Bad Bank, la priorità di Renzi

Il governo italiano sta negoziando con la Commissione europea la creazione di una bad bank , ovvero un veicolo che assorba parte dei crediti inesigibili delle banche. Le sofferenze bancarie, la percentuale di crediti erogati che non vengono restituiti, viaggiano intorno al 10%. Un’enormità, il che porta le banche a non prestare più a imprese e famiglie, acuendo le difficoltà dell’economia e quindi le stesse sofferenze, in una spirale che si auto-alimenta.

Nel recente intervento di Renzi alla Borsa italiana, si tratta di una “priorità assoluta” del governo, dopo la riforma delle banche popolari, che ha portato quelle di maggiori dimensioni a doversi convertire in SpA, mentre si attende di sapere cosa potrebbe avvenire al resto del sistema popolare e cooperativo.

Riguardo la bad bank sono diverse le perplessità, non solo della Commissione europea che vuole verificare che non si tratti di aiuti di Stato, ma più in generale nel capire quali crediti deteriorati verrebbero acquistati da questo veicolo, a quale prezzo, chi dovrebbe farsi carico dell’operazione tra governo, Cassa Depositi e Prestiti o altri, quali potrebbero essere i potenziali impatti sui conti pubblici, e via discorrendo.

Sono ancora maggiori le perplessità sulla riforma delle popolari. Se una revisione della governance era probabilmente necessaria, non si capisce dove siano gli elementi di straordinaria urgenza e necessità richiesti dal nostro ordinamento per procedere tramite un Decreto e non per via parlamentare. Nel merito, il rischio è quello di ridurre o eliminare la necessaria “biodiversità bancaria” e andare verso un modello a taglia unica, dove la taglia è quella dei conglomerati di maggiori dimensioni, gli stessi in gran parte responsabili della crisi degli ultimi anni.

Le priorità del sistema bancario e finanziario sembrano, se non diametralmente opposte, comunque decisamente altre. La prima, in Europa e in modo particolare in Italia, è la trappola della liquidità. Con uno slogan, la crisi non è dovuta al fatto che non ci sono soldi, ma che ce ne sono troppi; il problema è che sono (quasi) tutti dalla parte sbagliata. I continui apporti di liquidità della BCE al sistema finanziario (ultimo in ordine di tempo il Quantitative Easing) non si traducono in credito erogato a famiglie e imprese e in investimenti, ma rimangono incastrati in un sistema finanziario sempre più autoreferenziale.

A fronte di un’economia strangolata da austerità e credit crunch, l’eccesso di liquidità sui mercati fa si che in Europa una montagna di titoli di Stato abbia un rendimento addirittura negativo, mentre anche i piccoli investitori si spostano verso titoli sempre più rischiosi, alla disperata ricerca di un qualche profitto. Al di là dell’incredibile inefficienza del sistema, il rischio è di gonfiare ulteriormente una finanza ipertrofica mentre economia e occupazione rimangono al palo; la definizione stessa di una nuova bolla finanziaria.

Non si capisce bene in che modo la riforma delle popolari potrebbe cambiare le cose. Ancora peggio, la creazione di una bad bank – in assenza di una radicale riforma del sistema finanziario – rischia di rappresentare un formidabile azzardo morale per le banche: finché le cose vanno bene i profitti sono privati, quando il giocattolo si rompe interviene il paracadute pubblico e si socializzano le perdite.

La “priorità assoluta” dovrebbe essere disincentivare le attività speculative e tenerle separate dall’attività creditizia, e spostare risorse dalla finanza all’economia. Esattamente la direzione in cui andrebbe la tassa sulle transazioni finanziarie, discussa da anni in Europa e ufficialmente sostenuta anche dal nostro governo, anche se non sembra che il semestre di presidenza UE a guida italiana verrà ricordato per i passi in avanti compiuti in materia.

Finalità simili avrebbe la separazione tra banche commerciali e di investimento, fondamentale per fare si che i risparmi depositati in banca e la liquidità fornita da BCE e istituzioni pubbliche serva a erogare credito e non alla speculazione. Ancora, una “priorità assoluta” in ambito finanziario dovrebbe essere il fare piena chiarezza e trasparenza sulla disastrosa vicenda dei derivati nella pubblica amministrazione, che potrebbe portare a perdite per oltre 40 miliardi di euro nei prossimi anni. Un governo che nelle ultime settimane ha centrato la comunicazione su un tesoretto di 1,6 miliardi previsto dal DEF – attenzione, anche qui parliamo di previsioni e non di dati a consuntivo – non sembra avere nulla da dire su potenziali perdite decine di volte superiori.

L’intero edificio finanziario andrebbe ricostruito dalle fondamenta, non si può pensare di continuare indefinitamente a puntellarlo con soldi pubblici per tentare di rimandarne il crollo. L’attuale sistema finanziario è in buona parte il problema da affrontare. Anche con tutti gli annunci e l’ottimismo del mondo, se non si cambiano le regole del gioco è difficile che possa diventare la soluzione.

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