Era Renzi, le tute blu tornano sui tetti

Tre lavo­ra­tori di Cari­naro sul tetto della fab­brica, seduti sul cor­ni­cione pro­prio sotto l’imponente logo Inde­sit, un gruppo di col­le­ghi sulla super­strada Giugliano-Marcianise per bloc­care il traf­fico. L’attesa del ver­tice di ieri a Roma al mini­stero dello Svi­luppo eco­no­mico è stata scan­dita nel caser­tano dalle pro­te­ste. Gli ope­rai non si fidano delle ras­si­cu­ra­zioni e non si allon­ta­nano dai can­celli: «Rima­niamo qui a pre­si­diare il nostro posto di lavoro, nes­suno porta via niente da Cari­naro», ripe­tono. Lunedì una dele­ga­zione di 50 tute blu era arri­vata a Napoli per con­se­gnare al con­sole sta­tu­ni­tense una let­tera in cui spie­ga­vano la loro con­tra­rietà al piano Whirl­pool, che li can­cella dagli orga­ni­grammi dell’azienda insieme ai col­le­ghi di None e di Albacina.

«Molte mul­ti­na­zio­nali ven­gono a fare shop­ping nel nostro paese, sfrut­tano quello che pos­sono e poi lasciano i disoc­cu­pati qui — il com­menti di Car­melo Bar­ba­gallo, segre­ta­rio gene­rale della Uil — Il con­fronto deve essere por­tato alla pre­si­denza del Con­si­glio. Ser­vono delle leggi euro­pee per quanto riguarda il rispetto delle impo­sta­zioni pro­dut­tive, occu­pa­zio­nali delle multinazionali».

Ieri il gover­na­tore cam­pano, Ste­fano Cal­doro, ha messo sul tavolo una deli­bera da 50 milioni per Cari­naro a valere sulle risorse della Pro­gram­ma­zione uni­ta­ria 2014–2020, il finan­zia­mento è subor­di­nato a un accordo con «governo, azienda e sin­da­cati che assi­curi ade­guate pro­spet­tive di cre­scita allo sta­bi­li­mento e alle altre strut­ture di ricerca e svi­luppo, pro­dut­tive o com­mer­ciali dell’azienda, ope­ranti in Cam­pa­nia». Natu­ral­mente è una deli­bera di giunta, una pro­messa, che toc­cherà al vin­ci­tore delle regio­nali di fine mese ono­rare se si riu­scirà a bloc­care la chiusura.

L’iniziativa della Regione non basta certo a cal­mare gli animi dei lavo­ra­tori, let­te­ral­mente infu­riati: «Se la Whirl­pool dovesse avere mano libera — spie­gano — nel caser­tano nel giro di un anno e mezzo ver­reb­bero spaz­zati via 2 mila lavo­ra­tori, tra i 600 già persi a Teve­rola nel 2013, gli 815 di Cari­naro più l’indotto. Una strage. Da noi l’età media è sotto i quarant’anni. L’azienda dice che non siamo con­ve­nienti, però un mese fa ci ha messo in busta il pre­mio pro­dut­tivo. La verità è che vogliono far pagare a noi il raf­for­za­mento di Lom­bar­dia e Mar­che». Par­tono le trat­ta­tive a Roma: ai tre dipen­denti già sul tetto, se ne aggiun­gono altri sei. I vigili del fuoco sten­dono un telone di sicu­rezza mente gli ope­rai rimuo­vono il blocco stradale.

Sono arrab­biati e anche molto offesi. In Terra di lavoro pro­du­cono fri­go­ri­feri e lava­trici dagli anni ’70, si sen­tono quasi degli arti­sti, padroni di una lunga tra­di­zione. La fab­brica aprì nel 1972, due anni dopo l’esproprio dei suoli. Era la Inde­sit di Armando Cam­pione, Adel­chi Can­del­lero e Filippo Gatta. La Fiat aveva smesso di fare i frigo per con­cen­trarsi sulle auto e i tre soci nel 1953 ave­vano deciso di occu­pare quel seg­mento di mer­cato fon­dando a Torino la Spi­rea, nel 1962 diventa Inde­sit — Indu­stria Elet­tro­do­mestci Spi­rea Ita­lia, un decen­nio dopo sono sei i siti pro­dut­tivi al nord più due nel caser­tano: «In Cam­pa­nia era­vamo 5.500 dipen­denti– rac­conta Vin­cenzo Sglavo — divisi in dieci sta­bi­li­menti tra Teve­rola e Cari­naro, face­vamo elet­tro­nica e bianco: lava­trici, fri­go­ri­feri, moni­tor pro­fes­sio­nali, tele­vi­sori e altro. Nel 1980 il fal­li­mento, nel 1987 il mar­chio viene rile­vato dai Mer­loni che ave­vano già l’Ariston così, gra­zie all’Indesit, diven­tano il terzo pro­dut­tore in Europa. Poi comin­ciano a spo­starsi all’est, 6 mila lavo­ra­tori solo in Rus­sia. Adesso arri­vano gli sta­tu­ni­tensi e vor­reb­bero chiu­dere quello che resta dell’Indesit ori­gi­na­ria, noi e None».

Fini­sce l’incontro al Mise, gli ope­rai sul tetto si attrez­zano con le coperte per pas­sare la notte. In serata assem­blea con i sin­da­cati di ritorno da Roma in un clima teso: «Il governo si è fatto pub­bli­cità e poi se n’è lavato le mani — rac­conta Raf­faele Truo­solo della Fiom — È una vigliac­cata a freddo dopo i sacri­fici dell’accordo del 2013».

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