“Il testo del Governo sulla scuola è inemendabile. Continuiamo la lotta”.

Vito Meloni, responsabile scuola per il Prc. Quale esito possibile sul ddl di riforma della scuola considerando la grande mobilitazione e le difficoltà politiche in cui sembra essere finito Renzi?
Faccio prima una premessa. In questi mesi, proprio sulla gestione delle proposte sulla scuola, abbiamo assistito ad una totale sovrapposizione di ruoli e funzioni tra il Governo ed il PD, al punto che sono ormai tra loro indistinguibili. Non c’è, dunque, alcuno spazio – come ha dimostrato la discussione sul disegno di legge – per una dialettica parlamentare che contraddica la volontà del capo assoluto: quello che lui pensa e vuole è applicato senza discussioni dai parlamentari del suo partito con rarissime ed isolate eccezioni.Vengo alla tua domanda. Il Governo ha ampiamente mostrato lo schema in base al quale agisce, dice di voler sentire tutti ma poi continua sulla sua strada come se niente fosse.

Penso quindi che, al di là delle finte aperture dichiarate dal presidente del Consiglio, è verosimile che il 20 la Camera approvi senza significative modifiche il testo uscito dalla Commissione parlamentare che ha peggiorato quello presentato dal Governo, spingendosi ad accentuare alcuni degli aspetti più controversi. Questo non vuol dire che la mobilitazione sia destinata a finire, anzi. Dopo lo sciopero del 24 aprile, dopo quello davvero straordinario del 5 maggio, mai visto così da che io ricordi, e l’estensione senza precedenti del boicottaggio dei test invalsi, la mobilitazione sta crescendo. Il 18 e il 19 sono in programma sit in sotto il Parlamento, il 20 ci sarà una assemblea nelle prime ore di lezione che si trasformerà in un presidio in piazza Montecitorio. E poi c’è lo sciopero degli scrutini indetto praticamente dalla totalità dello schieramento sindacale, confederale, autonomo e di base. Per alcuni di loro è come aver rotto un antico tabù; il fatto stesso che lo abbiano annunciato e che intendano effettuarlo malgrado le manovre terroristiche del Garante della legge sugli scioperi, è già un segnale significativo di cambiamento di passo. Senza contare le tantissime iniziative autogestite che stanno fiorendo nelle scuole. Mi sembra proprio, insomma, che ci sia la volontà di portare lo scontro fino in fondo e che le condizioni perché la lotta possa continuare con maggior forza ci sono tutte.

Inoltre, una volta licenziato in prima lettura, il testo dovrà passare al Senato e lì il cammino della riforma non è così semplice. Le difficoltà ad assorbire un provvedimento che trasforma la scuola nel senso neo-autoritario voluto da Renzi sono enormi e non basteranno a superarle nè l’indifferenza alle tantissime obiezioni di merito e di metodo nè, sull’esempio della Camera, il ricorso a forzature regolamentari.

Se la mobilitazione mantiene il profilo alto tenuto finora lo stesso iter parlamentare ne risentirebbe e allora si dimostrerebbe che non è impossibile fermarli. Renzi ne è consapevole, tant’è vero che in questi giorni si è prodotto in uno sforzo comunicativo senza precedenti, arrivando perfino ad utilizzare gli indirizzi email istituzionali degli insegnanti per una sua iniziativa, recapitare loro una lettera di pura propaganda sul provvedimento in discussione, che di istituzionale non ha proprio nulla.Il confronto sul testo è stato finto, a questo punto si può riarticolare in Camera e Senato?
Non c’è un problema di miglioramento del testo. C’è una impostazione di fondo assolutamente non condivisibile, sbagliata e negativa perché corrisponde all’impostazione neo-autoritaria di Renzi – “un uomo solo al comando” – in questo caso applicata alla scuola. Penso quindi che nessuno possa coltivare l’idea di poter migliorare questo provvedimento – come dicevo prima, non ci sono margini – quella che prevale è l’idea che esso sia inemendabile e che debba essere ritirato. L’unica cosa che può rimanere è l’assunzione dei precari ma non nella formula prevista perché li espone al ricatto permanente e li dequalifica, ma nel termine corretto di un insegnante stabile per ogni cattedra.

La cosa che nessuno dice è che il testo posto all’inizio alla consultazione non è stato poi quello del disegno di legge poi approdato in commissione parlamentare.
Quando il disegno di legge è approdato in Parlamento è apparso chiaro che il Governo si era spinto più in là rispetto al testo sottoposto alla finta consultazione. Su alcuni punti si è avuto modo di appurarne la portata, come gli sgravi a favore delle private o il ruolo che si puntava ad assegnare al dirigente scolastico, fino ad eleggerlo a dominus assoluto di ciascuna scuola.
Fin dall’inizio la parte più sensibile del mondo della scuola, quella che in questi anni ha retto lo scontro contro tutti i tentativi di demolire la scuola pubblica, ha capito che in gioco non c’era l’assunzione di qualche decina di migliaia di insegnanti in più o qualche spicciolo in busta paga, bensì l’assetto democratico della scuola. Una percezione che è cominciata a crescere malgrado l’iniziale timidezza, al limite dell’assenza, da parte del sindacato. E va considerato che, nella scuola, il confine tra la rivendicazione sindacale e quella più politica, che ha a che fare cioè con l’assetto generale del sistema scolastico stesso, è davvero molto sottile.
La debolezza dell’iniziativa sindacale poteva, quindi, suggerire una difficoltà a reagire ai propositi del Governo. E invece la reazione è cresciuta. Si è arrivati a queste settimane con una spinta dal basso. Il 18 aprile all’iniziativa di Cgil, Cisl, Uil Snals e Gilda le RSU della scuola non hanno fatto altro che scandire “sciopero subito”. E’ questo che ha determinato la confluenza di praticamente tutte le sigle sindacali sulla data del 5 maggio. I dati ufficiali sugli scioperanti che parlano di oltre 618mila adesioni la dicono lunga sulla riuscita dell’iniziativa. Non ricordo una cosa così ampia. É probabile che il Governo non si aspettasse una reazione così forte, forse convinto di poter affondare il colpo senza troppe conseguenze, come aveva fatto, ad esempio, sul Jobs act. Possiamo dire che, per la prima volta dal suo insediamento al Governo, Renzi si trova a fronteggiare un’opposizione sociale di massa su uno dei punti su cui puntava maggiormente. Questo spiega anche un certo cambiamento di clima all’interno del suo partito al punto che Fassina, inizialmente molto più disponibile, oggi si dichiara pronto alla rottura proprio sulla scuola.

Cosa è cambiato intimamente nella scuola da venti anni a questa parte?
La scuola da più di vent’anni è sottoposta a una pressione delle cosiddette riforme davvero smisurata e vive un disagio fortissimo. A partire dall’autonomia scolastica di Berlinguer, c’è stata uno spostamento di poteri verso il vertice in una situazione in cui c’era comunque una cultura basata sulla collegialità e sull’autodecisione di tutto il corpo docente. Pian piano questi valori sono stati sostituiti da una presunta managerialità che ha favorito fenomeni di arrivismo. L’indignazione di oggi nasce anche dal dover vedere che le cose che si pensavano più negative vengono ora assunte a sistema. La stessa questione dei precari che in prospettiva porta a un corpo docente sostanzialmente demansionato, chiamato dai dirigenti sulla base degli albi territoriali, una sorta di precariato di ritorno, i favori elargiti a piene mani alle scuole private, questione sulla quale il mondo della scuola ha mostrato sempre una forte sensibilità. Tanto più che in parallelo con il finanziamento delle private ci sono ulteriori tagli per la scuola pubblica. É falso, infatti, quello che afferma Renzi su un aumento degli investimenti in istruzione, basta guardare le tabelle del DEF che prevedono un calo di quasi mezzo punto di PIL nei prossimi venti anni, altri 7 miliardi abbondanti sacrificati sull’altare delle politiche liberiste a danno del diritto allo studio. Tutto questo ha provocato un superamento netto del limite dell tollerabilità.

Di cosa avrebbe bisogno di più in questo momento.
La piattaforma alternativa già c’è. Nel 2006 ci fu una legge di iniziativa popolare nella quale Rifondazione comunista si impegnò molto. Decadde dopo essere rimasta nei cassetti per due legislature e così lo scorso anno, ben prima della presentazione delle proposte di Renzi, è stata presentata come legge d’iniziativa di alcuni parlamentari. Certo, con tutte le “controriforme” che si sono abbattute sulla scuola in questi anni, sarebbe stato necessario aggiornarla – e lo si sarebbe fatto – ma aveva il pregio di essere il frutto di una elaborazione collettiva dal basso e, soprattutto, di essere saldamente ancorata ai principi costituzionali. Ovviamente non se ne è minimamente tenuto conto. La cosa fondamentale sarebbe metter mano a una riforma che effettivamente ridia alla scuola il senso che dovrebbe avere e a cui ha mostrato di tendere per una lunga fase della sua storia a partire dagli anni sessanta. Il punto primo, quindi, è abrogare tutte le controriforme e ricominciare a ragionare con il terreno sgombro dalle macerie accumulate i questi anni. Intanto, ricominciare a pensare ad una scuola in grado di accogliere tutti e garantire veramente il diritto allo studio e non fare selezione di classe come ancora oggi accade. Il governo ha una visione miope perché vede la scuola come una macchina per inserire persone nel mercato del lavoro. Quello che non capisce è che il rapporto tra scuola e mercato del lavoro è sempre stato complesso e mai in corrispondenza lineare. La scuola deve avere il compito di formare cittadini liberi e consapevoli in grado di inserirsi con autonomia e spirito critico in qualunque ruolo nella società. Forse è proprio questo che i nostrani cultori del neoliberismo temono di più.

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