Serra, un commendatore “meritevole” della Repubblica

Serra, un commendatore "meritevole" della Repubblica

ROMA – “Per essersi impegnato nella promozione dell’Italia come meta di investimenti finanziari”….con questa motivazione nei giorni scorsi Davide Serra è stato nominato Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica.

La cosa strana è che, coma ha riportato il FattoQuotidiano, fino a non molto tempo fa quando si parlava di lui, le definizioni erano altre: speculatore, finanziere spericolato, squalo delle Cayman (come lo definì Bersani, dopo la famosa cena per la ricerca di fondi del “nuovo che avanza”). Il nome di Serra, fino a qualche tempo fa, era pressoché sconosciuto in Italia.

Come ha sottolineato lui stesso in un messaggio agli amici (diffuso da Dagospia), Serra è “da 20 anni residente estero”, vive a Londra con la sua famiglia. In pratica, è più inglese che italiano, come ha detto Christian Rocca, al quale ha concesso un’intervista un paio d’anni fa: “Quando parla si sente che ragiona in inglese e che talvolta è costretto a tradurre nella sua lingua madre, un idioma che ormai parla solo con i figli e con i giornalisti”. Non a caso, a proporre la sua candidatura per il conferimento di questo riconoscimento (che, di solito, viene dato solo a residenti in Italia e la prima volta dopo il grado di Cavaliere, ma poco importa) è  stata la Farnesina su indicazione dell’ambasciata.


E poco importa che a conferire il titolo sia stato l’ormai “ex” Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A presenziare alla cerimonia, il 2 giugno prossimo, sarà un altro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Il nome di Davide Serra, fino a qualche anno fa, era noto a pochi e ancora meno a chi non si occupasse di speculazioni finanziarie. Davide Serra infatti, ha deciso di vivere fuori dal proprio Paese natio. Dopo gli studi, Serra ha fatto carriera come analista nell’investment banking in società come la SG Warburg e Morgan Stanley.

Serra si è occupato della ristrutturazione della rete estera di Intesa. Alcuni giornali riportano che sarebbe stato lui a scrivere un report in cui suggeriva a Passera, allora CEO di Intesa Comit, di disfarsi al più presto ed a qualsiasi prezzo delle consociate latinoamericane di Comit a causa della crisi in Argentina. Un consiglio ascoltato. Dieci anni dopo, però, ci si è accorti che quei titoli si sono rivalutati e non poco: secondo alcuni, se Intesa avesse mantenuto questi fondi, avrebbe incassato un bel po’. Ma  ormai è troppo tardi.

Nel 2007, l’anno del crollo della borsa, Serra decide di lasciare M&S e di creare una propria società Algebris, un “hedge fund”, un fondo speculativo. È in quel periodo che cominciano i sui attacchi (professionalmente parlando) ad alcune grandi imprese italiane. Attacca Generali, una delle maggiori società italiane, non solo per le sue dimensioni, ma anche per le sue performance. In Generali, Serra scatena il finimondo affermando che, con una gestione diversa, la società potrebbe fare molto di più. Scoppia una guerra di cui si interesserà anche la Consob. E sempre la Consob lo convoca per un’altra vicenda: la speculazione “sfortunata” su alcune banche Popolari costata ai clienti diversi milioni di euro e per di più in pochissimo tempo. Ma Serra non si arrende e continua a cercare società su cui investire, spesso fuori dei confini dell’Italia. Nel 2008, la sua società acquista milioni di dollari di azioni della Lehman Brothers: pochi mesi dopo (a settembre dello stesso anno) la società inglese finisce nel baratro e gli investitori perdono somme enormi.

Ma, anche quando parla della situazione dell’Italia, alcune sue affermazioni sollevano polemiche: come quando, dal palco della Leopolda, dichiara che lo sciopero dei dipendenti pubblici va vietato. Affermazioni che spesso suscitano vespai di polemiche, tanto che poi vengono attenuate da chiarimenti postumi.

Il supplemento del Financial Times gli dedica la copertina col titolo “London Calling”, il sottotitolo chiarisce meglio il significato di queste parole: “Come il capitalismo anglosassone sfida la corporate Italy”. Oltremanica, Serra non è visto come il paladino dell’Italia, né tanto meno come il promotore delle imprese del Bel Paese: è considerato come un “grimaldello” per scardinare le porte della finanza tricolore (come lo avrebbe definito, nel 2012, Maurizio Maggi, stando a quanto riportato in un articolo su Cinquantamila/Corriere.it). Sono in molti a pensare che, per Serra, l’Italia è solo “affari”, società da attaccare e da conquistare finanziariamente.

Duri i commenti dell’ex segretario del PD, Bersani nei suoi confronti: “Con la gente basata alle Cayman non deve parlare nessuno, è ora di finirla perché c’è gente che lavora e paga le tasse. Non ci si deve fare dare consigli da chi viene dai paradisi fiscali”. Parole dure tanto che Serra lo querela per diffamazione.

Intanto Algebris cresce ma l’azienda, come tutto ciò che riguarda Serra, continua ad essere (e a pagare le tasse) in Inghilterra: solo nel 2014 è stata aperta una sede anche in Italia.

Al neo nominato Commendatore, al di fuori della sfera dei propri interessi professionali, non sembra interessare molto il Bel Paese. A dirlo è lui stesso: “L’Italia rappresenta solo il 2 per cento del Pil mondiale”. Vive a Londra e dell’Italia non legge neanche i giornali: “Leggo per lavoro, quindi preferisco Financial Times, Les Echos, New York Times. E le agenzie Bloomberg e Reuters. Sui vostri quotidiani ci sono troppe pagine di politica. Vuoto pneumatico. Di italiano guardo solo i bollettini della Banca d’Italia e della Ragioneria” [Feltri cit.].

L’unica cosa che lo interessa dell’Italia sono le aziende da scalare, le speculazioni finanziarie e la collaborazione con banca Mediolanum che è tra i suoi clienti.

Sono in molti a domandarsi cosa abbia fatto Serra per meritare il titolo di Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica. Specie dopo le dichiarazioni da lui rilasciate, non più tardi di un anno fa, in una intervista a Kamal Ahmed del Telegraph. In quella intervista, Serra ha detto chiaramente di avere scarso interesse per le vicende dell’Italia: “Ho vissuto qui [a Londra, n.d.r.] per 19 anni, e sono un contribuente britannico, sono felice di esserlo, i miei quattro figli sono inglesi e continuano a scherzare sul mio accento, e condivido i miei pensieri come un investitore con una forte conoscenza di questo settore in una visione globale”. Anche le sue cospicue donazioni in beneficienza sono destinate alla chiesa cattolica locale e al Saint Peters Project che fornisce pasti e assistenza a persone in difficoltà. Alcuni giornali hanno riportato che è iscritto al PD, ma anche questo all’estero: alla sede di Londra.

Forse a spiegare tanta gratitudine potrebbe essere il suo rapporto con il “nuovo che avanza”. I rapporti tra Renzi e il finanziare della City non sono finiti con la famosa cena in occasione delle primarie. Né si limitano ad una mera consulenza. “Con Renzi – ha detto Serra – non siamo amici, non facciamo le vacanze assieme. Lo consiglio gratis, come faccio con altri ministri”. Si intrecciano e si moltiplicano in ogni cosa che riguarda governo e finanza.

Come nel caso Monte dei Paschi di Siena: lo scorso anno Serra ha criticato apertamente il prestito concesso alla banca senese e ha comunicato alla Consob di voler mettere in vendita le quote di MPS gestite dalla sua società; a ottobre ilSole24Ore indicava l’Algebris di Serra tra gli investitori attivi sulla due diligence (l’esame preventivo) di 1,2 miliardi di euro di crediti dubbi del MPS.

I suoi “consigli” per salvare l’Italia, Serra li ha resi pubblici più di un anno fa, a dicembre 2013. In una intervista rilasciata a Christian Rocca de ilSole24Ore ha detto che sarebbe necessario un aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, una riduzione del 10 per cento delle tasse sulle imprese e delle imposte sui lavoratori (invece, dopo oltre un anno di governo Renzi, il carico fiscale è aumentato); misure anti evasione; riduzione degli sprechi pubblici (la spending review fino ad ora non ha portato ad un centesimo di riduzione della spesa pubblica – lo ha detto il governo); e poi il ricorso alla Consip per tutti gli appalti pubblici. Belle idee. Belle proposte.

Peccato che nessuno di questi consigli sia stato poi tradotto in realtà da Renzi.

Sono in molti a pensare che potrebbe esserci lui dietro il progetto di una bad bank italiana (una banca in cui far confluire tutti i fondi con “problemi” delle varie banche italiane, ma soggetta a un regime fiscale e a condizioni particolarmente vantaggiose – in altre parole un modo di fare affari a condizioni particolarmente competitive rispetto alle altre banche). Un’idea che già da tempo gira per le stanze di Palazzo Chigi (Padoan ne parla da mesi) e il governo avrebbe già deciso di destinare un fondo (400 milioni e più) dedicato ai non performing loans.

Altri soldi da gestire e da investire in CoCo o in  fondi a rischio (gli stessi che hanno valso a Serra la segnalazione sul Financial Times come tra i più remunerativi sulla piazza londinese).

Ma con una differenza: questa volta a mettere a disposizione i soldi per gestire e per organizzare tutto potrebbe essere il governo italiano. E allora, a gestire questi fondi in una bad bank, potrebbe essere “normale” chiamare qualcuno esperto del mestiere.  Tanto esperto da essere stato riconosciuto dal Presidente della Repubblica meritevole per “la promozione dell’Italia come meta di investimenti finanziari” …..

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