CHI LIBERIAMO

longo CHI LIBERIAMO ……………….

Un tempo si chiese chi liberiamo “Barabba il ladrone o ……………” il popolo disse  “Barabba il ladrone” ed il potere,  in nome del popolo sovrano,  liberò il ladrone.

Quella volta quel popolo almeno gridò chi voleva libero, “Barabba”, voleva stare tranquillo dalle scorribande e non assumersi l’onere di un mondo diverso come chiedeva “l’altro” e cosi che iniziò la storia.

Oggi quel populicchio vile e codardo non ha nemmeno gridato “Barabba” ha lasciato che il potere lo liberasse in nome del popolo sovrano, che potendo scegliere ha lasciato ad altri la possibilità di scelta e lo ha fatto fare,  in loro nome.

Cosi come nel referendum sulla legge 40, fu la gerarchia ecclesiastica ad indicare la strada,  “Astensione”, così non si raggiunse il quorum, la legge ha causato danni ingenti, ci ha fatto diventare un paese talebano e se non intervenivano l’Europa e la Corte avremmo ancora a pieno regime una legge confessionale e ingiusta.

Ancora una volta il populicchio italico si ritrova che altri hanno risolto i suoi problemi.

Cosi la scelta vile dell’astensione è stata seguita da chi per conto terzi gestisce il potere sine die, ovvero sino alla fine del lavoro sporco, del compimento dell’ultimo atto di tradimento di quei morti per la libertà, perché poi il potere quello vero si riprenderà il suo seggio e li vedremo un soggetto più presentabile alle forze politiche esterne che possa rappresentare il paese e non una burletta con l’abito della prima comunione che fa il bulletto circondato dalla pletora di veline e straccioni in cerca del momento di notorietà (che significa prebende e privilegi) in nome di una politica vecchia e stantia, che per anni non è riuscita ad altri perché c’erano tutti gli anticorpi per la difesa della Democrazia.

Oggi ci troviamo ad affrontare, una tornata elettorale, amministrativa, priva di reali contenuti, ma c’è una nuova scadenza, questa si dirimente su quale strada percorrere, quella della Democrazia o quella dell’autocrazia ed è in nome della Costituzione Repubblicana, figlia della Resistenza, che dobbiamo organizzarci affinchè il referendum sulle riforme piduiste venga sconfitto e per far questo bisogna che i,  Comunisti in primis, mettano tutte le loro energie e le loro intelligenze per creare la massima unità su questa battaglia che segnerà la svolta democratica o autoritaria del paese.

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Non sono in gioco, come dicono i servi piduisti 300 “posti a pagamento” che costano al paese miliardi, ma la stessa democrazia perché in combinazione con la legge elettorale porterà alla minoranza i due terzi del potere e il parlamento non sarà altro che il senato di Caligola,  che non avrà cavalli senatori,  ma servi che faranno della loro presenza lo specchio della loro concezione della democrazia.

I Costituenti avevano ideato il bicameralismo come elemento di riflessione puntando ad una sorta di camera alta, dando il voto a chi aveva più di 26 anni, mentre si votava alla camera a 21 anni, quindi una rappresentanza diversa e forse anche come eccesso dopo 20 anni di dittatura di una cerchia di potere assoluto.

Se vogliamo che resti al Costituzione dei Partigiani e di Terracini dobbiamo costruire l’unità dei Comunisti, delle forze progressiste ovunque collocate, dialogare con loro, portare avanti il progetto innovatore della Costituzione, diversamente saremmo costretti a subire la costituzione di gelli e verdini, perché dare la paternità alla velina ministro delle riforme,  sarebbe veramente un insulto alle intelligenze, quindi ricominciamo, strada per strada,  casa per casa,  a portare la voce della Resistenza.

Associazione Ricostruire il PCI

 

 

 

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LA GRANDE TRUFFA

Aumentano i contratti a tempo indeterminato, aumenta l’occupazione, slogan e deliri governativi, accompagnati dagli ascari della carta stampata e delle tv.

Niente di più falso, l’unico dato certo è il costo di quest’operazione mediatica che favorisce le imprese a danno dei lavoratori, cosa che succede da oltre venti anni, 11 miliardi di euro.

11 miliardi di euro di costi trasferiti dalle imprese al lavoro, infatti quello che era “salario” secondo le più autorevoli scuole economiche, viene annullato, scompare nel nulla a favore dei prenditori che assumono a tempo indeterminato che con il jobs act è come dire un precario sine die, considerato che non si applica a questi contratti l’art. 18, infatti lo scopo del giullare toscano solerte realizzatore del piano piduista, è quello di distruggere la previdenza pubblica a favore di quella privata e quindi, trasferire il costo dall’impresa al lavoro.

Certamente quel barlume che appariva con le nuove assunzione distoglieva l’attenzione sui futuri scenari previdenziali, già abbastanza bui, non a caso che la pensione coprirà il i 54/55% del salario, dopo 40 anni di lavoro,  con la rapina di 11 miliardi al termine del periodo renziano si decurterà notevolmente non affluendo risorse al fondo pensione, perché lo stato non verserà nei fondi il dovuto, ma lascerà che quel fondo si assottigli al fine di rendere la previdenza pubblica marginale costringendo i lavoratori a sottoscrivere polizze private dove i profitti sono dei grandi gruppi e dei managers superpagati, attuando il programma piduista per la distruzione delle conquiste del 900 e della subalternità del lavoro salariato a favore del capitale, determinando una ulteriore perdita di quota all’interno del PIL,  quindi lo sgravio contributivo, non accompagnato da un recupero dalla fiscalità generale significa una DECURTAZIONE DEL SALARIO DIFFERITO.

Negli anni in cui la sinistra perdeva, ma era rappresentata da un grande Partito, il PCI, la quota di PIL legata al salario era del 32/33%, oggi è scesa al 27/28%, ma con una precisazione che i pennivendoli della carta e delle tv e gli ascari dell’istat non  specificano,  in quella percentuale ci sono i compensi dei marchionne, tronchetti provera, profumo, etc,    in quanto gli amministratori delle società sono “lavoratori parasubordinati” e i loro appannaggi sono nel calderone, quindi si può affermare che negli ultimi 20 anni il salario è stato decurtato di almeno 10 punti di PIL a favore del capitale.

Serve invertire la rotta, non solo per motivi di umanità e giustizia, ma perché continuando su questa rotta si avvererà il programma liberista che nel 1994 ha avuto il nobel  per l’economia, il neoschiavismo e il trionfo della reazione che porterà a scontri mortali, perché un popolo affamato deve scegliere se morire di fame o combattendo e non tutti saranno cosi vili da morire di inedia e di stenti.

Per questo è necessaria l’UNITA’ dei Comunisti ovunque essi siano per costruire l’alternativa a questo stato di cose, si può restare collocati nelle proprie parrocchiette ma serve un’unità d’azione, l’apertura del conflitto sul lavoro, sui beni pubblici, sull’istruzione, sulla sanità, sulla rappresentanza, ma come momento unitario e unico perché su questi temi non ci può e non ci deve essere gradazione o disinteresse.

Terracina – 02/04/2016                                                      Ricostruire il PCI

 

 

 

 

 

NON È NEANCHE UN PAESE PER BIMBI

Non è neanche un paese per bimbi

Con la crisi prende corpo l’offensiva al diritto alla formazione critica e al benessere dei lavoratori che non risparmia più neanche i bambini dei nidi e delle scuole dell’infanzia. In tantissime città d’Italia è in atto lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi socio-educativi e scolastici che trova la propria ragion d’essere nella follia reazionaria di mantenere in vita un sistema di relazioni sociali insostenibile. Ma educatrici, funzionarie, genitori, associazioni e sindacati non ci stanno e hanno cominciato a dire NO!

di Alessandro Bartoloni

A Roma, Firenze, Parma e in tantissime altre città d’Italia è in atto lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi socio-educativi e scolastici che trova la propria ragion d’essere nella follia reazionaria di mantenere in vita un sistema di relazioni sociali insostenibile. “Un ritorno al passato“ analogo a quanto previsto a livello nazionale. Nella capitale, l’ultimo atto ha inizio il primo agosto 2014 con l’amministrazione che, dopo mesi di trattative, sceglie di varare in via unilaterale (quindi senza la firma della controparte sindacale) il nuovo contratto collettivo per tutti i dipendenti capitolini. La deliberazione 236 è figlia del piano di rientro imposto attraverso il c.d. salva Roma [1] e adegua utilizzo e remunerazione della forza-lavoro ai dettami fino ad allora inevasi della legge Brunetta: valutazione della performance individuale e di gruppo e tutte le altre amenità tese a prevenire il conflitto e scaricare sui lavoratori il peso della crisi.

Ma educatrici, funzionarie, genitori, associazioni e sindacati non ci stanno e hanno cominciato a dire NO! [2]. Perché nessuno viene risparmiato. Neanche 207 asili nido e 320 materne, per un totale, rispettivamente, di 13 mila e 35 mila bambini assistiti. E coinvolti, loro malgrado, in una riorganizzazione complessiva del settore non certo pensata per venire incontro all’improcrastinabile esigenza di universalizzazione del servizio (attualmente solo il 17% dei bambini ha diritto a frequentare un nido pubblico), o per diminuire gli oneri derivanti dalla precarietà di orari e di guadagni (che costringe i genitori a chiedere un servizio decente anche a luglio, la sera tardi, la mattina presto, il sabato), o per un diritto allo studio che oramai comincia a tre mesi.

La riorganizzazione dei servizi socio-educativi e scolastici di Roma, al contrario, è pensata coerentemente all’esigenza di riannodare il filo dell’accumulazione perduta attraverso il taglio alle voci di bilancio dedicate ai nidi e alle materne; la riduzione salariale; gli incentivi all’estrazione e alla realizzazione di plusvalore da parte dei piccoli e grandi gruppi cooperativi ed imprenditoriali del settore. Questo malgrado sia ampiamente noto che le capacità, le conoscenze e le abilità proprie dell’età adulta si vanno scoprendo e formando fin dalla nascita e un ambiente adeguato e stimolante è fondamentale per promuovere la formazione dei comportamenti e delle abilità del futuro lavoratore.

I bilanci annuale e pluriennale approvati dall’Assemblea Capitolina a fine marzo e duramente contestati perfino dai sindacati confederali con la manifestazione di sabato 23 maggio parlano chiaro. Per il 2015 la Giunta Marino prevede un taglio di oltre 11 milioni di euro sui nidi e oltre 13 milioni sulle materne. Se i tagli preventivati per i prossimi anni dovessero essere confermati ci troveremmo nel 2017 ad avere per nidi e materne complessivamente un taglio di spesa di 50 milioni di euro rispetto al 2013. Cifre modeste in valore assoluto, ma enormi se considerate relativamente alle dimensioni di questo mondo e dei suoi piccoli abitanti. Risparmi che non sono la diretta conseguenza dello sviluppo delle forze produttive che abbassa i costi a parità di prestazioni, ma di un depauperamento quali-quantitativo del servizio.

Tagli quantitativi che contabilizzano il mancato rinnovo delle precarie e l’aumento dell’orario di lavoro e dei bambini da accudire per chi rimane (a busta paga invariata, ovviamente). Dequalificazione che si ritrova nella gerarchizzazione delle funzioni, nell’articolazione dell’orario e nell’erogazione del lavoro, pensate per ottenere risultati che poco hanno a che fare con il processo, ma molto con il prodotto. Ad esempio, definendo l’efficacia e l’efficienza attraverso il grado di saturazione e di fruizione delle strutture, il tasso di sostituzione del personale, il rapporto medio educatrice/bambini, ecc., si creano obiettivi estranei a quelli per cui nascono e si sviluppano i nidi e le materne: la cura e la formazione dei figli del proletariato. L’effetto di queste scelte è devastante, si svaluta la futura forza-lavoro e si torna ad una visione meccanicamente antropoplastica dell’educazione, con la conseguente incapacità di trattamento degli atteggiamenti devianti o anche solo originali.

All’impoverimento del servizio e alla riduzione delle spese dedicate non corrisponde però un calo delle rette e delle imposte che servono a coprire le spese programmaticamente in via di diminuzione. Quindi è come se si comprasse a prezzo pieno cibo adulterato. Per tanto è il salario di tutti i genitori che diminuisce, non solo delle insegnanti. L’esistenza di nidi e materne pubbliche, infatti, consente la redistribuzione tra tutti i contribuenti dei costi inerenti la riproduzione dei lavoratori. Tagliare tali servizi senza un corrispettivo calo delle rette e della tassazione significa dunque diminuire il salario in quanto si riduce la quota parte fornita “in natura” dal comune (c.d. salario indiretto) senza che aumenti la quota parte che consente l’acquisto di tali servizi sul mercato (c.d. salario diretto). Se poi si considera che le rette e l’imposizione fiscale locale sono in aumento, la fregatura è ancora maggiore.

Tuttavia il comune di Roma Capitale ha pensato bene di ovviare a questo inconveniente incentivando direttamente l’erogazione di servizi privati, in modo che diventino ancora più convenienti di quanto il depauperamento della qualità e l’aumento del prezzo del pubblico già non li renda. Dunque massima apertura al privato convenzionato e in concessione, al fine di arrivare a quel mix pubblico-privato [3] che tante gioie regala all’asinistra nostrana e alle sue cooperative [4] e che lascia “perplesso” l’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli [5].

Una diversa e razionale riprogrammazione di questo servizio è, dunque, possibile solo accettando l’ampio sfasamento tra il momento in cui si impiegano le risorse e si lavora sui bimbi e il momento in cui questi, divenuti adulti, saranno in grado di mettere a frutto come cittadini e lavoratori le capacità, le conoscenze e le abilità scoperte, promosse e insegnate già a partire dai primi mesi di vita. In altre parole ciò significa uscire dalla dicotomia che valuta il finanziamento a nidi e materne come una spesa improduttiva da contenere o un investimento da remunerare, per arrivare a comprendere che le risorse impiegate oggi nella corretta e moderna cura ed educazione dei nostri figli, i figli dei lavoratori, saranno abbondantemente ripagate solo quando essi saranno cresciuti. Per farlo è necessario tener conto dalla lentezza e dell’incertezza nell’erogazione in età adulta delle capacità, delle conoscenze e delle abilità acquisite, che dipendono da quali saranno le capacità, conoscenze e abilità medie e le condizioni economiche del momento. Se queste non cambieranno, l’aspirazione ad universalizzare il benessere e i diritti dei bambini è destinato a infrangersi con la necessità di perpetrare e approfondire le attuali disuguaglianze.

Note:

[1] Con la deliberazione 194 del 3 Luglio 2014 la Giunta Capitolina approva il piano triennale per la riduzione del disavanzo e per il riequilibrio strutturale di bilancio di Roma Capitale ex art. 16 del Decreto Legge 6 marzo 2014, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 maggio 2014, n. 68.

[2] Per la cronaca delle mobilitazioni si veda “L’educazione interrotta. A chi giovano i tagli ai servizi dell’infanzia?http://www.zeroviolenza.it

[3] Si veda “The Role and Impact of Public-Private Partnerships in Education”, Banca Mondiale, 2009.

[4] Si veda “Le iniziative di partenariato pubblico-privato in Emilia-Romagna” a cura di Unioncamere Emilia- Romagna.

[5] Nel suo libro “La lista della spesa”, riguardo i finanziamenti pubblici alla scuola privata scrive: un po’ più di 300 milioni li riceve l’istruzione privata. Questo trasferimento resta per me un mistero, tenendo conto dell’articolo 33 della Costituzione, che recita: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo stato”. Mi si dice che quel “senza oneri per lo stato” significa che lo stato non è obbligato a trasferire risorse a scuole e università private, ma che può farlo se vuole. Mah! Resto perplesso.

Se Zerocalcare è troppo

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di Saverio Tommasi*

Zerocalcare, uno degli artisti italiani più splendenti, ha dedicato una sua opera in forma di murales a Giuseppe Prono, il più giovane partigiano della divisione Garibaldi, a Montanaro, provincia di Torino. Fucilato dai fascisti l’8 marzo 1944 nella cittadina di Ceres.

Qualche fascistello ha protestato per la stella rossa nel murales, troppo grande, troppo rossa, troppo tutto, e oggi il sindaco di Montanaro ha sancito il verdetto: “disegno di parte, entro agosto quella stella va cancellata, nei bozzetti non c’era”. Anche se quella stella rappresentava proprio la divisione Garibaldi, quella del partigiano Giuseppe Prono, quella in cui il ragazzo scelse di combattere per lasciare a noi un’Italia libera. E memoria significa raccontare tutto, non solo quello che a qualcuno fa comodo dire, specialmente se questo qualcuno è un fascistello stronzetto o il sindaco pavido di una cittadina di provincia.

Io non ho mai sopportato né i pavidi né gli impauriti, gente pronta a coprire i colpevoli purché i colpevoli non si arrabbino. Gente che la Storia gli passa sotto il naso ma loro non la vedono. Gente che se avesse avuto di fronte l’inventore del calcio gli avrebbe detto che no, quel gioco non poteva funzionare perché due porte erano troppe.

Gente che se avesse incontrato Cristo l’avrebbe ripreso: troppi miracoli non richiesti, signor Gesù, lei in questo modo spaventa la popolazione della Galilea.
Il pallone troppo attaccato ai piedi, signor Diego.
Troppo veloce, così impolvera la pista, signor Carl Lewis.
Quel bastone sempre in mano, signor Chaplin, non è il caso, lo posi.
Troppe smorfie nelle foto, signor Einstein.
Troppa pace, signor Gandhi.
Troppo testardo, signor Nelson Mandela, troppe richieste fuori dal tempo.
Troppo lungo il tuo diario, signorina Anna.
Troppi diritti in questa Costituzione, signora Teresa Mattei.

Ecco, ragazzi. Quando qualcuno vi dirà che la verità è troppa, o un po’ troppo scomoda, o un po’ antica, magari demodé, non credetegli. La verità è rivoluzionaria, come diceva l’Antonio internazionale. E pensate sempre a chi ha dato la vita perché noi quella verità la potessimo raccontare. E raccontatela, allora, raccontatela. Raccontatela senza paura, o anche con un po’ di paura, maraccontiamola sempre la verità. Perché l’unica cosa che ci resta è uno spicchio di quella libertà per cui le partigiane e i partigiani scelsero di vivere una vita faticosa, pur di renderla più facile a noi. Non credete a chi oscura, ascoltate chi apre. Ascoltate il suono dei libri e lo schiocco d’amore di un bacio in montagna. E quando un fascista vi chiederà: “ma che fai?” abbiatene pietà, perché lui quel suono d’amore non sarà mai in grado di sentirlo.

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PS. il murales è disegnato sul muro della scuola elementare “Sandro Pertini”. Un altro uomo che per qualcuno, era troppo, troppo una brava persona.

Lettera a uno studente pisano

SENEG

di Maria G. Di Rienzo*

Premessa: in quel di Pisa, dai primi di aprile a fine maggio, una studentessa senegalese di 14 anni ha ricevuto in classe sei lettere di pesanti insulti razzisti e minacce.

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Inoltre, le hanno fatto a pezzi libri e quaderni scrivendole poi: adesso vediamo se riesci a studiare e se prendi 10 nelle verifiche… La ragazza è molto brava a scuola e lo sgrammaticato autore non se ne dà pace. Visto che le lettere piacciono tanto a costui, ho deciso di scrivergliene una io.

Caro ragazzo,

sebbene appaia chiaro dagli errori di ortografia e grammatica nelle tue lettere che non sei portato per gli studi umanistici – e forse non sei portato per gli studi del tutto, non ci sarebbe nulla di male – tu hai nella tua ancor breve esistenza già imparato una grande quantità di cose e molte le esprimi appunto nei messaggi diretti alla ragazza senegalese.

I tuoi maestri in tale apprendimento sono stati alcuni adulti, alcuni amici, alcuni “modelli” (le persone che tu trovi in gamba, “vincenti”, ecc.), la quasi totalità dei media e dei social media, il clima culturale e politico vigente nel nostro paese da circa trent’anni. Certi maestri li hai scelti, per certi altri non hai avuto la possibilità di esprimere preferenze. Il risultato è comunque questo, tieniti forte: le attitudini e le opinioni apprese che rivolgi alla tua compagna sono un mucchio di stronzate e, a meno che tu non ti risolva ad abbandonarle, non avranno altro effetto del renderti ancora più miserabile di come ti senti ora.

Perché, diciamoci la verità, è così che stai. La professoressa ti ha detto che il compito non l’hai fatto “male”, l’hai fatto “malissimo”. Non ne azzecchi una, a scuola. Ti stanno passando tutti davanti. E se puoi ingoiare, di traverso, il veder sfrecciare altri maschi mentre tu resti al palo, ti è insopportabile che lo faccia una femmina. Una femmina di colore, poi, diventa il massimo dell’oltraggio. Questo malessere deriva da una delle stronzate di cui sopra: tu hai imparato che esiste una gerarchia fra esseri umani e che in cima alla stessa sta il maschio bianco ricco popolare fico furbo dominante ecc. – una caratterizzazione a cui tu non rispondi. Hai 14 o 15 anni e secondo la classifica vigente sei già un fallito. Si direbbe, a rigor di logica, che tu dovresti rigettarla al completo e contrastarla, non credi? Non ti sta facendo alcun bene.

Ma la gerarchia resta in piedi perché indica, ai maschi come te, che sotto di loro c’è qualcuno di più miserabile ancora e che se esercitano il loro disprezzo e la loro violenza contro membri delle categorie inferiori hanno la possibilità di salire di grado, di sentirsi “qualcuno”.

Le donne ricadono nella categoria dell’inferiorità. Sono classificate come esistenti per l’unico scopo della gratificazione sessuale maschile. Non sono esseri umani “veri”, completi, complessi. Sono cosce-culo-tette-figa. Il loro compito è mettere in mostra tutto questo e rispondere alle fantasie degli uomini, non prendere 10 nella verifica, non eccellere negli studi, non avere sogni per il futuro: chi ha mai sentito di un’avvocata nera è, per esempio, il tuo strillo intriso d’ignoranza, perché esistono MILIONI di donne di colore nella professione legale.

Una donna che rifiuti l’imposizione del ruolo di bambola gonfiabile assegnatole scende di un gradino.

Una donna che ha delle aspirazioni diverse e non esita ad usare le sue capacità ed il suo impegno per realizzarle, scende di un altro gradino.

Una donna appartenente ad un’etnia / religione / zona geografica differenti da quelle legittimate perché in cima alla gerarchia (“bianchi”, cristiani/cattolici, europei o nordamericani) scende un ulteriore gradino.

Una donna migrante o nomade ne scende un altro ancora. E così via, sono certa non vi sia necessità di sciorinarti tutto l’elenco: lo conosci, e se ti pare di non conoscerlo prova a mettere in fila gli insulti che usi contro la tua compagna di classe o qualsiasi altra femmina – ad ognuno di essi corrisponde un gradino nella scala della disumanizzazione.

Ora, che degli esseri umani ne giudichino altri meno che umani, non degni di rispetto, usando una scusa qualsiasi per giustificare tale giudizio e sapendo bene che si tratta di una scusa (come fai tu, ad esempio, quando dici che la pelle della tua compagna è “sporca”, neanche fossi un eremita scemo che ha vissuto sino ad ora su un’isola deserta e non aveva mai visto prima una persona di colore diverso dal suo) NON rende le persone giudicate meno che umane. Cerca di capirmi. Le tue opinioni, ovvero le idiozie che ripeti a pappagallo per averle purtroppo sentite qualche miliardo di volte, non influenzano la realtà al punto che delle persone esistenti in essa mutano il loro status. Checché tu pensi di loro, esse restano esseri umani, titolari di diritti umani, a cui devi rispetto e interazioni civili.

quaderni e libri

Se credi che, scusa la franchezza, buttando merda sugli altri l’odorino tuo diverrà fragrante ti sbagli, ma continua pure a crederlo se preferisci. Niente, però, ti conferisce la legittimazione a tradurre in azioni violente la tua convinzione. Tu non esisti in un vuoto, sei parte di un sistema di relazioni e sopravvivi grazie ad esso. Il tuo limite, il limite di ciascuno di noi nell’agire, è l’impatto che le nostre azioni hanno su altre persone.

È interessante, al proposito, che tu abbia definito le tue lettere minatorie e la distruzione di effetti personali altrui “bravate”: quando emergerai da questo sogno autoreferenziale in cui t’incensi – sai che gran coraggio virile ci vuole a scrivere lettere anonime e a sfasciare di nascosto quaderni e libri – e presto dovrai farlo tuo malgrado, ti accorgerai che si tratta di reati. Te lo spiegheranno i carabinieri, dovranno spiegarlo anche ai tuoi genitori e non sarà un bel momento. Non mitroveranno mai, scrivi tu: ma ti rendi conto di quanti indizi hai lasciato nei testi? Non è stata una gran furbata, tanto per citarne uno, riportare le parole esatte che ti hanno detto gli insegnanti…

Due cose ancora, e chiudo.

1) Tu puoi disimparare tutte le stupidaggini su sesso, razza, superiori/inferiori se solo lo vuoi. Non occorre che tu stia a becco aperto come un’oca che beve la pioggia e ingoia qualsiasi cosa caschi dal cielo. Se non ti piace leggere, usa internet. Se hai dubbi, cerca e verifica. Se non sai, chiedi. Soprattutto, chiediti sempre “perché” e “a chi giova”. Le cosiddette “ragioni” per la sistematizzazione gerarchica degli esseri umani sono sempre molto squallide, puoi verificarlo da te.

2) Quando gli stracci saranno volati, quando il tuo nome sarà pubblico e tutta la tua arroganza in pezzi, chiedi aiuto psicologico perché sei su una china pericolosa.I rimarchi sessuali con cui umili la ragazza fanno già abbastanza schifo, ma dirle di tornarsene al suo “cazzo di paese” con tutta la famiglia se vuole che le vessazioni finiscano non è semplice bullismo, è un comportamento criminale, mafioso, altamente disturbato. Peggio ancora, hai scritto che godi nel vederla piangere, che la sua sofferenza ti ispira a inventare qualcosa d’altro per vederla piangere di nuovo. Neppure questo è semplice bullismo, caro ragazzo, è un segnale ancora più allarmante per la tua salute mentale. Si chiama sadismo e se non lo affronti subito, potresti dover maneggiare le sue conseguenze per il resto della tua esistenza: giacché gli altri esseri umani non esistono per farti da trastullo, a questa tua attitudine si ribelleranno. Potranno farlo fisicamente, infliggendoti il dolore che a te piace osservare negli altri. Potranno usare la legge e cacciarti dietro un po’ di sbarre e di lucchetti per lunghi periodi di tempo.

Fermati prima. Non è troppo tardi.