Italia fuori dalla recessione? Le balle mediatiche della propaganda

Italia fuori dalla recessione? Le balle mediatiche della propaganda

ROMA – Ormai nessuno si stupisce più quando il premier dà i numeri dell’Italia: ogni volta i suoi dati non trovano riscontro nei dati ufficiali o, quando lo trovano, ad essere detta è solo parte della verità.

Sembra quasi che, forse vittima della sua stessa verve mediatica (la stessa che ieri lo ha portato a rivolgersi ai professorini veste da “professorino”: (così è apparso maniche di camicia davanti ad una lavagna vecchio stile a descrivere le novità per la scuola), non capisca che non tutti i numeri di cui parla sono un “successo”.

Come per la presunta crescita del Pil, di cui non ha mancato di vantarsi. Anzi ha fatto di più: ha subito fatto girare un manifesto (a firma PD) in cui una freccia rossa rompeva un muro di mattoni vantandosi della performance del Pil.

È vero che l’Istat ha diffuso questo numerino: +0,3 per cento. Ma forse è troppo presto per gioire e cantare vittoria: i ricercatori dell’Istituto hanno tenuto a sottolineare che il Pil è aumentato rispetto al trimestre precedente ma che, rispetto al primo trimestre 2014, anno in cui il nuovo che avanza ha portato una ventata di novità all’Italia, è praticamente invariato. La variazione trimestrale potrebbe essere dovuta a cause contingenti più che a una reale ricrescita.

Immediato il commento anche del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: “Il dato sul Pil è superiore alle nostre aspettative” ha detto. E ha aggiunto: “E’ presto per cantare vittoria, ma questo dato è il segnale della svolta impressa all’economia dalle politiche del governo”. Una prudenza che è più che giustificata: il fatto che si sia abbandonato il segno meno non vuol dire che d’ora in poi, in Italia, le cose andranno meglio. Entrambi, sia Renzi che Padoan, infatti, hanno “dimenticato” di dire è che molti altri paesi europei hanno fatto meglio dell’Italia. A cominciare dalla Francia e poi Croazia, Belgio, Repubblica Ceca, Portogallo, Lituania, Danimarca, Estonia…….. In poche parole, la performance dell’Italia è stata tra le peggiori in Europa: solo pochi paesi sono cresciuti di meno. E questo in un mercato che ormai non è più nazionale ma almeno comunitario significa che non c’è da essere tanto allegri.

Se già questo non fosse abbastanza, sulla crescita del Pil su base annuale (quello davvero importante) pende la spada di Damocle della sentenza della Corte sulle pensioni. Padoan ha parlato di «misure che minimizzino l’impatto sui conti pubblici, nel pieno rispetto della Corte». Ma la realtà è che, sul groppone dei conti pubblici nazionali, a breve potrebbero cadere l’obbligo di reperire risorse per non meno di 11-12 miliardi di euro. Un buco anzi, una voragine, che rende dubbio il futuro del Bel Paese. Il tutto peraltro in concomitanza con la visita a Roma di una delle missioni annuali del Fondo monetario internazionale, incentrata proprio sul tema dei conti previdenziali. Non  a caso gli ispettori del Fmi si sono riservati di rivedere le loro stime di crescita, alla luce “delle riforme strutturali” messe in campo dal governo.

Senza contare che a fronte del dato “positivo” relativo al Pil, tutti gli altri dati sono negativi (ma questo, ovviamente, il governo non lo ha detto). L’occupazione, nel primo trimestre del 2015, è calata dello 0,3%. E se a questo si aggiungono un quadro congiunturale con l’euro ai minimi storici sul dollaro (cosa questa che influisce pesantemente sulle spese), un prezzo del petrolio in calo, ma con sempre nuove accise (l’ultima quella per compensare le spese per l’Expo2015) e l’effetto quantitative easing di Draghi, c’è poco di che essere felici.

La verità è che l’Italia era e continua ad essere “sorvegliata speciale” anche per Bruxelles: “Dopo la sentenza della Corte valuteremo le risposte imminenti che verranno dal governo italiano per decidere se sarà necessario o meno un nuovo rapporto” sul debito, ha detto il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici.

Pochi giorni fa, la Commissione europea ha diffuso  le raccomandazioni specifiche per l’Italia. Ebbene, in barba alle rosee dichiarazioni del “nuovo che avanza”, “le condizioni del mercato del lavoro restano povere”, si legge nel rapporto, e “molte famiglie hanno bisogno di rimettere in sesto i risparmi erosi durante la crisi”.

Nel documento si raccomanda al governo di ridurre il deficit strutturale di bilancio. Solo e solo se questo verrà fatto i signorotti di Bruxelles consentiranno all’Italia (ma era non è uno stato sovrano?) di gestire i proprio conti con maggiore flessibilità. Ma non basta ancora. Il governo dovrà anche garantire una riduzione del deficit dello 0,25% del Pil già nel 2015, adottare un piano nazionale strategico per i porti e la logistica, implementare le riforme in corso d’opera a partire dalla delega fiscale e da quelle della prescrizione e della scuola (ora si spiega tanto fervore nella Buona Scuola), modernizzare la pubblica amministrazione e accelerare la riduzione dei crediti a rischio e ridurre le altre debolezze del sistema bancario, ma dovrà farlo senza ricorrere agli aiuti di Stato (le premesse per creare una bad bank e affidarla a qualcuno di fiducia…..).

Per il resto sono molte le parti del rapporto in cui il governo è stato “bacchettato” pesantemente: “I risparmi messi in campo, inclusi quelli a livello regionale e locale, sono inferiori a quanto prefigurato nel Programma nazionale delle riforme del 2014″, si legge nel documento. E “il fatto che la spending review non sia ancora parte integrante del processo di formazione del bilancio pesa sull’efficienza complessiva dell’esercizio”. E ancora, poi a proposito delle privatizzazioni promesse da Renzi: “L’implementazione dell’ambizioso programma presentato dalle autorità italiane ha incontrato ritardi nel 2014″.

Forse, dopo aver letto bene tutti i numeri, c’è poco di che essere contenti.

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