Roma e Milano. L’ipoteca della “gentrificazione forzata”

Roma e Milano. L'ipoteca della “gentrificazione forzata”

A Milano si inaugura l’Expo, a Roma ci si prepara al Giubileo straordinario. Nel frattempo numerosi spazi sociali occupati nelle due maggiori aree metropolitane del paese sono stati sgomberati. Ieri, ultimo in ordine di tempo, è toccato allo Scup, spazio sociale occupato tre anni nella centrale zona intorno alla basilica di San Giovanni.

Davanti allo Scup sgomberato dalla polizia e semi-demolito dalle ruspe ieri pomeriggio si discuteva dell’aria che tira, si cercava di annusare se quanto accaduto sia un episodio del braccio di ferro tra spazi sociali e appetiti della rendita speculativa oppure se sia l’indicazione di un cambio di passo nella gestione delle metropoli. Il Comune di Roma ha alzato le braccia, dichiarando che si tratta di una iniziativa dei proprietari privati sostenuti da una ordinanza della magistratura che riconsegna lo spazio occupato dallo Scup ai suoi “proprietari”. E il nocciolo della questione appare essere proprio questo.

Da tempo infatti si va affermando ideologicamente e materialmente (spesso con i blindati della polizia) la supremazia degli interessi privati nelle scelte e negli investimenti che determinano le priorità sociali e urbanistiche delle città. In modo particolare delle grandi metropoli dove, come ci ricorda nel suo importante saggio David Harvey, i capitali tendono a mettere a valore – secondo i criteri della produzione di profitti – proprio le città.

Ora, secondo la logica del capitalismo e degli interessi privati che lo ispirano, il territorio nel suo insieme, fatto di spazi, terreni, flussi, capitale umano, servizi, deve essere “messo a valore”, dunque produrre profitto o quantomeno rendita. Dipingere quattro strisce blu per terra, significa che da quel momento occorre pagare per lasciare la macchina su quel pezzo di terra, una sorta di moderne “enclosures” a beneficio di chi ha deciso di dipingerle e di gestirne la proprietà. Di solito a beneficiarne sono i Comuni – ossia istituti pubblici per loro natura – ma sempre più spesso e tendenzialmente ancora di più, sono o saranno società private alle quali verranno date in concessione quei pezzi di terra delimitate da strisce blu.

Questo piccolo esempio ci fa capire come, di fronte a questa filosofia oggi galoppante, difficilmente si possono tollerare che edifici, pazi o pezzi di territorio possano essere messi a valore con criteri radicalmente diversi da quelli privati. I giovani che occupano uno stabile e avviano attività ricreative, sportive, politiche, abitative o sociali “fuori mercato”, sono un abominio per chi ha una visione privata e privatistica della vita sociale.

Il problema è che questa visione della città, ed in particolare delle grandi aree metropolitane, oggi ha cambiato passo, lasciandosi alle spalle sia i vecchi padroni (i palazzinari self made man, i commercianti etc.) sia l’intermediazione con le istituzioni locali e i vincoli che ne derivano sul piano urbanistico o amministrativo. Anche i poteri forti – le mani sulle città – hanno cambiato fisionomia. Sempre più spesso sono multinazionali straniere, fondi di investimento, banche che agiscono come caterpillar sia nelle relazioni con le esigenze sociali che con le amministrazioni locali. La vicenda della “riconsegna” dello Scup ai suoi “legittimi proprietari” (società a scatole cinesi dei quali è difficile identificare la vera identità) sta dentro questo nuovo clima.

Ma abbiamo l’urgenza di allargare le vedute e cogliere la complessità della posta in gioco. Quanto accade a Milano con l’Expo è, ad esempio, esemplificativo del progetto di rendere una importante area metropolitana un vero e proprio “hub” per le multinazionali. E’ una funzione questa rivendicata pubblicamente dai giornali di interesse come Sole 24 Ore e Corriere della Sera con numerosi articoli, commenti e inchieste.

Si scopre così che l’Expo – anche se lascerà 320 milioni di debito nelle casse del Comune, della Regione, della Fondazione Fiera di Milano – deve funzionare da traino a questo progetto. Il 40% delle multinazionali straniere in Italia hanno insediato la loro sede a Milano e il 70% degli investimenti stranieri nel settore real estate (immobiliare) è avvenuto a Milano. A fare da apripista è stato il fondo statunitense Blackstone, seguito poi dai fondi del Qatar. Tutti a fare shopping nell’edilizia non residenziale nel centro e nel semicentro di Milano.

A Roma, anche se in misura inferiore, la tendenza è la stessa. Se Milano mette in campo l’ambizione di diventare l’hub delle multinazionali nei settori avanzati e nell’immobiliare, la Capitale mette in campo i flussi turistici attratti dall’immenso patrimonio archeologico e dal Vaticano. Dodici/tredici milioni di consumatori “dinamici” con predisposizione alla spesa che piombano ogni anno sulla città che si va trasformando sempre più in una foresteria per il turismo di massa.

Le aree metropolitane come Milano e Roma mutano così forma e composizione sociale. Vengono, come si dice, “gentrificate forzosamente”, relegando in periferia o nell’hinterland la popolazione a basso reddito e la nuova popolazione immigrata. Un dualismo che appare sia verticale (sul piano sociale) che orizzontale (sul piano territoriale).

Gli spazi sociali occupati, e dunque valorizzati con criteri se non antagonisti almeno diversi da questi, sono un intralcio, uno “spreco”, un abominio per gli interessi privati dominanti sulle città, quindi vanno sgomberati/cancellati e gli spazi riconsegnati alla dimensione proprietaria “privata” per essere messi a valore con i criteri di profittabilità o rendita conseguenti.

Mettersi di traverso a questo progetto richiede una visione generale delle città e delle priorità sociali (dunque una visione politica e non solo vertenziale), una rottura culturale con l’idea che si possa ancora sopravvivere negli interstizi di un sistema che invece non ne prevede più ed infine l’unione delle forze, pratica questa che si è andata disperdendo proprio quando sta diventando più necessaria che in passato. Sono tre passaggi che vanno fatti prima possibile, magari anche con discussioni aspre, ma vanno fatti presto.

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