Il “ritmo” degli italiani? Soffrire la fame in sei milioni.

Ecco cosa ha prodotto la crisi. La faccia tosta del ministro Martina e l’elemosina di Renzi.
Ieri il ministro Martina, che Renzi ha messo alle Politiche agricole, rendeva edotti gli italiani sul fatto che la crisi ha prodotto sei milioni di persone che soffrono di “povertà alimentare”. Fuori della edulcorante metafora sociologica, questo dato vuol significare che una quantità di persone pari a due grandi città messe insieme soffrono la fame in Italia in questo momento. Una bella faccia tosta potrebbe osservare qualcuno. Una faccia tosta necessaria, che è servita a Martina per fare la propaganda di un non meglio specificato “piano alimentare” che da qui al 2020 con oltre 400 milioni di fondi europei e 70 milioni di risorse messe dallo Stato proverà a far fronte all’emergenza. Qui non si tratta nemmeno più dello Stato caritatevole ma dello Stato che fa la carità. Anzi, vista l’esiguità delle cifre si tratta di una vera e propria elemosina. Da notare che ce ne sono tre volte tanti (poco più di 17 milioni) che secondo la Cna sono a rischio di disagio sociale. Disagio sociale non vuol dire soffrire la fame ma non riu scire a pagare le bollette, essere indebitati e non poter mandare i propri figli all’università.  
Intanto, l’Unc ci fa sapere che i consumi delle famiglie dal 2008 al 2013 sono letteralmente precipitati. Secondo l’Unione nazionale consumatori a pagare il prezzo più alto sono le cosiddette famiglie numerose.
In particolare lo studio, basato su dati dell’Istat, registra “un crollo record, pari dell’11,63%, per i consumi delle coppie con tre o più figli, con una riduzione in valore assoluto di 4.526,88 euro su base annua (dai 38.933,4 del 2008 ai 34.406,52 del 2013)”. Ma non doveva essere lo Stato delle “politiche per la famiglia”? Al secondo posto, le coppie con due figli. I consumi annui per questa tipologia familiare scendono dai 37678,8 del 2008 ai 34691,16 del 2013, con una riduzione percentuale del 7,93% e una diminuzione in valore assoluto pari a 2987,64 euro”. “Al terzo posto di questa poco confortante classifica -fa notare l’Unc- le coppie con un figlio, che vedono ridursi i consumi annui dai 35910,36 euro del 2008 ai 33594,36 euro del 2013, con un calo del 6,45%, equivalente a 2316 euro su base annua”. Si evidenzia, inoltre, che “questi dati sono relativi alla spesa in valore delle famiglie, incorporano cioè sia la dinamica delle quantità che dei prezzi: in termini reali, dunque, il crollo è assai maggiore”.Se con la crisi le famiglie a reddito fisso hanno tagliato complessivamente la propria spesa di 1.283 euro annui rispetto alla spesa media delle famiglie (pari al -4,5%), quelle colpita da cassa integrazione raggiunge invece ben -3.497 euro (pari al -12,4%). Secondo l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, che ha basato le proprie stime su dati Istat e sulle proprie rilevazioni per il 2014,.i settori maggiormente colpiti dai tagli sono quello dell’abbigliamento e delle calzature e dell’arredamento. Significativi i tagli nel settore dell’alimentazione
e della salute. “Alla luce di tali dati – dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, Presidenti di Federconsumatori e Adusbef – è evidente la necessità di un intervento urgente del Governo, improntato al rilancio dell’occupazione e del potere di acquisto delle famiglie. Non dimentichiamo, infatti, che sulle spalle di molte famiglie a reddito fisso pesa il mantenimento di giovani e meno giovani che non trovano o hanno perso il lavoro. Per questo il primo passo per la ripresa è necessariamente l’avvio di un Piano Straordinario per il Lavoro”.

Missione Isaf, inglorioso addio alle armi

Missione Isaf, inglorioso addio alle armi

Via dall’Afghanistan, ma non del tutto. Chi torna a casa sono 40.000 militari (32.000 statunitensi) della missione Isaf che conclude il suo ciclo di tredici anni di “guerra al terrore” dagli esisti disastrosi. Ufficialmente ha lasciato sul terreno 3.500 suoi uomini, ma ci sono anche i cadaveri non conteggiati di contractors impegnati in svariate occasioni soprattutto incursioni, rappresaglie, rapimenti. L’intervento ha seminato morte non solo sull’insorgenza talebana, che in alcune province del sud-est ha aumentato una presenza e un rapporto con le popolazioni locali proprio a seguito dei bombardamenti generalizzati responsabili di migliaia di vittime civili. Quante siano state dal dicembre 2001, data di avvio della “missione di pace” Enduring freedom, non è possibile calcolarlo per la difficoltà oggettiva nel raccogliere dati certi. Ufficialmente le statistiche menzionate dall’United Nations Assistance Mission of Afghanistan parlano di migliaia di morti (5.000 solo nel 2002, i dispacci Nato li definiscono “danni collaterali”) di poco inferiori a quelli provocati dai quattro sanguinosissimi anni (1992-96) di guerra civile interna. Le stragi del disonore, come quella di Shinwar compiuta nel marzo 2007 dalla 120a marines che mitragliava passanti sfogando la propria rabbia per un attentato subìto, si sono ripetute nel tempo.

afghanistanisafLa missione – che attivisti democratici afghani (Malalai Joya o alcuni membri di Hambastagi Party, da noi intervistati in varie occasioni) denunciano come “odiosa occupazione straniera” – proseguirà con medesimi scopi geostrategici. La presenza, prevalentemente americana, sarà denominata Resolute support e dislocherà ufficialmente 12.500 uomini nelle diverse basi aeree (Kabul, Bagram, Kandahar, Camp Marmal, Herat, Mazar-e-Sharif, Jalalabad, Khost) dove continueranno a partire Falcon e droni per azioni “antiterroristiche”. I militari Nato proseguiranno anche il ruolo di addestratori delle truppe dell’Afghan National Army che ammontano a 350.000 uomini. Soldati finora poco affidabili, infiltratissimi dai guerriglieri talebani capaci di realizzare attentati in caserme blindate della stessa Kabul. Nonostante i pericoli la divisa attira giovani reclute soprattutto per ragioni economiche: guadagnare 400-500 dollari mensili, seppure a rischio della vita, è nell’Afghanistan odierno un’opportunità cui ventenni senza speranze non rinunciano. L’alternativa è far parte delle milizie private dei Warlords, oppure aderire all’insorgenza dei gruppi talebani. Nel primo caso con un salario, nel secondo non sempre. Il panorama che la missione Isaf si lascia alle spalle è quello d’un Paese tutt’altro che normalizzato.

Non sul fronte della sicurezza, visto che solo negli ultimi dieci mesi ha dovuto contare la perdita di ben 4.600 uomini; attacchi e attentati si susseguono sin nel cuore dell’area proibita della capitale, teoricamente difesa da check point, muraglie, cavalli di frisia, pattugliamenti. Non sul versante economico, perché nell’infinità di miliardi di dollari spesi durante la missione (gli Usa hanno toccato picchi di 30 miliardi di dollari l’anno, l’Italia impegnata dal 2003 ha mantenuto fino a 4.300 militi con fondi che sfioravano il miliardo di euro, per una media annuale di 750 milioni) nulla è stato indirizzato verso una rinascita produttiva (agricola o d’allevamento) e ovviamente niente verso il terziario di servizi, rimasti sempre un sogno. Nessun lavoro legale, solo arte dell’arrangiarsi. La stessa attività estrattiva di minerali ricercatissimi (le famose terre rare) per l’industria dell’hi-tech, che fanno gola a potenze vecchie (Usa e Gran Bretagna) e nuove (Cina) e che i governi “democratici” di Karzai e ora Ghani continuano a concedere a imprese straniere, quasi mai utilizza manodopera locale. Così aiuti esterni, affarismo illecito legato al traffico della droga (nei 13 anni d’occupazione occidentale la produzione afghana d’eroina è schizzata in alto e oggi copre il 95% del mercato mondiale) costituiscono le uniche risorse, il 60% del Pil.

afghanistan soldati italianiIn questi affari hanno mani in pasta quei signori della guerrache come l’uzbeko Dostum è stato condotto alla vicepresidenza della Repubblica. Ovviamente non è il solo, altri compari rientrano negli accordi che vede l’attuale diarchia di Ghani-Abdullah essersi accordata per il rotto della cuffia, dopo un confronto elettorale irrisolto e zeppo di reciproci brogli, e dopo aver distribuito armi ai supporter in una sorta di preparativo di resa dei conti finale. John Kerry ha disinnescato lo scontro con un accordo che potesse continuare a fornire l’alibi di democraticità del sistema istituzionale, una maschera che da oltre un decennio ha condotto in Parlamento e inserito ai vertici dello Stato dei criminali di guerra di lungo corso. Eppure la quadratura del cerchio sembra non funzionare; dopo tre mesi Ghani non è riuscito a stilare una lista di ministri, probabilmente per i veti imposti dalle eminenze grigie che in compagnìa Abdullah si cova in seno. Ora che buona parte delle truppe Nato si ritira un enorme quantità di materiale bellico intrasportabile resterà sul posto. Il programma dei mesi scorsi indicava il rientro di 20.000 container e 24.000 macchine da guerra per una spesa complessiva di 7 miliardi di dollari. Si tratta di materiale bellico imponente e importante che per via aerea da Bagram passerà attraverso la Turchia, giungendo in Germania. E da Kandahar per il Qatar venendo poi caricato su navi Usa presenti in Bahrein. Verso quelle coste salperanno altri cargo dal porto pakistano di Karachi, Armi leggere “made in Usa” incrementeranno, invece, il mercato nero locale, al quale accederanno sicuramente Warlord e turbanti talebani contro ogni piano di sicurezza presente e futuro

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Contropiano.org

Tito Boeri all’Inps, taglio alle pensioni in vista

Immagine tratta da Dagospia

Che ci fa un professore della Bocconi (un altro…), presidente della Fondazione Debenedetti, editorialista di Repubblica, fondatore de Lavoce.info, ex senior economist dell’Ocse e tante altre cose alla presidenza dell’Inps?

A prima vista arriva a restituire normalità all’ente incaricato di ritirare i contributi previdenziali dalle imprese ed erogare le pensioni, secondo le regole stabilite in passato. Dopo la sciagurata stagione di Mastrapasqua e due commissari straordinari, un presidente autorevole potrebbe sembrare quello che ci vuole.

Il primo sospetto è venuto dalla constatazione della sproporzione evidente tra il curriculum del Boeri più noto (il fratello Stefano, architetto, ha firmato tra l’altro il “recupero” dell’arsenale de La Maddalena per un vertice G8, in regime berlusconiano) e la presidenza di un carrozzone di Stato, decisivo nelle politiche di redistribuzione ma pur sempre un carrozzone di Stato. Uno come lui, insomma, sta sempre nel listino dei candidati a ministro dell’economia…

Poi, dagli articoli dedicati alla nomina dai giornali mainstream, è cominciata a trapelare qualche ragione meno peregrina. Al Corriere della Sera, per esempio, si sono ricordati con affetto di quel che alcuni anni fa era stato un lavoro scientifico del prof. Boeri giudicato forse a torto “minore”: il meccanismo di “ricalcolo” delle pensioni.

Ai profani può sembrare in effetti poca cosa, ma il meccanismo tecnico disegnato – in via d’ipotesi, per carità – da Boeri era incardinato dentro un’idea di riforma complessiva del sistema pensionistico pubblico. In pratica, Boeri si è segnalato in campo pensionistico per l’idea di ricalcolare le pensioni in essere interamente con il sistema contributivo, superando la stratificazione normativa – e monetaria – creata dal tempo della “riforma Dini” (1995).

Un’altra riforma delle pensioni è del resto stata più volte evocata come “necessaria” in ambito governativo e confindustriale, ma subito le voci sono state silenziate, perché facevano sembrare il governo Renzi un po’ troppo simile a tutti quelli precedenti, specie all’odiatissimo Monti-Fornero, e stavolta pure senza alcuna lacrima dietro il sorriso strafottente.

L’idea di Boeri ha invece il pregio di apparire soltanto un “dettaglio tecnico”, non proprio una “riforma”. Consentirebbe grandi risparmi sulla spesa pensionistica senza dover allungare ulteriormente l’età pensionabile (67 anni sono un limite che per il momento neanche la Merkel chiede di superare).

Come? Tagliando gli assegni alle pensioni già in essere. Il ragionamento è semplice quanto omicida: se si “ricalcola” l’assegno pensionistico – di quelli che già si sino ritirati dal lavoro come di chi ci andrà in futuro, da qui all’eternità – secondo il sistema contributivo (in base cioé ai contributi effettivamente versati) si ottiene una riduzione più o meno drastica della cifra erogata. DIpende da quanti anni di servizio sono stati calcolati fin qui col “retributivo” e naturalmente dall’entità dei contributi versati annualmente (in proporzione allo stipendio).

A venir falciati in misura maggiore sarebbero dunque gli assegni attualmente pagati ai pensionati che hanno avuto tutta la loro carriera calcolata col retributivo (diciamo quelli che si sono ritirati dal lavoro fino a una decina di anni fa, grosso modo). A seguire ci sarebbe un taglio sostanzioso per quanti, all’epoca della “Dini”, si sono visti spezzare la carriera in due periodi (una prima parte col “retributivo” e una seconda col “contributivo”). In linea teorica – ma non ci giureremmo – nulla cambierebbe per quanti già ora sanno che la loro vita lavorativa sarà compensata con una pensione da fame, quantificata in base al solo “contributivo”. Constatiamo però che in campo pensionistico non sembra esistere limite alle riduzioni possibili; quindi anche i giovani attualmente al lavoro (quelli che hanno “la fortuna” di avercelo) potrebbero vedersi amputare parti più o meno consistenti dei quattro soldi che avranno a fine carriera (già ora è sotto attacco il Tfr…).

Insomma: una nomina che è tutto un programma. Di rapina.

signori si nasce

Signori si nasceSelena

Oltre mille miliardi di euro in mano all’1% delle famiglie italiane. Signori si nasce. La ricchezza aumenta ma è sempre più concentrata e di patrimoniale non si parla.

di Pasquale Vecchiarelli

La ricchezza delle famiglie italiane è in continua crescita [1]. Il patrimonio complessivo da esse posseduto si aggira intorno agli 8700 [1] miliardi di euro, per una ricchezza pro-capite, calcolata su 60 milioni di abitanti, pari a circa 145 mila euro. Sembra strano eppure nelle nostre tasche ci dovrebbero essere in “media”, appunto, 145 mila euro tra liquidi, titoli e proprietà. Se non vi ritrovate con i conti, beh, tranquilli, non vi affannate a rivoltare i vecchi calzini perché non ne uscirà il becco di un quattrino e l’arcano è presto spiegato. Il problema risiede esattamente nella parola “media”: essa ha una valenza puramente aritmetica, teorica, ma dal punto di vista concreto non ha alcuna aderenza alla realtà dove invece quello che conta è la distribuzione di tale ricchezza. La fotografia che emerge dai dati, osservati con maggiore dettaglio, è che in Italia la ricchezza non è equamente distribuita, anzi, è fortemente concentrata in poche mani. La dimensione di questa polarizzazione è ricostruibile incrociando alcuni dati ufficiali diffusi dalla banca d’Italia [1].

Proviamo a darne un piccolo conto. I dati dicono che metà delle famiglie italiane possiede il 90% della ricchezza totale, chiamiamole “benestanti”, mentre l’altra metà possiede il restante 10%. Questa suddivisione, per quanto già significativa della forte concentrazione di patrimonio, non svela totalmente la dimensione del fenomeno di polarizzazione: quante sono effettivamente le poche mani che detengono il grosso del patrimonio italiano?

Osservando con la lente d’ingrandimento le famiglie benestanti, scopriamo che al loro interno solo una piccola fetta, il 10% delle famiglie totali, possiede il 45 % della ricchezza complessiva. Per capirci: 2 milioni e 400 mila famiglie posseggono più di 3500 miliardi di euro. Se anche questo dato può risultare ancora complesso da immaginare allora abbassiamo di più la lente e osserviamo che c’è una fetta di super ricchi, circa 240 mila famiglie, che possiede il 13% della ricchezza totale, una cifra che supera i 1000 miliardi di euro. Cifre da capogiro che fanno tremare soprattutto se confrontate con gli indici di povertà relativa e assoluta in costante ed allarmante aumento: solo nel 2013 più di 1 milione [2] di persone sono andate ad ingrossarne ulteriormente le fila. Proviamo per un momento a fare un breve conto, immaginando una patrimoniale del 50% su quel 1% di super ricchi (quelle famiglie, cioè, che da sole posseggono un patrimonio superiore ai 4 milioni di euro): a quanto ammonterebbe il gettito ?

Bene, i numeri ci dicono che si potrebbero incassare più di 500 miliardi di euro. Una cifra considerevole che potrebbe anche aprire la strada ad investimenti in scuola, sanità ed infrastrutture. Questi semplici conti sono utili allo scopo di mostrare il peso politico che hanno i rapporti di proprietà in questo paese. Poche famiglie, in relazione al totale, detengono la proprietà economica e dunque politica del nostro paese. Sarebbe altrettanto facile dedurre che una società più equa non può che costruirsi su di una equa redistribuzione della ricchezza e pure da qualche tempo pronunciare la parola patrimoniale è divenuto difficile, rischioso, fuori corso. Sarà che anche l’informazione risente del peso politico dettato dai rapporti di proprietà?

[1] Banca d’Italia, «La ricchezza delle famiglie italiane,» 2013.