LO STATO LEGGERO

Dalla parte degli Oppressi

LO STATO LEGGERO

1“lo Stato minimo è un regime. L’impostazione del movimento di libero scambio si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione, cioè, tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma siccome nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva” (A. Gramsci)

“il debito pubblico è l’unica risorsa che lo stato destina alla redistribuzione della ricchezza”, nell’economia classica era chiaro come concetto statuale e come forma di governo dell’economia e della società, come erano chiare le due forme di governo, la prima maggioritaria, capitalista, la seconda, Socialista.

Nella condizione data i lavoratori vedevano nella seconda la soluzione al problema delle diseguaglianze mentre le classi dominanti vedevano in quella soluzione la fine dei privilegi e dell’assolutismo che permetteva loro di dominare il mondo, per questo nel mondo si sono confrontate scuole di pensiero diverse, la soluzione socialdemocratica, la soluzione laburista, la soluzione liberale, tutte finalizzate alla conservazione del capitalismo.

Certamente l’operaio svedese, finlandese non era trattato come l’operaio usa o coreano ma il fine era lo steso la conservazione del sistema e mentre quelle menti più aperte consce della precarietà del sistema ponevano in essere tutele garanzie sempre più affine alla società Socialista nel mondo si creavano sacche di povertà insopportabili per la coscienza umana.

La quota di PIL destinata ai salari cresceva di anno in anno a scapito della rendita e del capitale e questo fino alla fine dell’URSS, poi con il reaganismo la fine di tutto e il declino della classe operaia, cosi mentre un edile, negli usa prendeva 10 dollari l’ora negli anni 80/90 oggi ne percepisce 7 se va bene, la quota di salario nel PIL diventa sempre più bassa, cosi come i diritti dei lavoratori vengono sempre più ridotti fino a rasentare lo schiavismo.

Lo schiavismo, certo quel fenomeno avanzato dagli economisti reaganiani, dalla scuola di chigago, dai liberisti globalizzazione ma non che nel 1994 ricevettero anche un Nobel e questo la dice lunga sui “mala tempora”.

Questo ha portato anche alla diversa concezione dello stato, prima era il regolatore della ricchezza, pianificatore dell’economia, portatore di diritti, con i suoi costi, con le sue imposte e tasse per principio, “Progressive”, il liberale Vanoni nella riforma post bellica per i redditi superiori al miliardo poneva una aliquota del 72%, poi con la fine dell’URSS si pone fine all’imposizione diretta come fulcro della finanze dello stato per porre l’inizio dello “Stato leggero” dello stato che poneva basse imposte dirette.

2Contemporaneamente si svolge anche un’altra battaglia “la riduzione del debito pubblico” e con questo si chiude il cerchio della distruzione delle conquiste operaie sui diritti e sulle regole del lavoro, lo stato non più come regolatore dell’economia e della redistribuzione ma semplice arbitro in una lotta impari tra capitale e lavoro.

3Allora la battaglia si sposta dai concetti quale uguaglianza, giustizia, diritti, a “meno tasse per tutti” cosi mentre al lavoratore venivano dati i trenta denari, che poi rimpiangerà in termini di riduzione di servizi, al capitale vengono restituiti almeno 5 punti di PIL, cosi si accentuano le diseguaglianze sociali e scompare quella classe media che per 50 anni ha rappresentato il paese, si contraggono i servizi,  la sanità modello per il mondo “gratuita e pubblica” diventa un macigno, si chiudono ospedali, si privatizzano le prestazioni, si allungano le liste per gli esami diagnostici.

Contemporaneamente vengono svuotati i diritti dei lavoratori, si comincia con la delegittimazione del lavoro e del pubblico impiego, anche se spesso gli stessi ci mettono del proprio con atteggiamenti e comportamenti che destano fastidio agli utenti, ma questo è il sintomo che la divisione che attraversa la società, che non si confronta  più sui temi fondamentali, lavoro, giustizia, solidarietà, sussidiarietà, perché considerati “reflui del 900” e quindi sulla separazione in classi della società attuale.

Nonostante tutto mentre negli anni 70 il debito pubblico rappresentava meno del 70% del PIL oggi lo stesso rappresenta il 132% del PIL con una differenza che mentre quei governi usavano quel disavanzo per assumere lavoratori nelle aziende di stato, nei ministeri, nelle forze armate, nei servizi, oggi che si sta smantellando tutto ciò che è pubblico quelle risorse rappresentate dal debito pubblico sono destinate al risanamento delle banche, al salvataggio di un capitalismo straccione che ricorre al pubblico senza alcuna dignità per cui si svendono le aziende di stato, si privatizzano i servizi, si distruggono 50 anni di lotte operaie perché ormai la classe operaia non ha più un riferimento istituzionale forte, capace  di rappresentare le “sue istanze”  e difendere le “sue conquiste”, ma è divisa e derisa con sigle che spesso sono dello zero virgola ma piene di ideologi puri e duri.

Forse è il caso di ricostruire un soggetto politico includente che raccolga l’eredità dei grandi Partiti popolari per riportare al centro della politica, “il Lavoro” e  “Il Pubblico” come elementi di riqualificazione dello stato e non come elementi sussidiari e marginali, anzi per il “pubblico” si associa sempre il termine “fallimento” quando non “parassiti”.

4Per concludere solo ricostruendo un soggetto politico “Alternativo” “Anticapitalista” si può ricondurre la società su un binario che non la porti alla barbarie, ma questo dipende dalla forza e dalla dignità che il mondo del lavoro è disposto a mettere in campo, dal coraggio di chi farà quel famoso passo per riavvicinarsi ai “Compagni” di ventura e/o sventura senza rancori e pregiudizi, ma con la volontà di costruire “Quel” soggetto politico e come si diceva sempre nelle sezioni del PCI “questa non è una chiesa ma un luogo di dibattito e di elaborazione” ma poi con lo svuotamento delle sezioni, con l’abbandono dell’ideologia la cloaca migliorista ha vinto e la storia è nota.

Questo dobbiamo a che è morto nelle montagne o nelle valli per combattere il nazifascismo, cosi come a chi è morto a Portella della Ginestra, o alle Reggiane, o a Reggio Emilia, o come ogni giorno muore nei cantieri edili o nelle fabbriche, ma sapremo ragionare senza pensare alle divergenze tra il Compagno Stalin e Trockij o su Mao e Togliatti ma ragionando sul futuro della società nel solco del Marxismo e del Comunismo.

Assoc. Ricostruire Il PCI

 

 

 

OBAMA AMMETTE IL FALLIMENTO DELL’EMBARGO A CUBA

  • Obama ammette il fallimento dell’Embargo a Cuba

Si apre una nuova fase per la rivoluzione cubana e la liberazione di tre dei Cinque patrioti cubani ancora detenuti negli Stati Uniti costituisce senza dubbio una grande vittoria per l’intera umanità. La storia dei cubani in carcere per sedici anni per aver combattuto il terrorismo: ovvero, la notizia più nascosta del mondo.

di Fabio Marcelli 

I Cinque erano stati com’è noto arrestati, il 10 settembre del 1998, per aver condotto un’opera di controinformazione e monitoraggio sulle attività delle organizzazioni terroristiche formate negli Stati Uniti, e in particolare a Miami, dai fuoriusciti cubani.  Opera non solo legittima, ma anzi doverosa, alla luce del principio del diritto internazionale che impone agli Stati di cooperare nella prevenzione e repressione del terrorismo.

Era proprio nello spirito di tale principio che il governo cubano, con la mediazione all’epoca di Gabriel Garcia Marquez, si era rivolto al presidente statunitense Clinton per denunciare, sulla base delle prove raccolte dai Cinque, le attività terroristiche che si svolgevano a partire dal suolo statunitense contro Cuba.

Si era quindi svolta all’Avana una riunione, con la partecipazione di FBI e Dipartimento dello Stato, nel corso della quale il governo cubano aveva esposto agli organismi statunitensi  la documentazione in suo possesso. Ma anziché procedere, come avrebbero dovuto, a smantellare le reti terroristiche anti-cubane arrestandone i responsabili, gli Stati Uniti decidevano di arrestare i Cinque, che con la loro opera di controinformazione avevano sventato numerosi attentati che sarebbero dovuti avvenire a Cuba.

Cominciava così l’odissea penitenziaria e giudiziaria dei Cinque. Alcuni anni prima ne era cominciata la meritoria missione, con l’infiltrazione di René Gonzalez ed altri nelle organizzazioni terroristiche. Per poterla portare avanti, René aveva finto di disertare, impadronendosi di un aereo e arrivando, a filo di carburante, fino in Florida, senza che neanche la moglie fosse a conoscenza della verità. Una vicenda appassionante, raccontata magistralmente da Fernando Morais nel suo libro Os ultimos soldados da guerra fria, che è stato un best-seller in Brasile e speriamo di poter pubblicare presto anche in Italia.

La modalità seguìta dall’intelligence cubana in tutta questa vicenda è una dimostrazione da manuale di come si combatte il terrorismo, senza dover ricorrere alla tortura e alle guerre (mosse in realtà per ben altri motivi) che finiscono, come dimostra la storia, per alimentare le organizzazioni terroristiche contro le quali vengono scatenate. Come nel caso oggi sotto i nostri occhi di Al Qaeda e dell’ISIS.

Per questi motivi resta più che mai attuale la proposta di insignire i Cinque del Premio Nobel per la pace.

Dal punto di vista giuridico le accuse mosse ai Cinque non hanno avuto mai la benché minima base, come del resto riconosciuto in varie occasioni dallo stesso sistema giudiziario statunitense, che si è però purtroppo confermato fortemente soggetto a spinte e condizionamenti di carattere politico.

Nessuna base ha avuto l’accusa di “cospirazione per commettere omicidio” mossa nei confronti di Gerardo Hernandez, dato che l’abbattimento dell’aereo di Hermanos para el rescate (organizzazione terroristica anti-cubana) era stato deliberato autonomamente e legittimamente, dopo ripetuti avvertimenti, nell’esercizio della propria sovranità sul proprio spazio aereo da parte delle Forze armate cubane senza che vi fosse alcun nesso causale tra la condotta di Gerardo e tale abbattimento. Nessuna base ha avuto l’accusa di “cospirazione per commettere spionaggio” mossa nei confronti dei Cinque, dato che la loro attività era limitata alla raccolta di informazioni sulle attività dei gruppi terroristici che non fanno parte, fino a prova contraria, dell’organizzazione statale degli Stati Uniti.  Sono state commesse nel corso del processo infinite violazioni del diritto alla difesa. È stata prescelta una sede giudiziaria, quella di Miami Dade, chiaramente inadatta a svolgere un processo imparziale, date le intimidazioni nei confronti dei giurati e il clima di terrore montato dalla mafia politica anticubana locale. Per motivi che andrebbero ulteriormente approfonditi, determinati gruppi di potere interni agli apparati statunitensi hanno scelto, come accennato, di incarcerare gli antiterroristi anziché di carcerare i terroristi.

La liberazione dei Cinque (ricordiamo che René Gonzalez e Fernando Gonzalez erano stati liberati nel corso dell’ultimo anno, mentre restavano in carcere, con la prospettiva di restarci ancora a lungo o per tutta la vita Antonio Guerrero, Ramon Labañino e Gerardo Hernandez, quest’ultimo condannato a ben due ergastoli) è il frutto di una campagna di mobilitazione condotta in tutto il mondo per tutti questi anni.

Personalmente ho avuto occasione di contribuire a questa campagna partecipando a riunioni e assemblee in vari luoghi, da molte città italiane alle Canarie alle Filippine, partecipando alle delegazioni di osservatori internazionali che hanno assistito alle udienze giudiziarie a Miami ed Atlanta, incontrando nel giugno 2013 vari membri del Congresso e del Senato degli Stati Uniti, sostenendo e promuovendo il film realizzato dal mio amico Alberto Antonio Dandolo, The Cuban Wives. Come e più di me numerosi altri compagni e compagne, tra i quali voglio qui ricordare Luciano Vasapollo, Rita Martufi, Luciano Jacovino, Marco Papacci, Franco Forconi, Tecla Faranda e Raul Mordenti

È quindi per tutti noi oggi un giorno di gioia immensa. In un momento difficile e poco esaltante della storia della sinistra italiana, ancora una volta l’esempio dei compagni cubani, la loro intelligenza e la loro tenacia servono da sprone e da modello.

Non dobbiamo infatti trascurare la circostanza che la liberazione dei Cinque si inserisce nel quadro di un rinnovamento dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba, che supera una contrapposizione che durava da oltre cinquanta anni.  Tale cambiamento positivo costituisce senza dubbio un successo per Cuba e per tutta l’America Latina. Negli ultimi anni il mondo è cambiato parecchio e il continente americano ancora di più. Alla radice di questo cambiamento positivo, che ha visto la realizzazione dell’utopia bolivariana con la creazione di nuovi livelli di integrazione fra i Paesi dell’America Latina, consacrati dalla creazione prima dell’ALBA, poi di UNASUR e della CELAC, c’è l’esempio di Cuba, un piccolo ma grande Paese sottoposto da oltre cinquanta anni a un embargo che finalmente sta per concludersi e ad atti di disumano terrorismo che hanno provocato oltre tremila vittime nel corso degli anni. Una resistenza alfine vittoriosa, che ha trovato terreno fertile in altri Paesi latinoamericani e propone oggi al mondo un orizzonte diverso da quello fallimentare del neoliberismo. Orizzonte che dovremmo affrettarci ad accogliere e portare avanti anche in Europa e in quel pantano senza futuro e senza speranza che è diventato il nostro Paese.

La lotta per il socialismo ovviamente continua, ma continua su un piano nuovo e più favorevole. Riconoscendo il fallimento dell’embargo Obama riconosce che la strategia di spingere il popolo cubano alla fame per provocarne la ribellione contro il socialismo non è praticabile.  Va aggiunto che in realtà, non c’è alcuna contraddizione fra sviluppo economico e socialismo. Anzi, l’ulteriore sviluppo delle forze produttive che saranno liberate dalla fine dell’embargo permetterà di praticare nuove ancora più avanzate esperienze di socialismo che costituiranno un punto di riferimento e un esempio anche per il mondo capitalistico occidentale, a partire dagli stessi Stati Uniti e dall’Europa.

Oggi, rallegrandoci per la loro liberazione e unendoci all’abbraccio del loro Paese e delle loro famiglie, onoriamo nei Cinque Cubani, cinque patrioti dell’umanità che hanno sacrificato oltre quindici anni della loro esistenza per difendere il loro Paese e una nuova prospettiva, rivoluzionaria e autenticamente democratica, dei rapporti internazionali.

 

LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI

Lavorare meno, lavorare tutti

 

Le nuove tecnologie digitali distruggono posti di lavoro a un ritmo superiore di quanti ne creino. Pertanto per uscire dalla crisi economica è necessario recuperare il tema della riduzione dell’orario di lavoro e della costruzione di un’alternativa all’attuale sistema di produzione capitalistico. Non è più sufficiente l’espansione della domanda, ma bisogna ripensare il rapporto tra il modo di produzione, la qualità dei prodotti e la finitezza delle risorse naturali.

C’è un tema troppo trascurato nell’ambito del dibattito pubblico e presente solo marginalmente all’interno delle varie piattaforme rivendicative, ma che assume una centralità da cui non si sfugge. Si tratta del grande tema della riduzione dell’orario di lavoro.
Oggi, per contrastare la drammatica caduta delle possibilità di lavoro, c’è bisogno di promuovere innanzitutto la redistribuzione del lavoro che c’è. Redistribuzione quindi del reddito (quanto mai necessaria in un paese dove il dieci percento della popolazione detiene la metà della ricchezza nazionale), ma anche dei tempi di lavoro (l’Italia è il paese in Europa dove si lavora di più e più a lungo).

Come ci ricordano i dati empirici, i progressi nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale stanno provocando una contrazione irreversibile e permanente dell’occupazione, tanto fra i lavoratori che svolgono mansioni esecutive, quanto fra i cosiddetti lavoratori della conoscenza. Un progresso tecnologico concentrato in larga parte sulle tecnologie informatiche che non riesce ad aprire la strada a nuove produzioni e a nuovi mestieri con la stessa velocità con cui espelle la manodopera resa superflua dai processi di automazione.

La rivoluzione industriale degli ultimi due secoli ha camminato sulla base di innovazioni radicali (che hanno letteralmente generato nuovi settori industriali) e sulla capacità di soddisfare nuovi bisogni. La rivoluzione delle tecnologie digitali sta forse cambiando le nostre vite in modo altrettanto radicale, ma i nuovi lavori che nascono dal mondo delle applicazioni sono meno di quanto sarebbe necessario. La produttività e lo sviluppo tecnologico ci consentirebbero, tuttavia, di lavorare molte meno ore al giorno, così assecondando l’antico motto “lavorare meno, lavorare tutti”.

Ma tutto questo entra in contrasto con le logiche del capitalismo che, invece, reagisce aumentando lo sfruttamento della forza lavoro residua e aggredendo salari e tutele. Come ci insegna Marx, le crisi sono un mezzo attraverso il quale vengono ripristinate le condizioni di accumulazione del capitale: “le crisi sono sempre soluzioni violente soltanto temporanee delle contraddizioni esistenti ed eruzioni violente che servono a ristabilire l’equilibrio turbato”. Momenti nei quali profitto e accumulazione vengono ristabiliti per mezzo della distruzione di capitale e di forze produttive: aumento della disoccupazione e quindi abbassamento dei salari, fallimenti e quindi concentrazioni di imprese, ecc. Ecco, dunque, che rivendicare la riduzione dell’orario di lavoro diventa un meccanismo in grado di inceppare i meccanismi di valorizzazione del capitale, che porta con sé la necessità di pensare alla cosiddetta alternativa di sistema.

Tra l’altro, se da un lato la tecnologia risparmia forza lavoro, dall’altro, i problemi della sostenibilità ambientale e di un capitalismo stagnante incapace di produrre nuove e grandi innovazioni, rendono sempre più difficile raggiungere la piena occupazione attraverso la sola espansione della domanda.
Il problema diventa, allora, come conciliare i progressi della tecnologia che garantiscono un’offerta quasi infinita (limitata solo dalla finitezza delle risorse), con la continua espulsione di lavoratori dalle produzioni esistenti e la conseguente diminuzione della domanda aggregata. Domanda che potrebbe essere alimentata solo tramite la creazione di nuovi lavori (soggetti anch’essi ai vincoli di riproducibilità delle risorse) o da una seria politica redistributiva e incentivando forme cooperative e partecipative. Emerge, insomma, la necessità di tornare seriamente a riflettere sulla prospettiva di un modello più giusto e razionale, quello socialista.

Un diverso modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale ed ecologico, che rimodelli le nostre vite, il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con l’ambiente che ci circonda. Che ripensi una crescita che non potrà che essere qualitativa, provando ad innovare con l’attenzione alla qualità di ciò che si produce, alla riproducibilità delle risorse e all’ambiente: tutti fattori che costituiscono, altrimenti, i limiti di uno sviluppo solo quantitativo.

Per tutto questo serve un governo democratico dell’economia che fornisca un chiaro e nuovo quadro di riferimento, assicuri cioè che “si lavora e si produce non più secondo la logica capitalista (la logica dell’accumulazione per l’accumulazione, della produzione fine a se stessa), ma si produce e si lavora per soddisfare i grandi bisogni dell’uomo, i grandi bisogni della collettività” (Enrico Berlinguer).

Sì, questa è l’Era della solitudine

Competitività e individualismo ci stanno spingendo verso una devastante Era della Solitudine

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di George Monbiot*- comune.info

Come possiamo definire questo nostro tempo? Non è il tempo dell’informazione: la sconfitta dei movimenti di educazione popolare ha lasciato un vuoto che ora viene colmato da teorie di marketing ed ipotesi di complotti. Come l’età della pietra, quella del ferro e quella dello spazio, l’era digitale ci dice molto sui prodotti, ma poco sulla società. L’antropocene, in cui gli esseri umani producono il maggior impatto sulla biosfera, non basta a differenziare questo secolo dai precedenti venti. Qual è l’evidente trasformazione sociale che contrassegna il nostro tempo distinguendolo da quelli che lo hanno preceduto? A me appare ovvio: questa è l’Era della Solitudine.

Quando Thomas Hobbes sostenne che nello stato di natura, prima che emergesse un’autorità che esercitasse un controllo, eravamo tutti in guerra “l’uno contro l’altro”, non avrebbe potuto fare un errore più grande. Fin dall’inizio eravamo creature sociali, una sorta di api mammifere, che dipendevano completamente le une dalle altre. Gli ominidi dell’Africa orientale non avrebbero potuto sopravvivere da soli neanche una notte. Siamo costituiti, in misura maggiore rispetto a quasi tutte le altre specie, dalla relazione con gli altri. L’epoca in cui stiamo entrando, in cui viviamo separati, non è simile a nessun’altra epoca precedente.

Tre mesi fa abbiamo letto che la solitudine è diventata un’epidemia tra i giovani adulti. Ora veniamo a sapere che è un disagio altrettanto grave nelle persone più anziane. Uno studio dell’Independent Age rileva che il disturbo grave da solitudine affligge 700.000 uomini e 1 milione 100.000 donne oltre i 50 anni (4), e si sta sviluppando ad una velocità impressionante.

È improbabile che l’Ebola uccida così tante persone quante vengono colpite da questo malessere. L’isolamento sociale è una causa di morte precoce potente quanto il fumo di 15 sigarette al giorno; la ricerca rileva che la solitudine èdoppiamente mortale dell’obesità. Le forme di demenza, la pressione alta, l’alcolismo e gli infortuni – come anche la depressione, la paranoia, l’ansia ed il suicidio, si presentano più frequentemente quando vengono interrotte le relazioni (7,8). Non siamo in grado di stare soli.

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Certo, le fabbriche hanno chiuso, la gente si sposta in auto invece che con i mezzi pubblici, si collega a YouTube invece di andare al cinema. Ma questi cambiamenti non sono sufficienti, da soli, a spiegare la velocità del nostro collasso sociale. A questi cambiamenti strutturali si è accompagnata una sorta di ideologia di negazione della vita, che rafforza ed esalta il nostro isolamento sociale. La guerra dell’uomo contro l’uomo – in altri termini la competizione e l’individualismo – è la religione del nostro tempo, giustificata da una mitologia che inneggia ai combattenti solitari, agli operatori in proprio, agli uomini e donne che si fanno da soli, e vanno avanti da soli. Per la più sociale delle creature, che non può prosperare senza amore, non è disponibile ora qualcosa di simile alla società, ma solo un eroico individualismo. Ciò che conta è vincere. Il resto sono danni collaterali.

I ragazzi inglesi non aspirano più a diventare ferrovieri o infermiere, più di un quinto di loro adesso afferma di “volere soltanto diventare ricchi”: per il 40% del campione considerato, le uniche ambizioni sono la ricchezza e la fama. Un’indagine governativa in giugno ha rivelato che la Gran Bretagna è la capitale europea della solitudine. Siamo meno portati degli altri popoli europei ad avere strette amicizie o relazioni con i nostri vicini. Perché sorprenderci, quando siamo pressati da ogni parte a lottare come cani randagi intorno alla spazzatura?

Il riflesso di questo cambiamento, è la modificazione del nostro linguaggio. Il nostro più feroce insulto è quello di perdente. Non parliamo più di popolo. Ora parliamo di individui. Questo termine così alienante ed atomizzante è diventato talmente pervasivo, che persino le organizzazioni assistenziali che cercano di combattere la solitudine lo utilizzano per descrivere quei bipedi che prima erano conosciuti come esseri umani. Raramente completiamo una frase senza usare il termine personale. Parlando personalmente (per distinguermi dal pupazzo di un ventriloquo), Preferisco amici personali piuttosto che la moltitudine impersonale e coloro che personalmente appartengono al genere che non è il mio. Anche se questa è solo una mia personale preferenza, altrimenti detta la mia preferenza.

Una delle tragiche conseguenze della solitudine è che la gente si consola con la televisione: due quinti delle persone anziane affermano che il dio con un solo occhio (il televisore) è la loro principale compagnia. Questa cura fai-da-te peggiora la malattia. Una ricerca di economisti dell’università di Milano indica che la televisione incentiva le aspirazioni competitive. Questo corrobora fortemente il paradosso reddito-felicità: il fatto che, quando i redditi della nazione aumentano, la felicità non aumenta con essi.

L’ambizione, che aumenta con il reddito, fa sì che la meta, la completa soddisfazione, retroceda davanti a noi. I ricercatori hanno rilevato che chi guarda a lungo la televisione ricava meno soddisfazione da un certo livello di reddito rispetto a coloro che la guardano poco. La televisione accelera la giostra dell’edonismo, spingendoci a prodigarci ancor di più per poter mantenere lo stesso livello di soddisfazione. Per rendervi conto del perché questo può accadere, dovete solo pensare alle pervasive vendite all’asta che ci sono ogni giorno in Tv, Dragon’s Den, the Apprentice e le innumerevoli forme di competizione carrieristica che la televisione propone, l’ossessione generalizzata per la fama e la ricchezza, la pervasiva sensazione, nel vedere tutto questo, che la vita sia altrove diversa da dove siete voi.zuccotti

Allora qual è la questione? Che cosa ci guadagnamo da questa guerra di tutti contro tutti? La competizione spinge la crescita, ma la crescita alla lunga non ci fa diventare più ricchi. Le cifre rese note in questa settimana mostrano che, mentre le entrate dei direttori di società sono cresciute di oltre un quinto, i salari della forza lavoro complessivamente sono diminuite in termini reali rispetto allo scorso anno. I capi oggi guadagnano – scusate, voglio dire prendono – 120 volte di più della media dei lavoratori a tempo pieno (Nel 2000, il rapporto era di 47 volte). E anche se la competizione ci rendesse più ricchi, non ci renderebbe più felici, poiché la soddisfazione prodotta da un aumento del reddito verrebbe pregiudicata dagli effetti della competizione in termini di ambizione.

Oggi l’1% al livello più alto possiede il 48% della ricchezza globale, ma nemmeno queste persone sono felici. Un’indagine del Boston College su persone con una ricchezza media di 78 milioni di dollari ha riscontrato che anche loro sono affette da ansia, insoddisfazione e solitudine. Molti di loro hanno confessato di sentirsi finanziariamente insicuri: per sentirsi al sicuro ritenevano di aver bisogno, mediamente, di circa il 25% in più di denaro. (E se lo ottenessero? Senza alcun dubbio avrebbero bisogno di un ulteriore 25%). Una persona dichiarò che non sarebbe stato tranquillo finché non avesse avuto un miliardo di dollari in banca.

Per questo abbiamo distrutto la natura, degradato il nostro modo di vivere, sottomesso la nostra libertà e le nostre prospettive di soddisfazione ad un edonismo compulsivo, atomizzante e triste, nel quale, dopo aver consumato tutto il resto, incominciamo a depredare noi stessi. Per questo abbiamo distrutto l’essenza dell’umanità: la capacità di relazionarsi.

Certo esistono dei palliativi, programmi brillanti ed attraenti come Men in sheds eWalking Football, creati da enti assistenziali per persone anziane e sole. Ma se vogliamo rompere questo cerchio e tornare a stare insieme dobbiamo affrontare il sistema divoratore del mondo e delle persone, in cui ci siamo cacciati.

La condizione pre-sociale di Hobbes era un mito. Ma adesso stiamo entrando in una condizione post-sociale che i nostri predecessori non avrebbero creduto possibile. Le nostre vite stanno diventando orribili, brutali e lunghe.

 

Fonte originale: monbiot.com
Traduzione per comedonchisiotte.org a cura di Cristiana Cavagna

* giornalista e scrittore ambientalista (tra i suoi libri tradotti in italiano Apocalisse quotidiana. Sei argomenti per una giustizia globale, Edizioni Ambiente)