Il lavoro esce a pezzi dal rapporto annuale Istat. E Renzi e Padoan continuano a dire che c’è la ripresa!

Sette milioni di disoccupati, anzi, di senza-lavoro, aumento vertiginoso del part time, rigorosamente involontario, e fuga di cervelli che diventa sempre più intensa. Anche se i professoroni dell’Istat usano eufemismi e giri di parole, è il lavoro il capitolo che più esce con le ossa rotte dal rapporto annuale dell’Istat. Il Bel Paese presenta un quadro che dire drammatico è davvero dire poco. Ci sono contraddizioni e incoerenze del tutto evidenti,che entrano nel lessico della politica con la strana categoria della flessibilità, ma che ci parlano di un paese che nemmeno arranca più. Sembra una comunità trascinata alla deriva su una zattera all’apparenza sicura ma pronta a rovesciarsi alla prima onda atlantica. “Si ignora che siamo a tre milioni di disoccupati di lunga durata e a un tasso di disoccupazione al 12,5%. Questi sono segni che dicono che la ripresa non ha un fondamento strutturale di risoluzione del problema vero del Paese che si chiama disoccupazione”, dice Susanna Camusso, leader della Cgil.
Viene da chiedersi, ma su che statistiche i politici fanno le leggi? Una è quella che riguarda la precarietà. L’Istat certifica che la media della permanenza in un lavoro senza diritti è di cinque anni. E quindi che senso ha, come fa il Jobs act, imporre un altro tunnel afflittivo di tre anni? Misteri del renzismo. Ma non è finita. L’altro dato interessante è quello che riguarda il part time. Aumenta in modo costante. ”L’unica forma di lavoro che continua a crescere quasi ininterrottamente dall’inizio della crisi è proprio il part time”, che raggiunge 4 milioni di lavoratori nel 2014 (il 18% del totale e 784 mila in più che nel 2008). Nel 63,3% dei casi è part time involontario, un livello molto superiore alla media Ue (24,4%). Possibile che a nessuno sia venuto in mente che in realtà si tratta di lavoro nero? No! E sapete perché? Perché gli stessi professoroni dell’Istat hanno certificato che il lavoro nero è al 12,6 per cento! Ah, se lo dicono loro! A leggere questi numeri viene davvero da pensare che la matematica sia tornata ad essere una “opinione”. Va detto che qui viene esibita una valutazione molto “statistica” del lavoro, e quindi molto lontana dalla realtà. Basti pensare che prima della crisi le valutazioni comuni nelle ricerche, anche delle varie commissioni di inchiesta parlamentari, parlavano di un tasso di lavoro nero tra un quinto e un quarto del pil.

Un altro fenomeno in crescita è la ‘fuga dei cervelli’, anche se l’Istat usa la formula ‘mobilità intellettuale’. “Tre mila dottori di ricerca del 2008 e 2010 (il 12,9%) vivono abitualmente all’estero” spiega l’Istat nel rapporto annuale, sottolineando: “La mobilità verso l’estero è superiore di quasi sei punti a quella della precedente indagine (7% dei dottori di ricerca delle coorti 2004 e 2006)”. Guardando alle specializzazioni, la spinta ad andare fuori confine risulta
più forte per fisici, matematici e informatici.

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