solo il Jobact non fa nulla contro la disoccupazione, ma anzi proprio per funzionare ha bisogno di una massa ricattabile di senza lavoro, senza i quali le sue norme resterebbero lettera morta. Alla fine l’ occupazione complessiva sarà ancora minore, come già sapientemente prevede la Confindustria, ma quella rimasta somiglierà molto di più a quella che lavora oggi in Cina rispetto a quella che aveva conquistato diritti e dignità in Italia. Le imprese rimaste festeggeranno per i maggiori profitti, mentre il lavoro sarà sottoposto alla schiavitù di un Medio Evo tecnologico.
A questo punto non serve aggiungere altre parole. Ogni atto del governo Renzi rappresenta una coerente azione di restaurazione sociale. Non si colpisce solo il lavoro, ma la scuola, la sanità. i servizi pubblici, mentre si rafforzano le spese militari. Quando si interviene, come all’Ilva, lo si fa per permettere alle multinazionali cui verrà ceduta di risparmiare i costi del risanamento e degli investimenti. Tutte le riforme politiche proposte stravolgono principi e libertà costituzionali.

Ma a questo punto continuare a rimproverare a Renzi e a Giorgio Napolitano, che ne è il primo sostegno, di fare quello che dichiarano di voler fare non serve a niente. Il governo Renzi è la personalizzazione della distruzione della Costituzione Repubblicana, è nato e opera per questo. Rappresenta una classe dirigente italiana che ha deciso che il sistema sociale e democratico del dopoguerra non possa più essere mantenuto, di fronte ai vincoli della Troika e della finanza globale. O si contestano quei vincoli, euro compreso, o si insegue il modello del capitalismo selvaggio senza vincoli. Renzi e Napolitano hanno scelto di essere fino in fondo fedeli esecutori di quei vincoli, per questo oggi son avversari di tutto ciò che nella storia italiana ha significato progresso sociale e democratico. Renzi e Napolitano hanno scelto e chi si oppone a questa loro scelta deve essere altrettanto intransigente e rigoroso. Altrimenti la coerenza reazionaria del governo sarà la sola devastante forza in campo .

UNA PERICOLOSA “ALTERNATIVA” TEDESCA

Una pericolosa “alternativa” tedesca

La Destra in Germania attraversa una fase di fermento e di ristrutturazione. Emergono nuovi movimenti non dichiaratamente neonazisti, ma che dietro il “doppiopetto” nascondono temi xenofobi e nazionalistici e sfruttano il malessere e il risentimento sociale della piccola borghesia. Tra queste forze spiccano la AfD (Alternative für Deutschland), e la PEGIDA, acronimo che sta per Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente.

di Corrado Lampe

All’inizio c’era la “AfD“, Alternative für Deutschland (alternativa per la Germania), un movimento/partito euroscettico apparso dopo il riassorbimento dei “Pirati” e la riduzione del partito liberale alle dimensioni di una bocciofila. Per la prima volta dalla fine della guerra una formazione politica non palesemente di estrema destra faceva propri temi antieuropei e razzisti. Ed ancora dal partito liberale provenivano alcuni dirigenti, i quali si erano immediatamente distinti per le proprie idee confuse, ma tendenti chiaramente alla xenofobia con un tono di sottofondo antisemita, che la FDP non era mai riuscita a dissimulare completamente e che per loro bocca veniva chiaramente a galla.
La stampa allineata ha tentato in modo più o meno scoperto di aiutare la crescita di questa formazione dalla spontaneità dubbia e dai finanziamenti poco trasparenti, a parte i quasi due milioni di rimborso elettorale avuti dallo Stato. Proprio dal loro principale finanziatore, l’armatore Folkard Edler, si capisce in che direzione intendono marciare: no all’euro e profughi a casa loro.

Elettoralmente non sono riusciti a superare la soglia del 5% a livello nazionale, ma hanno ormai diversi rappresentanti nei parlamenti dei Länder e una pattuglia di 7 deputati al Parlamento Europeo, accolti a braccia aperte dagli euroscettici di destra.
Che l’AfD volesse pescare voti in una fascia di elettori moderati delusi dalla CDU lo facevano capire slogan del tipo: “I greci soffrono, i tedeschi pagano e le banche incassano”, riunendo in una sola frase tipi diversi di malcontento. Ma quando si tratta di parlare degli organi di informazione, la loro vera anima si palesa. Per l’AfD i giornalisti sono il “branco mediatico”, un modo di esprimersi che ricorda perfettamente il linguaggio di Goebbels, il diabolico propagandista di Hitler.

Mancato il successo della sedicente Alternativa per la Germania, un nuovo movimento si è ora come d’incanto materializzato a Dresda.
Si chiama PEGIDA, acronimo in stile tedesco che significa: Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente. Si sono così visti sfilare per le strade di Dresda circa 10.000 cittadini tutti uniti contro “l’estremismo islamico”, in difesa della “essenza umana cristiana”.
Il successo sorprende per davvero.
Innanzitutto in tutta la Sassonia, di cui Dresda è la capitale, gli immigrati sono circa il 2 per cento e i mussulmani in particolare appena lo 0,1 per cento. I motivi devono dunque stare da qualche altra parte e i partecipanti, assolutamente eterogenei, o sono dei paranoici oppure sono spinti da motivi non ancora individuati, ma dimostrano, comunque, che risentimenti nazionalistici e razzismo sono diffusi anche nel mezzo della popolazione e non più patrimonio esclusivo dei naziskin.
Robert Koall, direttore artistico del Teatro di Stato di Dresda, ritiene che non esista ancora una sorta di guerra civile, ma mette in guarda da interpretazioni troppo affrettate. Non è un fuoco di paglia, ma si tratta di un fenomeno sociale che affonda le proprie radici in un malumore reale che si manifesta, al momento, attraverso reazioni irrazionali basate su dati falsi e informazioni manipolate ad arte.

In questo senso è da tempo che si sviluppa una campagna che alcuni vedono come pura e semplice sobillazione.
In prima fila si trova senza dubbio Thilo Sarrazin, già membro del direttorio della Deutsche Bank ed ex-assessore alle finanze di Berlino, personaggio discusso e discutibile, che con un suo libro provocatorio ha spacciato per dati di fatto, banali pregiudizi razzisti e autentiche panzane.
Comunque, per tornare all’AfD, questa è stata in parte risucchiata nella presenza mediatica dalla PEGIDA, avendo entrambe le formazioni in comune gran parte della base popolare, fatta di naziskin, pensionati preoccupati e famigliole incerte.

Questa settimana è infine arrivata dalla bocca di Angela Merkel la scomunica, sollecitata a gran voce da più parti: “In Germania vige la libertà di manifestare, ma non c’è nessuno spazio per l’istigazione all’odio e alla diffamazione di persone provenienti da altri paesi”.
Questo dovrebbe arginare almeno in parte l’espansione della PEGIDA, ma esiste anche il pericolo che si sviluppino legami sempre più effettivi con movimenti neonazisti che si stanno allargando minacciosamente in diversi paesi membri dell’UE, come in Ungheria o nei paesi baltici. Ad alimentare una possibilità del genere c’è la constatazione, avanzata dal filosofo neomarxista sloveno Slavoj Žižek, secondo il quale il matrimonio tra capitalismo e democrazia è ormai finito e la porta a ogni possibile disgrazia è ormai aperta.

“Aquila Nera”: i nazisti sbruffoni che sognano – e preparavano – le stragi

“Aquila Nera”: i nazisti sbruffoni che sognano – e preparavano - le stragi

Personaggi a volte folkloristici e poco credibili nel ruolo di stragisti, intercettazioni costellate di discorsi assurdi e sbruffonerie, biografie a volte borderline. Eppure avevano già delle armi, se ne stavano per procurare altre insieme agli esplosivi e puntavano a mettere a segno una lunga serie di sanguinosi attentati. D’altronde la storia dell’eversione di estrema destra in Italia – e non solo – è costellata di personaggi che sarebbe stato difficile reputare credibili o pericolosi. Ma è proprio in certi ambienti tipici del neofascismo da operetta – quello immortalato nel film ‘Vogliamo i colonnelli’, per capirsi – che pezzi di apparati dello Stato, servizi segreti nostrani e stranieri e ambienti reazionari ben inseriti nel potere hanno attinto a piene mani per reclutare molte delle pedine utilizzate per piazzare bombe, uccidere dissidenti politici, creare il caos che permettesse strette autoritarie.

Era, in effetti, proprio questo il piano degli ‘ordinovisti 2.0’ la cui rete è stata smantellata ieri in tutta Italia: realizzare un gran numero di attentati contro sedi istituzionali, tribunali, procure e uffici di Equitalia, procurando il numero più alto possibile di morti e feriti; assassinare esponenti politici di vari schieramenti; spargere il terrore sui treni e nelle stazioni. Senza mai chiarire la matrice politica degli attentati, senza mai rivendicarli. Diffondere la paura e il caos tra quel “popolo bue” – parole loro – al quale poi proporsi come salvatori della patria in grado di ristabilire ordine e disciplina. In fondo la strategia classica inaugurata dall’estrema destra in combutta con Gladio e i servizi italiani e statunitensi anche prima che la cosiddetta “strategia della tensione” e le stragi di Stato portassero a compimento piani già sperimentati immediatamente dopo la sconfitta della Repubblica Sociale di Salò.

Vediamo intanto l’elenco completo degli estremisti di destra arrestati (11 in carcere, 3 ai domiciliari) o indagati dalla Procura de l’Aquila nell’ambito dell’operazione “Aquila nera”, durata più di un anno e basata non solo su intercettazioni telefoniche e ambientali ma anche sull’infiltrazione nel gruppo di due carabinieri sotto copertura.

Stefano Manni, nato ad Ascoli Piceno nel 1966, residente a Montesilvano (Pescara); Marina Pellati, nata a Varese nel 1965, residente a Montesilvano; Piero Mastrantonio, nato a L’Aquila nel 1973, residente al Progetto Case di Collebrincioni (L’Aquila); Monica Malandra, nata a L’Aquila nel 1972, residente al Progetto case di Collebrincioni (L’Aquila); Emanuele Lo Grande Pandolfina Del Vasto, nato a Palermo nel 1951, residente a Pescara; Franco Montanaro, nato a Roccamorice nel 1968 e lì residente; Franco La Valle, nato a Chieti nel 1963 e lì residente; Luca Infantino, nato a Legnano (Milano) nel 1981 e lì residente; Maria Grazia Callegari nata a Venezia nel 1957, residente a Pino Torinese; Franco Grespi, nato a Milano nel 1962 e residente a Gorizia; Ornella Carolina Regina, nata a Milano nel 1961 e residente a Gorizia; Marco Pavan, nato a Mirano nel 1984 e residente a Piombino Dese (Padova); Katia De Ritis, nata a Lanciano nel 1957 e lì residente; Luigi Di Menno Di Bucchianico, nato a Lanciano nel 1967 e residente a Villamagna; Rutilio Sermonti, nato a Roma nel 1921 e residente a Colli del Tronto; Mario Mercuri, nato a Petritoli (Ascoli Piceno) nel 1939 e residente a Colli del Tronto (Ascoli Piceno); Valerio Ronchi, nato a Mariano Comense (Como) nel 1966 e residente ad Arosio; Giuseppa Caltagirone, nata a Casteldaccia (Padova) nel 1961 e residente ad Arosio (Como); Cristian Masullo, nato a Palmanova (Udine) nel 1973 e residente a Udine; Fabrizio D’Aloisio, nato a Roma nel 1964 e residente a Fara in Sabina (Rieti); Anna Maria Scarpetti, nata a Roma nel 1953 e lì residente; Annamaria Santoro, nata a Torino nel 1967 e residente a Moncalieri; Serena Vecchiatini, nata a Codigoro (Venezia) nel 1979 e residente in Germania; Barbara Bottinelli, nata a La Spezia nel 1964 e lì residente; Gianni Lisetto, nato a Pasiano di Pordenone (Udine) nel 1964 e residente a La Spezia; Nicola Trisciuoglio, nato a Napoli nel 1961 e lì residente; Daniela Bugatti, nata a Milano nel 1960 e lì residente; Loredana Bianconi, nata a Roma nel 1964 e lì residente; Francesco Gallerani, nato a Castelmassa (Padova) nel 1954 e lì residente; Marcello De Dominicis, nato a Penne nel 1976 e residente a Pianella; Monica Copes, nata a Varese nel 1978 e lì residente; Luigi Nanni, nato a Caracas nel 1966 e residente a Canosa Sannita (Chieti); Giovanni Mario Pilo, nato a Olbia (Sassari) nel 1958 e residente a Oschiri; Antonio Esposito, nato a Castellamare di Stabia (Napoli) nel 1963 e lì residente; Marco Cirronis, nato a Cagliari nel 1978 e residente a Oristano; Alberto Bernasconi, nato a Como nel 1990 e residente a Solbiate (Como); Tiziana Agnese Mori, nata a Pavia nel 1968 e residente a Giussago (Pavia); Giovanni Trigona, nato a Palermo nel 1965 e residente a Lodi; Marianna Muzzarelli, nata a Modena nel 1971 e residente a Maranello;Maria Grazia Rapagnetta, nata a Civitavecchia nel 1965 e lì residente con il nome di Maria Grazia Santi Zuccari; Miroslawa Legerska, nata a Cadca (Slovacchia) nel 1986; Giovanni Amorelli, nato a Gorizia nel 1976 e residente a Venezia; Maurizio Gentile, nato a Roma nel 1961 e residente a Gorizia.

La maggior parte degli inquisiti vive tra Abruzzo e Marche, ma ci sono indagati e arrestati anche in altre regioni italiane.

Stefano Manni

Secondo gli inquirenti a capo della rete eversiva clandestina denominata “Avanguardia Ordinovista” e che mirava a ricostituire una delle organizzazioni più estremiste del neofascismo italiano del dopoguerra – Ordine Nuovo – c’era l’ascolano Stefano Manni. Secondo il quale ““E’ giunto il momento di colpire, ma non alla cieca. Non come alla stazione di Bologna, tra l’altro non attribuibile a noi, vanno colpite banche, prefetture, questure, uffici di Equitalia, con i dipendenti dentro (…) Per disintegrare il sistema” e dar vita a un “ordine nuovo” ispirato al fascismo. Manni, 48enne, addetto secondo l’accusa al reclutamente di nuovi adepti e del reperimento dei fondi per comprare armi ed esplosivi, è stato fino a 10 anni fa un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri. Dopo il congedo dai Carabinieri Manni fu assunto per un certo tempo «alla “S.E.I. Servizi Elicotteristici Italiani” S.P.A., realtà industriale riconducibile alla famiglia Nardi» ricordano i carabinieri.
Il capo del gruppo neonazista vantava infatti un legame di parentela con Gianni Nardi, neofascista che negli anni ’60 e ’70 fu tra i maggiori esponenti di Ordine Nuovo e di altri gruppi del terrorismo nero insieme a Stefano Delle Chiaie, Giancarlo Esposti e Salvatore Vivirito. A proposito di Nardi, morto in un incidente stradale, l’ordinanza alla base della retata di ieri ricorda che «Molti anni dopo la morte, fu accertato che il suo nome era ricompreso nell’elenco degli appartenenti alla formazione paramilitare clandestina Gladio».
“E’ arrivato il momento di colpire – spiega in una intercettazione a uno dei suoi – Non a Pescara e poi fra otto mesi a Milano“. “Poi – conclude – credo che la via dell’Italicus sia l’unica percorribile”, alludendo all’attentato terroristico fascista compiuto nella notte del 4 agosto 1974 a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna sul treno espresso Roma-Monaco di Baviera, in cui morirono 12 persone ed altre 48 rimasero ferite.

Rutilio Sermonti

Nonostante l’età avanzata, secondo l’inchiesta il ruolo di ideologo del gruppo e di collegamento con altri spezzoni dell’estremismo nero era rivestito dal 93enne Rutilio Sermonti. Ex repubblichino, ex Msi, ex Ordine Nuovo, negli ultimi anni vezzeggiato da Ordine Nuovo e spesso impegnato nel ruolo di formatore nelle sedi di Casa Pound. Era a lui che i neonazisti avevano delegato il compito di redigere una Costituzione fascista da imporre al paese dopo l’eventuale ascesa al potere. A lui anche il compito di rafforzare la credibilità degli ‘avanguardisti’ nei confronti di altre realtà della galassia nera e di rappresentare fisicamente la continuità con il regime fascista.

Franco Grespi

Al milanese Franco Grespi era stato affidato il compito, sempre secondo l’accusa, di approvvigionare il gruppo di armi ed esplosivi. Una vera priorità per Manni che spesso chiamava o incontrava Grespi per interessarsi dei progressi, interesse diventato pressante negli ultimi mesi visto che il gruppo avrebbe avuto in preparazione una grossa rapina. Residente a Gorizia, Grespi passava spesso il confine con la vicina Slovenia a caccia di “caramelle” – cioè fucili mitragliatori, come erano stati ribattezzati dai due nelle loro incaute conversazioni – in vendita nei Balcani al prezzo di 1000 euro l’uno. Ad interessare il gruppo erano, naturalmente, anche i “botti“: “Hanno solo quelli usa e getta, una botta sola, a 400 l’uno”, dice Grespi in una comunicazione intercettata, “Non vanno bene, servono quelli da appoggiare e poi andare”, risponde Manni.
Visto che i soldi non bastano, alcune armi erano state reperite in alcuni nascondigli della Seconda Guerra Mondiale oppure in alcuni di quelli ereditati dall’eversione nera degli anni ’70, e in programma c’erano alcune rapine a collezionisti, uno dei quali – un architetto pescarese – deteneva secondo i carabinieri un vero e proprio arsenale.

Luca Infantino

Interessante una delle intercettazioni ad un altro degli elementi ‘forti’ del gruppo, il lombardo Luca Infantino, secondo il quale l’azione “deve essere simultanea e potrebbe colpire le città di Roma, Milano e Firenze per creare una punta di terrore, in quanto solo due bombe ad Equitalia non verrebbero commentate sui media”. Il gruppo, a suo dire, avrebbe dovuto “colpire metropolitane tipo Bologna, Milano, Roma per incutere terrore nella popolazione”. In modo che “il popolo bue”, impaurito, “si rivolga a noi”.
Secondo Luca Infantino l’organizzazione doveva avere una «struttura organica schematica e militare, con idee precise e obiettivi programmati, facendo presente che l’atto eversivo deve essere fattibile ed è necessario trovare gente disponibile ad effettuarlo. La gente disponibile ad attuare il piano ci sarebbe ed anche le armi starebbero arrivando ma, fino a quando non si hanno persone di fiducia, le armi, non ha intenzione di farle arrivare»
Tra le attività alle quali i fascisti si stavano dedicando c’era la realizzazione di una sorta di ‘scuola quadri’, denominata Triskele, legata ad un Centro Studi – “Progetto Olimpo” – con il compito di diffondere il verbo in tutto il paese e reclutare nuovi adepti, sotto la guida proprio di Luca Infantino. Che troviamo nel maggio di quest0anno impegnato già nel tentativo di formare una lista civica da presentare alle comunali di San Vittore Olona, in provincia di Milano. E’ d’altronde proprio in Lombardia che, con qualche successo, un’organizzazione neonazista denominata “Movimento Nazionalsocialista dei Lavoratori“ diffonde senza problemi i suoi libelli razzisti, organizza manifestazioni e si presenta da qualche tempo alle elezioni locali.

Katia De Ritis
A proposito di fronte istituzionale del gruppo, tra gli arrestati ieri c’è anche Katia De Ritis, vicesegretario del movimento “Fascismo e Libertà-Socialismo Nazionale”, eletta lo scorso maggio nel consiglio comunale di Poggiofiorito (Chieti). Di lei i magistrati scrivono che “nell’ultimo periodo d’indagine si è spesa per individuare obiettivi fisici da colpire e canali per il reperimenti di armi da fuoco e per i contatti con altri gruppi operativi”.

Sangue e politica

Spargere terrore e sangue, era l’obiettivo del gruppo, per poi trarne politicamente vantaggio attraverso la fondazione di un partito politico al quale affidare il compito di attirare il consenso di una popolazione impaurita e preoccupata dal caos e dagli attentati. Un movimento politico da presentare alle elezioni e nel quale coinvolgere anche figure ‘storiche’ del terrorismo nero, come Mario Tuti. Prima di arrivare alle urne, spiegava Manni “si destabilizza la situazione, si fanno 6-7 mila attentati di quelli sanguinari”.
A leggere e ad ascoltare certi discorsi dei leader del gruppo la sensazione è quella di trovarsi di fronte a degli sbruffoni più che a degli aspiranti stragisti, ingenui e arruffoni, dediti a dichiarazioni altisonanti e iperboliche addirittura su facebook, più adatte a una delle osterie e dei pub amici dove si riunivano che a dei pericolosi eversori. Ma la follia evidente di alcuni personaggi arrestati e indagati – politicamente e psichiatricamente parlando – difficilmente può negare che il gruppo, lungi dal raggiungere anche solo in parte gli obiettivi desiderati, avrebbe potuto lasciare dietro di sé una lunga scia di sangue.
D’altronde, a parte discorsi e progetti farneticanti, il gruppo aveva la pretesa di agire con scientificità militare. L’organizzazione era strutturata su un doppio livello: i simpatizzanti, raccolti principalmente su Facebook, e un circolo ristretto di operativi. I candidati ad entrare nel livello occulto venivano “attentamente” – non così attentamente, visto che due erano carabinieri – studiati e indagati. «In almeno un caso, un soggetto sospettato di essere un agente sotto copertura è stato oggetto di attente indagini interne ed in seguito se ne è programmata l’eliminazione» hanno spiegato gli investigatori durante la conferenza stampa organizzata ieri a L’Aquila.

Le “amicizie” con la galassia nera

Un anno di intercettazioni, pedinamenti e infiltrazioni, secondo gli inquirenti, hanno permesso ai carabinieri di scoprire una fitta rete di relazioni tra il gruppo ‘avanguardista’ e altre sigle dell’estremismo nero.
Ad esempio “Avanguardia ordinovista” manteneva stretti contatti con:

– i “Nazionalisti Friulani”. Si loro dice Grespi: «e ho allargato un pò di contatti… sono i Nazionalisti Friulani, sono ben predisposti, belli decisi»

– il “Movimento Uomo Nuovo”, fondata da Nicola Trisciuoglio (indagato) grazie anche alla collaborazione di Mario Tuti, aderente ad Ordine Nuovo e fondatore del FNR, il Fronte Nazionale Rivoluzionario

– con “Confederatio”, o Confederazione delle Comunità di Popolo, movimento di estrema destra a tinte neonaziste nato nel 2011 e dedito – a guardare i profili facebook dei suoi aderenti – a infiltrare i gruppi e le discussione su temi internazionali tra attivisti e militanti delle organizzazioni di sinistra. A questa organizzazione apparterrebbe Franco Montanaro, uno degli indagati.

Secondo gli investigatori uno degli incontri degli ordinovisti era avvenuto nello studio dello ‘studioso del nazifascismo’ Giancarlo Cavalli, mentre i contatti con i romani di “Militia” – gruppo neonazista e razzista fondato da Maurizio Boccacci già finito sotto inchiesta per ricostituzione del partito fascista – erano tenuti secondo l’accusa da Katia De Ritis.