NON È NEANCHE UN PAESE PER BIMBI

Non è neanche un paese per bimbi

Con la crisi prende corpo l’offensiva al diritto alla formazione critica e al benessere dei lavoratori che non risparmia più neanche i bambini dei nidi e delle scuole dell’infanzia. In tantissime città d’Italia è in atto lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi socio-educativi e scolastici che trova la propria ragion d’essere nella follia reazionaria di mantenere in vita un sistema di relazioni sociali insostenibile. Ma educatrici, funzionarie, genitori, associazioni e sindacati non ci stanno e hanno cominciato a dire NO!

di Alessandro Bartoloni

A Roma, Firenze, Parma e in tantissime altre città d’Italia è in atto lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi socio-educativi e scolastici che trova la propria ragion d’essere nella follia reazionaria di mantenere in vita un sistema di relazioni sociali insostenibile. “Un ritorno al passato“ analogo a quanto previsto a livello nazionale. Nella capitale, l’ultimo atto ha inizio il primo agosto 2014 con l’amministrazione che, dopo mesi di trattative, sceglie di varare in via unilaterale (quindi senza la firma della controparte sindacale) il nuovo contratto collettivo per tutti i dipendenti capitolini. La deliberazione 236 è figlia del piano di rientro imposto attraverso il c.d. salva Roma [1] e adegua utilizzo e remunerazione della forza-lavoro ai dettami fino ad allora inevasi della legge Brunetta: valutazione della performance individuale e di gruppo e tutte le altre amenità tese a prevenire il conflitto e scaricare sui lavoratori il peso della crisi.

Ma educatrici, funzionarie, genitori, associazioni e sindacati non ci stanno e hanno cominciato a dire NO! [2]. Perché nessuno viene risparmiato. Neanche 207 asili nido e 320 materne, per un totale, rispettivamente, di 13 mila e 35 mila bambini assistiti. E coinvolti, loro malgrado, in una riorganizzazione complessiva del settore non certo pensata per venire incontro all’improcrastinabile esigenza di universalizzazione del servizio (attualmente solo il 17% dei bambini ha diritto a frequentare un nido pubblico), o per diminuire gli oneri derivanti dalla precarietà di orari e di guadagni (che costringe i genitori a chiedere un servizio decente anche a luglio, la sera tardi, la mattina presto, il sabato), o per un diritto allo studio che oramai comincia a tre mesi.

La riorganizzazione dei servizi socio-educativi e scolastici di Roma, al contrario, è pensata coerentemente all’esigenza di riannodare il filo dell’accumulazione perduta attraverso il taglio alle voci di bilancio dedicate ai nidi e alle materne; la riduzione salariale; gli incentivi all’estrazione e alla realizzazione di plusvalore da parte dei piccoli e grandi gruppi cooperativi ed imprenditoriali del settore. Questo malgrado sia ampiamente noto che le capacità, le conoscenze e le abilità proprie dell’età adulta si vanno scoprendo e formando fin dalla nascita e un ambiente adeguato e stimolante è fondamentale per promuovere la formazione dei comportamenti e delle abilità del futuro lavoratore.

I bilanci annuale e pluriennale approvati dall’Assemblea Capitolina a fine marzo e duramente contestati perfino dai sindacati confederali con la manifestazione di sabato 23 maggio parlano chiaro. Per il 2015 la Giunta Marino prevede un taglio di oltre 11 milioni di euro sui nidi e oltre 13 milioni sulle materne. Se i tagli preventivati per i prossimi anni dovessero essere confermati ci troveremmo nel 2017 ad avere per nidi e materne complessivamente un taglio di spesa di 50 milioni di euro rispetto al 2013. Cifre modeste in valore assoluto, ma enormi se considerate relativamente alle dimensioni di questo mondo e dei suoi piccoli abitanti. Risparmi che non sono la diretta conseguenza dello sviluppo delle forze produttive che abbassa i costi a parità di prestazioni, ma di un depauperamento quali-quantitativo del servizio.

Tagli quantitativi che contabilizzano il mancato rinnovo delle precarie e l’aumento dell’orario di lavoro e dei bambini da accudire per chi rimane (a busta paga invariata, ovviamente). Dequalificazione che si ritrova nella gerarchizzazione delle funzioni, nell’articolazione dell’orario e nell’erogazione del lavoro, pensate per ottenere risultati che poco hanno a che fare con il processo, ma molto con il prodotto. Ad esempio, definendo l’efficacia e l’efficienza attraverso il grado di saturazione e di fruizione delle strutture, il tasso di sostituzione del personale, il rapporto medio educatrice/bambini, ecc., si creano obiettivi estranei a quelli per cui nascono e si sviluppano i nidi e le materne: la cura e la formazione dei figli del proletariato. L’effetto di queste scelte è devastante, si svaluta la futura forza-lavoro e si torna ad una visione meccanicamente antropoplastica dell’educazione, con la conseguente incapacità di trattamento degli atteggiamenti devianti o anche solo originali.

All’impoverimento del servizio e alla riduzione delle spese dedicate non corrisponde però un calo delle rette e delle imposte che servono a coprire le spese programmaticamente in via di diminuzione. Quindi è come se si comprasse a prezzo pieno cibo adulterato. Per tanto è il salario di tutti i genitori che diminuisce, non solo delle insegnanti. L’esistenza di nidi e materne pubbliche, infatti, consente la redistribuzione tra tutti i contribuenti dei costi inerenti la riproduzione dei lavoratori. Tagliare tali servizi senza un corrispettivo calo delle rette e della tassazione significa dunque diminuire il salario in quanto si riduce la quota parte fornita “in natura” dal comune (c.d. salario indiretto) senza che aumenti la quota parte che consente l’acquisto di tali servizi sul mercato (c.d. salario diretto). Se poi si considera che le rette e l’imposizione fiscale locale sono in aumento, la fregatura è ancora maggiore.

Tuttavia il comune di Roma Capitale ha pensato bene di ovviare a questo inconveniente incentivando direttamente l’erogazione di servizi privati, in modo che diventino ancora più convenienti di quanto il depauperamento della qualità e l’aumento del prezzo del pubblico già non li renda. Dunque massima apertura al privato convenzionato e in concessione, al fine di arrivare a quel mix pubblico-privato [3] che tante gioie regala all’asinistra nostrana e alle sue cooperative [4] e che lascia “perplesso” l’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli [5].

Una diversa e razionale riprogrammazione di questo servizio è, dunque, possibile solo accettando l’ampio sfasamento tra il momento in cui si impiegano le risorse e si lavora sui bimbi e il momento in cui questi, divenuti adulti, saranno in grado di mettere a frutto come cittadini e lavoratori le capacità, le conoscenze e le abilità scoperte, promosse e insegnate già a partire dai primi mesi di vita. In altre parole ciò significa uscire dalla dicotomia che valuta il finanziamento a nidi e materne come una spesa improduttiva da contenere o un investimento da remunerare, per arrivare a comprendere che le risorse impiegate oggi nella corretta e moderna cura ed educazione dei nostri figli, i figli dei lavoratori, saranno abbondantemente ripagate solo quando essi saranno cresciuti. Per farlo è necessario tener conto dalla lentezza e dell’incertezza nell’erogazione in età adulta delle capacità, delle conoscenze e delle abilità acquisite, che dipendono da quali saranno le capacità, conoscenze e abilità medie e le condizioni economiche del momento. Se queste non cambieranno, l’aspirazione ad universalizzare il benessere e i diritti dei bambini è destinato a infrangersi con la necessità di perpetrare e approfondire le attuali disuguaglianze.

Note:

[1] Con la deliberazione 194 del 3 Luglio 2014 la Giunta Capitolina approva il piano triennale per la riduzione del disavanzo e per il riequilibrio strutturale di bilancio di Roma Capitale ex art. 16 del Decreto Legge 6 marzo 2014, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 maggio 2014, n. 68.

[2] Per la cronaca delle mobilitazioni si veda “L’educazione interrotta. A chi giovano i tagli ai servizi dell’infanzia?http://www.zeroviolenza.it

[3] Si veda “The Role and Impact of Public-Private Partnerships in Education”, Banca Mondiale, 2009.

[4] Si veda “Le iniziative di partenariato pubblico-privato in Emilia-Romagna” a cura di Unioncamere Emilia- Romagna.

[5] Nel suo libro “La lista della spesa”, riguardo i finanziamenti pubblici alla scuola privata scrive: un po’ più di 300 milioni li riceve l’istruzione privata. Questo trasferimento resta per me un mistero, tenendo conto dell’articolo 33 della Costituzione, che recita: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo stato”. Mi si dice che quel “senza oneri per lo stato” significa che lo stato non è obbligato a trasferire risorse a scuole e università private, ma che può farlo se vuole. Mah! Resto perplesso.

Se Zerocalcare è troppo

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di Saverio Tommasi*

Zerocalcare, uno degli artisti italiani più splendenti, ha dedicato una sua opera in forma di murales a Giuseppe Prono, il più giovane partigiano della divisione Garibaldi, a Montanaro, provincia di Torino. Fucilato dai fascisti l’8 marzo 1944 nella cittadina di Ceres.

Qualche fascistello ha protestato per la stella rossa nel murales, troppo grande, troppo rossa, troppo tutto, e oggi il sindaco di Montanaro ha sancito il verdetto: “disegno di parte, entro agosto quella stella va cancellata, nei bozzetti non c’era”. Anche se quella stella rappresentava proprio la divisione Garibaldi, quella del partigiano Giuseppe Prono, quella in cui il ragazzo scelse di combattere per lasciare a noi un’Italia libera. E memoria significa raccontare tutto, non solo quello che a qualcuno fa comodo dire, specialmente se questo qualcuno è un fascistello stronzetto o il sindaco pavido di una cittadina di provincia.

Io non ho mai sopportato né i pavidi né gli impauriti, gente pronta a coprire i colpevoli purché i colpevoli non si arrabbino. Gente che la Storia gli passa sotto il naso ma loro non la vedono. Gente che se avesse avuto di fronte l’inventore del calcio gli avrebbe detto che no, quel gioco non poteva funzionare perché due porte erano troppe.

Gente che se avesse incontrato Cristo l’avrebbe ripreso: troppi miracoli non richiesti, signor Gesù, lei in questo modo spaventa la popolazione della Galilea.
Il pallone troppo attaccato ai piedi, signor Diego.
Troppo veloce, così impolvera la pista, signor Carl Lewis.
Quel bastone sempre in mano, signor Chaplin, non è il caso, lo posi.
Troppe smorfie nelle foto, signor Einstein.
Troppa pace, signor Gandhi.
Troppo testardo, signor Nelson Mandela, troppe richieste fuori dal tempo.
Troppo lungo il tuo diario, signorina Anna.
Troppi diritti in questa Costituzione, signora Teresa Mattei.

Ecco, ragazzi. Quando qualcuno vi dirà che la verità è troppa, o un po’ troppo scomoda, o un po’ antica, magari demodé, non credetegli. La verità è rivoluzionaria, come diceva l’Antonio internazionale. E pensate sempre a chi ha dato la vita perché noi quella verità la potessimo raccontare. E raccontatela, allora, raccontatela. Raccontatela senza paura, o anche con un po’ di paura, maraccontiamola sempre la verità. Perché l’unica cosa che ci resta è uno spicchio di quella libertà per cui le partigiane e i partigiani scelsero di vivere una vita faticosa, pur di renderla più facile a noi. Non credete a chi oscura, ascoltate chi apre. Ascoltate il suono dei libri e lo schiocco d’amore di un bacio in montagna. E quando un fascista vi chiederà: “ma che fai?” abbiatene pietà, perché lui quel suono d’amore non sarà mai in grado di sentirlo.

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PS. il murales è disegnato sul muro della scuola elementare “Sandro Pertini”. Un altro uomo che per qualcuno, era troppo, troppo una brava persona.

Lettera a uno studente pisano

SENEG

di Maria G. Di Rienzo*

Premessa: in quel di Pisa, dai primi di aprile a fine maggio, una studentessa senegalese di 14 anni ha ricevuto in classe sei lettere di pesanti insulti razzisti e minacce.

schifo

Inoltre, le hanno fatto a pezzi libri e quaderni scrivendole poi: adesso vediamo se riesci a studiare e se prendi 10 nelle verifiche… La ragazza è molto brava a scuola e lo sgrammaticato autore non se ne dà pace. Visto che le lettere piacciono tanto a costui, ho deciso di scrivergliene una io.

Caro ragazzo,

sebbene appaia chiaro dagli errori di ortografia e grammatica nelle tue lettere che non sei portato per gli studi umanistici – e forse non sei portato per gli studi del tutto, non ci sarebbe nulla di male – tu hai nella tua ancor breve esistenza già imparato una grande quantità di cose e molte le esprimi appunto nei messaggi diretti alla ragazza senegalese.

I tuoi maestri in tale apprendimento sono stati alcuni adulti, alcuni amici, alcuni “modelli” (le persone che tu trovi in gamba, “vincenti”, ecc.), la quasi totalità dei media e dei social media, il clima culturale e politico vigente nel nostro paese da circa trent’anni. Certi maestri li hai scelti, per certi altri non hai avuto la possibilità di esprimere preferenze. Il risultato è comunque questo, tieniti forte: le attitudini e le opinioni apprese che rivolgi alla tua compagna sono un mucchio di stronzate e, a meno che tu non ti risolva ad abbandonarle, non avranno altro effetto del renderti ancora più miserabile di come ti senti ora.

Perché, diciamoci la verità, è così che stai. La professoressa ti ha detto che il compito non l’hai fatto “male”, l’hai fatto “malissimo”. Non ne azzecchi una, a scuola. Ti stanno passando tutti davanti. E se puoi ingoiare, di traverso, il veder sfrecciare altri maschi mentre tu resti al palo, ti è insopportabile che lo faccia una femmina. Una femmina di colore, poi, diventa il massimo dell’oltraggio. Questo malessere deriva da una delle stronzate di cui sopra: tu hai imparato che esiste una gerarchia fra esseri umani e che in cima alla stessa sta il maschio bianco ricco popolare fico furbo dominante ecc. – una caratterizzazione a cui tu non rispondi. Hai 14 o 15 anni e secondo la classifica vigente sei già un fallito. Si direbbe, a rigor di logica, che tu dovresti rigettarla al completo e contrastarla, non credi? Non ti sta facendo alcun bene.

Ma la gerarchia resta in piedi perché indica, ai maschi come te, che sotto di loro c’è qualcuno di più miserabile ancora e che se esercitano il loro disprezzo e la loro violenza contro membri delle categorie inferiori hanno la possibilità di salire di grado, di sentirsi “qualcuno”.

Le donne ricadono nella categoria dell’inferiorità. Sono classificate come esistenti per l’unico scopo della gratificazione sessuale maschile. Non sono esseri umani “veri”, completi, complessi. Sono cosce-culo-tette-figa. Il loro compito è mettere in mostra tutto questo e rispondere alle fantasie degli uomini, non prendere 10 nella verifica, non eccellere negli studi, non avere sogni per il futuro: chi ha mai sentito di un’avvocata nera è, per esempio, il tuo strillo intriso d’ignoranza, perché esistono MILIONI di donne di colore nella professione legale.

Una donna che rifiuti l’imposizione del ruolo di bambola gonfiabile assegnatole scende di un gradino.

Una donna che ha delle aspirazioni diverse e non esita ad usare le sue capacità ed il suo impegno per realizzarle, scende di un altro gradino.

Una donna appartenente ad un’etnia / religione / zona geografica differenti da quelle legittimate perché in cima alla gerarchia (“bianchi”, cristiani/cattolici, europei o nordamericani) scende un ulteriore gradino.

Una donna migrante o nomade ne scende un altro ancora. E così via, sono certa non vi sia necessità di sciorinarti tutto l’elenco: lo conosci, e se ti pare di non conoscerlo prova a mettere in fila gli insulti che usi contro la tua compagna di classe o qualsiasi altra femmina – ad ognuno di essi corrisponde un gradino nella scala della disumanizzazione.

Ora, che degli esseri umani ne giudichino altri meno che umani, non degni di rispetto, usando una scusa qualsiasi per giustificare tale giudizio e sapendo bene che si tratta di una scusa (come fai tu, ad esempio, quando dici che la pelle della tua compagna è “sporca”, neanche fossi un eremita scemo che ha vissuto sino ad ora su un’isola deserta e non aveva mai visto prima una persona di colore diverso dal suo) NON rende le persone giudicate meno che umane. Cerca di capirmi. Le tue opinioni, ovvero le idiozie che ripeti a pappagallo per averle purtroppo sentite qualche miliardo di volte, non influenzano la realtà al punto che delle persone esistenti in essa mutano il loro status. Checché tu pensi di loro, esse restano esseri umani, titolari di diritti umani, a cui devi rispetto e interazioni civili.

quaderni e libri

Se credi che, scusa la franchezza, buttando merda sugli altri l’odorino tuo diverrà fragrante ti sbagli, ma continua pure a crederlo se preferisci. Niente, però, ti conferisce la legittimazione a tradurre in azioni violente la tua convinzione. Tu non esisti in un vuoto, sei parte di un sistema di relazioni e sopravvivi grazie ad esso. Il tuo limite, il limite di ciascuno di noi nell’agire, è l’impatto che le nostre azioni hanno su altre persone.

È interessante, al proposito, che tu abbia definito le tue lettere minatorie e la distruzione di effetti personali altrui “bravate”: quando emergerai da questo sogno autoreferenziale in cui t’incensi – sai che gran coraggio virile ci vuole a scrivere lettere anonime e a sfasciare di nascosto quaderni e libri – e presto dovrai farlo tuo malgrado, ti accorgerai che si tratta di reati. Te lo spiegheranno i carabinieri, dovranno spiegarlo anche ai tuoi genitori e non sarà un bel momento. Non mitroveranno mai, scrivi tu: ma ti rendi conto di quanti indizi hai lasciato nei testi? Non è stata una gran furbata, tanto per citarne uno, riportare le parole esatte che ti hanno detto gli insegnanti…

Due cose ancora, e chiudo.

1) Tu puoi disimparare tutte le stupidaggini su sesso, razza, superiori/inferiori se solo lo vuoi. Non occorre che tu stia a becco aperto come un’oca che beve la pioggia e ingoia qualsiasi cosa caschi dal cielo. Se non ti piace leggere, usa internet. Se hai dubbi, cerca e verifica. Se non sai, chiedi. Soprattutto, chiediti sempre “perché” e “a chi giova”. Le cosiddette “ragioni” per la sistematizzazione gerarchica degli esseri umani sono sempre molto squallide, puoi verificarlo da te.

2) Quando gli stracci saranno volati, quando il tuo nome sarà pubblico e tutta la tua arroganza in pezzi, chiedi aiuto psicologico perché sei su una china pericolosa.I rimarchi sessuali con cui umili la ragazza fanno già abbastanza schifo, ma dirle di tornarsene al suo “cazzo di paese” con tutta la famiglia se vuole che le vessazioni finiscano non è semplice bullismo, è un comportamento criminale, mafioso, altamente disturbato. Peggio ancora, hai scritto che godi nel vederla piangere, che la sua sofferenza ti ispira a inventare qualcosa d’altro per vederla piangere di nuovo. Neppure questo è semplice bullismo, caro ragazzo, è un segnale ancora più allarmante per la tua salute mentale. Si chiama sadismo e se non lo affronti subito, potresti dover maneggiare le sue conseguenze per il resto della tua esistenza: giacché gli altri esseri umani non esistono per farti da trastullo, a questa tua attitudine si ribelleranno. Potranno farlo fisicamente, infliggendoti il dolore che a te piace osservare negli altri. Potranno usare la legge e cacciarti dietro un po’ di sbarre e di lucchetti per lunghi periodi di tempo.

Fermati prima. Non è troppo tardi.

Kiev viola gli accordi di Minsk, Washington approva

Kiev viola gli accordi di Minsk, Washington approva

Le Forze armate ucraine hanno dislocato nell’area di Kramatorsk, a nord di Donetsk (dall’estate 2014 controllata dalle truppe di Kiev) tre batterie missilistiche “Točka-U”. Lo ha reso noto il vice Ministro della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk, Eduard Basurin, sulla base di informazioni del controspionaggio militare della DNR. Basurin, mentre ha rilevato che Kramatorsk si trova a 70 chilometri dalla linea di demarcazione tra le forze governative e quelle delle milizie popolari, ha detto anche che questo non è l’unico caso di dislocazione di armi pesanti nel Donbass da parte di Kiev e ciò avviene sullo sfondo delle dichiarazioni del presidente Porošenko secondo cui egli intende condurre trattative solo con un “Donbass ucraino”.

Affermazioni che non sembrano propriamente in linea con gli accordi di Minsk del febbraio scorso (d’altronde, nei giorni scorsi Kiev ha informato ufficialmente i propri “partner europei” dell’avvicinamento delle artiglierie pesanti alla linea di demarcazione, in violazione di quegli accordi) sullo status speciale da attribuire al Donbass.

Affermazioni che appare anche difficile non collegare alla notizia odierna sulle dimissioni dall’incarico della rappresentante speciale Osce per l’Ucraina, la svizzera Heidi Tagliavini: vari osservatori associano la decisione della Tagliavini proprio con l’aperta violazione, da parte di Kiev, lo scorso 3 giugno, degli accordi di Minsk e il conseguente nuovo inasprimento del conflitto nel Donbass. In riferimento alla decisione della Tagliavini, il plenipotenziario della Repubblica Popolare di Lugansk al cosiddetto “Gruppo di contatto” (il gruppo di lavoro per l’attuazione degli accordi di Minsk che riunisce rappresentanti di Kiev, Mosca, Repubbliche Popolari e Osce), Vladislav Dejnego, ha espresso l’augurio che ciò non debba comunque influire sui colloqui di Minsk e ha escluso che le dimissioni, a suo parere, possano ricondursi agli scarsi risultati ottenuti nel corso dell’ultima tornata di colloqui, lo scorso 2 giugno.

Altri osservatori puntano invece l’indice proprio sull’incontro di martedì scorso, durante il quale le parti non si erano trovate d’accordo né sull’ulteriore scambio di prigionieri, né sull’amnistia per i miliziani, né sulle modifiche da apportare alla Costituzione ucraina (riguardo lo status del Donbass: autonomia, “decentralizzazione”: comunque, assicurazione di diritti certi nei confronti del potere centrale), né sulla indizione di elezioni locali nel Donbass. Una fonte vicina al Gruppo di contatto ha dichiarato a Interfax che Tagliavini, dopo aver rinviato il prossimo incontro al 16 giugno, in ragione della posizione ultimativa mostrata dai rappresentanti di Kiev il 2 giugno, avrebbe preso la decisione delle dimissioni.

Ed è così che il falco-premier Arsenij Jatsenjuk, in coppia con il Ministro delle finanze, la (ucraina)-americana-ucraina Natalja Jaresko decide di volare negli USA in cerca di ulteriori sostegni finanziari alla politica aggressiva di Kiev nel Donbass. Oltre che con esponenti del Congresso, il duo ha in programma incontri con esponenti del FMI, con la comunità ucraina, intervenendo poi al forum del Comitato ebreo-americano. Sarà interessante vedere se la comunità ebraica americana accoglierà favorevolmente un premier che si regge al governo grazie ai battaglioni neonazisti, che innalza a feste nazionali le date di nascita sia del collaborazionista Ostap Bandera, sia del suo esercito filonazista, che collaborò con le SS allo sterminio di centinaia di migliaia di soldati sovietici, di cittadini ucraini, ebrei e polacchi, o se invece prevarranno gli interessi attuali delle lobby finanziarie-industriali di sostegno alla politica di Kiev.

In ogni caso, a Mosca si guarda con preoccupazione all’assottigliarsi e al diminuire delle opportunità di realizzazione degli accordi di Minsk, in seguito all’inasprimento della situazione nel Donbass e all’aperta violazione del cessate il fuoco, registrati questa settimana. Lo ha dichiarato il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov, rispondendo in tal modo alla domanda postagli da alcuni media, se siano ancora attuali le parole pronunciate alcuni giorni fa da Vladimir Putin nel corso dell’intervista al Corriere della Sera (apparsa oggi sul quotidiano milanese), secondo cui con la realizzazione degli accordi di Minsk si erano potute interrompere le azioni di guerra più attive nel sudest dell’Ucraina e si erano allontanate le artiglierie pesanti.

In questo senso, anche il presidente del Parlamento della DNR, Andrej Purghìn ha detto che il riaccendersi del conflitto è il risultato della mancanza di volontà, da parte di Kiev, di condurre un concreto dialogo politico con le Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk; “In mancanza di un processo politico” ha detto Purghìn, “si ha naturalmente un peggioramento della situazione militare. Se il cessate il fuoco non è sostenuto dal dialogo politico, se i tempi di questo dialogo non sono soddisfacenti, se i politici tacciono, allora, prima o poi, a parlare sono i cannoni”.

Ma, come ormai da alcuni giorni, cioè dai primi bombardamenti ucraini su Marjnka e Krasnogorovka, stanno ripetendo vari osservatori, il piano di chi ha riacceso le micce non prevede dialogo politico. O, almeno, lo prevede in tutt’altra direzione. E’ così che nella tarda serata di venerdì, secondo quanto riportato da Interfax, Porošenko si è intrattenuto al telefono sia con Barack Obama che con Angela Merkel, per “coordinare” le posizioni da assumere riguardo le sanzioni antirusse alla vigilia del G7 di domenica e lunedì in Baviera, in vista anche probabilmente di una non univoca direzione di marcia tra Washington e alcune capitali europee. In particolare, la Merkel ha parlato in questi giorni della intenzione tedesca di discutere, al vertice del G7, della cooperazione con la Russia, esclusa dal “G8” per la sua reazione al golpe filoccidentale e all’aggressione armata ucraina al Donbass, ma che può tornare sempre utile quando le cose si mettono male per Kiev, oppure quando sul tappeto sono le questioni mediorientali o libiche, come ha ammesso il Ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier.

E ancora in vista del vertice G7, secondo fonti di informazione statunitensi, riportate da Ria-Novosti, il capo del Pentagono, Ashton Carter, avrebbe condotto il 5 giugno a una riunione segreta a Stoccarda, con la partecipazione di diplomatici e militari americani in Europa, dedicata specificamente al tema “Russia”, al suo “contenimento”, alle sanzioni contro Mosca, all’ulteriore aiuto militare ad alcuni paesi europei, al finanziamento di “sfere non tradizionali”, quali la cibersicurezza. Secondo Carter, le sanzioni non sono in fondo così efficaci “per costringere Putin a mutare il suo corso” e gli USA dovranno ricorrere “ad altre risorse”, riconoscendo la “aggressività” di Mosca.

Mentre il presidente Porošenko, nella conferenza stampa odierna al termine dei colloqui con il premier canadese Stephen Harper, ha dichiarato, bontà sua, che al momento Kiev non persegue il dislocamento di sistemi missilistici occidentali in Ucraina e, per contro, istruttori canadesi giungeranno a breve nel paese per l’addestramento dei militari ucraini, vedremo nei prossimi giorni se il “gioco delle parti” tra le due sponde dell’Atlantico, che sta continuando anche al G7, porterà a un ulteriore peggioramento della situazione nel sudest dell’Ucraina o a un ritorno alla discussione politica.

 

Biani