«I Ribelli della Montagna». Il movimento No Tav e la vittoria dei fatti sullo storytelling

«I Ribelli della Montagna». Il movimento No Tav e la vittoria dei fatti sullo storytelling

A volte nella storia occorre fermarsi un attimo e puntualizzare. Perché va bene che siamo nell’epoca dello «storytelling» e in cui il contesto trionfa sulla rappresentazione dei fatti, ma ogni tanto occorre anche ricordare come sono andate certe cose. E si può fare, o almeno si può andare a vedere sempre com’è andata a finire. Ed è qui che i fatti si prendono la loro rivincita sulla narrazione: alla fine della fiera si arriva sempre da qualche parte, e se la ragione è nel torto, la società è destinata a cambiare. Con «Il Ribelli della Montagna» (Odoya, 279 pp., prefazione di Erri De Luca), Adriano Chiarelli punta la sua penna sul Tav e sui No Tav, ma non è un’operazione celebrativa, o un’esegesi del movimento, è qualcosa di più: è un’inchiesta vecchio stampo fatta di nomi e di cognomi, di atti e di verbali, di testimonianze e di riflessioni.
Chiarelli non è una «buca delle lettere» nella quale le mitologiche fonti anonime hanno recapitato i canonici documenti scottanti, ma un’erede della tradizione sciasciana del mettere in fila i fatti e mettere ordine nella storia. E i fatti erano sempre stati lì.
Già l’aveva fatto con «Malapolizia», dove si raccontavano per filo e per segno le vicende dei morti nelle mani dello Stato, e con «Nei Secoli Fedele», il documentario su Giuseppe Uva: ecco che arriva la storia, c’è sempre stata, ma in pochi se n’erano accorti. Il giornalismo dovrebbe essere fatto in questo modo: non c’è una tesi di fondo da difendere, piegando i fatti alla loro interpretazione, ma tanti eventi che solo se ordinati riescono a fornire una visione d’insieme esaustiva. Così, in questo «I Ribelli della Montagna», Chiarelli racconta la storia dell’Alta Velocità in Val di Susa dall’inizio degli anni ’90 (quando tutto cominciò) fino agli ultimi processi: si arriva a ridosso della contemporaneità, con la condanna dello scorso 27 gennaio a 47 attivisti No Tav per i fatti del giugno del 2013 e con il processo a Erri De Luca, finito sul banco degli imputati con l’accusa di istigazione a delinquere per una sua opinione, e cioè per aver dichiarato che, in sostanza, «sabotare il Tav è giusto».
Per mettere insieme tutte queste cose, Chiarelli ha passato gli ultimi anni tra Roma (dove vive) e la Val di Susa, dove è stato a diretto contatto con il movimento. E proprio le parti dedicate ai No Tav diventano centrali, utili a capire cosa può essere una protesta: una serie di pratiche spesso diversissime tra loro, tutte però convergenti verso un unico obiettivo. Alla fine, tra la ferrea volontà dei valsusini e un’analisi lucidissima dei costi, degli sprechi e delle contraddizioni del Tav, fino al punto in cui le sbandieratissime «ragioni del sì» finiscono al tappeto, travolte da un uragano di fatti, soltanto fatti. Non è un caso che, con il passare degli anni, il fronte contrario all’Alta Velocità sia cresciuto a dismisura: da affare per pochi a questione di ordine generale. Oggi non sono più quei cattivoni dei centri sociali ad opporsi, persino nel Pd c’è chi comincia a mostrare serie perplessità.
«I Ribelli della Montagna» si immerge nelle crepe di questa discussione e le allarga, scava dentro i motivi più profondi della protesta e fa emergere il cuore del problema. La conclusione – anche qui: Sciascia insegna – è affidata al lettore: al di là di tutto, a chi conviene il Tav? La ragione (l’infrastruttura necessaria, gli accordi europei, la grande opera, eccetera eccetera eccetera) è nel torto. La società – forse – cambia.

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