Giungla salariale europea, “meglio” dell’Italia anni ’50

Giungla salariale europea, "meglio" dell'Italia anni '50

Se si vuol capire a cosa servono istituzioni che dispongono le politiche economiche, bisogna guardare l’andamento dei salari. E a moneta unica il paragone viene molto più semplice.

E se si vuol capire cosa significhino certe politiche economiche, bisogna leggere cosa scrivono i padroni, o i loro giornalisti.

Eurostat, oggi, ha reso noti i dati relativi ai salari del, Vecchio Continente, paese per paese e distinguendo tra “costo del lavoro” (salario netto più tasse e contributi previdenziari) e salario in tasca di dipendenti. Ne viene fuori in quadro che spiega molto delle “delocalizzazioni” infraeuropee (Bulgaria e Romania sono ormai molto più convenienti della Cina, rispettivamente con 3,8 e 4,6 euro l’ora, mentre Danimarca e Germania superano o sfiorano i 40), ma anche molto delle “prescrizioni” della Troika in materia di tagli alla spesa sociale, eliminazione delle tutele del lavoro dipendente, contratti precari, in una parola “l’austerità”.

Noi lo avevamo spesso denunciato che questo dispositivo dittatoriale aveva un solo obiettivo: comprimere i salari, non solo (o non tanto) ridurre la spesa pubblica per rendere la produzione di un paese “più competitiva”. Il concetto di competizione ha una conseguenza precisa: si produce per esportare, a scapito del mercato nazionale (rispetto al quale il costo del lavoro è pressoché neutro). Il che, in regime di moneta unica, vuol dire produrre per i mercati extra-Ue, dove hanno corso altre monete, oltre che altre regole.

Se è così – e lo è certamente, viene persino ammesso, ora – il destino di tutti ilavoratori europei appare segnato: il costo del lavoro dovrà convergere verso il basso, tranne (forse) che per i paesi-guida dell’Unione, quelli del Grande Nord.

Per averne un’idea bisogna giardare, prima ancora che il livello assoluto dei salari, l’incremento registrato dal costo del lavoro nell’ultimo anno. Si scopre che in quattro paesi europei è diminuito (Cipro, Portogallo, Irlanda e Croazia), mentre in Italia è rimasto pressoché invariato. I primi tre paesi in retromarcia sono anche alcuni di quelli sottoposti a “salvataggio” da parte della Troika, mentre la Croazia c’è stato l’impatto durissimo ricevuto con l’ingresso nella zona euro.

Spiega seraficamente IlSole24Ore, organo di Confindustria:

Tre di questi sono Stati salvati dalla Ue e non è un caso, perché hanno subìto un processo di “svalutazione interna” legato alle dure politiche di austerità cui sono stati soggetti. La svalutazione interna è un modo di rendere più competitivo il proprio export attraverso un abbassamento dei salari e un aumento della produttività; è quindi un’alternativa alla classica svalutazione della moneta, che non è possibile all’interno di un’Unione monetaria come l’Eurozona. Il caso più emblematico è la Grecia, dove il costo del lavoro orario era nel 2014 di 14,6 euro e sei anni prima di 16,8 euro.

Spiegazione perfetta, tecnicamente parlando, che sbaraglia in un attimo tutta la propganda di regime (sia in Italia che nel resto dell’Unione): questa ricetta non serve a “rilanciare il paese” o a “creare nuove opportunità”, ma semplicemente a rendere più competitiva l’industria continentale export oriented. E basta. Tutto il resto sono chiacchiere.

In aggiunta dobbiamo sottolineare che comunque la strategia “austera”, fondata sulla svalutazione salariale, non è stata sufficiente rispetto all’obiettivo. E dunque la Bce si è presa l’incarico di far svalutare anche la moneta varando il quantitative easing. Il che è una misura della gravità della deflazione in cui è caduta l’economia continentale.

E da cui non usciremo affatto, continuando a giocare la carta della competitività dell’export e della “giungla salariale” continentale. Vero è che una giungla non dissimile caratterizzava anche l’Italia degli anni ’50, quella in cui prese abbrivio il “boom”. Ma lo scarto tra salari “nordisti” e “sudisti” era allora assai minore di adesso (1 a 10, dalla Bulgaria alla Danimarca). E, soprattutto, era interna alla “ricostruzione” di un continente devastato dalla guerra in ogni suo centimetro.

Pensare di riprodurre quelle condizioni in un contesto praticamente opposto – quello europeo è oggi un mercato saturo, non massacrato dalla penuria – è semplicemente una follia. Puoi anche riuscire, ammazzando i lavoratori del continente, arrivare al costo del lavoro di un lavoratore cinese (poco più di dieci euro l’ora, ormai, contro i 28,3 dell’Italia). Ma a quel punto il modello export orientedsarà comunque di fronte ad altre economie che possono sfruttare enormi quantità di forza lavoro a costi ancora minori (India, Bangladesh, Indonesia, Filippine, ma anche dell’America Latina e di alcuni paesi africani). In un vortice “competitivo” verso il basso, quasi senza fondo.

Per chi volesse verificare dati e considerazioni:

l’articolo de IlSole24Ore: http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-03-30/la-mappa-costo-lavoro-europa-bulgaria-38-euro-all-ora-danimarca-40-e-italia–113543.shtml?uuid=ABZWYbHD

 

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Vigili urbani a Roma: un caso creato per stroncare tutto il lavoro pubblico

Vigili urbani a Roma: un caso creato per stroncare tutto il lavoro pubblico

Prima la notizia: la notte di S. Silvestro, a Roma, l’83,5% dei vigili urbani si è dato malato o comunque si è assentato dal lavoro utilizzando altri tipi di permesso (dalla legge 104 alla donazione di sangue).

Come conseguenza, grande scandalo, governanti di ogni livello e media di regime scantenati contro i “fannulloni del pubblico impiego”  – tutti insieme, nessuno escluso, come si fa nei pogrom – e richiesta generalizzata di bastonare i reprobi (il pubblico impiego in generale). Il premier Matteo Renzi cavalca l’onda con facilità, annunciando che il 2015 sarà l’anno del “cambio di regole nel pubblico impiego” per far sì che non si ripetano mai più casi come quello della Capitale.

Il ministro del settore,  Marianna Madia, cala per una volta la maschera di madonnina e tira fuori artigli, ventilando  “azioni disciplinari” per “colpire gli irresponsabili”. Il Garante per gli Scioperi – quellìautorità creata quasi venti anni fa con l’unico obiettivo di impeire o rendere comunque irrilevanti gli scioperi nei servizi pubblici (tra precettazioni, “servizi garantiti”, sanzioni e “affollamenti” – ha prospettato sanzioni “fino a 50 mila euro”. E subito emergono le proposte per rendere “più facile il licenziamento degli statali”, il trasferimento all’Inps (invece ce alle Asl) dell’incarico di eseguire i controlli medici sui periodi di malattia, “commissioni ad hoc” per la valutazione del “rendimento” dei singoli dipendenti pubblici, di riesumazione delle “norme Brunetta” e via reprimendo in via preventiva…

Il Campidoglio, sotto botta dopo lo scandalo “der cecato” & co., prova a tenere il passo incaricando il vicecomandante dei vigili di condurre un’indagine interna per capire cosa sia successo il 31 dicembre. Al termine della quale la Procura di Roma  (ieri il comandante dei vigili, Clemente, ha incontrato il procuratore aggiunto Maria Monteleone) potrebbe intraprendere “eventuali procedimenti penali”.

Dal canto loro, i vigili della Capitale difendono a spada tratta le proprie ragioni e si preparano al primo sciopero della categoria nella storia di Roma, anche se la triplice Cgil-Cisl-Uil stigmatizza i disagi sottolineando di non aver “in nessun modo dato indicazioni ai lavoratori difformi da quanto previsto dalle norme, contratti e regolamenti”.

“Non siamo né fannulloni, né ladri”, sottolineano gli agenti, spiegando di non aver fatto lo straordinario “per protesta”. E qui esce fuori una prima ragione comprensibile per una astensione dal lavoro altrimenti inspiegabile e per nulla spiegata dai giornali. di regime:l’amministrazione comunale e il comandante avevano infatti disposto uno “straordinario obbligatorio” la notte di capodanno per garantire lo svolgimento del concerto al Circo Massimo.

Una”provocazione” giunta alla fine di un anno in cui i rapporti tra il comandante e gli uomini da lui amministrati sono arrivati ai minimi termini. Ne avevamo anche noi dato in qualche modo notizia,all’interno degli articoli dedicati all’inchiesta giudiziaria su Mafia Capitale, segnalando come fosse quantomeno curioso che il comando dei vigili urbani romani stesse eseguendo le indicazioni date da un “commissario alla trasparenza” – Walter Politano –  indagato per associazione mafiosa dalla Procura di Roma insieme a Carminati, Buzzi, Mancini e compagnia cantando. Ora la situazione è apparentemente “migliorata” con la nomina nella stessa carica di Rodlfo Sabella, magistrato, su cui però i giuristi democratici hanno sollevato “perplessità” – diciamo così – di una certa rilevanza politica.

Sta di fatto che decine di assemblee dei “pizzardoni” hanno posto il problema di entrare in sciopero – cosa mai avvenuta nella storia – per rispondere in qualche modo a un’offensiva dall’alto che accomuna tutti sotto un’accusa infamante.

IL provvedimento più intolerabile, tra i tanti partoriti dalle fervide menti ai vertici, riguarda il trafserimento di sede per contrastare la corruzione. Per chi conosce Roma, non c’è minaccia maggiore possibili, qualunque sia il lavoro che fai. Si tratta inoltre di un provvdimento completamente inutile rispetto allo scopo per cui viene preso. Un “vigile corrotto”, infatti, una volta cambiato il gruppo circoscrizionale, riprenderà in breve tempo la sua “seconda attività”, perché dovrà soltanto comnciare a conoscere i suoi nuovi “clienti” giovandosi della competenza accumulata in altra zona.

Al contrario, ci spiegavano alcuni vigili (incazzatissimi per una misura che li sospettava tutti, nessuno escluso,come si fa nei pogrom, di essere “corrotti”), un trasferimento di funzione e non territoriale avrebbe tagliato le gambe molto più efficacemente alla corruzione perché i responsabili avrebbero dovuto imparare un mestiere differente (regolato da decine di codici differenti). Insomma: se prendi un vigile “esperto” nel trattare con i commercianti e lo rimetti alla viabilità, e viceversa, per qualche anno puoi star tranquillo che non ci saranno episodi gravi di corruzione.

Pur restando all’interno dello stesso territorio. Quel che ha fatto imbizzarrire un a categoria decisamente poco disponibile al conflitto è infatti il trafserimento ad altra sede. Per tutti – “corrotti” e no – esiste infatti il problema del “viaggio” da casa al lavoro, che a Roma, in casi limite, può arrivare alle due ore.

Insomma, seguendo le indicazioni di un “assessore corrotto” indagato per questa ragione – vedremo come andrà poi il processo – tutti i vigili sono stati messi nello stesso calderone e obbligati a reagire.

Stiamo parlando di una categoria non simpaticissima, ben lontana dall’immagine cinematografica del “pizzardone” anni ’50. Una categoria oltretutto a digiuno di conflitto sindacale e delle sue regole; da sempre percorsa dal clientelismo; abbituata a “difendersi” ricorrendo ai trucchetti da leguleio consentiti da una legislazione abnorme di cui sono obbligati a conoscere ogni singola piega. E che quindi, invece di prendere in mano l’arma dello sciopero, si è fatta tentare dall’aggiramento furbesco – consentito da regole giuste come da regolette assurde (ancora una volta tutto insieme) per realizzare uno “sciopero bianco” nell’occasione di massima visibilità.

Succede che a fare il furbo ci si dimostri ingenui. E i vigili romani lo sono stati di sicuro, nel loro rifiuto del conflitto aperto – “politico” – con l’amministrazione. Non hanno infatti capito che “è cambiata l’aria” e hanno ora contro – non più soltanto “sopra” – un potere in cerca di “casi esemplari” da usare come stracci per realizzare lo stravolgimento generale dele regole del lavoro, anche nel pubblico impiego.

Ma di ragioni oggettive ne hanno molte. Come tutto il pubblico impiego. Certo, dovrebbero forse farsi indicare la strada da un sindacato abituato al conflitto, antagonista politico che prova a leggere anche le dinamiche generali, lasciandosi alle spalle definitivamente le scorciatoie “furbette” e regolamentari, così come i sindacati complici che ora li stanno lasciando completamente soli dopo averne assecondato le abitudini peggiori.

Lavoro: quattordici morti in due giorni

Lavoro: quattordici morti in due giorni

Sono quattordici i lavoratori morti in questi ultimi due giorni del 2014. Si spera che le notizie non siano vere, che esiste ancora una fievole speranza di trovare in vita i cinque autotrasportatori  imbarcati con il Tir sulla Norman Atlantic: si tratta di quattro napoletani e un messinese di cui non si sa più niente.
Anche dei marinai turchi dispersi al largo di Ravenna dopo una collisione non si trova traccia.
A queste probabili vittime occorre aggiungere altri due lavoratori morti in provincia di Latina e sull’autostrada A 20 Messina-Palermo.

Come ho già scritto più volte si sta chiudendo un anno orribile per chi lavora. E’ da quando ho aperto l’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro il 1° gennaio del 2008 che non ci sono tanti morti.
Siamo a +12,8% rispetto all’intero 2013 e a +3,1 rispetto al 2008 e questo nonostante si siano persi da quell’anno milioni di posti di lavoro “buoni”. I morti sul lavoro si sono solo spostati da contratti a tempo indeterminato a quelli precari, in nero e partite iva individuali. Da chi è assicurato all’INAIL e chi invece ha altre assicurazioni “precarie” o che addirittura non le ha.
E questo senza che sia ancora entrato in vigore il Jobs act che produrrà un’ulteriore precarizzazione del lavoro, con conseguente aumento degli infortuni, anche mortali. Chi si opporrà più alla richiesta di svolgere un lavoro pericoloso se corre il rischio di essere licenziati con una scusa se si rifiuta?
Occorre una svolta radicale e dare a chi ha un lavoro dipendente e a una falsa partita iva una rappresentanza politica che adesso non hanno in parlamento. Basta divisioni nel mondo del lavoro. Impegniamoci tutti per dare una rappresentanza politica vera e diretta a chi lavora.

Carlo Soricelli curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavorohttp://cadutisullavoro.blogspot.it

Jobs act, il doppio gioco di Renzi-Pilato sulla pelle dei lavoratori

Matteo Renzi gioca a fare Ponzio Pilato sulla pelle di lavoratori a tempo indeterminato e precari. E sull’estensione del Jobs act al pubblico impiego, soprattutto per quanto riguarda i licenziamenti collettivi, “delega” al Parlamento la decisione finale. La “porcata” di Natale si tinge, se possibile, di nero. Su quella che sembrava una frase sibillina formulata dallo stesso Poletti in una intervista a Repubblica arriva la conferma direttamente dal premier: ”Sarà il Parlamento a pronunciarsi – dice Renzi – Esiste giurisprudenza nell’uno e nell’altro senso. Ma non sarà il governo a decidere”. La norma, ha chiarito il presidente del Consiglio, dovrà però essere inserita eventualmente nel disegno di legge delega sulla p.a. e non nel Jobs act. Il testo della riforma del lavoro riguarda e riguarderà infatti, come detto e ripetuto da Poletti, solo il settore privato. E, sostengono in molti, è ormai un testo blindato, sia a destra che a sinistra”. Un doppio gioco senza precedenti che in nome di un ricompattamento precipitoso della maggioranza arriva a rinnegare anche il fatto che in realtà un voto del Parlamento sul Jobs act già c’è stato e che ora il provvedimento si trovava nella fase dei decreti attuativi, quindi nella piena responsabilità di palazzo Chigi. Ma non è solo questa la contraddizione a cui è approdato l’ex sindaco di Firenze. Come ben mette in evidenza il “Sole 24 ore”, dal punto di vista dei ricorsi si creano a questo punto tre diversi regimi: legge Fornero, Jobs act e dipendenti pubblici con articolo 18. Un caos giuridico senza precedenti.

Facendo finta di non accettare le richieste di Ncd, il governo non sarà costretto ad accettare anche quelle di alcune parti del Pd che chiedono, ad esempio, una modifica sui licenziamenti collettivi. Ma, come si vede è un gioco di facciata. Il parere delle Commissioni parlamentari non è vincolante per l’esecutivo, che deciderà autonomamente se accettare o meno le eventuali richieste di modifica, ma è chiaro che la partita che si gioca in Parlamento ha una diretta influenza sull’equilibrio generale a partire dall’Italicum e dall’elezione del presidente della Repubblica. Soprattutto in considerazione del fatto che mai come in questo momento i maggiori partiti sono nel caos più totale.

Da sinistra a destra la polemica ieri è continuata per tutta la giornata. A tornare sulla questione è innanzitutto Pietro Ichino, il primo a sollevarla: “Quando il governo ha deciso di non escludere dal campo di applicazione i nuovi assunti nella p.a. erano presenti anche Poletti e Madia: ecco come è andata nel Cdm del 24”, ribadisce il senatore di Scelta Civica. “Evidentemente i due ministri hanno cambiato idea. – prosegue – Ma dovranno convincerne il resto del Governo e della maggioranza. Mi sembra molto improbabile”. Parole cui fa eco Maurizio Sacconi: “il governo ci dica nella sostanza quali motivi di efficienza deporrebbero contro l’unico mercato del lavoro” pubblico-privato, incalza.

Un’equiparazione che però, provocano i sindacati, dovrebbe essere a questo punto totale. “Ricordiamo a Sacconi – afferma il segretario generale della Uil Pa, Benedetto Attili – che i dipendenti pubblici hanno da anni i contratti bloccati, le retribuzioni bloccate, il trattamento pensionistico delle donne diverso dal privato: se vogliamo l’equiparazione tra pubblico e privato, rendiamola a 360 gradi”. Viste le parole di Renzi, Attili chiede al Parlamento “un confronto serio, non una passerella o una campagna pre-elettorale”. La polemica attuale ha infatti, anche secondo il responsabile Settori pubblici della Cgil, Michele Gentili, il sapore di una manovra destinata ad altri scopi: nella p.a. – spiega – si può già licenziare per motivi disciplinari e, come dimostra il caso delle Province, per motivi economici o organizzativi si può entrare in mobilità. La discussione agli statali è dunque “assolutamente ideologica” e per parti del centrodestra serve a raggiungere “altri obiettivi”, come ad esempio ottenere di introdurre anche lo scarso rendimento tra le motivazioni per il licenziamento.

Jobs act, Renzi straccia la Costituzione come Troika docet: lo scandalo dei licenziamenti collettivi. Intervento di Cremaschi

Era lecito domandarsi a che servisse togliere la tutela dell’articolo 18 a tutti i nuovi assunti, quando non si creano nuovi posti di lavoro e la disoccupazione aumenta.
Il decreto natalizio del governo Renzi supera questa contraddizione. Senza che se ne fosse minimamente accennato nella discussione parlamentare sulla legge delega, il testo sfrutta al massimo l’incostituzionale mandato in bianco imposto col voto di fiducia e estende la franchigia anche al mancato rispetto delle regole sui licenziamenti collettivi. La legge 223 infatti, recependo principi e regole in vigore in tutti i paesi industriali più avanzati e sostenute con forza da tutte le organizzazioni internazionali, Onu in testa, da oltre venti anni disciplina i licenziamenti collettivi per crisi, stabilendo criteri e regole nel loro esercizio. Ad esempio essa applica un concetto principe del diritto del lavoro degli USA, la “seniority list ” . Se proprio si deve licenziare si parte dagli ultimi arrivati , dai più giovani, da coloro che non hanno carichi familiari e si risale verso le madri e gli anziani capi di famiglia. In vetta a quella lista, nelle aziende Usa sindacalizzate, stanno addirittura i rappresentanti dei lavoratori. In Italia non siamo così rigidi, ma il senso della regola è lo stesso. La 223 stabilisce che solo con un accordo sindacale controfirmato da una pubblica autorità si possa derogare ai criteri dell’anzianità e dei carichi familiari. Così son state definite con le aziende, da ultimo con Meridiana, le uscite dei più anziani, in grado di raggiungere la pensione con la indennità di mobilità.

Se un’azienda prima del decreto Renzi avesse voluto fare licenziamenti indiscriminati di massa , avrebbe subìto un doppio danno. Avrebbe dovuto pagare consistenti penali e avrebbe rischiato la reintegra da parte di un giudice di tutti i dipendenti licenziati senza il rispetto di regole e procedure. Questo vincolo ha frenato i licenziamenti di massa, anche in una crisi senza precedenti come quella attuale. Ora viene tolto e le aziende potranno liberamente sbarazzarsi, per crisi e ragioni economiche, di lavoratrici e lavoratori che hanno l’articolo 18 e sostituirli con dipendenti precari a vita, pagati molto meno e per la cui assunzione riceveranno anche un consistente finanziamento pubblico.

La portata reazionaria di questo decreto mostra tutta la malafede di un governo che sa perfettamente che la liberalizzazione dei licenziamenti non ha mai prodotto, né mai produrrà un solo posto di lavoro aggiuntivo a quelli esistenti. Nessuno assume in più se non ha lavoro in più da far fare. Ma se viene offerta la possibilità di realizzare, a condizioni più che favorevoli, quello che le imprese chiamano il ricambio organico del personale, perché rifiutarla? Questo è lo scopo vero del Jobact : un gigantesco scambio di manodopera tra chi ha più e chi ha meno diritti e salario. Come più di cento anni fa, quando i braccianti venivano cacciati dalla terra che avevano coltivato, perché agrari e baroni reclutavano gente più povera disposta a subire condizioni peggiori.

Non solo il Jobact non fa nulla contro la disoccupazione, ma anzi proprio per funzionare ha bisogno di una massa ricattabile di senza lavoro, senza i quali le sue norme resterebbero lettera morta. Alla fine l’ occupazione complessiva sarà ancora minore, come già sapientemente prevede la Confindustria, ma quella rimasta somiglierà molto di più a quella che lavora oggi in Cina rispetto a quella che aveva conquistato diritti e dignità in Italia. Le imprese rimaste festeggeranno per i maggiori profitti, mentre il lavoro sarà sottoposto alla schiavitù di un Medio Evo tecnologico.
A questo punto non serve aggiungere altre parole. Ogni atto del governo Renzi rappresenta una coerente azione di restaurazione sociale. Non si colpisce solo il lavoro, ma la scuola, la sanità. i servizi pubblici, mentre si rafforzano le spese militari. Quando si interviene, come all’Ilva, lo si fa per permettere alle multinazionali cui verrà ceduta di risparmiare i costi del risanamento e degli investimenti. Tutte le riforme politiche proposte stravolgono principi e libertà costituzionali.

Ma a questo punto continuare a rimproverare a Renzi e a Giorgio Napolitano, che ne è il primo sostegno, di fare quello che dichiarano di voler fare non serve a niente. Il governo Renzi è la personalizzazione della distruzione della Costituzione Repubblicana, è nato e opera per questo. Rappresenta una classe dirigente italiana che ha deciso che il sistema sociale e democratico del dopoguerra non possa più essere mantenuto, di fronte ai vincoli della Troika e della finanza globale. O si contestano quei vincoli, euro compreso, o si insegue il modello del capitalismo selvaggio senza vincoli. Renzi e Napolitano hanno scelto di essere fino in fondo fedeli esecutori di quei vincoli, per questo oggi son avversari di tutto ciò che nella storia italiana ha significato progresso sociale e democratico. Renzi e Napolitano hanno scelto e chi si oppone a questa loro scelta deve essere altrettanto intransigente e rigoroso. Altrimenti la coerenza reazionaria del governo sarà la sola devastante forza in campo .