“Andiamo avanti. Quello che è successo in piazza non è stato il frutto di una elaborazione collettiva”. Parla Luciano Governali

Luciano Governali. Tu eri presente venerdì a Milano, insieme ai compagni di Sciopero sociale. Che corteo hai visto?
Ho visto un certeo immenso. Tra le venti e le trentamila persone in piazza a Milano, nonostante pullman bloccati in giro per l’Italia, il terrorismo mediatico sparso a piene mani, e tre giorni di pressione da parte della polizia con sgomberi e perquisizioni. Operazioni di polizia, voglio sottolineare, alla fine abbastanza ridicole nel propagandare un’orda di violenti pronti all’assalto della città. Tra le altre cose si sono mostrate bottiglie di succhi di frutta sormontate da rotoli di caarta igienica a testimoniare secondo loro la presenza di bottiglie molotov.

Insomma, doveva passare per forza l’idea della devastazione…

Di solito il May Day raccoglieva poche migliaia di persone. Stavolta è andata meravigliosamente. Cosa che i mass media non hanno mostrato. E nemmeno la politica sembra aver voluto recepire. Il secondo dato che vorrei sottolineare è che in generale la costruzione dell’immaginario dai mass media dall’altro pomeriggio in poi è stato quello di una Milano a ferro e fuoco e devastata. In realtà tutto questo ha riguardato un incrocio, quello nei pressi di piazza Cadorna. Non c’è stato quindi un corteo che ha devastato la città. Il corteo ha attraversato Milano e in alcuni punti ci sono state le immagini che tutti abbiamo visto. Quindi non in più punti del corteo. Niente di paragonabile ai riots di Londra o di Parigi.

Che valutazione dai del comportamento delle forze dell’ordine, che sembrano non aver voluto reagire se non nei limiti…
Sulla polizia, mi sembra evidente che da Genova in poi questure e ministero degli Interni facciano molta politica nell’uso della forza. Quando si deve dare un segnale a un movimento nascente lo si fa con la forza. Penso appunto a Genova o alle iniziative del 2012 che stavano unendo studenti e precari, massacrati sul lungotevere a Roma e in altre città. Lì hanno voluto far vedere che non si sono margini di mediazione. Mi sembra paradossale elogiare la polizia dopo la vicenda di Milano. La polizia sa quando di fronte ha un movimento di massa grosso a cui dare un segnale o quando ha delle avanguardie più o meno organizzate che può benissimo lasciare sfogare e contro le quali usare i muscoli sarebbe un assist per avere poi magari una reazione dell’intero corteo. Credo che la questura avesse benissimo chiaro chi aveva davanti e rispondere sarebbe stato controproducente. La narrazione mediatica ha trasferito l’azione di alcuni gruppi all’intero corteo. Tutto questo sarebbe stato difficile raccontarlo in questi termini se la polizia avesse reagito.

Adesso ci sarà una grossa discussione su quanto accaduto a Milano. Poi però ci sono ancora sei mesi di tempo per attaccare l’immagine dell’Expo…
Non mi voglio arrendere. Quello che è successo in piazza non è stato frutto di una elaborazione collettiva di tutti i pezzi che hanno costruito le giornate di Milano. Ognuno ha le sue elaborazioni. Noi pensiamo per esempio che più che il grande evento, al quale comunque partecipiamo, ci interessa il lavoro quotidiano sulle vertenzialità; per esempio, un progetto che stiamo lanciando è quello di “Exproprio”, un bando pubblico per creare e mettere in rete progetti culturali e musicali di riappropriazione sulla falsariga di Expo, appunto cioè difesa dei territori e sovranità alimentare, piuttosto che lavoro e differnza di genere. La campagna contro il lavoro gratuito, di cui i sindacati sono stati complici, andrà avanti. In questi mesi siamo riusciti ad esprimere un po’ di più i nostri contenuti nel dire che Expo no èuna oppotunità formativa ma sfruttamento puro. Di questo sentiremo parlare ancora tanto. Non sarà facile far pasare il lavoro dequalificato come una opportunità Di malcontento si continuerà a parlare.

Manca ancora una proiezione internazionale della lotta contro Expo, che invece è un evento mondiale…
Il May Day Parade in parte lo è stato. Tanti piccoli gruppi da fuori hanno dato il loro contributo. Non c’è alcun criterio sul fatto di bloccarli,visto che c’è Schengen. Le reti europee che stanno ricominciando a nascere in questi mesi comunque ancora fanno molta fatica a darsi una continuità di lavoro e sorpattuto di analisi. Staremo a vedere quanto Expo ci aiuterà in questa direzione.

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