Donbass: la Carovana Antifascista è tornata

Donbass: la Carovana Antifascista è tornata

“Per Kiev qua in Donbass siamo tutti terroristi. I nostri uomini, naturalmente. Ma per loro anche le nostre donne, i nostri vecchi, i nostri bambini sono dei terroristi”. Nel suo ottimo italiano e con una determinazione che ci colpisce Lyudmila rivendica il punto di vista suo e quello di una intera popolazione che immediatamente dopo il golpe occidentale del febbraio 2014 il nuovo regime sciovinista ucraino ha indicato come il nemico interno, il corpo estraneo da annichilire. “I russi” che nella propaganda ufficiale avrebbero occupato le regioni orientali dell’Ucraina altro non sono che gli abitanti di quelle terre che non hanno accettato il cambio di regime e armi alla mano hanno cominciato ad opporsi alle persecuzioni.
Un nemico da eliminare e da ridurre al silenzio, anche a costo di scatenare quella cosiddetta ‘operazione antiterrorismo’ che si è subito tramutata in un’invasione del Donbass da parte delle forze armate del regime di Kiev e dei battaglioni punitivi formati da miliziani di estrema destra. Prima sono arrivati gli arresti, i pestaggi, gli omicidi, i pogrom contro le sedi politiche delle formazioni comuniste e anche del Partito delle Regioni dell’ex presidente Yanukovich defenestrato dall’ala più violenta di Maidan.
Ma presto le persecuzioni hanno lasciato il posto alla guerra, e così un popolo europeo ha di nuovo dovuto subire i bombardamenti indiscriminati, le fucilazioni, l’imposizione della legge marziale, la fame, l’esodo.
Se buona parte del Donbass oggi non è una provincia normalizzata dell’Ucraina sciovinista è perché la sua popolazione ha deciso di resistere, costi quel che costi. Non pochi gruppi ‘istigati da Mosca’, come continuano a raccontare le veline ufficiali di un sistema mediatico lontano dalla realtà quanto dall’obiettività di cui la professione in questione richiederebbe ampio uso. Se non ci fosse stato il sostegno attivo di una consistente quota degli abitanti di Donetsk e Lugansk le milizie popolari e i combattenti accorsi dalla Russia e da altri paesi dell’Unione Sovietica non avrebbero potuto fare molto per arrestare le imponenti offensive scatenate a più riprese dalle forze armate di Kiev sostenute dalla Nato, dagli Usa e dall’Unione Europea. Lyudmila è una delle tante che nel periodo che abbiamo trascorso in Donbass grazie all’iniziativa organizzata dalla Banda Bassotti ci ha mostrato l’altra faccia di un conflitto che media e politica raccontano esclusivamente dal punto di vista degli aggressori. Ci ha fermato mentre sfilavamo insieme alle varie delegazioni internazionali nella parata organizzata in occasione del ‘Giorno della Vittoria’ nelle strade di Alchevsk, un centro che prima dell’inizio della guerra civile aveva 115 mila abitanti, e che sorge a pochi chilometri dal fronte. E’ qui che la Carovana Antifascista ha fatto base per tutta la durata della missione, ospite nella caserma dei combattenti comunisti della Brigata Prizrak.
Quando ha sentito parlare e cantare in italiano ci ha bloccato, non le pareva vero che dall’Italia fossero arrivate in Donbass così tante persone – dall’Italia sono almeno 50 gli attivisti che si sono uniti alla Carovana – per esprimere solidarietà e vicinanza alla sua gente. Nonostante la martellante propaganda ufficiale dei governi europei.
La signora, ci racconta, è nata in Siberia, ma vive ad Alchevsk ormai da quando ha un anno. E il suo cruccio, dati i suoi forti legami con l’Italia sono le falsità e le cattiverie gratuite diffuse dai mezzi di informazione italiani sul conto della sua gente e di quanto sta accadendo nella sua terra. “Quando sento i miei amici italiani al telefono mi riferiscono le cose che si dicono i tv e i giornali su quanto starebbe succedendo qui. Bugie senza ritegno. Dico sempre ai miei amici, in particolare ad un Carabiniere di Firenze, di smettere di credere a tutto ciò che racconta la tv. Che noi siamo gente pacifica, che vogliamo solo il rispetto dei nostri diritti, della nostra dignità, non siamo barbari assetati di sangue”. A chiusura della breve intervista che le facciamo all’ombra degli ombrelloni del modernissimo “Caffè Celentano” di Alchevsk, la signora Lyudmila lancia un appello al governo italiano. Un appello secco, lucido e inequivocabile: “Che la smettano di appoggiare, di finanziare, di sostenere il regime di Kiev che ci bombarda e che ammazza la nostra gente. Noi vogliamo solo vivere in pace”. La salutiamo emozionati, e ci accorgiamo che a poca distanza, in un angolo dell’enorme e bella piazza Lenin dominata dal monumento al rivoluzionario bolscevico, i due rappresentanti della sinistra rivoluzionaria turca che fanno parte della Carovana stanno parlando animatamente con un miliziano. E’ un cittadino turco, ci spiegheranno poi, che ha servito nell’esercito di Kiev quando il colpo di stato nazionalista filoccidentale dell’anno scorso lo ha convinto a unirsi alla resistenza novorussa. Vedere due esponenti del Grup Yorum confrontarsi con un loro concittadino in divisa ci fa un certo effetto, mentre la Banda Bassotti suona gli ultimi pezzi al termine della parata. Per tutta la mattina abbiamo sfilato, con le nostre bandiere e i nostri striscioni, nelle vie di Alchevsk cantando canzoni partigiane e di lotta. Ogni delegazione lo ha fatto nella sua lingua, anche se spesso i motivi sono gli stessi. A contendersi l’etere sono stati gli italiani – la delegazione più numerosa – gli iberici e i greci, una trentina e una quindicina rispettivamente. E’ difficile non notare come la componente ultramaggioritaria della Carovana Antifascista giunta il Donbass il 6 maggio provenga dai ‘paesi maiali’, e infatti David Cacchione dalla Banda ce lo fa notare spesso con una nota di orgoglio. Davanti e dietro ai nostri spezzoni sfilano migliaia di persone, in divisa e non, mentre in alcuni angoli i miliziani armati vegliano sulla sicurezza della popolazione (il fronte è vicino e c’è comunque il rischio che i commandos di sabotatori che Kiev infiltra nel territorio delle Repubbliche Popolari possano passare all’azione). I bambini e non solo si fanno fotografare accanto a qualche mezzo blindato esposto durante il percorso della marcia, mentre i più intraprendenti scalano un carro armato addobbato con fiori e bandiere rosse.
In testa alla parata ci sono i veterani della ‘Grande Guerra di Liberazione” che riuscì a liberare l’Unione Sovietica e l’intera Europa dal cancro del fascismo e del nazismo, ma solo a costo di tremende distruzioni e della perdita di decine di milioni di vite. I bambini e anche molti adulti – soprattutto le vedove – sfilano vestiti a festa mostrando le foto dei caduti. Il momento clou è rappresentato dal passaggio delle persone davanti al monumento ai morti della ‘Grande guerra patriottica’, davanti al quale arde una fiamma perenne accanto alla quale in moltissimi depongono bei mazzi di fiori mentre musica e interventi ricordano l’importanza della memoria. Nonostante il diluvio che si scatena improvviso non ci sottraiamo e tra gli applausi anche noi deponiamo mazzi di fiori sul monumento ai caduti. Mentre dall’Italia ci arriva la notizia che è Silvio Berlusconi l’unico esponente politico italiano di spicco che definisce un errore madornale l’assenza del premier e del presidente italiano alle imponenti celebrazioni di Mosca, ci rendiamo conto di vivere in quei momenti quel 25 aprile ridotto ormai nel nostro paese a festa di pochi, svuotato dei suoi contenuti forti e trasformato in giornata neutrale dagli eredi smemorati di chi 70 anni fa combattè eroicamente contro fascisti e nazisti.
Non possiamo fare a meno di notare che se dall’altra parte del fronte le strade se le sono prese – con la violenza e con l’inganno – i nazisti, i razzisti, i nostalgici e i continuatori dei battaglioni di ucraini che dopo l’invasione nazista si arruolarono nelle SS tedesche facendo strage del loro stesso popolo, noi sfiliamo insieme a uomini e donne che cantano con noi l’Internazionale e Bella Ciao, che indossano orgogliosi il nastro di San Giorgio, che sventolano le bandiere rosse con la Falce e Martello. Compresi centinaia di miliziani e cosacchi, e non solo quelli della Brigata Prizrak che ci ospita. Siamo circondati dalla “nostra gente”, e ci sentiamo a casa.
Nonostante tutto l’Unione Sovietica non ha lasciato dietro di sé soltanto macerie, e la toccante partecipazione popolare al settantesimo anniversario della Vittoria sul Nazifascismo ci riempie il cuore perché non è possibile spiegarla solo come frutto della nostalgia o dell’inerzia. Certi valori oggi sono, come dire, ‘tornati di moda’ da queste parti insieme – non è possibile nasconderlo – ad un nazionalismo pan russo (non necessariamente sciovinista) al quale molti russi si attaccano per difendersi da una ostilità crescente del mondo, dall’accerchiamento al quale la cosiddetta comunità internazionale condanna queste popolazioni e alla minaccia di una guerra globale che la situazione ucraina potrebbe incubare. Quando passiamo la gente ai nostri lati alza il pugno e grida insieme a noi ‘No pasaran’, in tanti ci vengono incontro, ci baciano, ci abbracciano, ci ringraziano commossi per aver rotto il silenzio e l’isolamento. Le lacrime sgorgano rigano le guance degli abitanti così come i volti degli attivisti e delle attiviste arrivate dall’Italia, dalla Grecia, dal Paese Basco, dalla Catalogna, da varie regioni dello Stato Spagnolo, dall’Inghilterra, dall’Irlanda, dalla Turchia, dalla Polonia, dalla Russia, dalla Francia, dalla Germania e da altri paesi. Il viaggio di andata, passando per la Russia, è stato lungo e massacrante e quello di ritorno – ne eravamo tutti già consapevoli – lo sarebbe stato ancora di più. Ma il calore umano e politico sincero respirato il 9 maggio ci ha ripagato in pieno. La sera prima, mentre la Banda Bassotti e alcuni componenti del Grup Yorum suonavano davanti alla sede del municipio di Alchevsk davanti ad un pubblico curioso, un anziano ci ha avvicinato e ci ha chiesto se fossimo italiani. Purtroppo non parliamo il russo e la comunicazione è minima, ma alcune delle cose che ci ha detto commosso in un misto di russo, francese e spagnolo (reminiscenze degli studi) erano inconfondibili: internazionalismo, solidarietà, compagni, libertà…
Se nei primi giorni della nostra presenza ad Alchevsk era evidente che quasi nessuno sapesse del nostro arrivo – anche per evidenti necessità di tutelare la nostra sicurezza – nei giorni seguenti il calore attorno agli internazionalisti è cresciuto. Girando tra i banchi del mercato cittadino non mancavano saluti e sorrisi – compreso anche qualche ‘No pasaran’ a pugno chiuso – e la domanda più ricorrente era: “Italiani o spagnoli?”.
Mentre cerchiamo di cogliere ogni particolare della situazione in cui siamo immersi siamo fortemente coscienti del valore che ha per questa gente anche solo la nostra presenza lì, insieme a loro, in questa terra martoriata che ci regala un momento di festa e di sincera e intima partecipazione popolare che ci riempie il cuore. Una breve anche se intensa pausa di pace e normalità che non sappiamo quanto potrà durare. In molti, in particolare i comandi militari della resistenza, sono convinti che il periodo di relativa tranquillità determinato dagli accordi di Minsk sia ormai agli sgoccioli e che l’esercito ucraino con il sostegno degli istruttori militari arrivati da Washington e Londra sia sul punto di sferrare una nuova micidiale offensiva.
Ora che la Carovana è finita la responsabilità di chi tra noi ha potuto incontrare una popolazione il cui punto di vista viene sistematicamente cancellato dal nostro sistema mediatico è ancora più grande.

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