Partigiani ieri, rivoluzionari oggi!

11109450_10205678096543936_8233625559897739110_n.jpgIl 70mo anniversario della liberazione si preannuncia come un ulteriore passo verso la mummificazione e la distorsione “di Stato” della resistenza. La lotta partigiana e operaia di quegli anni è costretta in modo grottesco dentro una serie di luoghi comuni liberali. Il Partito Democratico (PD) utilizza il 25 aprile per rafforzare la sua politica di unità nazionale; la dirigenza dell’ANPI invoca astrattamente democrazia, Costituzione e lavoro – seguita dai gruppi dirigenti di SEL e Rifondazione Comunista – e chiede vanamente a questo Stato di diventare “antifascista”.

Nessuno spreca una parola sulla crisi capitalista mondiale più profonda dal dopoguerra che sta facendo a pezzi non solo le conquiste sociali ma anche gli spazi democratici ottenuti dai partigiani e dal movimento operaio organizzato con decenni di lotte. Nessuno spreca una parola sul “terrore nero” che le bande paramilitari neo-naziste ucraine, al soldo degli oligarchi, fanno regnare da oltre un anno sull’Ucraina, come nella strage di Odessa dove perirono quasi cento persone nel rogo della Casa dei Sindacati.

 

Le foibe colpiscono ancora

Il rispetto delle forme tradizionali delle celebrazioni ufficiali si sta mettendo al passo con l’offensiva capitalista più generale. Può infatti capitare che, marzo 2015, l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio conceda una medaglia ai discendenti di Paride Mori, ufficiale del battaglione bersaglieri “Mussolini” della Repubblica Sociale Italiana. Mori fu ucciso in uno scontro coi partigiani il 18 febbraio 1944 presso il confine orientale ma, grazie alla legge 92/2004 che istituì la Giornata del Ricordo, può passare come infoibato e vincere qualsiasi premio alla memoria. Ci sono altri 300 casi circa di decorati in odore di fascismo grazie a quella legge-porcheria. Delrio, sotto pressione, promette un riesame del caso di Mori – noto dal 2010 quando il sindaco di Traversetolo (PR) gl’intitolò una strada – ma tira dritto. La Boldrini, presidente della Camera, assicura che la cerimonia, svoltasi a Montecitorio, era stata organizzata a sua insaputa. La segreteria nazionale dell’ANPI chiede la revoca della medaglia concessa all’ufficiale fascista Mori e si spinge a domandare la sospensione della legge che istituì la Giornata del Ricordo. Nonostante la “ragionevolezza” della richiesta, governo e PD non “dialogano” con la posizione dell’ANPI. Nessuno, comunque, rivendica la sacrosanta cancellazione di quella legge, voluta dagli ex missini dell’allora Alleanza Nazionale per attizzare l’anticomunismo, martirizzare alcuni criminali di guerra fascisti e legittimare un revival di nazionalismo italiano anti-slavo. Teniamo però a memoria che nel 2004 i Democratici di sinistra votarono quella proposta e Rifondazione Comunista non andò oltre ad una pavida astensione, poiché Bertinotti era impegnato a giusitificare la svolta non-violenta agitando alla maniera di uno sciatto giornalista socialdemocratico gli “orrori” delle foibe e la repressione bolscevica della rivolta di Kronstadt del 1921.

 

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Sionisti e ANPI: la resa di Roma

Pochi giorni dopo la vicenda Mori, l’associazione legata alla Brigata Ebraica che combatté sul fronte italiano, incorporata nell’esercito britannico, e l’Associazione Nazionale Ex Deportati (ANED) annunciano che non parteciperanno alla manifestazione di Roma per il 70mo anniversario della Liberazione a causa della presenza di bandiere e associazioni filo-palestinesi. La polemica ha un riflesso a Milano, dove il PD si offre di scortare in corteo l’associazionismo filo-israeliano (ma perché non scortano mai gli operai in presidio sotto i ministeri?). La regia politica è di Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma e campione del sionismo. Incapace di produrre rotture alla propria destra, l’ANPI nazionale scavalca la sezione romana e fa appello alle istituzioni perché si facciano carico delle manifestazioni per il 25 aprile. Risultato: niente corteo, dimissioni del presidente romano dell’ANPI, raduno istituzionale al Campidoglio sotto il patrocinio di Marino – anche SEL aderisce – e pace fatta con la comunità ebraica. La reazione combattiva di tante realtà di sinistra ed antifasciste di convocare un corteo con la tradizionale partenza da Porta S. Paolo è una boccata d’aria fresca. Davide Conti ha scritto che la mancata partecipazione della Brigata Ebraica ridurrebbe storicamente il significato della manifestazione “soprattutto perché priverebbe il 25 aprile della fondamentale connessione semantica e valoriale tra guerra al nazifascismo e autodeterminazione dei popoli che la Carta dell’Onu, il 26 giugno 1945, sancì come principio cardine del nuovo ordine mondiale” (Il Manifesto, 11 aprile 2015). Ma come si fa ad accostare la resistenza ad un pezzo di carta elaborato da qualche burocrate liberale dell’ONU? Presentare il senso della lotta partigiana come battaglia costituzionale ha fatto tanto danno a chi difende la memoria della resistenza, precisamente perché ne nasconde o minimizza la natura popolare, classista e anticapitalista. Inoltre, la grande maggioranza degli ebrei che si batterono contro il fascismo in tutta Europa lo fecero in formazioni politiche e partigiane socialiste o comuniste. Ad esempio, la banda partigiana più amata della resistenza francese, il gruppo Manouchian, era composto in prevalenza da ebrei dell’Europa orientale, armeni ed emigrati italiani, a conferma del soffio internazionalista di quel movimento.

Ieri e oggi

marzo-43-operai-in-sciopero-Sesto-S-G_2.jpgLa resistenza fu un processo rivoluzionario su scala europea. In Italia, Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia, Cecoslovacchia, ecc. la lotta contro l’occupazione nazi-fascista, per l’abbattimento delle monarchie e per la libertà fu inestricabilmente legata all’aspirazione al rovesciamento del capitalismo per costruire un mondo senza guerre, frontiere e sfruttamento, il comunismo. All’epoca, lo capirono gli strateghi più avveduti della classe dominante. Churchill scrisse a Roosevelt il 5 agosto 1943 che gli Alleati dovevano appoggiare Badoglio perché era il più solido bastione contro la “bolscevizzazione del paese”; per parte sua, l’ambasciatore nazista a Roma, Ribbentrop, scrisse a Hitler nell’estate 1943 che Badoglio, malgrado lo stato d’assedio imposto dopo la caduta di Mussolini, forse non sarebbe stato in grado di stroncare i “preoccupanti sintomi di una ribellione comunista”.

L’eredità della resistenza che ci sforziamo di raccogliere e far vivere è incarnata dai milioni di operai, braccianti, cotadini e giovani che nel 1943 facevano paura allo stesso tempo a Churchill, Roosevelt – ma pure Stalin che con loro si stava accordando –, Hitler e Mussolini.

La resistenza è rossa!

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