Bad Bank. Per le banche è finito il tempo delle vacche grasse

Bad Bank. Per le banche è finito il tempo delle vacche grasse

ROMA – In Italia non sono solo le aziende e i cittadini ad essere in crisi: anche le banche, da qualche anno, versano in condizioni economiche disastrose.

È per questo che recentemente si è cominciato a parlare di “bad bank” e “non performing loans”. Ma per capire bene di cosa si tratta, è necessario fare un passo indietro nel tempo.

Gli italiani sono sempre più poveri (lo dicono i dati statistici). Ciò significa che, come sempre avviene in periodi di povertà, anche gli acquisti si riducono. Così facendo, anche le aziende, specie quelle di piccole  e medie dimensioni, ne risentono. In poco tempo, si riduce la quantità di moneta circolante (e sostituirla con moneta virtuale non serve a molto). Non ci vuole molto perché a risentirne sia anche il sistema bancario: calano i mutui per l’acquisto di immobili e di altri beni. Aumentano i debiti insoluti e spesso anche i mutui sottoscritti nel periodo antecedente la crisi finiscono “in sofferenza”.

Ma non sono queste le uniche “sofferenze” delle banche. Finito il tempo delle vacche grasse (quando banche e istituti bancari si divertivano a vendere, spesso anche al di fuori delle regole borsistiche), anche i derivati, quelli che la Corte dei Conti ha definito una “spirale perversa”, sono diventati un problema: oggi, tra i soggetti pubblici, l’unico a poter ancora acquistare derivati è lo stato e, nonostante nelle casse degli altri enti pubblici giacciano ancora diversi miliardi di euro di contratti di questo tipo, si stima che, se venissero chiusi oggi, le banche subirebbero perdite per 922 milioni di euro.

A questo vanno aggiunte le sofferenze derivanti dal calo dei tassi di interessi e dall’aumento delle tasse sui depositi introdotto negli anni passati. Cose che certo non hanno fatto bene ai bilanci delle banche.

Nonostante molte abbiano superato lo stress test effettuato qualche mese fa dalla Banca centrale europea, le banche sono in crisi profonda. Lo conferma uno studio condotto dall’Associazione bancaria italiana, l’Abi, in collaborazione con il Cerved: le “sofferenze” delle banche italiane ammontano alla cifra spaventosa di 189 miliardi di euro, con un’incidenza sul totale dei crediti erogati che è doppia rispetto alla media aggregata dell’eurozona (dati confermati dalla Banca d’Italia, a dicembre scorso). Una situazione che peggiora con un ritmo impressionante:  in pochi anni, è aumentata del 400% (a dicembre 2008 la sofferenza delle banche era stimata in 43 miliardi di euro). E la situazione peggiora vertiginosamente ogni giorno che passa: basti pensare che, in un solo mese (da febbraio a marzo 2015), le sofferenze delle banche italiane sono aumentate di quasi due miliardi e mezzo di euro (da 187.300.000.000 a 189.500.000.000). “Il flusso di nuove sofferenze delle imprese indica che questo stock non è destinato a ridursi nei prossimi mesi” si legge nello studio di Abi e Cerved.

La verità è che le casse delle banche italiane sono piene di “sofferenze”, di prestiti che non rendono nulla, i “non performing loans”, e di titoli inutili che comportano un rischio enorme.

Una situazione ben chiara alle società attente al mercato. Come la statunitense Goldman Sachs che, a marzo scorso, parlando dei “non performing loan”, le sofferenze delle banche italiane, ha detto che i rischi che pesano sugli istituti di credito sono ancora molti. Un rischio soprattutto per alcune banche come il Banco Popolare, in cui le sofferenze nette sono il 105% del “tangible equity”, o come il Monte dei Paschi di Siena (92 per cento).

Una situazione che finirà per pesare anche sulla Banca d’Italia (che, è bene ricordarlo, non è “dell’Italia”: è una società per azioni di proprietà di banche private). “Un crollo globale totale è ora di fronte a noi”, ha detto Egon von Greyerz (Gounder e Managing Partner di Matterhorn Asset Management AG e GoldSwitzerland), “tutte le banche centrali si sono intrappolate in un angolo”. Una situazione resa ancora peggiore dalla deflazione degli ultimi anni: “tassi di interesse a quota zero o negativi, stanno stampando più soldi, e stanno comprando più beni che non possono vendere e che valgono molto meno di quello che li pagano”. Il rischio, secondo von Greyerz King, è quello di un “collasso globale totale”. Un rischio dal quale le banche (che pure questa situazione hanno creato) non sono in grado di uscire. Né pare siano capaci di farlo la Banca d’Italia o la Bce.

L’unica soluzione per l’Italia, secondo alcuni, sarebbe creare una bad bank. Ovvero una società creata per acquistare i crediti in sofferenza delle banche private. In questo modo, il rischio derivante da questi titoli non peserebbe più sui bilanci della banche private, ma sulle spalle (e sulle tasche) dei cittadini.

Un intervento d’urgenza: “L’obiettivo è ridurre in maniera sostanziale i tempi”, ha detto il capo della segreteria tecnica del Mef, Fabrizio Pagani a margine di un convegno Consob.

In Italia le banche “non possono” fallire: da anni, le banche continuano regolarmente ad acquistare titoli di stato pluriennali. Un modo di gestire la finanza pubblica che ha permesso di far apparire i bilanci statali meglio di quanto non fossero. Un “sistema” che, però, ha reso gli italiani schiavi delle banche.

È per questo che, oggi, in un momento di crisi economica e finanziaria senza precedenti legato a speculazioni sbagliate, le banche stanno usando per costringere lo stato a far propri i loro titoli spazzatura:  creando una bad bank.

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