La disoccupazione strutturale

Affermare che la disoccupazione oggi, a metà degli anni ottanta, si presenta come il problema più grave che le economie industriali dell’Occidente si trovano a dover affrontare non significa ribadire un luogo comune, ma indicare il primo punto all’ordine del giorno dell’ agenda della politica economica e delle parti sociali. È ormai chiaro che la disoccupazione ha caratteri strutturali e che i comportamenti e le politiche chiamati a combatterla non possono basarsi su strumenti tattici di natura congiunturale, ma debbono porre in atto strategie di più ampio respiro. Questa idea, purtroppo, stenta a farsi strada, per cui, anzichè a un’azione congiunta delle forze politico-sociali volta al raggiungimento di un obiettivo che non può non essere comune — pena la destabilizzazione politica e la caduta dei livelli di democrazia — si assiste da tempo a una frantumazione degli sforzi, anche all’interno del sindacato, che disperde le energie e fa perdere di vista l’obiettivo fondamentale. (…)

L’esperienza storica ci mostra con molta chiarezza che in un clima recessivo, o di stagnazione dell’attività produttiva, l’occupazione non può che regredire, e che tutti gli sforzi volti a sostenerla sono effimeri. La creazione di un clima espansivo non può essere affidata ne interamente al mercato ne interamente alle politiche. Contare unicamente sul mercato significa essere disposti a pagare costi molto elevati sul piano economico-sociale: lo sviluppo della domanda nelle direzioni appropriate a una crescita stabile del reddito nazionale non è garantito da nessun meccanismo automatico, e questa verità storica non può essere smentita da nessuno slogan neoliberista più o meno alla moda. Contare unicamente sulle politiche significa d’altro canto ignorare la realtà di un’economia di mercato, ed essere disposti a pagare costi molto elevati sul piano dell’efficienza. (Fausto Vicarelli, La questione economica nella società italiana. Analisi e proposte, Il Mulino, 1987)

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