Povertà, un fenomeno pericolosamente ignorato

Povertà, un fenomeno pericolosamente ignorato

ROMA – Qualche settimana fa, forse perché in cerca di pubblicità o forse perché realmente sensibile al problema, l’attrice Gwyneth Paltrow ha lanciato la sua sfida: cercherà di vivere una settimana con 29 dollari.

Immediata la critica di alcuni giornali: 29 dollari potrebbero essere pochi per vivere una settimana (e quindi significare “povertà”) ma potrebbero anche essere più che sufficienti. Tutto dipende da dove si vive.

Nonostante spesso si parli di “povertà” (e basta), questo concetto è strettamente legato al Paese in cui si vive. Un aspetto ben noto tanto che Martin Ravallion lo riportò nel suo libro Poverty freak: A Guide to Concepts and Methods. Ma che pare essere stato dimenticato da molti.

Più di recente, per capire quali siano realmente le soglie di povertà in alcuni Paesi è stato lanciato il progetto  The Poverty Line: obiettivo principale di questo studio è comprendere meglio qual’è la soglia che divide il povero dal non povero, e che corrisponde al livello minimo di entrate considerate adeguate per sopravvivere in vari Paesi del mondo. Una “soglia” che è più alta nei Paesi più sviluppati mentre è più bassa in quelli più poveri. Ma non basta: varia anche a seconda delle norme sociali e ai valori, del livello di sviluppo di una Paese, della civiltà e del contesto urbano.

Ad esempio, secondo uno studio finanziato dalla Banca Mondiale, in America si è poveri se si hanno, per vivere, meno 4.91 dollari al giorno (da qui i 29 dollari alla settimana dell’attrice). Non in tutta l’America ma solo nell’America settentrionale. In Brasile si può vivere (senza essere considerati poveri) con meno di un terzo (1,23 dollari al giorno).

Interessanti i risultati della ricerca riguardanti l’Unione Europea: a dispetto dell’essere un unico mercato con regole e norme comuni (e, spesso, una moneta uguale), il costo della vita è molto diverso da Paese a Paese. E, di conseguenza, il livello di povertà. Se in Danimarca e in Olanda bastano poco più di cinque dollari al giorno per vivere, in altri Paesi limitrofi con la stessa somma non sarebbe possibile neanche sopravvivere: in Norvegia, in Svizzera e nel Regno Unito sono necessari circa dieci dollari al giorno.

Per strano che possa sembrare, anche in Paesi “ricchi” come gli Emirati Arabi Uniti (al 32 esimo posto al mondo per PIL pro capite) la soglia di povertà è “bassa”: bastano tre dollari al giorno per sopravvivere. Lo stesso in Giappone (22esimi per PIL pro capite), da sempre considerato uno Paesi in cui il costo della vita è “alto”. Ebbene nel Paese del Sol Levante basano poco più di quattro dollari al giorno per non essere considerati “poveri”. Paradossalmente costa di più la vita alle Mauritius (4,37 dollari al giorno). Ma basta spostarsi non di molto e andare in Madagascar ed ecco che il costo della vita scende: si può sopravvivere con poco più di mezzo dollaro al giorno!

E in Italia? L’Italia si colloca al 33esimo posto su 41 Stati (dell’Unione Europea e dell’OCSE), ossia nella terza fascia inferiore della classifica sulla povertà infantile. Secondo gli esperti dalla Banca d’Italia la soglia di povertà (ma che comprende tutte le spese e non solo quelle per prodotti alimentari) sarebbe di circa 640 Euro al mese. Una situazione che peggiora con un ritmo preoccupante.

E se è vero (come E’ vero) che il numero delle persone indigenti è cresciuto negli ultimi anni restano alcuni dubbi su quali siano le cause di ciò. Dal momento che è impossibile fare qualsiasi confronto basandosi sugli indicatori relativi all’inflazione o al costo della vita (spesso nel cosiddetto “paniere” finiscono beni assolutamente poco rappresentativi – come l’elicicoltura….), forse è bene fare riferimento al costi di alcuni beni primari. Dopo tutto, non si sta cercando di capire se è aumentato il costo della vita ma il costo della sopravvivenza…

Ebbene da un confronto tra il costo di alcuni beni primari oggi e il costo degli stessi beni mezzo secolo fa emergono dati sorprendenti.

Ad esempio, stando all’elaborazione dell’Ufficio Studi Confcommercio su dati Istat, per strano che possa apparire, il costo (“normalizzato” ovvero calcolata l’inflazione) di alcuni beni è diminuito. E parecchio anche. Ad esempio, un chilogrammo di pane nel 1938 costava l’equivalente di 2,10 Euro; oggi il costo è 2,86. Per contro un chilogrammo di pasta sempre  nel 1938 costava l’equivalente di 2,78 Euro; oggi invece costa la metà. Così anche per l’olio d’oliva che prima della Seconda Guerra Mondiale costava poco più di sei Euro al chilo e poco dopo addirittura 11 Euro al chilo, oggi invece costa intorno ai cinque Euro al chilo. Analoghe le variazioni per molti altri beni primari (dalle uova al latte alla carne).

Ma non basta altri beni primari (anche se non alimentari), come l’abbigliamento, mostrano che oggi il loro costo è praticamente la metà di quello anteguerra e molto inferiore di quello degli anni Cinquanta.

Ma allora come mai, in Italia, ci sono sempre più poveri? Prima che qualcuno si faccia un’idea sbagliata e pensi che quelli di oggi i realtà sono “finti poveri” è bene chiarire subito che quelli di oggi sono VERI POVERI.

Solo la causa di tanta povertà è da cercare non solo nel costo della vita, ma soprattutto in altri indicatori macroeconomici.

Primo fra tutti il debito pubblico: alla fine della Grande Guerra il debito pubblico per abitante dell’Italia era di 906 Euro (e si era appena usciti dalla guerra). Oggi, dopo settant’anni di malgoverno, sulle spalle di ciascun cittadino gravano più di 35mila Euro di debito. La verità è che nell’immediato dopoguerra l’Italia era povera, ma il debito per abitante era inferiore rispetto al reddito prodotto (il PIL pro capite era di 1.347 Euro). POi venne il “periodo d’oro”, quando sulla spinta del boom economico il PIL per abitante raggiunse quattro volte debito pubblico per ogni italiano.

E oggi? Oggi, dopo anni e anni di promesse (mai mantenute), dopo una crisi non voluta dagli italiani, ma imposta dalla finanza internazionale,  il PIL per abitante è pari a circa 27mila Euro, ma il debito che pende, come una spada di Damocle, sulla testa di ogni italiano è di oltre 35mila Euro.

È per questo che gli italiani sono “poveri” e che, di poveri, nel Bel Paese ce ne saranno sempre di più.

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