LO STATO LEGGERO

Dalla parte degli Oppressi

LO STATO LEGGERO

1“lo Stato minimo è un regime. L’impostazione del movimento di libero scambio si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione, cioè, tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma siccome nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva” (A. Gramsci)

“il debito pubblico è l’unica risorsa che lo stato destina alla redistribuzione della ricchezza”, nell’economia classica era chiaro come concetto statuale e come forma di governo dell’economia e della società, come erano chiare le due forme di governo, la prima maggioritaria, capitalista, la seconda, Socialista.

Nella condizione data i lavoratori vedevano nella seconda la soluzione al problema delle diseguaglianze mentre le classi dominanti vedevano in quella soluzione la fine dei privilegi e dell’assolutismo che permetteva loro di dominare il mondo, per questo nel mondo si sono confrontate scuole di pensiero diverse, la soluzione socialdemocratica, la soluzione laburista, la soluzione liberale, tutte finalizzate alla conservazione del capitalismo.

Certamente l’operaio svedese, finlandese non era trattato come l’operaio usa o coreano ma il fine era lo steso la conservazione del sistema e mentre quelle menti più aperte consce della precarietà del sistema ponevano in essere tutele garanzie sempre più affine alla società Socialista nel mondo si creavano sacche di povertà insopportabili per la coscienza umana.

La quota di PIL destinata ai salari cresceva di anno in anno a scapito della rendita e del capitale e questo fino alla fine dell’URSS, poi con il reaganismo la fine di tutto e il declino della classe operaia, cosi mentre un edile, negli usa prendeva 10 dollari l’ora negli anni 80/90 oggi ne percepisce 7 se va bene, la quota di salario nel PIL diventa sempre più bassa, cosi come i diritti dei lavoratori vengono sempre più ridotti fino a rasentare lo schiavismo.

Lo schiavismo, certo quel fenomeno avanzato dagli economisti reaganiani, dalla scuola di chigago, dai liberisti globalizzazione ma non che nel 1994 ricevettero anche un Nobel e questo la dice lunga sui “mala tempora”.

Questo ha portato anche alla diversa concezione dello stato, prima era il regolatore della ricchezza, pianificatore dell’economia, portatore di diritti, con i suoi costi, con le sue imposte e tasse per principio, “Progressive”, il liberale Vanoni nella riforma post bellica per i redditi superiori al miliardo poneva una aliquota del 72%, poi con la fine dell’URSS si pone fine all’imposizione diretta come fulcro della finanze dello stato per porre l’inizio dello “Stato leggero” dello stato che poneva basse imposte dirette.

2Contemporaneamente si svolge anche un’altra battaglia “la riduzione del debito pubblico” e con questo si chiude il cerchio della distruzione delle conquiste operaie sui diritti e sulle regole del lavoro, lo stato non più come regolatore dell’economia e della redistribuzione ma semplice arbitro in una lotta impari tra capitale e lavoro.

3Allora la battaglia si sposta dai concetti quale uguaglianza, giustizia, diritti, a “meno tasse per tutti” cosi mentre al lavoratore venivano dati i trenta denari, che poi rimpiangerà in termini di riduzione di servizi, al capitale vengono restituiti almeno 5 punti di PIL, cosi si accentuano le diseguaglianze sociali e scompare quella classe media che per 50 anni ha rappresentato il paese, si contraggono i servizi,  la sanità modello per il mondo “gratuita e pubblica” diventa un macigno, si chiudono ospedali, si privatizzano le prestazioni, si allungano le liste per gli esami diagnostici.

Contemporaneamente vengono svuotati i diritti dei lavoratori, si comincia con la delegittimazione del lavoro e del pubblico impiego, anche se spesso gli stessi ci mettono del proprio con atteggiamenti e comportamenti che destano fastidio agli utenti, ma questo è il sintomo che la divisione che attraversa la società, che non si confronta  più sui temi fondamentali, lavoro, giustizia, solidarietà, sussidiarietà, perché considerati “reflui del 900” e quindi sulla separazione in classi della società attuale.

Nonostante tutto mentre negli anni 70 il debito pubblico rappresentava meno del 70% del PIL oggi lo stesso rappresenta il 132% del PIL con una differenza che mentre quei governi usavano quel disavanzo per assumere lavoratori nelle aziende di stato, nei ministeri, nelle forze armate, nei servizi, oggi che si sta smantellando tutto ciò che è pubblico quelle risorse rappresentate dal debito pubblico sono destinate al risanamento delle banche, al salvataggio di un capitalismo straccione che ricorre al pubblico senza alcuna dignità per cui si svendono le aziende di stato, si privatizzano i servizi, si distruggono 50 anni di lotte operaie perché ormai la classe operaia non ha più un riferimento istituzionale forte, capace  di rappresentare le “sue istanze”  e difendere le “sue conquiste”, ma è divisa e derisa con sigle che spesso sono dello zero virgola ma piene di ideologi puri e duri.

Forse è il caso di ricostruire un soggetto politico includente che raccolga l’eredità dei grandi Partiti popolari per riportare al centro della politica, “il Lavoro” e  “Il Pubblico” come elementi di riqualificazione dello stato e non come elementi sussidiari e marginali, anzi per il “pubblico” si associa sempre il termine “fallimento” quando non “parassiti”.

4Per concludere solo ricostruendo un soggetto politico “Alternativo” “Anticapitalista” si può ricondurre la società su un binario che non la porti alla barbarie, ma questo dipende dalla forza e dalla dignità che il mondo del lavoro è disposto a mettere in campo, dal coraggio di chi farà quel famoso passo per riavvicinarsi ai “Compagni” di ventura e/o sventura senza rancori e pregiudizi, ma con la volontà di costruire “Quel” soggetto politico e come si diceva sempre nelle sezioni del PCI “questa non è una chiesa ma un luogo di dibattito e di elaborazione” ma poi con lo svuotamento delle sezioni, con l’abbandono dell’ideologia la cloaca migliorista ha vinto e la storia è nota.

Questo dobbiamo a che è morto nelle montagne o nelle valli per combattere il nazifascismo, cosi come a chi è morto a Portella della Ginestra, o alle Reggiane, o a Reggio Emilia, o come ogni giorno muore nei cantieri edili o nelle fabbriche, ma sapremo ragionare senza pensare alle divergenze tra il Compagno Stalin e Trockij o su Mao e Togliatti ma ragionando sul futuro della società nel solco del Marxismo e del Comunismo.

Assoc. Ricostruire Il PCI

 

 

 

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BALLATA NAPOLITANA

Ballata Napolitana

 

Un militante di altri tempi: nove anni di onorato servizio in qualità di agente per il capitale.

di Dino Greco

Quando nel dicembre del 2011, raggiunto il culmine del discredito politico e morale, Silvio Berlusconi si recò al Quirinale per rassegnare nelle mani del Capo dello Stato le dimissioni da Presidente del Consiglio, molti pensarono (e altri più prudentemente si augurarono) che il devastante ventennio fosse ormai tramontato e che una fase nuova si schiudesse sulla politica italiana.

Pochi – e noi fra questi – temettero già in quei giorni che altre e più dense nubi stavano per addensarsi sul cielo del Belpaese.

Fu in quel frangente cruciale che Giorgio Napolitano cominciò a giocare un ruolo di fondamentale importanza nella vicenda politica italiana ed europea.

Il Partito Democratico, retto allora dall’esangue Bersani, avrebbe potuto legittimamente rivendicare nuove elezioni e candidarsi ad un successo che si annunciava come una sentenza inesorabile, se non altro per l’assenza di credibili competitori. Ma questo non accadde.

Sul tavolo era giunta – con stupefacente tempismo – la lettera che portava la firma congiunta del presidente uscente e di quello entrante della Banca centrale europea, di Trichet e di Draghi. La missiva era un vero e proprio diktat economico-politico-sociale confezionato ad arte per tracciare l’identikit programmatico del governo destinato a raccogliere l’eredità del Caimano: una violazione plateale della sovranità nazionale, un’edizione in salsa europea del “manifesto” con cui un anno e mezzo dopo, nel maggio del 2012, la banca d’affari J. P. Morgan avrebbe intimato ai paesi del vecchio continente di liberarsi delle costituzioni democratiche nate dopo nel secondo dopoguerra dopo la sconfitta del nazismo e dei fascismi perché sovraccariche di democrazia, di welfare e inquinate da ideologismi socialisteggianti.

Fu qui che il protagonismo demiurgico di Napolitano si sviluppò con geometrica precisione.

Egli estrasse dal suo cilindro la figura “autorevole e neutrale” di Mario Monti (già rappresentante europeo nel board della Trilateral commission e membro del comitato esecutivo del gruppo Bilderberg) sul cui capo pose l’aureola di salvatore della patria, munito di poteri provvisori e tuttavia “speciali”, per “guidare fuori dall’emergenza” il paese ormai “sull’orlo del baratro”.

Il “capolavoro” di Napolitano fu di ottenere che questa delega di potere straordinaria avvenisse con il consenso bipartisan delle forze di governo e di quelle di opposizione.

Il tremebondo Bersani protestò flebilmente, ma poi abbozzò. Non lo fece soltanto per limiti propri, ma per la più solida ragione che il Pd non aveva da spendere una propria autonoma linea strategica, tanto meno una propria idea alternativa al liberismo da tempo divenuto l’orizzonte culturale condiviso dall’insieme del gruppo dirigente di quel partito. La tesi secondo cui “non c’è alternativa” ai rapporti sociali esistenti (“there is no alternative”, sentenziava la famosa formula di cui Margareth Thatcher detiene il copyright) era ormai consolidato patrimonio comune, dalla destra ai post-post-post-comunisti.

Da quel momento l’austerity diventa la politica ufficiale del governo, il monetarismo antikeynesiano il verbo da cui non discostarsi: Monti ne è l’esecutore per nome e per conto dell’oligarchia politico-finanziaria a capo dell’Ue e Napolitano l’inflessibile guardiano dei binari.

Quando, ormai prossimo alla scadenza del suo mandato, Monti si recherà negli Stati Uniti per incontrare il “gotha” del capitalismo mondiale, davanti ai presidenti delle più importanti banche, ai proprietari dei più potenti hedge fund, ai top manager delle maggiori imprese transnazionali, ai cattedratici, agli spin doctors, ai direttori delle più influenti testate giornalistiche e agenzie mediatiche, spiegherà di avere lavorato con profitto affinché chiunque avesse governato dopo di lui – centrodestra o centrosinistra che fosse – avrebbe dovuto seguire i binari tracciati, perché ormai al comando era saldamente posto il “pilota automatico”.

Lo stallo seguito al successivo esito elettorale, con l’affermazione di tre forze di quasi pari consistenza elettorale (M5S, Pd, Forza Italia) sembrò per un istante compromettere quel disegno. A maggior ragione di fronte all’incognita rappresentata dal nodo dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Ma non fu così. IL Pd prima bruciò la candidatura di Rodotà avanzata dal M5S, poi fece fuori, uno dopo l’altro, i propri stessi candidati (Marini e, soprattutto, Prodi). A questo punto andò in onda il colpo di scena sapientemente preparato: a Napolitano, benché giunto a conclusione del settennato, venne richiesto di restare. Lui, acclamato a dritta e a manca come un moderno Cincinnato, dopo una teatrale resistenza che gli consentì di alzare la posta, accettò volentieri di rimontare in sella.

Il potere consegnatogli a furor di stati maggiori e fuori da ogni legittimità costituzionale diviene da quel momento enorme. E lui lo esercita con totale determinazione e con un preciso obiettivo politico: dare struttura organica al “governo delle larghe intese”, per il momento senza Berlusconi, messo momentaneamente fuori gioco da una sentenza della magistratura.

Siamo qui al terzo e decisivo passaggio della più solenne commedia trasformistica dell’Italia post-costituzionale.

Enrico Letta, Presidente del Consiglio per un giorno, viene travolto dall’astro nascente, dal rottamatore fiorentino, da Matteo Renzi, neppure in dovere di abiurare ad un passato comunista che non ha mai avuto, essendo egli prodotto ed espressione del medesimo blocco sociale e della medesima cultura politica di Berlusconi. Con un di più di adrenalinica arroganza rivolta ai tiepidi avversari, non meno che all’anemica e inconsistente minoranza interna. Nessuno può resistergli ed egli “scala” (il termine è suo) il Pd come una qualsiasi SpA. Lo può fare con grande facilità perché in quel partito non c’è più argine che regga. Passa tutto: dalla più ipermaggioritaria e incostituzionale delle leggi elettorali che abolisce per via legale le minoranze e mette la mordacchia al Parlamento, fino ad un pacchetto di interventi che cronicizzano il precariato, liquidano il diritto del lavoro e colpiscono mortalmente il potere di coalizione dei lavoratori. Lui le chiama “riforme”, con la erre maiuscola, secondo l’aberrante semantica di questa neo-lingua. Ma la parola è “malata” e spaccia una politica apertamente reazionaria.

Neppure Berlusconi – ormai cooptato nella maggioranza attraverso il “patto del Nazareno” – riesce a competere con l’uomo (e il partito) che gli ha ormai rubato la scena e la politica.

Napolitano, da parte sua, difende tutto e si scaglia, di volta in volta, contro chi vi si oppone, si tratti di magistrati o di sindacati, tutti accusati di conservatorismo. Fino all’ultimo.

Ho conosciuto Napolitano nel Pci, ai tempi del duro scontro che lo oppose ad Enrico Berlinguer. Da comunista fece male. Da comunista pentito, come accade a tutti i transfughi, molto peggio.

Otto mesi senza Vadim

vadim bandieraLa testimonianza di Fatima Papura, madre del giovane comunista vittima del rogo della Casa dei Sindacati di Odessa

Fonte: sito del Comitato per la Liberazione di Odessa, Комитет освобождения Одессы
www.2may.org
Traduzione dal russo di Flavio Pettinari per Marx21.it

Il dolore di una madre che ha perso il proprio figlio non può essere descritto. Il dolore brucia tutto dentro. La vita perde di senso. Il tempo si ferma. A causa dell’odio umano, della disperazione, del radicalismo, 8 mesi fa Fatima Papura ha perso il bene più prezioso della sua vita – il suo unico figlio, il diciassettenne Vadim. Vadim è stato la più giovane vittima del 2 maggio alla Casa dei Sindacati, è caduto dalla finestra dell’edificio in fiamme. A terra, lo hanno finito i nazionalisti ucraini. La donna colpita da questa disgrazia ha accettato di raccontare al “Comitato 2 Maggio” la vita di Vadim e quel giorno terribile, quando questa vita è stata tragicamente interrotta.

Il venerdì nero, ovvero il giorno in cui tutto è finito

Era un normale venerdì, un giorno libero di maggio. Al mattino – niente di particolare. I genitori hanno iniziato le pulizie di primavera. Vadim, come al solito, li ha aiutati. Poi si è messo a leggere dei libri.

«Ha detto che forse sarebbe andato a dare una mano al Campo di Kulikovo – ricorda Fatima Papura – “forse, se mi chiamano”. Quando sono iniziati i fatti di via Grecheskaja lui era ancora a casa. Insieme guardavamo la diretta in televisione. Non potevo immaginare l’orrore che sarebbe accaduto. Quando ho visto che su via Grecheskaja iniziavano a sparare e a prendere le pietre dal selciato, ho capito subito che non si trattava di gente di Odessa. Nessun odessita si comporterebbe in modo così offensivo verso la sua città».

Il momento in cui Vadim è uscito di casa, Fatima Papura lo ricorda vagamente: ha raccolto in fretta le sue cose ed è uscito inosservato. A quanto pare lo hanno o chiamato, o gli hanno scritto sui social network. Il momento in cui è uscito lo ricorda bene la nonna. Quando gli ha chiesto dove andasse, Vadim a risposto: «Vado a difendervi». I genitori, poi, non lo hanno più visto vivo…

«Ci chiamò alle 6 dalla Casa dei Sindacati. Disse: “Mamma, sono al Campo di Kulikovo, nella Casa dei Sindacati. Per favore, non fare l’eroe, non venire qui” – racconta con amarezza Fatima – questa è stata l’ultima telefonata».

Vedendo cosa stava accadendo al Campo di Kulikovo e poi nella casa dei Sindacati, i genitori di Vadim hanno chiamato la Pubblica Sicurezza: «Guardate, la Casa dei Sindacati è in fiamme, c’è gente dentro!». In risposta, la voce metallica del centralino: “Sì, grazie”. Le chiamate alla polizia furono anch’esse del tutto inutili: semplicemente non rispondevano al telefono.

«Dopo di questo, io e mio marito abbiamo deciso di andare al Campo di Kulikovo. Siamo andati a salvare nostro figlio. Per molto tempo non potevamo partire: non c’erano né pulmini, autobus o taxi. Abbiamo aspettato con difficoltà l’arrivo del tram. Siamo arrivati là alle sette e mezza. I vigili del fuoco avevano già spento tutto.

Non dimenticherò mai l’orrore che abbiamo visto sul Campo di Kulikovo. La folla scatenata, delle vere bestie, o anche peggio… gli animali uccidono solo per fame.

Là c’erano delle giovani ragazze, anche se non posso chiamarle ragazze – ragazzine di sedici anni. Nella mia testa non riesco a comprendere il perché di quello che gridavano… La gente si nascondeva sul tetto, loro facevano luce con dei fari e incitavano: “Forza, buttati!”. Abbiamo visto un uomo bruciato rimasto bloccato sul davanzale della finestra. E loro lo schernivano puntando le luci contro di lui… Là c’erano dei veri fascisti. Perché sono andati là per uccidere i propri concittadini. Sono andati deliberatamente per uccidere. E quel ghigno feroce, quell’odio… Quegli occhi folli, la folle espressione delle loro facce…» racconta a stento Fatima Papura.

Quello che stava accadendo sembrava un incubo. Ma i genitori di Vadim avevano un solo scopo – trovare e salvare il proprio figlio. Fatima Papura provò ad entrare nella Casa dei Sindacati, ma i nazionalisti glielo hanno impedito.

La speranza s’è accesa per un attimo quando dall’edificio bruciato la polizia ha iniziato a tirare fuori chi era rimasto dentro. Per tre ore i genitori hanno cercato tra gli arrestati il proprio figlio, ma inutilmente. Vadim non c’era.

«Avevamo una gran sete e siamo andato alla stazione a comprare dell’acqua. Quando tornavamo, abbiamo visto che dalla parte destra della Casa dei Sindacati giacevano a terra dei corpi. Attorno un cordone di polizia. Ci siamo avvicinati. Mio marito mi ha chiesto se avessi visto Vadim. Ho risposto di no, ma poi… abbiamo visto su uno dei corpi i pantaloncini della tuta di nostro figlio, e abbiamo capito tutto… ».

La nostra conversazione si interrompe. Capire quanto possa essere difficile per questa donna ripercorrere di nuovo e ancora gli eventi di quel giorno terribile è impossibile.

Anche a me, giornalista, che ho ascoltato decine di storie simili, il cuore batteva di dolore e venivano le lacrime agli occhi.

«Stanno affossando le indagini»

L’identificazione, i funerali… tutto questo è passato davanti all’infelice donna come nella nebbia. Ora per lei la cosa assolutamente più importante è che gli assassini del figlio vengano trovati e puniti secondo la legge. Ma è difficile credere nel buon esito delle indagini.

«Nessuno dice niente. Io non voglio andare dagli investigatori, a chiedere, a pregarli… Nessuno sta conducendo realmente le indagini. C’è moltissimo materiale video dove si vedono i volti, si vedono quelli che uccidono. C’è un video molto chiaro dell’uomo che ha strangolato la donna nell’ufficio, sono noti i suoi dati personali, l’indirizzo. Ma è in libertà. Stanno affossando le indagini».

Fatima Papura racconta che durante gli interrogatori, il giudice istruttore le ha fatto una sola domanda: «Che ci vi faceva Suo figlio al Campo di Kulikovo?» «E qualsiasi cosa stesse facendo, chi aveva il diritto di ucciderlo? Chi ha dato a chi l’ordine di fare quello che è stato fatto al Campo di Kulikovo?», chiede indignata la donna.

«Dal giudice istruttore sono stata 2 o 3 volte. Poi ho smesso di andarci perché quelle visite erano non molto piacevoli. Mio padre ci è andato, per cercare di sapere qualcosa. Ma nessuno non dice e non fa niente.

Tutti capiscono perfettamente perché l’indagine non va avanti. Perché i manifestanti del Campo di Kulikovo sono accusati di separatismo, terrorismo, di essersi da soli dati alle fiamme. Ma queste sono sciocchezze. Non c’era alcun separatista. Non si trattava della divisione dell’Ucraina. I manifestanti erano là contro il fascismo. Contro tutto ciò che sta accadendo adesso nello stato. Nel paese il fascismo avanza, a viso aperto e impunito. Trovo spaventoso che là c’erano molti giovani, che possono continuare a camminare per le strade sentendosi impuniti. Uccideranno ancora altre persone. Non avranno alcun limite: bambino, donna, o vecchio che sia. Le autorità non puniscono o reprimono i loro crimini. E, purtroppo, più passa il tempo e meno possibilità abbiamo che possa prima o poi prevalere la giustizia», conclude Fatima Papura.

Un ragazzo ordinario e straordinario

Anche se Fatima Papura nella nostra intervista ripete spesso che figlio era un “ragazzo normale”, ci si rende conto che invece era diverso dai suoi coetanei. Diligente, responsabile, buono, onesto, gentile, coraggioso: non a tutti i diciassettenni sono date queste qualità.

«Vadim aveva i suoi principi, la sua visione e i suoi scopi nella vita. Gli piaceva studiare all’università, era entrato a scienze politiche. Era un ragazzo versatile, giocava bene a scacchi e suonava benissimo il piano. E non, come molti, “sotto forzatura”. Lui stesso ha cercato e trovato il corso, l’insegnante, andava da solo e con soddisfazione alle lezioni», ricorda Fatima Papura. Vadim era appassionato di modellismo, aveva una collezione di modellini di aerei, amava i film sulla Grande Guerra Patriottica. E’ stato il primo a vedere “La Fortezza di Brest”. Un film duro. Io non sono riuscita a vederlo. Lui lo ha visto dall’inizio alla fine e alla fine si è commosso fino alle lacrime. Questo film racconta l’eroismo del popolo, dei soldati, degli ufficiali».

A 16 anni, Vadim Papura è entrato nel Komsomol (l’organizzazione giovanile del Partito Comunista d’Ucraina, NdT). Di propria iniziativa ha contattato l’organizzazione del Komsomol ed è entrato a farne parte. Nel 2012 è stato anche a Kiev, al congresso.

«Prese questa decisione da solo – ci spiega la mamma di Vadim – e noi lo abbiamo sostenuto perché nei principi del Komsomol non c’è niente di sbagliato. Sono posizioni assolutamente giuste che creano la spina dorsale di una persona. Vadim aveva assorbito tutti i giusti principi e le giuste posizioni di questo movimento. Dopo tutto, cosa insegna il Komsomol? Ad essere onesti, generosi, a rivolgersi alle altre persone con gentilezza e comprensione, a realizzare i propri scopi. Ma la maggior parte dei giovani oggi non ha alcun limite o regola», considera Fatima Papura.

Anche i compagni di classe parlano di Vadim come di un ragazzo considerevole. Un caso emblematico, quando qualcuno dei compagni di classe ha detto delle parolacce in presenza di una ragazza e Vadim lo ha costretto a chiedere scusa.

«Vadim odiava le parolacce e le ingiurie, soprattutto con le ragazze – racconta Fatima Papura – quando andavamo insieme con i mezzi pubblici usciva per primo e dava la mano per aiutare a scendere. Abbiamo cercato di infondergli queste qualità, essere gentile, aiutare. Ad esempio, quando a scuola c’erano degli incontri fuori, le pulizie, non permetteva mai alle ragazze di portare i secchi pesanti, ci pensava lui».

Quanto bene avrebbe potuto fare Vadim nella sua vita. Ma ora non può più…

La vita senza il figlio

Nella casa di Fatima Papura, tutto ricorda Vadim. Ecco la sua fotografia dove con i suoi occhi buoni, puliti, guarda la sua mamma, solo in basso a destra il nastro nero, come una scia dell’incendio. Ecco la pila dei quaderni dell’università, in cui Vadim sembra che solo ieri annotava gli appunti delle lezioni. La scacchiera, ma ora il padre non ha nessuno con cui giocare.

«Dicono che adesso l’immagine di mio figlio è diventata per molti antifascisti il simbolo della lotta contro il fascismo. Se questo può aiutarli nella lotta, ne sarò soltanto felice perché adesso non sono in molti quelli che possono unire la gente per uno scopo nobile, anche se dopo la morte.

Mi manca molto – piange la donna – è davvero dura senza di lui. E’ scomparsa la persona per cui vivevamo. In lui vedevamo il senso della nostra esistenza, il complesso della nostra vita. Non augurerei a nessuno di vivere neanche una piccola parte della disgrazia e della disperazione che si sono sedimentate nel mio cuore dopo il 2 maggio».

Alle fine della nostra conversazione, Fatima ricorda un fatto accaduto alla vigilia della morte del figlio. Vadim stava presentando una tesina di scienze politiche. Al membro del Komsomol avevano dato un quattro (i voti in Ucraina vanno dall’1 al 5, il voto massimo, NdT) e hanno aggiunto un altro punto perché non ha reagito alle parole scritte su un foglio di carta, “comunista alla forca”, esposto da sue compagne di classe. Più tardi, ai funerali di Vadim, le ragazze si sono pentite della loro azione, piangevano. Ma era troppo tardi…

Ricordate queste parole, quando la prossima volta vorrete insultare chi la pensa diversamente da voi.

Comitato 2 Maggio

Fonte: sito del Comitato per la Liberazione di Odessa, Комитет освобождения Одессы

http://www.2may.org

vadim 1

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IL NUOVO SOGGETTO DELLA SINISTRA E DEI DEMOCRATICI NON CI CONVINCE

  • DIBATTITOIl nuovo soggetto della sinistra e dei democratici non ci convince

 

Il Direttivo del Circolo PRC Camilla Ravera – Municipio XII di Roma, in occasione della riunione dei segretari di circolo dell’Italia centrale (8 novembre 2014) ha presentato un documento per esprimere le sue posizioni circa l’ipotesi della costituzione di un “nuovo soggetto politico della sinistra e dei democratici” nel quale il PRC dovrebbe confluire. Quella riunione ha ancor più rafforzato le nostre posizioni e per questo riteniamo utile inviarlo ai diversi organi dirigenti come contributo alla discussione.

Il Direttivo del circolo PRC “Camilla Ravera” di Roma

Il Direttivo del Circolo PRC Camilla Ravera – Municipio XII di Roma, in occasione della riunione dei segretari di circolo dell’Italia centrale (8 novembre 2014) ha presentato un documento per esprimere le sue posizioni circa l’ipotesi della costituzione di un “nuovo soggetto politico della sinistra e dei democratici” nel quale il PRC dovrebbe confluire.

In quella occasione il documento è stato condiviso e sottoscritto anche dai segretari dei circoli: “Longo” (Roma), “D’Onofrio” (Roma), “Pagnozzi” (Roma), “Mariano Mandolesi” (Gaeta), “Enzo Simeone” (Formia), Circolo PRC Sabaudia, Circolo PRC Palestrina, Villaggio Breda (Roma), “Lia Valentini” (Siena), “Orfeo Mucci” (Roma), Circolo PRC Nomentano, Circolo PRC Ascoli Piceno, “Carlo Giuliani” (Prato), “G.K. Zhukov” (Poggibonsi), “Manfredini” (Viareggio).

Quella riunione ha ancor più rafforzato le nostre posizioni e per questo riteniamo utile inviarlo ai diversi organi dirigenti come contributo alla discussione.

Il punto di merito che ci preme sottolineare è il seguente. Non siamo affatto convinti del percorso di costituzione di un “nuovo soggetto politico della sinistra e dei democratici”.

Dissentiamo, quindi, dalla prefigurazione a tappe forzate di una precipitazione organizzativa con relativi passaggi di consegne dal Partito della Rifondazione Comunista all’Altra Europa con Tsipras (avvio del tesseramento, cessione di sovranità per quel che concerne scadenze elettorali sotto le insegne del “nuovo soggetto”, ecc.), come anche la proposta di un’organizzazione nella quale valga il principio “una testa un voto”. Riteniamo infatti che, in tal modo, l’affermazione “il PRC resta per l’oggi e per il domani” nasconda di fatto e inevitabilmente (magari anche al di là delle intenzioni dei promotori) il progressivo svuotamento della presenza organizzata dei comunisti, ai quali resterebbe in dote il terreno della battaglia ideologica e della formazione, ma del tutto staccato dalle dirimenti urgenze della battaglia politica (con il possibile deleterio rischio di flagranti contraddizioni tra “ciò che si dice e si pensa” dal lato del Partito e ciò che si decide e concretamente si fa “dal lato del “nuovo soggetto”).

Detto questo, condividiamo la necessità di forme di aggregazione della sinistra di alternativa, anche a partire dall’esperienza della Lista Tsipras, ovvero la costruzione di luoghi e momenti tesi all’elaborazione dell’opposizione sociale e politica al governo Renzi e a questa Europa.

A nostro avviso, quindi, è importante lasciare aperta la partita dell’aggregazione a sinistra, evitando strette organizzative altamente problematiche e in ogni caso premature: monitorando l’evolvere delle relazioni a sinistra nel loro complesso, preparandosi dunque ad interlocuzioni organiche con tutti coloro che non intendono aggregarsi al carro del Partito Democratico e gettando basi programmatiche solide in vista di un possibile coalizione della sinistra alle prossime elezioni politiche.

Per questo a noi appare più opportuno che il nostro Partito si faccia promotore di un nuovo “polo” politico allargato alle più diverse sinergie della sinistra italiana che si riconoscano in una chiara linea ideologica, politica e programmatica, condivisa e senza ambiguità. Un “Polo” unitario ma esplicitamente alternativo e opposto alle attuali politiche neoliberiste e imperialiste applicate e perpetuate nel nostro paese, nel quale i comunisti organizzati possono e devono trovare il loro naturale spazio politico, mantenendo la loro autonomia di analisi e di elaborazione politica ispirate ai principi del marxismo.

Contestualmente  a ciò, è fondamentale dedicare tutti gli sforzi al consolidamento del Partito, provando altresì a rilanciare una ricomposizione delle comuniste e dei comunisti, che veda la stessa Rifondazione Comunista quale forza trainante di questo processo , così da metterci in grado di far valere il nostro punto di vista nel più largo ambito della sinistra di alternativa.

In tal senso diventa fondamentale ricominciare a lavorare sui territori, individuando le battaglie prioritarie  (calibrate sulle forze che abbiamo) con le quali iniziare a caratterizzaci, cercando di diventare – in questi settori – i referenti politici e sociali. Vorremmo ricominciare a costruire le battaglie, smettendo di essere i portatori d’acqua di altri soggetti politici.

Ci sembra impossibile che in questo momento storico politico la maggior parte degli sforzi venga concentrata nel tentativo di tenere insieme noi con una non meglio definita “società civile”, dimenticando che noi dovremmo invece essere i primi promotori di un modello di una società più equa e più giusta, alternativa a quella attuale.

LETTERA APERTA A FERRERO, ALLA SEGRETERIA NAZIONALE ED AL CPN

DIBATTITOLettera aperta a Ferrero, alla Segreteria Nazionale ed al CPN

L’esito del CPN del 15 e 16 novembre, che ha respinto il documento proposto dalla Segreteria Nazionale, impone la riapertura della discussione politica nel nostro partito, a partire dal prossimo Comitato Politico Nazionale. Il momento che vive il partito è assai grave, per molti aspetti drammatico, e noi ci rivolgiamo a tutti voi, compagni e compagne, con spirito di sincera unità, per chiedervi di farvi carico fino in fondo dell’esigenza di sintesi politica fra le diverse proposte e sensibilità esistenti nel nostro partito, evitandogli i traumi di rigidità, forzature, strappi, che il Partito non sarebbe oggi in grado di sopportare.

Cari compagni/e,
l’esito del CPN del 15 e 16 novembre, che ha respinto (con 54 contrari, 50 favorevoli ed 1 astenuto) il documento proposto dalla Segreteria Nazionale, impone la riapertura della discussione politica nel nostro partito,  a partire dal prossimo Comitato Politico Nazionale.

Il momento che vive il partito è assai grave, per molti aspetti drammatico, e noi ci rivolgiamo a tutti voi, compagni e compagne, con spirito di sincera unità, per chiedervi di farvi carico fino in fondo dell’esigenza di sintesi politica fra le diverse proposte e sensibilità esistenti nel nostro partito, evitandogli i traumi di rigidità, forzature, strappi, che il Partito non sarebbe oggi in grado di sopportare.

D’altra parte, la ricerca della sintesi è da sempre il primo compito di ogni gruppo dirigente comunista. Uno sforzo di vera sintesi politica, e non solo qualche aggiustamento formale, è oggi più necessario che mai per dare una prospettiva al PRC e garantire un consenso interno più ampio sulle scelte e sulla stessa gestione del partito. Noi pensiamo, ad esempio, che le risoluzioni del CPN debbano considerarsi approvate solo se ottengono la maggioranza assoluta dei compagni/e votanti.

La proposta di un “nuovo soggetto unitario della sinistra e dei democratici”, così come presentata dal segretario Ferrero, ci appare non solo inadeguata rispetto alle questioni poste dalla crisi e dal conflitto di classe, ma addirittura controproducente rispetto alla stessa possibilità di avviare processi unitari con molti dei nostri interlocutori politici e sociali; si tratta infatti di una proposta politicista, tutta centrata ancora una volta sul “contenitore”, sugli aspetti organizzativi (doppio tesseramento) e sulle scadenze elettorali (con tanto di cessione di sovranità da parte del partito), anziché sulla chiarezza dei contenuti e sulla centralità delle pratiche sociali: a questo proposito deve farci riflettere seriamente il grave insuccesso della manifestazione di piazza Farnese del 29 novembre.

Occorre far tesoro delle passate esperienze (ad es. “Rivoluzione Civile”) e smettere di rincorrere generici quanto evanescenti contenitori politici, nei quali il partito dovrebbe mimetizzarsi, sfumare il proprio ruolo e finire di fatto con lo sciogliersi, anche al di là delle migliori intenzioni..

Riteniamo che la necessaria e non facile costruzione di uno schieramento di sinistra  alternativa non possa realizzarsi con progetti deboli o con scorciatoie politiciste, ma debba  soprattutto basarsi sul radicamento sociale e l’internità ai conflitti, a partire dai luoghi di lavoro, su un programma di concreti obiettivi immediatamente comprensibili dai ceti popolari (sempre più sfiduciati e senza riferimenti) e assumendo un chiaro profilo anticapitalista e alternativo al PD.

Noi pensiamo infatti che sia oggi necessaria e possibile una coalizione sociale e politica della sinistra di opposizione, capace di coinvolgere, senza forzature organizzative nei confronti dell’autonomia e del  ruolo di ciascuno, tutte le diverse soggettività che animano l’opposizione al Governo Renzi ed all’Europa della BCE; una coalizione sociale e politica che sappia rivolgersi a quanti non stanno col PD e non coltivano l’illusione di rifondare il centrosinistra, una coalizione che non pretenda di cancellare il ruolo essenziale dei comunisti o limitarne l’autonomia politica ed organizzativa.

La durezza della crisi prodotta dal capitalismo ripropone infatti l’attualità della questione comunista e sfida la capacità dei comunisti di ricomporre un  blocco sociale di alternativa.

In questa prospettiva, non ha senso parlare di “cessione di sovranità” del partito, soprattutto quando ci troviamo di fronte ad un progetto politico fragile e generico. Altra questione è valutare di volta in volta (come già avvenuto) le scelte elettorali più opportune e coerenti, in relazione ai programmi, alle forze coinvolte, ai rapporti sociali, garantendo comunque la visibilità dei comunisti.ed una chiara collocazione di alternativa. Infine siamo convinti che il “doppio tesseramento” (con la conseguente e inevitabile formazione di doppi gruppi dirigenti e di doppie burocrazie), oltre al rischio di dare il colpo di grazia alle nostre fragili strutture organizzative, sia oggi  addirittura escludente nei confronti di molti soggetti sociali e di lotta che ci interessa invece coinvolgere nella coalizione.

Ma tutto questo ci impone di fare i conti con i nostri limiti, con  lo stato reale del partito (cominciando dalla situazione, preoccupante quanto trascurata, del tesseramento), perchè non ci può bastare lo slogan ricorrente “Rifondazione per l’oggi e per il domani”, divenuto ormai una parola vuota e consolatoria di fronte ad una realtà politica ed organizzativa sempre più sfilacciata e in declino, incapace di agire per mancanza di scelte conseguenti su questioni, come radicamento sociale, organizzazione, programmi di intervento, formazione politica, comunicazione, autofinanziamento, etc, tutti temi che dovranno essere al centro della prossima ed urgente Conferenza di Organizzazione.

Rifondazione del Partito e costruzione di un ampio schieramento anticapitalista sono le due priorità, tra loro strettamente connesse, su cui lavorare insieme per uscire dalla marginalità e rilanciare un ruolo utile dei comunisti.

Per questo sono necessarie concrete e coraggiose scelte di cambiamento, a cui è chiamiato tutto intero il nostro gruppo dirgente, a cominciare dalla Segreteria Nazionale.

Patrizia Granchelli, Stefano Grondona, Daniele Maffione, Giacomo Marchioni, Gianluigi Pegolo, Roberto Preve, Bruno Steri, Sandro Targetti