DALLA FRANTUMAZIONE DEI FUTURI AL PARLAMENTO DELLE FORME LEGGENDO IL CAPITALE

Dalla frantumazione dei futuri al parlamento delle forme leggendo Il capitale@Wangechi Mutu

La 56° Biennale di Venezia parte dalla considerazione che l’attuale frantumato panorama nasca dalle macerie di precedenti catastrofi. Esiste un modo in cui l’arte può rendere comprensibile questo accumulo senza che questo diventi una consolatoria ricomposizione dell’infranto? Per rispondere a questa domanda occorre essere fedeli tanto alla bellezza quanto agli oppressi.

di Michela Becchis – la città futura

Non più un futuro, ma molti futuri. Ma molti futuri sarebbero consolanti, allora conviene dire la frantumazione dei futuri. Ma la presa d’atto di questa tragica frantumazione, dello “stato delle cose”, non può risolversi nella attonita, e perciò silenziosa, contemplazione estetica. Da qui parte la 56° Biennale di Venezia diretta da Okwui Enwezor. Allora è necessario muoversi per seguire il filo del direttore protagonista, delle sue idee, delle ideologie e dei testi che scandiranno questa Biennale che aprirà l’8 maggio e si chiuderà il 22 novembre.

Enwezor è nato in Nigeria ed è direttore della Haus der Kunst di Monaco di Baviera dal 2011. Moltissimi i suoi campi d’azione tutti incentrati sul pensiero post-coloniale, sulla lettura e lo studio dell’arte e della filosofia occidentali dalla prospettiva mutata, chissà forse qualcuno pensa “capovolta”, di un intellettuale africano, sulle teorie delle diaspore e delle migrazioni. Per scelta oscilla tra la curatela della Biennale di Johannesburg e quella di Documenta a Kassel, tra la Gwangju Biennale in Sud Corea e la Triennal d’Art Contemporaine di Parigi al Palais de Tokyo. Ma se oscillare vuol dire muoversi tra due posizioni estreme, questo movimento per Enwezor è solo geografico. Da quando si è affacciato al mondo dell’arte il suo è stato uno dei percorsi critici più lineari ed è sufficiente leggere i titoli delle sue pubblicazioni e delle sue mostre per vedere che l’assunto teorico di base è sempre il medesimo e rintracciabile in quel pensiero post-coloniale che ha lavorato intorno all’assunzione e ridefinizione di concetti che si sono dimostrati indispensabili alla lettura della storia coloniale e imperialista, in particolar modo in ambito culturale. Ovviamente mi riferisco alle idee cardine di subalternità e egemonia. Concetti che hanno profondamente segnato i dibattiti culturali «globali» degli ultimi anni. Ma analizzare la formazione di generazioni intellettuali in Africa – e quindi anche quella del direttore di questa Biennale – ci porterebbe lontano dal futuro che l’Esposizione intende mettere al centro della discussione.

È interessante citare qualcosa di simile all’incipit della presentazione che Enwezor ha scritto a dicembre scorso per raccontare la sua Mostra: «Cento anni dopo i primi colpi sparati nella Prima Guerra Mondiale nel 1914, e 75 anni dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939, il panorama mondiale appare di nuovo in frantumi e nel caos, segnato da un violento tumulto, terrorizzato dalla crisi economica, da una confusione virale, dalla politica secessionista e da una catastrofe umanitaria che si consuma nei mari, nei deserti e nelle regioni di confine, mentre immigrati, rifugiati e popoli disperati cercano rifugio in terre apparentemente più ricche e tranquille. Ovunque si volga lo sguardo sembra di scorgere una nuova crisi, un’incertezza e una sempre più profonda instabilità in tutte le regioni del mondo». Queste righe sono necessariamente più flesse verso un versante letterario che di analisi politica soprattutto per un motivo, ovviamente oltre a quello che qui si sta presentando un avvenimento artistico, e cioè che il critico si ispira direttamente alle prime, famose, righe di Angelus Novus di Walter Benjamin. Dalla considerazione dell’uso che Benjamin fece del quadro di Klee prende veramente avvio il filo che all’inizio abbiamo raccolto.
La Biennale di Venezia parte dalla considerazione che l’attuale frantumato panorama, in più parti tragicamente polverizzato, nasca dalle macerie evanescenti di precedenti catastrofi accumulatesi ai piedi dell’angelo della storia nell’Angelus Novus. Esiste un modo in cui l’arte può esaminare, articolare, rendere comprensibile, dialettizzare questo accumulo senza che questo diventi una semplice e consolatoria ricomposizione dell’infranto? All the World’s Futures, diventa così un progetto dedicato a una nuova valutazione della relazione tra l’arte e gli artisti nell’attuale stato delle cose. Ma la nuda valutazione associata a un linguaggio artistico è puro inganno e così il curatore crea quelli che sono stati chiamati FILTRI, una sorta di parametri in cui gli artisti non sono chiamati a farsi ermeneuti immobili, ma creatori di diverse pratiche di lettura collettiva. Enwezor non è certo un adepto del pensiero liquido, parte semmai dalla valutazione dell’incessante fluire della Storia, un incessante fluire che oggi diventa disperatamente visibile nel movimento di milioni di esseri umani che migrano, fuggono, sono obbligati a lasciare le loro terre.

Ecco allora la necessità non tanto di opere, ma di pratiche performative, chiamate Il parlamento delle forme, che rendano ancora più leggibile il senso del movimento e il passaggio di un tempo sempre più terribile. Benché qualunque opera d’arte debba essere attivata dal suo interlocutore, la performance richiede al pubblico più tempo, non è sufficiente passarci davanti, seppur in modo attento, come per un quadro; dobbiamo fermarci, starla a guardare per un po’, essere disposti al coinvolgimento come al rifiuto. La Biennale sarà una grande performance che chiederà al pubblico di entrare concettualmente in quel fluire, in quel farsi continuo, in quell’essere incessantemente incompleta attraverso tutti i mesi in cui sarà aperta e mai immobile. «Quali materiali simbolici o estetici, quali atti politici o sociali verranno prodotti in questo spazio dialettico di riferimenti per dare forma a un’esposizione che rifiuta di essere confinata nei limiti dei convenzionali modelli espositivi?» si chiede Enwezor. Ecco, egli parla espressamente anche di atti politici e sociali, perché se l’enorme performance prende le mosse da Walter Benjamin, uno dei fulcri del meccanismo sarà la lettura per intero del Capitale; per quasi sette mesi tutti i giorni verranno lette pagine dei quattro libri del testo di Marx. Partendo dalle considerazioni di Louis Althusser in Leggere il capitale, il curatore ha deciso che non è più tempo di essere solo lettori dei lettori del Capitale, diventando così osservatori di un’apparenza, ma è necessario fermarsi, leggere, non capire, rileggere, tornare indietro, provare a intendere l’essenza di un libro – e di un mondo – che non possiamo più guardare come se fosse ineluttabilmente facile che le cose “vadano così”. Solo dopo la lettura quel libro può squadernarsi in recitals di canti di lavoro, libretti, letture di copioni, discussioni, assemblee plenarie e proiezioni di film dedicati a diverse teorie ed esplorazioni del Capitale.

La Biennale è ancora chiusa e non possiamo sapere se si verificherà uno dei pericoli dei nostri giorni e cioè l’estetizzazione della politica e quindi il suo depotenziamento, ma il nome di Okwui Enwezor è stato, finora, una garanzia a che questo non sia. Enwezor è un professionista, un attento e cosciente lettore dei nostri giorni capace di dichiararsi apertamente di parte e la cui carriera ricorda molto la frase di Albert Camus: «C’è la bellezza e ci sono gli oppressi. Per quanto difficile possa essere, io vorrei essere fedele a entrambi». Nulla di più.

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