OBAMA AMMETTE IL FALLIMENTO DELL’EMBARGO A CUBA

  • Obama ammette il fallimento dell’Embargo a Cuba

Si apre una nuova fase per la rivoluzione cubana e la liberazione di tre dei Cinque patrioti cubani ancora detenuti negli Stati Uniti costituisce senza dubbio una grande vittoria per l’intera umanità. La storia dei cubani in carcere per sedici anni per aver combattuto il terrorismo: ovvero, la notizia più nascosta del mondo.

di Fabio Marcelli 

I Cinque erano stati com’è noto arrestati, il 10 settembre del 1998, per aver condotto un’opera di controinformazione e monitoraggio sulle attività delle organizzazioni terroristiche formate negli Stati Uniti, e in particolare a Miami, dai fuoriusciti cubani.  Opera non solo legittima, ma anzi doverosa, alla luce del principio del diritto internazionale che impone agli Stati di cooperare nella prevenzione e repressione del terrorismo.

Era proprio nello spirito di tale principio che il governo cubano, con la mediazione all’epoca di Gabriel Garcia Marquez, si era rivolto al presidente statunitense Clinton per denunciare, sulla base delle prove raccolte dai Cinque, le attività terroristiche che si svolgevano a partire dal suolo statunitense contro Cuba.

Si era quindi svolta all’Avana una riunione, con la partecipazione di FBI e Dipartimento dello Stato, nel corso della quale il governo cubano aveva esposto agli organismi statunitensi  la documentazione in suo possesso. Ma anziché procedere, come avrebbero dovuto, a smantellare le reti terroristiche anti-cubane arrestandone i responsabili, gli Stati Uniti decidevano di arrestare i Cinque, che con la loro opera di controinformazione avevano sventato numerosi attentati che sarebbero dovuti avvenire a Cuba.

Cominciava così l’odissea penitenziaria e giudiziaria dei Cinque. Alcuni anni prima ne era cominciata la meritoria missione, con l’infiltrazione di René Gonzalez ed altri nelle organizzazioni terroristiche. Per poterla portare avanti, René aveva finto di disertare, impadronendosi di un aereo e arrivando, a filo di carburante, fino in Florida, senza che neanche la moglie fosse a conoscenza della verità. Una vicenda appassionante, raccontata magistralmente da Fernando Morais nel suo libro Os ultimos soldados da guerra fria, che è stato un best-seller in Brasile e speriamo di poter pubblicare presto anche in Italia.

La modalità seguìta dall’intelligence cubana in tutta questa vicenda è una dimostrazione da manuale di come si combatte il terrorismo, senza dover ricorrere alla tortura e alle guerre (mosse in realtà per ben altri motivi) che finiscono, come dimostra la storia, per alimentare le organizzazioni terroristiche contro le quali vengono scatenate. Come nel caso oggi sotto i nostri occhi di Al Qaeda e dell’ISIS.

Per questi motivi resta più che mai attuale la proposta di insignire i Cinque del Premio Nobel per la pace.

Dal punto di vista giuridico le accuse mosse ai Cinque non hanno avuto mai la benché minima base, come del resto riconosciuto in varie occasioni dallo stesso sistema giudiziario statunitense, che si è però purtroppo confermato fortemente soggetto a spinte e condizionamenti di carattere politico.

Nessuna base ha avuto l’accusa di “cospirazione per commettere omicidio” mossa nei confronti di Gerardo Hernandez, dato che l’abbattimento dell’aereo di Hermanos para el rescate (organizzazione terroristica anti-cubana) era stato deliberato autonomamente e legittimamente, dopo ripetuti avvertimenti, nell’esercizio della propria sovranità sul proprio spazio aereo da parte delle Forze armate cubane senza che vi fosse alcun nesso causale tra la condotta di Gerardo e tale abbattimento. Nessuna base ha avuto l’accusa di “cospirazione per commettere spionaggio” mossa nei confronti dei Cinque, dato che la loro attività era limitata alla raccolta di informazioni sulle attività dei gruppi terroristici che non fanno parte, fino a prova contraria, dell’organizzazione statale degli Stati Uniti.  Sono state commesse nel corso del processo infinite violazioni del diritto alla difesa. È stata prescelta una sede giudiziaria, quella di Miami Dade, chiaramente inadatta a svolgere un processo imparziale, date le intimidazioni nei confronti dei giurati e il clima di terrore montato dalla mafia politica anticubana locale. Per motivi che andrebbero ulteriormente approfonditi, determinati gruppi di potere interni agli apparati statunitensi hanno scelto, come accennato, di incarcerare gli antiterroristi anziché di carcerare i terroristi.

La liberazione dei Cinque (ricordiamo che René Gonzalez e Fernando Gonzalez erano stati liberati nel corso dell’ultimo anno, mentre restavano in carcere, con la prospettiva di restarci ancora a lungo o per tutta la vita Antonio Guerrero, Ramon Labañino e Gerardo Hernandez, quest’ultimo condannato a ben due ergastoli) è il frutto di una campagna di mobilitazione condotta in tutto il mondo per tutti questi anni.

Personalmente ho avuto occasione di contribuire a questa campagna partecipando a riunioni e assemblee in vari luoghi, da molte città italiane alle Canarie alle Filippine, partecipando alle delegazioni di osservatori internazionali che hanno assistito alle udienze giudiziarie a Miami ed Atlanta, incontrando nel giugno 2013 vari membri del Congresso e del Senato degli Stati Uniti, sostenendo e promuovendo il film realizzato dal mio amico Alberto Antonio Dandolo, The Cuban Wives. Come e più di me numerosi altri compagni e compagne, tra i quali voglio qui ricordare Luciano Vasapollo, Rita Martufi, Luciano Jacovino, Marco Papacci, Franco Forconi, Tecla Faranda e Raul Mordenti

È quindi per tutti noi oggi un giorno di gioia immensa. In un momento difficile e poco esaltante della storia della sinistra italiana, ancora una volta l’esempio dei compagni cubani, la loro intelligenza e la loro tenacia servono da sprone e da modello.

Non dobbiamo infatti trascurare la circostanza che la liberazione dei Cinque si inserisce nel quadro di un rinnovamento dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba, che supera una contrapposizione che durava da oltre cinquanta anni.  Tale cambiamento positivo costituisce senza dubbio un successo per Cuba e per tutta l’America Latina. Negli ultimi anni il mondo è cambiato parecchio e il continente americano ancora di più. Alla radice di questo cambiamento positivo, che ha visto la realizzazione dell’utopia bolivariana con la creazione di nuovi livelli di integrazione fra i Paesi dell’America Latina, consacrati dalla creazione prima dell’ALBA, poi di UNASUR e della CELAC, c’è l’esempio di Cuba, un piccolo ma grande Paese sottoposto da oltre cinquanta anni a un embargo che finalmente sta per concludersi e ad atti di disumano terrorismo che hanno provocato oltre tremila vittime nel corso degli anni. Una resistenza alfine vittoriosa, che ha trovato terreno fertile in altri Paesi latinoamericani e propone oggi al mondo un orizzonte diverso da quello fallimentare del neoliberismo. Orizzonte che dovremmo affrettarci ad accogliere e portare avanti anche in Europa e in quel pantano senza futuro e senza speranza che è diventato il nostro Paese.

La lotta per il socialismo ovviamente continua, ma continua su un piano nuovo e più favorevole. Riconoscendo il fallimento dell’embargo Obama riconosce che la strategia di spingere il popolo cubano alla fame per provocarne la ribellione contro il socialismo non è praticabile.  Va aggiunto che in realtà, non c’è alcuna contraddizione fra sviluppo economico e socialismo. Anzi, l’ulteriore sviluppo delle forze produttive che saranno liberate dalla fine dell’embargo permetterà di praticare nuove ancora più avanzate esperienze di socialismo che costituiranno un punto di riferimento e un esempio anche per il mondo capitalistico occidentale, a partire dagli stessi Stati Uniti e dall’Europa.

Oggi, rallegrandoci per la loro liberazione e unendoci all’abbraccio del loro Paese e delle loro famiglie, onoriamo nei Cinque Cubani, cinque patrioti dell’umanità che hanno sacrificato oltre quindici anni della loro esistenza per difendere il loro Paese e una nuova prospettiva, rivoluzionaria e autenticamente democratica, dei rapporti internazionali.

 

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Il discorso di Raúl

Il discorso di Raúl

IV Periodo Ordinario di sessioni della 8ª Legislatura dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare “Con un popolo come questo si può arrivare all’anno 570 della Rivoluzione!

Viva Fidel! Patria o Muerte!”

Raúl ha salutato così i parlamentari e gli invitati che hanno partecipato alla giornata di chiusura del IV Periodo Ordinario di Sessioni della 8ª Legislatura dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, effettuata la mattina di sabato 20 dicembre.

Quest’ultima riunione parlamentare dell’anno ha avuto un carattere molto speciale, perchè erano lì presenti per la prima volta, in una riunione politica, di fronte al Parlamento, i Cinque Eroi della Repubblica di Cuba che per più di 15 anni sono stati ingiustamente reclusi negli Stati Uniti.

Inoltre erano presenti come  invitati, Elián González Brotons e suo padre Juan Miguel González Quintana, con l’Eroe della Repubblica di Cuba, Colonnello Orlando Cardoso Villavicencio, e i famialiari di Gerardo, Antonio, Ramón, René e Fernando.

Nelle sue parole finali, il Generale d’Esercito  Raúl Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito e Presidente dei Consigli  di Stato e dei Ministri, ha ricordato la recente realizzazione dei Vetici CARICOM – Cuba e dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America, occasione in cui è stato reso il meritato omaggio ai suoi artefici, l’indimenticabile presidente bolivariano Hugo Chávez Frías e il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro Ruz.

Passando in rivista gli impegni economici nell’anno e il Piano del Bilancio per il 2015, Raúl ha ribadito che il PIL ha avuto una crescita del 1.3%, inferiore e a quanto pianificato inizialmente, e che in questo ha influito l’impegno insufficiente nel primo semestre, durante il quale sono state affrontate limitazioni finanziarie importanti per via della mancanza di entrate esterne,  delle condizioni avverse del clima e delle insufficienze interne nella gestione economica.

“Nella seconda metà dell’anno però è stato realizzato un risultato superiore”, ha aggiunto.

“Il piano del prossimo anno consolida e rinforza la direzione di una crescita più solida dell’economia cubana, progettando una crescita del PIL di poco più del 4%, obiettivo raggiungibile, considerando che si dispone di un anticipo sufficiente e di una miglior sicurezza finanziaria, facendo un paragone con l’inizio del 2014, anche se questo non significa che sarà più facile.

Dobbiamo continuare ad affrontare gli effetti della crisi economica globale e del blocco statunitense che si mantiene in piedi, generando innegabili ostacoli allo sviluppo della nostra economia”.

Il presidente di Cuba ha sostenuto che il processo d’implementazione delle Linee di Politica Economica e Sociale del Partito e la Rivoluzione approvate dal 6º Congresso ha mantenuto la sua marcia, ed ha puntualizzato che ci incontriamo in una tappa qualitativamente superiore,  nella quale si devono affrontare compiti d’ estrema complessità, la cui soluzione riguarderà tutte le voci dell’impegno nazionale, e si è riferito al processo d’unificazione monetaria nel quale si sono registrati solidi progressi nella seconda metà dell’anno da un punto di vista concettuale, riuscendo a delineare  un vasto programma di misure per evitare danni all’economia e alla popolazione.

Nel suo discorso ha affermato che proseguiremo realizzando gli accordi del 6º Congresso con responsabilità e fermezza, alla velocità che sovranamente decideremo qui, senza porre in pericolo l’unità dei cubani, senza lasciare nessuno abbandonato alla sua sorte, senza applicare terapie di shock e senza mai rinunciare mai agli ideali di giustizia sociale di questa Rivoluzione degli umili, per gli umili e con gli umili, poi ha annunciato che il prossimo anno indiremo le attività preparatorie per la realizzazione, nell’aprile del 2016, del 7º Congresso del Partito, prima del quale si svolgerà un ampio e democratico dibattito con la militanza comunista e tutto il popolo, sulla marcia dell’implementazione delle Linee.

Il presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri ha sostenuto che con il proposito di ottenere una maggior autonomia dell’impresa statale socialista, sono state adottate misure tra le quali l’ampliamento e la flessibilità del loro oggetto sociale, e sono state concesse facoltà per il commercio degli eccedenti della produzione.

È stata anche disposta l’eliminazione dei limiti amministrativi per il pagamento dei salari vincolati ai risultati, trasformazioni che si devono eseguire in forma graduale, senza fretta, con ordine, disciplina ed esigenza.

“L’aspirazione di pagare salari migliori è una questione molto sensibile nella quale non ci possiamo sbagliare, ne farci condurre dal desiderio o dall’improvvisazione”, ha assicurato.

Raúl ha detto che è una soddisfazione l’aumento graduale dei salari per quei lavoratori che danno i risultati più efficienti e che apportano  benefici di grande impatto economico e sociale, ma ha insistito che non si deve distribuire una ricchezza che non siamo stati capaci di creare, perchè questo porterebbe a conseguenze dannose per l’economia nazionale e dei cittadini.

Come ha gia fatto in altre occasioni, ha spiegato nuovamente che senza un incremento di beni e servizi, l’incremento dei salari porterebbe l’economia ad un’inflazione e danneggerebbe i più umili, e questo non lo possiamo permettere.

Il presidente cubano ha parlato delle imprese che hanno pagato salari più alti senza un supporto produttivo, e  definito questa decisione un’indisciplina molto grave, che si dovrà affrontare con i dirigenti amministrativi e le organizzazioni sindacali.

“Non possiamo dare spazio a chi sviluppa la cupidigia e l’egoismo tra i nostri lavoratori”, ha sottolineato.

“Inoltre la sfida per i cubani è ancora più grande, perchè dobbiamo situare l’economia all’altezza del prestigio politico che questa piccola Isola dei Caraibi ha conquistato grazie alla Rivoluzione. L’economia è la voce principale pendente e abbiamo il dovere di avviarla verso lo sviluppo irreversibile del socialismo in Cuba”.

Raúl ha poi sottolineato l’emozione e la felicità dei deputati e del popolo per il ritorno e la presenza dei Cinque, che ha reso realtà la promessa di Fidel di 13 anni fa. Ha indicato l’esempio di fermezza, sacrificio e dignità degli Eroi che sono l’orgoglio della nazione, che ha lottato per la loro liberazione e adesso li ha accolti come dei veri Eroi.

Poi ha reiterato la sua sincera gratitudine ai movimenti e ai comitati che si sono uniti a questo popolo, ai parlamenti, alle istituzioni e alle personalità che hanno apportato il loro prezioso contributo.

“Il popolo cubano ringrazia per questa decisione del presidente degli Stati Uniti”, ha detto, ed ha puntualizzato che in questo modo è stato eliminato un ostacolo nelle relazioni tra i due paesi ed ha accennato anche alle ripercussioni suscitate dalle dichiarazioni dei due governi, da mercoledì 17.

Raúl ha spiegato che questi fatti sono frutto delle conversazioni  al più alto livello, con il contributo del  Papa Francisco e le facilità offerte da governo  del Canada,  un risultato dei cambi avvenuti in America Latina e i Caraibi, ed ha riconosciuto la disposizione del  presidente Obama di sostenere un dibattito sull’eliminazione del blocco e per aprire un nuovo capitolo nei vincoli tra le nazioni e nel desiderio di un futuro migliore per i due popoli.  Poi ha definito promettente la sua intenzione di rivedere la lista che pone Cuba tra gli Stati patrocinatori del terrorismo.

I fatti dimostrano che Cuba è stata vittima di attacchi di terrorismo che sono costati migliaia di morti e mutilati e che gli organizzatori godono una totale impunità.

Cuba non ha mai organizzato, finanziato, nè eseguito azioni di terrorismo contro persone, leaders o territori degli Stati Uniti.

“Non ignoriamo, ha aggiunto, le virulente critiche che il presidente Obama ha dovuto sopportare per questi annunci, da parte delle forze che si oppongono alla normalità delle relazioni.

“Noi parteciperemo ai contatti d’alto livello con spirito costruttivo, di rispetto e reciprocità, con il proposito di avanzare verso la normalità delle relazioni bilaterali.  Va risolta l’eliminazione del blocco economico, commerciale e finanziario verso Cuba, indurito negli ultimi anni”, ha commentato.

“La lotta sarà lunga e difficile e sarà necessaria la mobilitazione internazionale e della  società statunitense per ottenere l’eliminazione del blocco”, ha detto.

“Ogni volta che Cuba ha avuto informazioni su un’azione di terrorismo da eseguire nel territorio degli USA, ha immediatamente informato il loro governo. Siamo sempre stati disposti ad un dialogo di rispetto sulla base dell’uguaglianza”, ha dichiarato.

Il presidente cubano ha affermato che: “Tra i governi degli Stati Uniti e di Cuba esistono profonde differenze e che ci preoccupa quello che accade negli Stati Uniti in materia di democrazia e diritti umani. Converseremo di qualsiasi tema sulla basi indicate, di tutto quello che vorranno discutere”, ha assicurato.

Inoltre ha asserito che per migliorare le relazioni, Cuba non rinuncerà alle idee per le quali ha lottato duramente per più di un secolo, per le quali il suo popolo ha versato molto sangue ed ha corso i maggiori pericoli.

Cuba è uno stato sovrano che in un libero referendum per approvare la costituzione ha deciso la sua rotta socialista e il suo sistema politico, economico e sociale. Ugualmente non abbiamo mai proposto agli Stati Uniti di cambiare il suo sistema politico ed quindi esigeremo il rispetto per il nostro.

“Continueremo la nostra difesa della pace, del diritto internazionale e della cause giuste, come la denuncia delle minacce per la sopravvivenza della specie umana”, ha segnalato.

Raúl ha detto che Cuba continuerà ad appoggiare il Venezuela e il suo governo legittimo, ed ha confermato che l’Isola parteciperà al VII Vertice delle Americhe, segnalando che:

“La partecipazione di Cuba a questo Forum internazionale è un trionfo dell’unità latino americana nella nostra diversità”.

“Cuba continuerà a difendere le proprie posizioni nella difesa dei diritti umani”, ha sostenuto, aggiungendo che ci sono temi nei quali si può lavorare assieme agli Stati Uniti, come la collaborazione per affrontare l’Ebola in Africa occidentale.

Raúl ha ricordato l’incontro con Fidel a Cinco Palmas, che il 18 ha compiuto un nuovo anniversario.

“Allora eravamo solo 12 uomini e pochi fucili, ma avevamo la certezza della vittoria.  In questo stesso modo Cuba continuerà il suo cammino”, ha confermato ed ha fatto i suoi auguri al popolo per il nuovo anno  e per il nuovo anniversario del Trionfo della Rivoluzione.

Dopo che  Esteban Lazo ha annunciato il termine della sessione del Parlamento, Raúl ha conversato con i presenti, indicando Elián, al quale ha regalato come ricordo la copia della medaglia di Eroe della Repubblica di Cuba che porta quando veste da civile, e gli ha detto che la medaglia vera dovrà conquistarla nella produzione.

“Puoi tenerla ma non metterla”, ha commentato sorridendo.

“Stiamo giungendo al 57º anno della Rivoluzione” ha ricordato, ed ha indicato che con un popolo come questo giungeremo al 570º”.

La sindrome cubana

La sindrome cubana

Cuba continua a rimanere una nemesi per la maggiore potenza imperialista del mondo: gli Stati Uniti. La Rivoluzione Cubana ha visto scorrere davanti a se dieci presidenti statunitensi e cinque pontefici, ha resistito alla dissoluzione del socialismo reale che ha cambiato profondamente la mappa politica del mondo, ha dato l’impulso decisivo per sottrarre all’egemonia statunitense “el patio trasero”, quel cortile di casa coincidente con l’America Latina che gli Usa avevano sempre considerato roba loro.

La “stella rossa” dei Caraibi è stata e rimane la dimostrazione di quanto e come sia possibile portare in profondità il cambiamento rivoluzionario, anche a poche decine di miglia da una potenza ostile, soprattutto quando questa è la più grande potenza del mondo.

In queste ore si sta celebrando un fatto storico rilevante che va compreso oggi nella sua concretezza e nelle prospettive che delinea per il domani.

I fatti sono questi: c’è stato uno scambio di prigionieri. Da un lato tre agenti cubani in carcere negli Usa da sedici anni. Dall’altro due agenti statunitensi, uno dei quali in carcere da quindici. I primi hanno potuto contare, in questi lunghi anni di detenzione, sulla solidarietà internazionale che ne rivendicava la liberazione, i secondi solo sulle decisioni di opportunità del loro governo. Già questo è un dettaglio che segnala una differenza sostanziale tra Cuba e gli Usa. La liberazione dei tre prigionieri, dei cinque cubani arrestati nel 1998 per la loro attività di intelligence tra i gruppi controrivoluzionari con sede a Miami, segna un risultato importante e atteso da anni. Intorno alla loro detenzione si è sviluppato un movimento internazionale che è arrivato in ben due occasioni a manifestare fino alla Casa Bianca. Nulla del genere è accaduto per i due agenti dei servizi statunitensi detenuti a Cuba nè per i personaggi del cosiddetto dissenso anticastrista, tra cui la sig.ra Yoani Sanchez o i personaggi con telecamere della Cnn sempre al seguito come Elisardo Sanchez etc.

In un mondo che si dice e si vorrebbe dominato dall’egemonia statunitense, la guerra delle idee è stata ingaggiata e vinta da un piccolo paese rivoluzionario, dalla dignità del suo popolo e dalla straordinaria capacità strategica e tattica del suo gruppo dirigente.

Se non si coglie questo dettaglio si perdono di vista molti altri aspetti. L’isteria con cui i circoli reazionari statunitensi hanno reagito alla soluzione di questa vicenda, è del tutto speculare alla rabbia sorda e al senso di sconfitta che traspare dagli articoli della grande stampa italiana.

Sta in questo il tentativo della borghesia di esaltare il bicchiere mezzo pieno affermando che con questa trattativa, il colloquio telefonico di 45 minuti tra Obana e Raul Castro, la mediazione vaticana, Cuba si appresta a cedere terreno.

Anche su questo i fatti vanno conosciuti e analizzati concretamente. Obama ha annunciato un allentamento del blocco contro Cuba. Ma anche il presidente degli Stati Uniti – frutto della mediazione tra interessi diversi e talvolta divergenti – non può andare molto oltre.

Vediamo: ancora non si potranno importare ma si potranno avere i sigari cubani “per uso personale” (quasi come uno spinello) ma non oltre i 100 dollari; chi va a Cuba potrà portarsi souvenir per 400 dollari ma potrà portare alcoolici per non più di 100 dollari (sennò finisce che il gusano Bacardi ci va a rimettere). I cittadini statunitensi autorizzati a viaggiare a Cuba rimangono ristretti alle figure di giornalisti, ricercatori, sacerdoti, rappresentanti del governo. Si parla della possibilità di aumentare gli invii di denaro dagli emigrati cubani negli Usa verso Cuba da 500 a 2000 dollari a trimestre. Dunque stiamo ancora parlando di poca roba. Il meccanismo del blocco Usa contro Cuba è infatti giuridicamente molto più complesso, reso tale dai provvedimenti successivi e restrittivi introdotti via via dal 1961 in poi. Su questo groviglio il Presidente Obama può fare poco e il Congresso – oggi a maggioranza repubblicana – può congelare molto di più.

Dov’è allora il nodo politico rilevante? Il nodo sta nel fatto che un presidente Usa ormai al secondo mandato e nella scomoda posizione di “lame duck” (anatra zoppa), ha rotto una tradizione di aperta ostilità e di scontro frontale verso Cuba, una linea che i fatti hanno dimostrato essere totalmente inefficace. Non solo. Gli Stati Uniti del XXI Secolo non sono più quelli egemoni del XX Secolo. La loro supremazia militare è ancora indiscutibile, ma la loro supremazia economica ed ideologica non lo sono più. L’America Latina, quella che con la forza hanno costretto ad essere per oltre un secolo il loro cortile di casa, non è più così o non lo è più in gran parte. L’America Latina di oggi somiglia molto di più alla Nuestra America auspicata da Josè Martì che alla corte dei “nostri figli di puttana” (così gli Usa definivano il loro uomo Anastasio Somoza in Nicaragua ). Una parte importante dell’America Latina si è ad esempio de-dollarizzata, usa una propria moneta di scambio ed ha creato una area di integrazione regionale indipendente: l’Alba.

Cuba e la tenuta della sua Rivoluzione, anche avendo pagando un prezzo altissimo per questo, è stata il motore decisivo delle idee che hanno portato a realizzare tale cambiamento ed a rompere l’isolamento. Le redazioni di La Repubblica, Corriere della Sera etc. potranno anche masticare amaro, ma i popoli dell’America Latina e dell’Africa e non solo, hanno maturato un debito di gratitudine immenso verso questo paese.

Cuba è un paese piccolo e povero dell’area caraibica, ma messo al confronto con i suoi vicini con storie e condizioni simili – da Haiti a Santo Domingo – è un gigante. I suoi indici di sviluppo umano, universalmente riconosciuti con i parametri delle Nazioni Unite, lo pongono molto al di sopra di gran parte dei paesi dell’area e, sul piano delle aspettative di vita, al pari degli Stati Uniti. Un sistema sociale fondato sull’anticapitalismo e sul socialismo possibile produce indubbiamente risultati, anche in condizioni materiali di debolezza.

Il dialogo che potrebbe aprirsi tra Cuba e Usa appare indubbiamente asimmetrico. Ma anche lo scontro in questi quasi sessanta anni dalla Rivoluzione era tale. Sulla base dei fatti concreti chi se la sente di dire che quello scontro è stato vinto dagli Usa? E se non hanno vinto sul piano di uno scontro totalmente asimmetrico, perchè mai troppi temono che potrebbero vincere sul piano del dialogo? Cuba, anche in mezzo a prove difficilissime che hanno stroncato paesi anche con maggiori risorse, ha dato straordinarie prove di sè. Riconoscere questo significa affrontare la nuova fase con il necessario realismo e una fiducia più che meritata.

“Le nuove relazioni con gli Usa? Una vittoria del popolo cubano”. Intervista a Luciano Vasapollo

Luciano Vasapollo, referente per l’Italia insieme a Rita Martufi, della “Red en Defensa de la Humanidad”, è stato il latore di una lettera recapitata al Papa sulla liberazione dei cubani deternuti in Usa. Alla luce dell’annuncio sulla riapertura delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Usa e del ruolo del Vaticano, quella lettera assume un valore del tutto particolare.

Vasapollo, professore di Politica Economica all’Università di Roma, è appena tornato dall’assemblea internazionale a Caracas della Red.

Che giudizio dai di questa nuova fase nei rapporti tra Usa e Cuba?
Innanzitutto esprimo a nome della “Rete in difesa dell’umanità”, il massimo livello di soddisfazione umana ma soprattutto politica e culturale per questa grande vittoria della rivoluzione cubana, del popolo cubano e del governo dell’Avana. Si apre una prospettiva di nuove relazioni internazionali. Siamo di fronte alla fine dell’infame blocco che di fatto dimostra di non aver prodotto nulla di rilevante e di utile, se non problemi e drammi.

Quale era il clima all’assemblea di Caracas?
Questi dieci anni della Red sono stati festeggiati con delegati e referenti provenienti da 35 paesi. Dieci anni in cui la battaglia per riportare a casa i cinque cubani detenuti in Usa è stata centrale. Una rivendicazione che rimane il simbolo di una grande battaglia dell’autodeterrminazione dei popoli, prima politica e poi anche economica. Nei lavori dell’assemblea abbiamo posto il nodo della guerra, dei pericoli di guerra che non diminuiscono certo, e dell’atteggiamento degli Usa verso i cosiddetti  Stati canaglia. Vorremmo che questo concetto non esistesse proprio al mondo. Chiediamo uno sforzo in più al premio Nobel per la pace, Obama. Che si faccia portatore di un progetto di nuove relazioni internazionali multilaterali e non più unipolari.

I tuoi incontri al Vaticano?
Ho avuto il piacere e l’onore di essere stato ricevuto dagli ultimi due Papi e a tutti e due ho dato una lettera a mia firma come “Rete in difesa dell’umanità” e anche come “Comitato internazionale, per la libertà dei cinque cubani”. Nella lettera ho chiesto un intervento umano e culturale per quanto riguarda il loro caso. Poi la diplomazia ha svolto il suo ruolo. Un grande saluto di speranza dell’umanità a questo Papa che sta dimostrando una nuova maniera di vedere il mondo.

Come va inquadrata la mossa degli Usa?
Ho criticato aspramente e duramente la politica di Obama e i suoi errori. Questa volta ha prodotto l’atto più importante da quando è presidente degli Stati Uniti. Un grazie va al popolo statunitense che è stato vicino al popolo cubano. Grazie quindi al popolo e alla grande rivoluzione cubana.

E poi chi ringrazi, ancora…
Il mio ringraziamento va ai cinque cubani che hanno sofferto sedici anni di detenzione insieme ai loro famigliari. Un ringraziamento anche a tutta la rete di solidarietà che si è sviluppata via via nel mondo. Le centinaia di piccole grandi iniziative, dai sit in alle presentazioni di libri sono state tutte gocce internazionali che in questi sedici anni hanno contribuito a costruire l’esito che oggi abbiamo finalmente sotto gli occhi tutti. Ringrazio i compagni di Nuestra America, la Usb che come parte della federazione sindacale internazionale hanno dato un contributo fortissimo, Rita Martufi del CESTES, e poi a tanti altri, non li posso davvero ricordare tutti: dalla Villetta , al comitato italiano giustizia per i 5, all’associazione italia cuba, e anche alcune organizzazioni politiche della sinistra, italiana ed europea, che hanno dato un aiuto diretto e concreto. Finisco con una battuta ma anche con un programma politico: se vogliamo difendere l’umanità deve continuare la  battaglia per la liberazione di tutti i prigionieri politici in mano all’imperialismo.

Gli Stati Uniti arrivano a questo passo in un momento di grande caos internazionale in cui la lotta di tutti contro tutti rischia di metterli di fronte all’imprevedibile…
Sarebbe troppo facile per un comunista dire che questa grande vittoria evidenzia anche un momento di grande debolezza degli Usa, non voglio infierire. La politica, soprattutto in questa fase, si fa con i tempi lunghi. Quando tutti parlavano di globalizzazione noi parlavamo di competizione globale. E fino ad oggi lo sviluppo degli eventi ci ha dato ragione. E’ chiaro che la crisi economica generalizzata ha messo i nervi allo scoperto. Quando c’è il maiale grasso c’è un pezzetto per tutti. Quando il maiale è magro e malato allora comincia la guerra. In una situazione di crisi sistemica gli scenari di guerra aumenteranno ancora sotto tutte le forme, compresa quella mediatica e finanziaria. Oggi gli Stati Uniti non hanno la forza nemmeno di dieci anni fa. C’è l’Alba da dieci anni, non va dimenticato. L’Alba rappresenta in America Latina un percorso con socialismi differenti, certo, però intanto c’è un’area antimperialista e anticapitalista nella transizione socialista che non risponde ai dettami dell’Fmi. Ci sono i Brics, poi, che pure con le loro contraddizioni sono alla ricerca del loro spazio internazionale e sicuramente non  stanno rendendo la vita facile agli Usa. A sua volta l’Ue si sta caratterizzando come costruzione di un polo imperialista. Ci sono gli Usa, certo, ma anche molti concorrenti di livello internazionale. Purtroppo le grandi crisi sistemiche si sono risolte sempre con guerre mondiali. Ormai la guida unipolare statunitense si è chiusa ed è chiaro che gli Usa sono alla ricerca di nuovi equilibri. La Rete in difesa dell’umanità ha prodotto su questi temi un documento che si può trovare sul sito specifico.

La crisi economica non sembra più controllabile. Quali scenari si prospettano?
E’ difficile stabilirlo. Si accentuerà la crisi, questo sì. La parola in questo momento sta ai lavoratori. E’ questa, in fondo, la novità. Se riusciamo a trasformare la crisi dell’Unione europea in una possibilità per i lavoratori e creare condizioni di lotta e di speranza per un’Alba mediterranea allora possiamo sperare di bloccare il liberismo, e i danni che sta producendo su scala mondiale. Cerchiamo di imparare dall’America Latina e dall’Alba, dalla Bolivia e dal Mas, dal Venezuela, tanto per citare qualche realtà in cui il protagonismo dei popoli e delle masse dei lavoratori sta producendo risultati concreti.

Come metti in relazione il risultato conseguito oggi con il tuo passato in quell’alveo della sinistra dalle grandi lotte ed esperienze degli anni settanta?
Oggi come ieri per la nostra generazione sono state e sono centrali le battaglie per la libertà. Un obiettivo che abbiamo perseguito sotto mille forme. Oggi il contributo prodotto è un tassello che in qualche modo si inserisce in una fase mondiale di grande rilievo. E quindi assume una forza determinante e nuova. Dobbiamo prendere gli elementi positivi e continuare sulla nostra strada contando sul fatto che alcune cose appartenenti alla nostra analisi oggi vengono confermate in pieno.