Giubileo, partono i grandi appetiti

 
La prima esul­tante rea­zione del pre­si­dente del Con­si­glio auto­rizza qual­che pre­oc­cu­pa­zione: «L’annuncio del Giu­bi­leo è una buona noti­zia che il governo ita­liano acco­glie con i migliori auspici. Roma — assi­cura Mat­teo Renzi — si farà tro­vare pronta come l’Italia, che quest’anno ospita l’Expo». Quanto siano in ritardo i lavori per l’esposizione di Milano (in calen­da­rio tra sei set­ti­mane) è infatti noto. Più ragio­nato il com­mento del sin­daco di Roma Igna­zio Marino: «È una lieta noti­zia per Roma. Si tratta di un impor­tante appun­ta­mento reli­gioso e un’occasione, per cre­denti e non cre­denti, per riflet­tere sul senso della vita». Teme com­mis­sa­ria­menti, il primo cit­ta­dino, e mette le mani avanti: «Roma è da subito pronta ad affron­tare que­sto evento mon­diale, così come lo è stata in occa­sione della bea­ti­fi­ca­zione dei due papi il 27 aprile del 2014», appena l’anno scorso. Non basta. Dal Cam­pi­do­glio fanno sapere che senza atten­dere la regia di nes­suno, nei pros­simi giorni pren­de­ranno con­tatto con il Vati­cano e con il governo. E in quell’occasione apri­ranno con palazzo Chigi il dos­sier dei costi: pochi mesi fa Palazzo Chigi, con il piano di rien­tro, ha rico­no­sciuto al Cam­pi­do­glio 110 milioni di euro l’anno per gli extra­co­sti. Ma cer­ta­mente il comune chie­derà risorse aggiun­tive. Imme­diata è la pole­mica nel Pd, con i filo ren­ziani che pole­miz­zano con il sin­daco: «Roma nelle con­di­zioni attuali non è pronta. Biso­gna al più pre­sto creare una cabina di regia con governo e regione. Gestire milioni di pel­le­grini, che non sono turi­sti, in una città non orga­niz­zata può rap­pre­sen­tare un peri­colo anche grave, il Giu­bi­leo dura un anno — è la replica diretta dei depu­tati romani del Pd Michele Anzaldi e Lorenza Bonac­corsi, pre­si­dente del Pd Lazio, a Marino — non è cer­ta­mente para­go­na­bile a sin­gole gior­nate, anche impe­gna­tive, che la città si è tro­vata a gestire di recente».

Sì, questa è l’Era della solitudine

Competitività e individualismo ci stanno spingendo verso una devastante Era della Solitudine

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di George Monbiot*- comune.info

Come possiamo definire questo nostro tempo? Non è il tempo dell’informazione: la sconfitta dei movimenti di educazione popolare ha lasciato un vuoto che ora viene colmato da teorie di marketing ed ipotesi di complotti. Come l’età della pietra, quella del ferro e quella dello spazio, l’era digitale ci dice molto sui prodotti, ma poco sulla società. L’antropocene, in cui gli esseri umani producono il maggior impatto sulla biosfera, non basta a differenziare questo secolo dai precedenti venti. Qual è l’evidente trasformazione sociale che contrassegna il nostro tempo distinguendolo da quelli che lo hanno preceduto? A me appare ovvio: questa è l’Era della Solitudine.

Quando Thomas Hobbes sostenne che nello stato di natura, prima che emergesse un’autorità che esercitasse un controllo, eravamo tutti in guerra “l’uno contro l’altro”, non avrebbe potuto fare un errore più grande. Fin dall’inizio eravamo creature sociali, una sorta di api mammifere, che dipendevano completamente le une dalle altre. Gli ominidi dell’Africa orientale non avrebbero potuto sopravvivere da soli neanche una notte. Siamo costituiti, in misura maggiore rispetto a quasi tutte le altre specie, dalla relazione con gli altri. L’epoca in cui stiamo entrando, in cui viviamo separati, non è simile a nessun’altra epoca precedente.

Tre mesi fa abbiamo letto che la solitudine è diventata un’epidemia tra i giovani adulti. Ora veniamo a sapere che è un disagio altrettanto grave nelle persone più anziane. Uno studio dell’Independent Age rileva che il disturbo grave da solitudine affligge 700.000 uomini e 1 milione 100.000 donne oltre i 50 anni (4), e si sta sviluppando ad una velocità impressionante.

È improbabile che l’Ebola uccida così tante persone quante vengono colpite da questo malessere. L’isolamento sociale è una causa di morte precoce potente quanto il fumo di 15 sigarette al giorno; la ricerca rileva che la solitudine èdoppiamente mortale dell’obesità. Le forme di demenza, la pressione alta, l’alcolismo e gli infortuni – come anche la depressione, la paranoia, l’ansia ed il suicidio, si presentano più frequentemente quando vengono interrotte le relazioni (7,8). Non siamo in grado di stare soli.

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Certo, le fabbriche hanno chiuso, la gente si sposta in auto invece che con i mezzi pubblici, si collega a YouTube invece di andare al cinema. Ma questi cambiamenti non sono sufficienti, da soli, a spiegare la velocità del nostro collasso sociale. A questi cambiamenti strutturali si è accompagnata una sorta di ideologia di negazione della vita, che rafforza ed esalta il nostro isolamento sociale. La guerra dell’uomo contro l’uomo – in altri termini la competizione e l’individualismo – è la religione del nostro tempo, giustificata da una mitologia che inneggia ai combattenti solitari, agli operatori in proprio, agli uomini e donne che si fanno da soli, e vanno avanti da soli. Per la più sociale delle creature, che non può prosperare senza amore, non è disponibile ora qualcosa di simile alla società, ma solo un eroico individualismo. Ciò che conta è vincere. Il resto sono danni collaterali.

I ragazzi inglesi non aspirano più a diventare ferrovieri o infermiere, più di un quinto di loro adesso afferma di “volere soltanto diventare ricchi”: per il 40% del campione considerato, le uniche ambizioni sono la ricchezza e la fama. Un’indagine governativa in giugno ha rivelato che la Gran Bretagna è la capitale europea della solitudine. Siamo meno portati degli altri popoli europei ad avere strette amicizie o relazioni con i nostri vicini. Perché sorprenderci, quando siamo pressati da ogni parte a lottare come cani randagi intorno alla spazzatura?

Il riflesso di questo cambiamento, è la modificazione del nostro linguaggio. Il nostro più feroce insulto è quello di perdente. Non parliamo più di popolo. Ora parliamo di individui. Questo termine così alienante ed atomizzante è diventato talmente pervasivo, che persino le organizzazioni assistenziali che cercano di combattere la solitudine lo utilizzano per descrivere quei bipedi che prima erano conosciuti come esseri umani. Raramente completiamo una frase senza usare il termine personale. Parlando personalmente (per distinguermi dal pupazzo di un ventriloquo), Preferisco amici personali piuttosto che la moltitudine impersonale e coloro che personalmente appartengono al genere che non è il mio. Anche se questa è solo una mia personale preferenza, altrimenti detta la mia preferenza.

Una delle tragiche conseguenze della solitudine è che la gente si consola con la televisione: due quinti delle persone anziane affermano che il dio con un solo occhio (il televisore) è la loro principale compagnia. Questa cura fai-da-te peggiora la malattia. Una ricerca di economisti dell’università di Milano indica che la televisione incentiva le aspirazioni competitive. Questo corrobora fortemente il paradosso reddito-felicità: il fatto che, quando i redditi della nazione aumentano, la felicità non aumenta con essi.

L’ambizione, che aumenta con il reddito, fa sì che la meta, la completa soddisfazione, retroceda davanti a noi. I ricercatori hanno rilevato che chi guarda a lungo la televisione ricava meno soddisfazione da un certo livello di reddito rispetto a coloro che la guardano poco. La televisione accelera la giostra dell’edonismo, spingendoci a prodigarci ancor di più per poter mantenere lo stesso livello di soddisfazione. Per rendervi conto del perché questo può accadere, dovete solo pensare alle pervasive vendite all’asta che ci sono ogni giorno in Tv, Dragon’s Den, the Apprentice e le innumerevoli forme di competizione carrieristica che la televisione propone, l’ossessione generalizzata per la fama e la ricchezza, la pervasiva sensazione, nel vedere tutto questo, che la vita sia altrove diversa da dove siete voi.zuccotti

Allora qual è la questione? Che cosa ci guadagnamo da questa guerra di tutti contro tutti? La competizione spinge la crescita, ma la crescita alla lunga non ci fa diventare più ricchi. Le cifre rese note in questa settimana mostrano che, mentre le entrate dei direttori di società sono cresciute di oltre un quinto, i salari della forza lavoro complessivamente sono diminuite in termini reali rispetto allo scorso anno. I capi oggi guadagnano – scusate, voglio dire prendono – 120 volte di più della media dei lavoratori a tempo pieno (Nel 2000, il rapporto era di 47 volte). E anche se la competizione ci rendesse più ricchi, non ci renderebbe più felici, poiché la soddisfazione prodotta da un aumento del reddito verrebbe pregiudicata dagli effetti della competizione in termini di ambizione.

Oggi l’1% al livello più alto possiede il 48% della ricchezza globale, ma nemmeno queste persone sono felici. Un’indagine del Boston College su persone con una ricchezza media di 78 milioni di dollari ha riscontrato che anche loro sono affette da ansia, insoddisfazione e solitudine. Molti di loro hanno confessato di sentirsi finanziariamente insicuri: per sentirsi al sicuro ritenevano di aver bisogno, mediamente, di circa il 25% in più di denaro. (E se lo ottenessero? Senza alcun dubbio avrebbero bisogno di un ulteriore 25%). Una persona dichiarò che non sarebbe stato tranquillo finché non avesse avuto un miliardo di dollari in banca.

Per questo abbiamo distrutto la natura, degradato il nostro modo di vivere, sottomesso la nostra libertà e le nostre prospettive di soddisfazione ad un edonismo compulsivo, atomizzante e triste, nel quale, dopo aver consumato tutto il resto, incominciamo a depredare noi stessi. Per questo abbiamo distrutto l’essenza dell’umanità: la capacità di relazionarsi.

Certo esistono dei palliativi, programmi brillanti ed attraenti come Men in sheds eWalking Football, creati da enti assistenziali per persone anziane e sole. Ma se vogliamo rompere questo cerchio e tornare a stare insieme dobbiamo affrontare il sistema divoratore del mondo e delle persone, in cui ci siamo cacciati.

La condizione pre-sociale di Hobbes era un mito. Ma adesso stiamo entrando in una condizione post-sociale che i nostri predecessori non avrebbero creduto possibile. Le nostre vite stanno diventando orribili, brutali e lunghe.

 

Fonte originale: monbiot.com
Traduzione per comedonchisiotte.org a cura di Cristiana Cavagna

* giornalista e scrittore ambientalista (tra i suoi libri tradotti in italiano Apocalisse quotidiana. Sei argomenti per una giustizia globale, Edizioni Ambiente)

Uscire dall’economia

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di Maurizio Pallante –  comune.info

«Dall’economia all’eutéleia. Scintille di decrescita e d’anarchia» (Editori riuniti)* è un libro di complessa definizione. Intanto perché affronta questioni di carattere teoretico, morale e politico, che non consentono di classificarlo facilmente all’interno del solo ambito filosofico. E poi perché, se ci si sofferma con profondità nella lettura, si scorgono tra le righe anche riflessioni di natura economica, sociologica e antropologica, che rendono l’argomentazione ancor più complessa e poliedrica: d’altronde non potrebbe essere altrimenti, dal momento che complessa e poliedrica è la vita (d’ognuno e di tutti) che costituisce il tema affrontato dal libro, dove, quando si parla di vita, si intende non solo il tempo della semplice esistenza vissuta da ogni individuo tra la nascita e la morte, bensì il complesso relazionale inestricabile che costituisce l’essere dell’Io in relazione al contesto in cui la sua vita si svolge. Pertosa ritiene, infatti, che non si possa parlare in alcun modo di soggetti astratti né di individui separati ontologicamente dall’essere in cui si trovano, in quanto ogni singolo Io è relato al mondo circostante. Non sarebbe quindi né pensabile, né dicibile l’essere di un soggetto singolo perché ciò che lo definisce sono le relazioni ontologiche che esso stesso costituisce: la vita di ognuno di noi è il risultato di trame relazionali costituite giorno per giorno fra noi stessi e l’essere con cui entriamo in contatto.

dall-economia-all-euteleia_645È questo il motivo per cui Pertosa ritiene che la vita non sia altro che il tentativo costante diistaurare nuovi rapporti, nuovi legami ontologici. Negli intenti dell’autore, questo compito esistenziale non ha fine. Ciò che si compie una volta e per sempre, infatti, muore. Quando tutto è compiuto non c’è più nulla da fare, da aggiungere, da modificare: il compiuto è irremovibile, e l’irremovibile non attiene all’orizzonte del divenire. La vita, allora, è in continuo movimento: il sogno, il desiderio, l’utopia tengono in vita gli esseri umani. Un’utopia realizzata, infatti, è un ossimoro, è un’impossibilità reale, perché ciò che per definizione non ha luogo non può essere, non può mostrarsi pienamente in alcun luogo. Per questo chi pretende di mettere in pratica l’utopia finisce irrimediabilmente per trasformare un progetto onirico in un’ideologia. E l’ideologia è la manifestazione massima del dominio, del potere, della violenza che costringe la realtà ad entrare con forza all’interno di uno schema precostituito. Lo schema ideologico, rigido nella sua immota fissità, esprime un logos violento e un dominio che non lasciano scampo. Questo saggio, invece, testimonia un desiderio di liberazione dal potere dispotico entro cui siamo immersi da 2.500 anni. Il potere di cui parla Pertosa è quello dell’oikonomia da cui è necessario affrancarsi per poi approdare finalmente al mare calmo dell’eutéleia (gr. εὐτέλεια: «a buon mercato», «semplicità», «parsimonia», «frugalità). Ma questo passaggio dall’economia all’eutéleia non consiste nell’ennesimo tentativo di modificare parzialmente il modello economico dominante, come se fosse possibile rendere più giusto un sistema intrinsecamente basato sulla disuguaglianza (Pertosa nota come questo sia stato l’errore commesso dai cristiani, dai civilisti, da Marx e dai vari socialismi), ma rappresenta il tentativo radicale di «superare l’economia», di lasciarla «tramontare» per consentire di sorgere all’alba dell’eutéleia, ch’è qui metaforicamente presentata come quell’orizzonte verso cui liberamente ognuno si dirige come meglio può e sa.

La razionalità dell’homo homini lupus

In considerazione di ciò, allora, Dall’economia all’eutéleia è, in primo luogo, un manifesto rivoluzionario, utopico e non violento che guarda all’eutéleia come a un nuovo modo di concepire le relazioni umane, sociali, politiche e comunitarie. Relazioni orizzontali e libertarie che legano gli uni agli altri in un abbraccio fraterno, grazie al quale è possibile sciogliere i risentimenti particolari, gli egoismi e le avide miopie: sì che alla fine lo spazio umano liberato dalla razionalità dell’homo homini lupus non è più luogo di competizione, ma ambito di convivialità e di rispetto, sia per l’Altro, sia per la natura circostante. E il rispetto contempla la misura, l’ordine, il limite che l’homo consumisticus (abitatore del nostro tempo) punta invece sempre a valicare, producendo di continuo ciò che deve essere acquistato e consumato a velocità sempre maggiore. Ma si badi, da questa prima considerazione non si deve inferire che l’autore voglia opporre all’attuale sistema economico-consumistico un modello austero e pauperista; egli non ritiene, infatti, che sia sempre preferibile il motto «meno è meglio», perché il nodo della questione non è quantitativo, bensì qualitativo. Si può anche fare di più, purché ciò abbia un impatto costantemente minore sull’ambiente e soprattutto comporti per l’uomo un impegno – in termini di fatica e di ore impiegate nel lavoro – sempre minore. L’eutéleia è allora quel fine che orienta la vita umana sì da renderla felice. Perché – e di questo Pertosa è fermamente convinto – è per la felicità che siamo stati fatti; è per quella felicità che si nutre di convivialità fraterna, di condivisione, di spirito comunitario che siamo al mondo, che lavoriamo, che godiamo.

E proprio in vista della felicità, Pertosa propone di operare politicamente e socialmente secondo dinamiche decrescenti e anarchiche: l’anarchia – scrive – è «una proposta culturale, spirituale e politica libertaria, che invita il singolo Io a rifiutarsi di esercitare un qualsiasi potere dispotico nei confronti dell’Altro. Anarchico è quindi quell’atteggiamento con cui ognuno, per la parte che gli compete, promuove la formazione di uno spazio conviviale, organizzato secondo dinamiche orizzontali e non-violente, che qualificano la narrazione umana in senso inclusivo e comunitario, con l’obiettivo di abbattere gli steccati, utili soltanto a mantenere in vita il dominio dell’élite e la diseguaglianza fra gli uomini» (cfr. capitolo VI). Quanto invece alla qualificazione «felice» della decrescita, Pertosa riconosce la primogenitura ai miei scritti, e in particolare al saggio Decrescita felice(Editori Riuniti, Roma 2005) e afferma di condividerne il nucleo argomentativo: proprio in quanto portatrice di felicità – è questo il pensiero di Pertosa – la decrescita non può configurarsi come ideologia, ma solo come proposta libertaria, che ognuno per proprio conto assumerà nelle forme e nei modi che più gli si confanno. È questo il motivo per cui parla di «decrescita anarchica» o di «anarchia decrescista» quali modalità operative per giungere all’eutéleia.

Dominio tirannico

Ma è ora il momento di tornare all’origine, perché l’eutéleia rappresenta l’approdo dell’intero percorso umano, assume le sembianze della meta, della pars construens, che si comprende però appieno dopo aver preso atto della pars destruens, incentrata sulla critica alla oikonomia, che è un dogma indiscusso della civiltà occidentale. In questo saggio, infatti, Pertosa presenta una critica radicale all’economia, che – è questa l’idea di fondo – già nella sua formulazione originaria nella Grecia del V secolo avanti Cristo, cova in sé i germi della violenza. L’oikonomia, per dirla con le parole di Pertosa, è «il luogo in cui vige la regola tremenda del dominio tirannico», è l’orizzonte culturale entro cui è possibile pensare l’occidente, e in tal senso essa è allora una vera e propriaWeltanschauung, una«visione del mondo» strutturata sulla razionalità dell’homo homini lupus. Dalla Grecia antica ai nostri giorni – è questo uno dei centri tematici sviluppati da Pertosa – l’economia si è configurata come un fiume in piena, un corso d’acqua travolgente che ha spazzato via tutto ciò che ha incontrato sulla sua strada. Non sono valsi a nulla i correttivi dell’economia cristiana, socialista o marxiana, perché questi tentativi di arginare il flusso dispotico si sono mostrati «infedeli», «deboli» e «contraddittori». Essi hanno cioè inteso essere delle economie senza conseguire tuttavia lo scopo di dominare. Ma in queste pagine viene ribadito più volte che lo scopo qualifica le azioni: e lo scopo dell’economia è quello di massimizzare il dominio, sicché tutti i tentativi di elaborare progetti economici che puntino alla condivisione dei mezzi di produzione (Marx) o all’equanimità distributiva (socialismo, economia civile e cristiana) sono destinati a fallire, in quanto indicano all’economia di conseguire fini che non le appartengono. Dicono all’economia di essere economia e anche qualcos’altro.

Pertosa propone allora di uscire dall’oikonomia, nonostante l’uomo economico, ormai disilluso e incapace di scorgere un’alternativa al sistema culturale in cui vive da 2.500 anni, creda di vivere nel migliore dei mondi possibili. Anche quando percepisce i rischi che l’umanità intera corre perseverando all’interno di una razionalità dispotica, non è capace di formulare una proposta alternativa, non sa guardare altrove, né crede di poter addirittura immaginare un modo altro di essere al mondo. Scorge in lontananza i rischi di un disastro ambientale, eppure si convince che il tempo a disposizione sia ancora molto. Ma all’orizzonte si profila la notte, che è anche l’estremo limite oltre il quale la vita non può più essere vissuta. E la notte si fa sempre più incombente: l’uomo è oggi realmente in grado di rendere la terra inabitabile, i livelli dei consumi e le abitudini energivore sono in costante aumento e all’orizzonte non si profila nulla di buono.

Un nuovo punto di vista

«E allora – scrive Pertosa – per non cadere nel gorgo della notte dobbiamo lasciar tramontare l’orizzonte economico, il che vuol anche dire assumere un nuovo punto di vista da cui partire per organizzare lo spazio umano secondo forme sostanziali e verbali liberate dalle catene del dominio. Ma ogni tentativo in questo senso sarebbe vano se non si mostrasse, prima, il vicolo cieco in cui si è andato a cacciare il pensiero occidentale dal momento che ha cominciato a credere di potersi realmente fondare sulla verità incontrovertibile che non si lascia negare e che persiste eternamente sempre identica a se stessa» (cfr. capitolo III).

Il libro di Alessandro Pertosa offre un contributo molto importante alla comprensione delle radici filosofiche su cui si fondano l’economia della crescita e la convinzione che costituisca il migliore dei mondi possibili, ampliando la prospettiva da cui sono state analizzate criticamente sino ad ora da chi, consapevole del rischio mortale che stanno facendo correre all’umanità proprio in conseguenza dei loro successi, ritiene che sia indispensabile ri-orientare l’economia nella direzione opposta della decrescita. Dalla prospettiva più ampia delineata nella pars destruens del libro, la decrescita non si configura come una teoria economica con una finalità alternativa a quella del modo di produzione industriale, ma come un modo alternativo di impostare i rapporti degli uomini tra loro e col mondo rispetto alle rigide regole del dominio definite nella concezione dell’economia formulata in Grecia nel quinto secolo avanti Cristo, di cui il modo di produzione industriale è la massima realizzazione. La decrescita è quindi il modo in cui l’umanità puòabbandonare la logica del dominio nei suoi rapporti col mondo e diventare un elemento fondante, insieme all’anarchia, nel suo significato etimologico di rifiuto dei rapporti di dominio tra gli esseri umani, del paradigma culturale alternativo all’economia che Pertosa definisce eutéleia. Anche nella pars construens questo libro dà un importante contributo alle riflessioni sulla decrescita.

 

L’articolo di questa pagina è la prefazione del libro di Alessandro Pertosa «Dall’economia all’eutéleia. Scintille di decrescita e d’anarchia» (Editori riuniti, pag. 132, euro 21,5).

 

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È il mondo di tutti, dicono le donne, cambiamolo

Veronika Bennholdt-Thomsen – Donne, politica della prospettiva di sussistenza, decrescita e cambiamento

La decrescita non è un progetto-politico ma un contropotere sociale, spiega Serge Latouche in questa intervista a Comune. È un grido contro l’economia, che è solo un’invenzione del capitalismo. Per questo il potere dice: «Siate seri, non è il momento di parlare di queste cose»

 

La guerra culturale delle classi dominanti

Pamphlet. «La truffa del debito pubblico» di Paolo Ferrero. Gli accordi sindacali e le decisioni politiche che hanno preparato il dominio della finanza e del libero mercato

È dav­vero dif­fi­cile che un libro di eco­no­mia si legga tutto d’un fiato. Eppure è quanto avviene con l’ultimo lavoro di Paolo Fer­rero, signi­fi­ca­ti­va­mente inti­to­lato La truffa del debito pub­blico, pub­bli­cato di recente da Deri­veAp­prodi (pp. 156, euro 12). Il segre­ta­rio di Rifon­da­zione comu­ni­sta ha, infatti, il dono di ren­dere asso­lu­ta­mente chiara una mate­ria spi­nosa come, appunto, l’economia, spie­gan­done in maniera com­pren­si­bile a tutti i mec­ca­ni­smi, uti­liz­zando anche gra­fici e tabelle in modo fun­zio­nale al discorso svi­lup­pato, senza che appe­san­ti­scano il testo né com­pli­chino inu­til­mente i ragio­na­menti. Il tono è col­lo­quiale e volu­ta­mente dida­sca­lico – ven­gono spie­gati con pre­ci­sione e sem­pli­cità tutti gli eventi e le espres­sioni uti­liz­zate – ma senza che il let­tore ne provi alcun fasti­dio, anzi.

L’argomento affron­tato è l’enorme debito pub­blico che grava sulle finanze del nostro paese. Fer­rero si inter­roga innanzi tutto su come si sia for­mato e come sia arri­vato ai livelli attuali. Tutto è ini­ziato nel 1981, quando «fu deciso il cosid­detto divor­zio tra Banca d’Italia e mini­stero del Tesoro». Senza alcun atto o deci­sione del par­la­mento, gra­zie solo a uno scam­bio di let­tere tra il mini­stro Benia­mino Andreatta e il gover­na­tore Carlo Aze­glio Ciampi, fu decisa l’indipendenza della Banca cen­trale. E subito «i tassi di inte­resse, pagati dallo Stato ita­liano per finan­ziare il pro­prio debito, sono schiz­zati alle stelle».

Una finan­zia­ria di svolta

Fino a quel momento, infatti, i tassi di inte­resse erano con­cor­dati tra il mini­stero e la Banca d’Italia, che si impe­gnava ad acqui­stare al tasso pre­fis­sato tutti i titoli rima­sti inven­duti sul mer­cato. Senza più que­sta garan­zia l’interesse sui titoli, che deve essere pagato dallo Stato, ini­zia a salire, supe­rando il tasso di infla­zione e, con­se­guen­te­mente il debito comin­cia a gon­fiarsi in modo espo­nen­ziale. Si passa così da un cumulo di inte­ressi sul debito di circa sette miliardi e set­te­cento milioni del 1980 a oltre diciotto miliardi nel 1981 e a più di 35 miliardi nel 1982 e così via, con cifre che sal­gono sem­pre più. Fer­rero cal­cola che «grosso modo gli inte­ressi medi che lo Stato ita­liano ha pagato dal 1981 in avanti sono pari al 4,2% in più del tasso di infla­zione». Non solo, «la per­cen­tuale di spesa pub­blica ita­liana che viene usata per pagare gli inte­ressi è gros­so­modo dop­pia a quella della media europea».

A par­tire dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, allora, come dice giu­sta­mente Fer­rero si può par­lare di una vera e pro­pria truffa per quel che con­cerne il debito pub­blico. Erano gli anni in cui il «lungo Ses­san­totto ita­liano» vol­geva al ter­mine. Stava arri­vando la sta­gione del cosid­detto «riflusso». Gli «anni di merda», li avrebbe defi­niti Nanni Bale­strini in una sua poesia.

Ma per capire chi avrebbe pagato que­sta truffa in favore della finanza spe­cu­la­tiva diventa impor­tante un’altra data, quella in cui fu appro­vata la finan­zia­ria – così si chia­mava all’epoca quella che oggi si chiama legge di sta­bi­lità – del 1992, la famosa finan­zia­ria «lacrime e san­gue», come fu defi­nita allora, varata dal governo pre­sie­duto da Giu­liano Amato. Erano anni di ten­sione: il crollo del muro di Ber­lino di qual­che anno prima, la caduta dell’Urss, tan­gen­to­poli, la strage di via D’Amelio a Palermo. Nel frat­tempo, d’intesa con i sin­da­cati, era stata abo­lita la scala mobile, che pre­ve­deva aumenti auto­ma­tici di salari e sti­pendi a seguito del’aumento di prezzo di deter­mi­nati beni. Poi la lira viene sva­lu­tata del 20–25%. Infine parte la mano­vra vera e pro­pria che tra tagli, nuove entrate e dismis­sioni ammonta alla cifra record di 93.000 miliardi di lire. È facile com­pren­dere che gli effetti legati alla sva­lu­ta­zione e agli aumenti dovuti all’inflazione si sca­ri­cano quasi del tutto sui salari, men­tre «il mec­ca­ni­smo di tra­sfe­ri­mento di denaro dal bilan­cio dello Stato agli spe­cu­la­tori pro­ce­deva a pieno regime». Per di più, l’anno suc­ces­sivo, «il sin­da­cato firmò l’accordo sulla con­cer­ta­zione che inchio­dava le richie­ste sala­riali all’inflazione pro­gram­mata, che era sem­pre più bassa di quella reale». Ini­zia così a entrare nella sua fase più acuta quella cosid­detta «guerra di classe dall’alto» che ha visto e, pur­troppo, con­ti­nua a vedere l’offensiva con­tro il lavoro dipen­dente che ha con­dotto a una redi­stri­bu­zione incre­di­bile a favore dei più ric­chi delle risorse e a un restrin­gi­mento con­ti­nuo dei diritti con­qui­stati dopo lotte anche duris­sime. Il tutto in una situa­zione di avanzo pri­ma­rio del bilan­cio dello Stato, che incassa a par­tire da quel 1992 più di quanto destini alla spesa pub­blica. Gran parte delle entrate, infatti, serve a pagare que­gli inte­ressi sul debito inne­scati da tutte quelle scelte com­piute in pas­sato. Una strada scel­le­rata lungo la quale ci si con­ti­nua a muo­vere anche oggi.

Da cit­ta­dini a sudditi

Il bel libro di Fer­rero va avanti appro­fon­dendo il discorso e mostrando in maniera ine­qui­vo­ca­bile come e a van­tag­gio di chi si sono mosse le poli­ti­che del recente pas­sato. E si con­clude, dopo una disa­mina del Ttip – ilTran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship, l’accordo che stanno trat­tando pra­ti­ca­mente in segreto Europa e Usa, e che rap­pre­senta un ulte­riore salto di qua­lità nel «togliere ai popoli ogni potere e tra­sfor­mare i cit­ta­dini in sud­diti, subal­terni ai grandi poten­tati eco­no­mici» – con una serie di pro­po­ste basate su due punti fon­da­men­tali: «la sovra­nità demo­cra­tica degli Stati nazio­nali e la costru­zione di un movi­mento poli­tico di massa a livello euro­peo». Si tratta di pro­po­ste in gran parte lar­ga­mente con­di­vi­si­bili ma che fanno sor­gere almeno un dub­bio, ovvero: siamo sicuri che la sovra­nità degli Stati nazio­nali sia ancora una con­di­zione reale? Non è che nella ristrut­tu­ra­zione capi­ta­li­stica ancora in atto le cose siano cam­biate in maniera molto più pro­fonda? E che le rispo­ste da dare deb­bano, per così dire, muo­versi su un altro livello di scon­tro? Ma tutto que­sto, evi­den­te­mente, ci por­te­rebbe a un altro discorso, troppo lungo e com­plesso per essere affron­tato in que­sta sede.

MAURO TROTTA

da il manifesto

Standard & Poor’s. Il fallimento delle politiche economiche dei governi italiani

Standard & Poor’s. Il fallimento delle politiche economiche dei governi italiani

ROMA – Se qualcuno si chiedesse cosa hanno fatto tutti gli ultimi governi (scelti da un Presidente nominato da un Parlamento eletto con un sistema elettorale incostituzionale), la risposta è una sola: hanno aggravato la crisi e peggiorato la situazione del Bel Paese.

A dirlo non è un giornalista e nemmeno un economista o un politico di parte. Ad affermarlo è una delle maggiori agenzie di rating del mondo, Standard & Poor’s, che proprio oggi ha reso noto l’ultimo giudizio sull’Italia: il rating dell’Italia è calato ulteriormente, passando da BBB a BBB-. La motivazione di un simile giudizio si basa su fatti in realtà ben noti a tutti: “Un forte aumento del debito, accompagnato da una crescita perennemente debole e bassa competitività”, ha spiegato S&P, aggiungendo che con il Jobs Act “il premier Renzi ha fatto passi avanti”, tuttavia l’agenzia non crede che “le misure previste creeranno occupazione nel breve termine”.

A pesare sulla decisione di Standard & Poor’s un mix di crescita troppo bassa e debito pubblico enorme (e questo nonostante la vendita di molti “gioielli di famiglia”, vale a dire quote societarie e immobili pubblici). “Secondo i nostri criteri – hanno detto i tecnici di S&P – un forte aumento del debito, accompagnato da una crescita perennemente debole e da una bassa competitività non è compatibile con un rating BBB”.

Come dire che anche il “nuovo che avanza”, come tutti i suoi predecessori, non è riuscito a frenare la caduta dell’Italia e che la situazione, invece che migliorare, continua a peggiorare.

Il giudizio della blasonata agenzia di rating è solo l’ultimo passaggio di una serie di rating negativi che dura ormai da troppo tempo.

Nel 1986 il rating dell’Italia era AAA. Poi, a partire dalla fine degli anni novanta e dai primi anni duemila (guarda caso proprio in concomitanza con l’entrata nell’Euro) è iniziato un tracollo che non si è più arrestato: nel 2002 il rating dell’Italia di S&P  era AA2, poi giù a capofitto (AA nel luglio 2004, A+ ad ottobre 2006, e così via scendendo).

Nel settembre 2011, il rating dell’Italia era ancora un ragionevole “A”. Da allora, in concomitanza con il conferimento dell’incarico di salvare l’Italia al prof. Monti (nominando un governo “tecnico” senza andare alle urne), il rating è sceso prima a BBB+, poi a BBB (con Letta presidente del Consiglio) e, infine, a BBB- con Renzi.

Tante promesse di ripresa e ricrescita economica mai mantenute e a cui non crede più nessuno, né in Italia né all’estero. La realtà è che in questi anni la situazione ha continuato a peggiorare inesorabilmente. E senza che le persone incaricate di proporre ed attuare soluzioni al problema fossero in grado, se non altro, di stabilizzare la decrescita infelice dell’Italia.

Ormai per tutti l’Italia è a un passo dall’essere classificata “junk” (spazzatura) come sono chiamati nei Paesi anglosassoni i titoli caratterizzati da un alto rischio e da una elevata probabilità di fallimento del soggetto emettitore.

Fuorviante, come al solito, la risposta del “nuovo che avanza”, Renzi: «Ci dicono che le riforme vanno bene, ma che bisogna andare più veloci», che ci sono «elementi buoni nelle riforme ma non tali da compensare il debito e risvegliare a breve l’economia».

Ben diversa la valutazione di S&P che proprio sul debito è stata categorica: “In termini assoluti ora stimiamo che il debito pubblico italiano sarà pari a 2.256 miliardi di Euro entro la fine del 2017, cioè 80 miliardi di Euro in più (o il 4,9% del Pil previsto per il 2014) delle nostre stime di giugno”. Una secca smentita quindi dei dati forniti dal governo che, a settembre, aveva comunicato che il debito pubblico era diminuito. Invece, S&P prevede che il debito pubblico salirà dal 123,9% dell’anno in corso al 127% nel 2015 e ancora al 127,4% nel 2016. E questo nonostante le massacranti misure di austerity e le politiche adottate da tutti gli ultimi governi, nessuno escluso.

Considerando che tutti gli ultimi governi sono stati governi “tecnici” o di “larghe intese”, nominati con lo scopo di far uscire dall’Italia dalla crisi economica che ormai la attanaglia da troppi anni (e per correggere l’”errore” del Porcellum, dichiarato incostituzionale), forse non sarebbe sbagliato, per tutti, fare quanto meno un esame di coscienza.

L’altro esame, quello sul modo di gestire l’economia del Paese, è già stato fatto: tutti quelli che, negli ultimi anni, hanno governato l’Italia sono stati indiscutibilmente bocciati.