Gran Bretagna a Cameron, Scozia agli autonomisti di sinistra

 

Gran Bretagna a Cameron, Scozia agli autonomisti di sinistra

La Gran Bretagna resta conservatrice, un po’ a sorpresa. Mentre la Scozia si allontana decisamente da Londra, sia come aspirazioni regionali che come orientamento politico-sociale.

A scrutinio ancora non concluso, le proiezioni della Bbc – in genere un po’ più attendibili di quelle italiane – attribuiscono a David Camero una maggioranza quasi assoluta (325 seggi), che presuppone la conferma del governo di coalizione con i liberaldemocratici di Clegg (12 seggi appena). Questi ultimi hanno rischiato la scomparsa dopo quattro anni passati a far da “spalla” ai conservatori, ma non cambieranno probabilmente linea, autocondannadosi all’erosione finale.

Malissimo i laburisti (232 seggi), che non sono riusciti a ricostruirsi una credibile identità “post-blairiana”, rianendo a metà del guado. Su di loro grava quasi per intero il successo degli autonomisti scozzesi guidati da Nicola Sturgeon che conquistano ben 56 seggi sui 59 a disposizione per le Highlands. Un successo clamoroso, ad appena un anno dalla sconfitta di misura nel referendum per l’indipendenza, per una linea di politica economica e sociale agli antipodi della recente politica “inglese” (sia in versione conservatrice che laburista, di fatto indistinguibili).

Il sistema elettorale basto sui collegi uninominali ha ridotto a  pura testimonianza (1 o 2 seggi) la presenza dei “leghisti” dell’Ukip, guidata da Nigel Farage, nonostante una percentuale di voti (oltre il 12%, ben superiore all’8% del lib-dem, che pure portano a casa più seggi).

In ogni caso, però, si conferma la frammentazione crescente della rappresentanza politica britannica, a dispetto di una legge elettorale ovunque benedetta perché ha contribuito per quasi 70 anni a garantire un bipolarismo quasi perfetto. Ma non c’è sistema che possa “semlificare” una società frammentata, a meno di non ricorrere – come in Italia con il cosiddetto Italicum – a una torsione centralizzatrice senza contrappesi. E senza democrazia, dunque.

L’altro elemento chiaro è la “provincializzazione” progressiva della Gran Bretagna, tentata dall’uscita dall’Unione Europea (e nemmeno ha dovuto provare le piacevolezze dell’euro…) al punto che potrebbe essere lo stesso Cameron a indire un referendum sulla permanenza o meno nella Ue (anche questo voto potrebbe far rinviare la decisione, visto che l’Ukip, pur scescendo del 9%, non ha sfondato). L’indipendentismo scozze, infatti, preme sullo stesso fronte, pretendendo per di più un allentamento dei vincoli interni rispetto a Londra.

La borsa della City ha festeggiato la vittoria conservatrice, ma sono molti gli analisti che sottolineano come l’evoluzione inglese confermi una riduzione del “peso internazionale” dell’ex Impero. Il che potrebbe aumentare le frizioni – sul piano commerciale, intanto – tra Unione Europea e Stati Uniti. Che a quel punto potrebbero trovare più sensato “spingere” per rafforzare il “fronte del Pacifico”.

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