Renzi e la “legge truffa”. Ragioni e conseguenze di una citazione

Il premier e segretario del Partito Democratico giustifica con una lettera al quotidiano La Stampa la sua scelta di porre la fiducia sull’Italicum. Al netto dell’ormai consueta retorica del “fare”, colpisce il riferimento alla legge Scelba, passata alle cronache politiche come “legge truffa”, varata dal governo di Alcide De Gasperi nel 1953 e abrogata poco più di un anno dopo. Anche in quell’occasione, l’oggetto della discordia fu il premio di maggioranza.

Il dibattito, anche allora, fu molto acceso. E passò alla storia il discorso di Palmiro Togliatti, che con uno spessore culturale oggi purtroppo estinto e con un garbo istituzionale verso gli avversari politici ancor più estinto, spiegò all’aula il concetto costituzionale della rappresentatività delle assemblee sovrane e della profonda differenza tra queste e quelle precedenti alla Carta, che rappresentavano delle oligarchie, che furono definite dal Migliore – con un sottile richiamo alla matrice politica della Dc – “Parlamenti eletti per curie”.

Tornando ai tristi tempi in cui viviamo, la citazione di Matteo Renzi o di chi per lui, assume una valenza politica non indifferente. Il richiamo a quell’antico passaggio parlamentare ha un chiaro intento, un posizionamento netto verso il cosiddetto “Partito della Nazione”, soggetto plebiscitario assai simile a quella Dc teorizzata da De Gasperi. E per conseguire nel risultato è disposto a stuprare il Parlamento, ponendo la fiducia sul provvedimento che per antonomasia dovrebbe essere il più condiviso da tutti i parlamentari, quello che decide il sistema con il quale vengono eletti.

Volendo poi riportare tutto a quello che sono le due principali “anime” del PD, il premier (che poi sarebbe anche il segretario del partito, unico ruolo per cui è stato eletto) mira contro una delle più importanti battaglie d’aula della storia della sinistra italiana. Un messaggio chiaro alla cosiddetta SinistraDem: “il vostro tempo è finito e la vostra eredità politica si estinguerà con voi”.

E la vecchia ditta cosa farà? Al momento fa quello che ha sempre fatto, che poi è ciò che ha creato e continua a dar spazio e potere al premier e al suo entourage: la vecchia ditta si divide. C’è chi vota la fiducia per senso di responsabilità, chi esce dall’aula, chi vota no. Una cosa è certa: se l’eredità politica di quella che fu la sinistra ex PCI e di quella che fu la sinistra DC si estinguerà insieme ai suoi vecchi leader, gran parte della responsabilità di ciò sarà proprio di questi leader e della loro cronica incapacità di leggere il paese. Renzi fa Renzi e sarebbe stupido da parte sua se non approfittasse della loro costante debolezza. E lo fa autocelebrandosi erede di De Gasperi.

In conclusione, se il Pd – come è probabile – è destinato a diventare altro, lo si deve principalmente a quelle guerre di potere che hanno radici nei partiti politici che si sciolsero in esso, specialmente in quello che sventolava bandiere rosse. Lo si deve anche a responsabilità personali come quelle del suo primo leader “che fece per viltade il gran rifiuto” e a quelle dei suoi vecchi “compagni” di partito che lavorarono alacremente per farlo cadere. Di quelle storie sono rimasti mediocri vini da tavola e qualche docufilm che puntualmente la critica irride. Decisamente un po’ poco per chi si era autocelebrato erede di Togliatti.

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