Il trionfo di Marx. La banca asiatica come compimento del mercato mondiale

cina bandiera connessionidi Pasquale Cicalese per Marx21.it

“Quanto più la produzione si basa sul valore di scambio, e quindi sullo scambio,, tanto più importante diventano per essa le condizioni fisiche dello scambio – i mezzi di trasporto e di comunicazione. Il capitale, per sua natura, tende a superare ogni ostacolo spaziale. La creazione delle condizioni fisiche dello scambio – ossia dei mezzi di trasporto e di comunicazione – diventa dunque per esso una necessità, ma in tutt’altra misura diventa l’annullamento dello spazio per mezzo del tempo. Se il prodotto immediato può essere valorizzato in massa su mercati distanti solo nella misura in cui diminuiscono i costi di trasporto, se d’altra parte mezzi di comunicazione e trasporto a loro volta non possono avere altra funzione che quella di essere sfere della valorizzazione, del lavoro gestito dal capitale; se insomma esiste un commercio di massa – attraverso cui viene reintegrato più del lavoro necessario – la produzione dei mezzi di comunicazione e di trasporto a buon mercato è una delle condizioni della produzione basata sul capitale, ed è per questo motivo che il capitale la promuove”. Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica Vol. II, pag. 160, La Nuova Italia 1997.Chu Enlai era un maestro della diplomazia, ma sembra che abbia cresciuto buoni allievi. L’ultimo è Wang Yi, attuale ministro degli esteri, a capo della diplomazia cinese. Si parla di colloqui segreti con il Vaticano, di probabile adesione dell’Iran, una volta risolto il problema nucleare, alla Sco, ma il vero tocco da maestro è l’adesione della Gran Bretagna alla nascente Banca Asiatica per le Infrastrutture (AIIB).

Tale mossa ha sconvolto il panorama internazionale a tal punto che il ministro del Tesoro americano Lew, dopo aver duramente contestato gli alleati del G7 per la loro adesione all’AIIB, il 30 marzo a Pechino fa un clamoroso dietrofront, dicendosi disponibile a collaborare con la banca a guida cinese. Una tale raffinatezza diplomatica, ricordiamolo di un Paese che si definisce tuttora “in via di sviluppo”, è segno di una visione strategica talmente efficace che gli occidentali rimangono sbigottiti. Dietro c’è senz’altro la cultura cinese, ma accanto ad essa c’è sicuramente un livello di istruzione e conoscenza da far impallidire le blasonate università occidentali. Non alzano la voce, il tono è da basso profilo, ma l’efficacia della loro diplomazia non ha pari al mondo. In questo sarebbe clamoroso un accordo con il Vaticano in vista del Giubileo, un autentico capolavoro diplomatico. La loro diplomazia è al servizio dello sviluppo cinese e del resto del mondo in una logica di “win win”, quando in Europa vige la logica tedesca del “gioco a somma zero”. Ultimo, la banca per le infrastrutture asiatiche: entro il 2020 sono previsti investimenti per 730 miliardi di dollari, ma sul lungo termine l’ammontare è pari a 8 mila miliardi di dollari. Serve, seguendo i dettami di Karl Marx, ad annullare lo spazio attraverso il tempo mediante reti ferroviarie, autostradali, portuali e di telecomunicazioni che partendo dalla Cina arrivano all’Europa, esattamente nel nostro territorio, indirizzandosi inoltre in Africa. Accanto ad esso c’è il Silk Road Fund di 40 miliardi di dollari, sostenuto direttamente dalla People’s Bank of China e dal fondo sovrano Cic. E poi la banca dello sviluppo dei BRICS. Solo l’interscambio con i paesi asiatici arriverà a 2500 miliardi di dollari, ma il vero pezzo grosso, di cui ancora non si sa l’entità, è la triangolazione Cina-Africa-Europa. Vedono lungo: iniziarono nel 2001 con il Piano Nazionale della Logistica per infrastrutturale la Cina, ora questa capacità strategica la proiettano in Eurasia e in Africa. Chiaro che la grandezza di questo progetto, impensabile per gli occidentali, spiazzi gli Usa fino a ufficiosamente aderire al progetto. Ha un qualcosa di leggendario, di millenario. L’annullamento dello spazio attraverso il tempo è reso ancora più stringente dall’esplosione dell’e-commerce, di cui i cinesi sono ormai maestri. Lungo la rotta eurasiatica nel giro di un decennio nascerà una classe media di 1 miliardo di persone, tale da sostituire ampiamente il consumo americano. Solo quella cinese è prevista entro il 2020 in 500 milioni di persone, che viaggeranno e avranno stili di vita equivalenti a chi da noi ha un reddito medio di 30 mila dollari. Per l’intanto l’assaggio di ciò lo ha dato il 28 marzo scorso al Boao Forum il Presidente Xi Jinping, il quale ha dichiarato che in 5 anni la Cina importerà beni per 10 mila miliardi di dollari. Come avevamo previsto tre anni fa questo Paese diventa il motore della crescita mondiale. E’ l’economia. Ora c’è il soft power: un accordo con il Vaticano sarebbe dirompente. In economia non devono imparare da nessuno, si tratta ora di creare un’egemonia culturale intesa gramscianamente. Lo stanno facendo nella diplomazia, toccherà poi ai mezzi di comunicazione. Occorre farlo, anche perché ci tocca persino leggere su certi siti italiani che quello cinese è “uno stato neonazista”. La dabbenaggine può essere trascurata, ma se fa opinione è il caso di contrattaccare con fermezza. In Italia ha già fatto da tanto tempo troppi danni. Continuare sarebbe diabolico.

Governo, capitali e banche impopolari

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di Marco Bersani – comune info

Molto si è già detto e scritto sul decreto legge approvato dal governo Renzi che impone alle Banche popolari con asset superiori a 8 miliardi la trasformazione nell’arco di diciotto mesi in Società per azioni (leggi ad esempio Banche, la soluzione che cercavamo… di Andrea Baranes, ndr). Dall’utilizzo della decretazione senza le caratteristiche di urgenza e necessità (essendo l’unica urgenza in campo quella personale del premier di presentarsi in Europa con un nuovo coniglio estratto dal cappello) alla subalternità della politica agli interessi dei grandi capitali finanziari, che infatti festeggiano in Borsa il nuovo succulento boccone messo a cuocere in pentola per loro.

In un paese che negli ultimi venticinque anni è riuscito a produrre la performance, unica al mondo, di passare da un controllo pubblico sul sistema bancario pari al 74,5 per cento (1992) allo zero odierno, la trasformazione della natura delle Banche popolari (per ora solo le più grosse ed appetibili) dimostra la perseveranza senza soluzione di continuità con cui si cerca di smantellare ogni funzione pubblica e sociale del sistema finanziario. “Ci sono troppi banchieri e facciamo poco credito alle imprese e alle famiglie” ha detto impavido Renzi. Peccato che, dati alla mano, il provvedimento vada a colpire proprio l’unico settore che, al contrario, proprio durante la crisi ha aumentato il credito alle famiglie e alle piccole imprese.

Capiamo la difficoltà di chi vive di fantasmagorie nel prendere atto della realtà, ma basta consultare i dati della Cgia di Mestre per rendersene conto.

Nell’arco di tempo che va dall’inizio della fase di credit crunch (2011) sino alla fine del 2013, le Popolari hanno aumentato i prestiti alla clientela del 15,4 per cento;diversamente, quelle sotto forma di Spa e gli istituti di credito cooperativo hanno diminuito l’ammontare dei prestiti rispettivamente del 4,9 e del 2,2 per cento. Lo stesso trend negativo è stato registrato anche dalle banche estere presenti nel nostro Paese: sempre tra il 2011 e il 2013, i prestiti sono diminuiti del 3,1 per cento.

Inoltre, tra le dieci realtà che entro diciotto mesi dovranno adeguarsi alle nuove regole introdotte dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ci sono anche due Popolari venete: Veneto Banca e la Popolare di Vicenza. In questi ultimi anni (2010-2013) anche loro hanno incrementato il volume dei prestiti. Se per la prima l’aumento è stato del 2,5 per cento, per la seconda la crescita è stata addirittura del 9 per cento. Come si vede, il decreto governativo va esattamente in direzione contraria rispetto alle intenzioni dichiarate, peraltro aggiungendo elementi di dubbia costituzionalità, come la possibilità per la Banca d’Italia di vietare il recesso dei soci che non condividano la trasformazione societaria (!).

Senza alcuna esaltazione a prescindere delle banche popolari, diverse delle quali divenute nel tempo altro dalla loro mission originaria, risulta evidente come la loro trasformazione in Spa, avrà il risultato di eliminare presidi finanziari collegati al territorio e ai settori economicamente più fragili dello stesso, come le famiglie e le piccole e medie imprese. Infine, quanto all’idea che “una testa, un voto” sia un principio meno democratico del “ogni dollaro un voto”, oltre ad essere in contrasto con l’articolo 45 della Costituzione che riconosce e favorisce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità, evidenzia ancora una volta la fase di transizione epocale nella quale siamo da tempo immersi: dallo stato di diritto allostato di mercato.

Sciopero. Imprenditore accusa le banche. Mi hanno fatto chiudere

  • Sciopero. Imprenditore  accusa le banche. Mi hanno fatto chiudere

REGGIO CALABRIA – A Reggio Calabria  un imprenditore si è unito alla mobilitazione sindacale raccontando la sua drammatica storia: “Con i nostri comportamenti omertosi, con la nostra collusione con i padroni di turno, abbiamo contribuito alla distruzione di questa terra.

La colpa non è degli altri, è nostra, perché abbiamo subito in silenzio i potenti di turno, quelli mafiosi e della politica”.

Così Antonino De Masi, l’imprenditore della Piana di Gioia Tauro minacciato dalla ‘ndrangheta e che ha annunciato la chiusura delle proprie aziende per mancanza di liquidità dopo le denunce di numerosi istituti di credito per usura. La vicenda delle aziende di De Masi è stata ricordata nella manifestazione di Torino dalla leader della Cgil, Susanna Camusso. L’imprenditore ha annunciato la convocazione a Roma, per il prossimo giovedì, dopo due telefonate ricevute ieri dal presidente della Giunta regionale calabrese Mario Oliverio e dal Ministro per gli Affari regionali Maria Carmela Lanzetta. “Speriamo – ha affermato – che sia una convocazione utile”.

“Sono qui – ha aggiunto De Masi – perché sono un testardo che intende combattere fino alla fine perché sono convinto che abbiamo la dignità, la forza, l’intelligenza, l’orgoglio di poter dimostrare le persone per ben che siamo. Uniamoci, lavoratori ed imprenditori, risvegliamoci dalla collusione. La mia è la storia di chi ha creduto che anche in questa terra si può fare impresa ma sto pagando dei prezzi incredibili. Ho l’unica azienda in Italia con il presidio armato dell’esercito. Ma se contro la ‘ndrangheta in qualche modo sto resistendo, sto morendo per altri motivi. Il 31 dicembre alcune mie aziende chiuderanno. Sarò costretto a licenziare 43 lavoratori per i furti subiti da quelle che definisco vere e proprie organizzazioni criminali, le banche. Ho dietro le spalle undici anni di sentenze e guerre giuridiche nonostante le quali non sono riuscito a farmi risarcire quanto la legge ha stabilito. Ma non intendo arrendermi. Non intendo consentire a nessuno, sia esso un padrino con coppola e fucile, o vestito in giacca e cravatta di potermi sopprimere, cancellare i miei bisogni, i diritti e la speranza”.

Sapevate che i Paesi europei possono stampare moneta? Ma nessuno ne parla


Si chiama Emergency Liquidity Assistance, ed è uno strumento che consente alle banche centrali nazionali di stampare moneta in caso di emergenza. Perché nessuno ne parla?    –  controlacrisi.org

La situazione dell’Europa – e in particolare dell’eurozona – è sempre più paradossale. Da un lato, di fronte alla crisi drammatica che l’Ue abbia mai attraversato, non si parla altro che di crescita, investimenti, occupazione; dall’altro, però, si difende strenuamente l’attuale assetto dell’Unione monetaria, che rende strutturalmente irraggiungibili quegli stessi obiettivi. Agli stati membri viene chiesto di insistere sulla strada dell’austerità e delle riforme strutturali – la causa principale della crisi in corso (ormai lo sostiene anche Prodi ) –, in cambio di presunte misure “federali” che dovrebbero controbilanciare gli effetti delle politiche restrittive perseguite a livello nazionale. Ma le misure messe in campo finora a livello europeo non si avvicinano neanche lontanamente a quello stimolo fiscale e monetario di cui ci sarebbe bisogno per trascinare l’Europa fuori dalla depressione, dalla deflazione e dalla disoccupazione di massa. E anzi sembrano semplicemente “una scusa per continuare a portare avanti le politiche di austerità”, come ha dichiarato di recente l’autorevole economista Charles Wyplosz. Lo dimostra la timida apertura della Bce al quantitative easing – una misura che se non è accompagnata da politiche fiscali espansiverischia di essere del tutto inutile, se non addirittura controproducente , e che comunque continua ad incontrare le resistenze della Germania –, ma ancor più il “risibile” ( parola dell’ Economist ) piano di investimenti di Juncker.

Risulta ormai sempre più evidente che il “normale” iter istituzionale dell’eurozona – dilaniato da interessi economici, fondamentali macroeconomici e posizioni ideologiche fortemente divergenti tra loro, e contraddistinto da un sistema di governance economica talmente complesso ed ingarbugliato da essere di fatto “segregato” dalla politica – non sarà capace di produrre le soluzioni necessarie, o di farlo in tempo utile, per evitare una depressione di lungo periodo e una potenziale implosione della zona euro. Perfino il commissario uscente per le politiche sociali e l’occupazione, László Andor, ha definito l’attuale assetto dell’Unione monetaria come “insostenibile”. E Wolfgang Münchau ha recentemente scritto che la fine dell’euro è più vicina oggi di quanto non lo fosse due anni fa.

In questo senso, la vera spaccatura oggi in Europa è tra coloro che in nome della “responsabilità” invocano il rispetto delle regole con minime correzioni – le forze di centrodestra e centrosinistra che hanno votato Juncker – e coloro che si rendono conto che l’unico modo per evitare una devastante depressione – e conseguentemente la dissoluzione dell’Unione monetaria – è una rottura radicale di quelle regole: un “atto di insubordinazione” che imponga alla Germania e agli altri paesi del “centro” l’inevitabile revisione dell’architettura dell’Unione.

Curiosamente, sono proprio questi ultimi ad essere accusati di essere “disfattisti” e “anti-europei”. È un paradosso che ha rilevato anche Münchau in un recente editoriale , in cui notava come siano proprio i grandi partiti europei di centro-sinistra e di centro-destra che stanno permettendo “la deriva dell’Europa verso l’equivalente economico di un inverno nucleare”, e che gli unici partiti del continente che propongono ciò che è il “consenso” tra gli economisti per risolvere la crisi dell’area euro senza spaccarlo – ossia grandi investimenti pubblici e una ristrutturazione controllata dei debiti – siano proprio i “pericolosi” partiti della sinistra radicale (come Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e Die Linke in Germania).

Poiché oggi la sinistra radicale in Italia è pressoché inesistente, mi permetto di suggerire al governo Renzi una soluzione “radicale” per uscire dall’impasse attuale, che permetterebbe in un colpo solo al giovane premier di rilanciare la domanda in Italia (e di ridare fiato anche al resto dell’eurozona, offrendo una speranza di salvezza all’Unione), di indicare una via ai partiti di sinistra che potrebbero presto trovarsi alla guida di importanti paesi del Mediterraneo, di imporre con forza – a questo punto sembra l’unica soluzione possibile – alla Germania e agli paesi del “centro” la necessaria revisione dell’architettura dell’unione monetaria, e di proporre un’alternativa credibile alla retorica no-euro di Salvini e ni-euro di Berlusconi.

Tale soluzione si basa su uno strumento tenuto quasi segreto dalla Bce e dalle banche centrali nazionali, chiamato Emergency Liquidity Assistance (Ela). Trattasi di uno strumento, previsto dall’articolo 14.4 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali (Sebc), che consente alle banche centrali nazionali di stampare moneta – come dice il nome, in caso di emergenza – senza che tale operazione rientri nel quadro della politica monetaria unitaria europea. Per la Banca d’Italia (e tutte le altre banche centrali) il potere di usare l’Ela non deriva dalla sua partecipazione al Sebc, ma la decisione può essere presa indipendentemente e di propria iniziativa. Da un punto di vista legale, fino a poco tempo fa circolava in rete un documento (Buiter, Michels e Rahbari, “ELA: An Emperor without clothes”, gennaio 2011), ora scomparso, che sosteneva con una certa convinzione che le normative e le decisioni rispetto all’Ela dovrebbero essere prese dai governi nazionali di concerto con le banche centrali nazionali.

Quello che è chiaro, tuttavia, è che l’articolo 14.4 dello statuto del Sebc attribuisce al Consiglio direttivo della Bce la competenza di limitare le operazioni di Ela qualora valuti che esse interferiscano con gli obiettivi e i compiti dell’Eurosistema (le decisioni al riguardo dell’Ela debbono essere adottate dal Consiglio direttivo della Bce a maggioranza dei due terzi). Ma non sarebbe questo il caso. Anzi, di fronte palese inefficacia della politica monetaria in un contesto di stag-deflazione come quello in cui si trova l’eurozona, l’Ela rappresenta forse uno dei pochi strumenti rimasti a disposizione degli stati membri per rilanciare l’inflazione e i consumi in tempi utili per evitare la dissoluzione dell’euro.

Qualcuno potrebbe obiettare che l’Ela non può essere usata per finanziare il Tesoro, ma solo le banche in difficoltà. Questo non è del tutto vero. Poiché l’Ela è il più segreto degli strumenti finanziari, sono scarse le notizie sul suo uso. A livello aggregato, pare che le operazioni legate all’Ela non siano riportate nemmeno dalla Bce. Bisognerebbe andarsi a spulciare i bilanci di ogni singola banca centrale. Qualcosa però è trapelato. Un economista danese, Claus Vistesen, ha raccontato alcuni casi . Sembra che la prima banca centrale a fare un uso regolare e all’interno dell’interpretazione della Bce dell’Ela sia stata proprio la Bundesbank per salvare la Hypo Real Estate nel 2008 (per 42 miliardi di euro), seguita dalla banca centrale del Belgio nel 2009 per salvare Fortis Bank (54 miliardi). Attenzione, però, perché ci sono degli strani precedenti. Sia l’Irlanda che la Grecia lo avrebbero usato nel periodo 2008-10 per compiti ben diversi. Da quello che racconta Vistesen, i due paesi hanno fatto un uso costante di questo strumento per finanziare le esigenze immediate e improcrastinabili del Tesoro senza che fosse ben specificato verso quali banche i fondi fossero indirizzati.

L’Italia – che si trova chiaramente in uno stato di “emergenza” – potrebbe fare lo stesso, implementando l’Ela questa settimana stessa, se lo volesse, con l’obiettivo di attuare uno stimolo fiscale di emergenza a sostegno della domanda. Ecco come:

  1. Alle ore 16 di venerdì, la Banca d’Italia informa la Bce che ha deciso in modo del tutto indipendente di attivare un’Ela per 50 miliardi (poiché la Bce è a Francoforte, bisogna rispettare i regolamenti, e quello della Bce è chiaro: di regola le banche centrali nazionali debbono comunicare alla Bce i dettagli per gli importi approvati al più tardi entro due giorni lavorativi dopo lo svolgimento dell’operazione, ma per l’importo proposto dalla Banca d’Italia è necessario informare la Bce “anteriormente all’erogazione dell’assistenza che si intende concedere”).
  2. Alle ore 17, mentre il governo annuncia in conferenza stampa che ha approvato un decreto legge di due righe in cui approva un programma di investimenti e/o sgravi fiscali da 50 miliardi, la Banca d’Italia emette un comunicato stampa in cui comunica al governo la sua disponibilità a finanziare un fiscal deficit attraverso l’acquisto di titoli del Tesoro emessi sotto la finestra dell’Ela.
  3. La notizia rimbalzerebbe subito in tutto il mondo e nel weekend non si parlerebbe d’altro
  4. Il lunedì Draghi convoca d’urgenza il Consiglio direttivo della Bce. Se l’Ela è approvata (e deve essere approvata, perché altrimenti scoppierebbe un caso incredibile), subito dopo la Banca d’Italia, il governo e la Bce cominciano a discutere di come questi nuovi fondi debbano essere utilizzati. Sarebbe il governo italiano stesso a chiedere una “condizionalità”: si stabilisce ex ante come i soldi devono essere utilizzati.
  5. Il governo a questo punto dà istruzioni al Tesoro di emettere titoli di debito speciali non trasferibili che sarebbero acquistati dalla Banca d’Italia. La nuova moneta creata ex nihilo apparirebbe come una passività della Banca d’Italia che avrebbe al suo attivo un credito nei confronti dello stato italiano.
  6. I nuovi titoli dovrebbero essere a tasso zero e perpetui. La Banca d’Italia e il governo dovrebbero chiarire che l’aumento di spesa pubblica non porta a nessun aumento di spesa per interessi e dunque a tasse future più alte.
  7. La Bce e la Banca d’Italia dovrebbero rimanere l’arbitro che decide quando sia ora di staccare la spina, o perché il tasso di inflazione ha raggiunto l’obiettivo previsto o perché ci sono altre problematiche.

     

Se la Bundesbank, come è probabile, dovesse sostenere che questa terribile operazione genererà iperinflazione o altre improbabili catastrofi, la risposta dell’Italia dovrebbe essere: “Bene, allora prendetevi la responsabilità di far crollare l’euro, se ne avete il coraggio”. Considerando l’esposizione della Germania ai paesi della periferia attraverso il sistema Target2, è altamente improbabile che la Germania sceglierebbe questa strada, anche perché di controindicazioni reali, una manovra di questo genere, non ne avrebbe nessuna.

Prima di tutto, la manovra proposta dall’Italia non andrebbe contro l’Articolo 123 del Trattato di Lisbona, come hanno scritto autorevoli economisti . Cosa dice questo articolo? Che sono proibiti scoperti di conto corrente o ogni altro tipo di credito da parte della Bce o delle banche centrali nazionali nei confronti di istituzioni dell’Unione o di governi nazionali o regionali, così come è vietato l’acquisto diretto di titoli di debito dei singoli stati. Ma nel caso dell’operazione di Ela da parte della Banca d’Italia non è stato attivato né uno scoperto di conto corrente nei confronti dello stato italiano, né si sono acquistati strumenti di debito. È stato fatto un prestito a fondo perduto nell’interesse di un paese che è al collasso. Prestito che non costa nulla alla Banca d’Italia poiché produrre moneta non costa nulla. Si tratta solo di battere alcune operazioni contabili di partita doppia al computer. Se poi un giorno lo stato volesse restituire il prestito alla Banca d’Italia, questa sarebbe una scelta puramente politica: ciò potrebbe avvenire qualora ci fosse un eccesso di liquidità, per esempio. Va ricordato anche che una banca centrale non può mai diventare illiquida e che potrebbe operare anche con un patrimonio netto negativo (vedi questo pezzo di De Grauwe a riguardo).

Il secondo punto è che, come ricorda bene il regolamento della Bce sugli Ela, qualsiasi costo e rischio derivante dalla concessione di Ela è supportato dalla Banca d’Italia. Non c’è, in sostanza, nessun rischio di mutualizzazione dei debiti perché sia i cittadini italiani che quelli tedeschi non dovranno incorrere in futuro a nessun aggravio degli interessi, né dovranno salvare nessuno.

Infine, l’argomento più forte: la misura è giustificata – sia in base al mandato della Bce che a quello del Sebc – dal fatto che, ceteris paribus, l’Italia è destinata sicuramente ad entrare in una spirale deflazionistica di lungo periodo che rischia seriamente di far crollare l’intero sistema euro. Solo cambiando veramente verso c’è qualche speranza di evitare questo scenario. In altre parole, essere veramente europeisti, oggi, vuole dire essere radicali.

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