Sinistra Comunista

L’ “anglomania” del Governo Renzi ovvero la voglia di farla finita con il “linguaggio operaio”.

A partire dal Settecento la lingua inglese esercita una influenza sempre più incisiva nel mondo. Il capitalismo, con la sua rivoluzione industriale, nato e rapidamente sviluppatosi in Inghilterra (non a caso F.Engels inizia la critica della nuova economia con l’opera “La situazione della classe operaia in Inghilterra”), il nuovo  sistema politico consolidatosi  dopo la guerra civile, del 1642 con le istituzioni parlamentari, l’impero coloniale e poi il   mito della rivoluzione americana e della giovane nazione indipendente, il crescente  prestigio culturale e scientifico  dei paesi anglosassoni, i successi economici e diplomatico-militari, hanno alimentato un clima generale di ammirazione nei confronti della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, che ha portato con sé la diffusione di parole inglesi nel linguaggio comune, spesso sviluppando parole latine inglesizzate.

Il fenomeno si è sempre più sviluppato fino ai giorni nostri in molti settori della vita sociale e politica, ma, in particolare, è accaduto, soprattutto nel mondo del lavoro, che il linguaggio inglesizzato non ha soltanto mutate la definizione lessicale di realtà sociali già esistenti nel nostro paese, ma ha coinciso con l’introduzione di istituti contrattuali di lavoro prima sconosciuti e la loro veicolazione culturale in forma accattivante attraverso l’adozione diretta del lessico inglese.

Tutto il fenomeno della precarizzazione del lavoro con i contratti atipici è contraddistinto da questa peculiare caratteristica,Job on call, staff leasing, tutor, definiscono contratti di lavoro inumani con la leggerezza lessicale della modernità e quasi di una nuova dignità lavorativa.

L’affitto di mano d’opera di gruppo, il lavoro a chiamata con la messa a disposizione del proprio   tempo di vita, l’affidamento dell’apprendista ad un tutore, sono riproposti sul piano culturale come momenti di valorizzazione della personalità umana o come, nel caso dell’apprendistato, una forma di tutela della propria fragilità, essendo il tutore colui che garantisce l’incapace dei propri errori. Non a caso operano nell’ambito dello “staff leasing” alcune cooperative di lavoratori nelle quali il principio mutualismo non è che uno sbiadito ricordo.

Ma l’operazione mistificatoria più clamorosa, atto finale di un processo perseguito da decenni, è quella compiuta dal Governo Renzi, che con il “Job’s act” spaccia come definitivo superamento del precariato il contratto di lavoro a tempo indeterminato, non a caso definito “a tutele crescenti”, mentre contemporaneamente abolisce tutte le tutele predisposte dallo Statuto dei lavoratori proprio per quel tipo di contratto. Il gioco è fatto: il contratto a tempo determinato è diventato la regola, perché formalmente destinato a tradursi in contratto a tempo indeterminato con facoltà del datore di lavoro di interromperlo a proprio piacimento.

Nell’immaginario collettivo, tuttavia, quest’ultimo appare integro, perché ridefinito in un assetto    normativo inglesizzato che supera uno Statuto dei Lavoratori presentato come vecchio e obsoleto.

La Confindustria applaude.

Ma noi vecchi nostalgici che guardano al futuro delle nuove generazioni, dobbiamo dire con forza che occorre ripristinare lo Statuto dei Lavoratori del 1970 in lingua italiana, affinchè la classe operaia riprenda a parlare il proprio linguaggio.

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