Guerra civile nei ghetti negri degli Stati Uniti

fergusonpower

È riesplosa la rivolta nei quartieri negri negli Stati Uniti, ultimi a Ferguson e a Baltimora, stavolta innescata da sbrigativi omicidi della polizia.

Sollevazioni ricorrenti da sempre, che il partito ha ogni volta salutato sane manifestazioni di classe ed interpretato, dal punto di vista del comunismo, come la sempre eroica, quanto naturale e spontanea ribellione degli oppressi. Si debbono rileggere le nostre cronache e importanti valutazioni, che qui non possiamo nemmeno riassumere, opposte a quelle di tutti i democratici: 1964, “Crollano i miti della democrazia americana”; 1965, “La collera nera ha fatto tremare i fradici pilastri della civiltà borghese e democratica “; 1967, “Gloria ai proletari negri in rivolta” e “Necessità della teoria rivoluzionaria e del partito di classe in America”; 1968, “La vera via per il proletariato negro”; 1971, “Il movimento delle pantere nere”; 1980, “La rivolta dei proletari neri in Florida”; 1992, “Rivolta della disperazione nella tragica assenza della classe operaia organizzata”.

Noi, osservatori qui da lontano, abbiamo riconosciuto in quell’odio e in quella spontanea e collettiva manifestazione di violenza i sentimenti propri e sinceri della classe proletaria, della nostra classe e, inconsciamente, del prepotente bisogno di distruzione del presente ordine sociale, economico e politico.

Gli afro-americani costituiscono “un proletariato nel proletariato”, quel grande serbatoio dell’esercito industriale di riserva che deve esistere ed esiste in ogni società capitalistica e che è fatto coincidere spesso con gruppi riconoscibili per razza o per cultura: gli stranieri ovunque, gli irlandesi nell’Ulster, i coreani in Giappone, i caucasici in Russia, in un elenco infinito.

È oggi “politicamente corretto” dire che le razze non esistono. Esistono eccome, ma sono, per gli uomini, più dei cromosomi, un prodotto storico. I “negri” sono coloro che – per altri motivi oggi prevalentemente di pelle scura – in un certo momento e luogo occupano una determinata posizione nella società. Il razzismo è quindi un problema di classe e non di razza. Abbiamo citato: «il negro non è povero perché è negro, ma è negro perché è povero». I “negri” sono quelli che abitano in un certo quartiere. Se un negro fa i soldi diventa molto più bianco; se un operaio bianco è licenziato diventa, subito e col tempo, sempre più nero.

Questa implacabile soggezione castale non è quindi un residuo di società pre-borghesi, o del doloroso retaggio di particolari avvenimenti del passato, come la tratta degli schiavi dall’Africa, né sorge da pregiudizi o da differenze culturali, ma è uno dei prodotti del moderno, grandeggiante, civile, democratico e liberale capitalismo.

È la parità civile fra i membri di una stessa nazione, la loro uguaglianza giuridica e la loro piena libertà individuale che li trasforma in una merce. Ogni merce ha il suo valore e il suo prezzo sul mercato. E il prezzo del lavoro di chi è svantaggiato, si esprime in una lingua rudimentale, non ha potuto studiare in scuole di prestigio, è nato in un quartiere povero, ha la pelle del colore sbagliato, proviene da una famiglia di un’altra religione eccetera, sarà inevitabilmente inferiore.

Il razzismo è quindi inseparabile dal capitalismo e con esso si va diffondendo e incarognendo. Inoltre è alimentato dalla classe dominante per dividere il fronte degli sfruttati, e fa presa anche fra gli operai bianchi (che in America non a caso chiamano “classe media”) i quali danno ai loro compagni più indifesi la colpa di esistere, di far concorrenza sul mercato del lavoro e di spingere i salari al ribasso.

La concessione dei borghesi “diritti civili” quindi non potrà mai risolvere la sottomissione della classe operaia, e in particolare dei peggio pagati e trattati. Uguaglianza per legge di tutti i lavoratori che è certo da rivendicare quando manca, e che la borghesia non concede spontaneamente: lo fece con i negri americani solo quando vi fu costretta dalle lotte di strada, né oggi, per esempio in Europa, la ammette per i lavoratori immigrati, vessati in mille modi e mantenuti in uno stato di inferiorità e di ricatto continui.

Gli Stati Uniti sono un paese con un florido e pienamente affermato capitalismo e che con la sua potenza economica e militare da un secolo domina sul mondo intero. È potuto diventare ricco e potente proprio perché le condizioni della sua classe operaia sono pessime: bassi salari, orari di lavoro annuali fra i maggiori al mondo, quasi totale mancanza di provvidenze collettive, sanità, scuole, pensioni, invalidità. La insicurezza permanente e assoluta è elevata a ideale e a modello sociale.

Da questi livelli di miseria diffusa e generale della classe operaia basta scendere appena di un gradino per trovarsi nelle condizioni di assoluta indigenza e di abbandono degli strati inferiori del proletariato. Attualmente si contano in California 114.000 senzatetto, la maggioranza dei quali ex operai, a New York 80.000, in Florida 41.000, in Texas 28.000, nel Massachusetts 21.000. Il 23% di questi sono bambini e giovani sotto i 18 anni. In molti Stati il “vagabondaggio”, o dormire in auto, è reato e punito con la prigione. A Baltimora nel quartiere denominato “Little Italy”, la mortalità infantile è la peggiore di tutto il mondo occidentale, l’aspettativa di vita è inferiore all’età per la pensione e si muore 19 anni prima che nei quartieri ricchi della stessa città; il 41% degli abitanti è definito indigente.

In queste condizioni l’unica possibilità di sopravvivenza per molti giovani è la piccola criminalità, per lo più lo spaccio e furtarelli. Un negro su 3 sarà nella sua vita almeno una volta rinchiuso in prigione, un latino-americano su 10, un bianco su 17. Oltre 2 milioni sono i reclusi: nessun’altra società nella storia umana ha imprigionato così tanti suoi cittadini, un milione e mezzo più della Cina, che ha una popolazione cinque volte superiore (California Prison Focus). Davvero un metodo poco dispendioso per alloggiare e controllare i disoccupati.

In numero crescente i carcerati sono costretti a lavorare quasi per niente nelle fabbriche trasferite nelle prigioni: Ibm, Boeing, Motorola, Microsoft, Texas Instrument, Dell, Compaq. Le entrate solo di due grandi aziende carcerarie, private, ammontano a 3 miliardi di dollari l’anno. La legislazione è stata modificata per consentire di incarcerare a lungo per reati anche minimi e poliziotti e giudici si adoprano ad arrestare e a condannare indiscriminatamente. Si capisce perché un negro fermato dalla polizia cerchi, a rischio della vita, di fuggire.

Il capitalismo non riuscirà mai ad emanciparsi dal suo contrario: lo schiavismo.

Quando non in prigione i negri poveri sono mantenuti chiusi nei ghetti dalla pressione continua della polizia, che ha libertà di pestare, arrestare, uccidere a discrezione.

Le rivolte dei quartieri neri noi quindi le vediamo come episodi della guerra civile permanente fra la borghesia dominante e la classe operaia e sono prova della impotenza del modo di produzione capitalistico sia mantenere i suoi schiavi sia ad ottenerne la pacifica sottomissione.

Ma questi che coraggiosamente si scontrano con le forze borghesi in armi sono solo piccoli e periferici reparti della classe, una sua minoranza isolata e prigioniera dei ghetti. L’altra è altrettanto prigioniera, materialmente e spiritualmente, nei ghetti per i proletari bianchi. E lo Stato borghese, contro pochi giovani armati solo di pietre e bottiglie, può concentrare le sue forze, migliaia di uomini dalla Guardia Nazionale fino all’esercito, impone il coprifuoco e minaccia la legge marziale. L’orizzonte di chi si batte rimane il quartiere, se non la singola strada, manca una organizzazione che li unifichi e una speranza in un mondo diverso; tanto che il rancore si scarica sui singoli poliziotti, dei quali si chiede la punizione ai tribunali dello Stato che li arma.

Come la classe dominante si predispone a questa guerra generale, della incombente minaccia della quale ha piena coscienza, e rafforza sempre più i suoi reparti armati, dotati recentemente anche di mitragliatrici e blindati, così la classe operaia deve, oggi ripartendo quasi da zero, ricostruire il suo tessuto organizzativo di classe, fatto prima di tutto di sindacati volti alla difesa delle sue condizioni immediate di vita, sindacati che uniscano nell’organizzazione, nelle rivendicazioni e negli scioperi lavoratori di tutte le razze. Questi sindacati si faranno carico anche delle necessità e delle richieste dei compagni disoccupati.

Inoltre oggi, negli Usa, gli unici dirigenti morali e riconosciuti rappresentanti delle “comunità” sono i pastori delle infinite chiese, tutte certamente controllate dallo Stato, che per principio rifiutano la violenza “da entrambe le parti”, e quindi vengono a confermare lo stato delle cose presente. Manca un altro ideale, una superiore coscienza di classe che unifichi i lavoratori di America e del mondo: questa prospettiva, che la storia impone, può essere solo quella del comunismo e del partito comunista, espressione cosciente dell’odio di classe e dimostrazione scientifica della sua forza e dei suoi destini.

E questo in America e in tutto il mondo.

Partito Comunista Internazionale

Annunci