Il primo 25 aprile senza Bianca Bracci Torsi

Il primo 25 aprile senza Bianca Bracci Torsi

di Stefano Galieni –

Questo è il primo 25 aprile che arriva senza una persona, una compagna speciale, Bianca Bracci Torsi. Ci teneva ad esserci per i 70 anni dalla Liberazione ma soprattutto ci teneva, ogni anno, ad esserci in tutte quelle giornate che precedono una data tanto importante. Negli anni passati, con l’eterna sigaretta in bocca, si presentava già ad inizio mese con un elenco impressionante delle iniziative a cui era invitata in buona parte d’Italia, si incazzava per quelle che si sovrapponevano e a cui doveva dire di no, la vedevi tentare di programmare e organizzare tutto quello che poteva in maniera meticolosa, andando soprattutto nei posti che la incuriosivano, che ancora non conosceva, come in quelli (ed erano tanti) in cui la rete di compagne e compagni intorno a lei era da sempre enorme. Durante una delle tante discussioni accalorate fatte nella comune stanza nella vecchia sede del Partito, mi capitò di farle ascoltare una canzone da poco uscita, che racconta un piccolo episodio di lotta partigiana. Ne rimase colpita, volle risentirla con attenzione per poi tranciare un giudizio netto. «Questo che canta ha ascoltato le persone giuste!». E giù ricordi delle fasi finali della Resistenza, dei primi anni del dopoguerra, della vita che tornava a scorrere. Mi accadde, per l’ennesima volta di sentirmi un privilegiato che ha avuto l’occasione di ascoltarla. E quando rievocava certi fatti, senza retorica, le si accendeva una luce ancora più forte nello sguardo, i lineamenti si indurivano quando entrava nei momenti più duri e si scioglievano quando invece si incentravano sui suoi compagni di lotta più grandi, ti faceva insomma vivere la Storia con intensità, passione e ragione, non si poteva restare immuni ascoltandola, capivi una delle ragioni quasi antropologiche per cui si deve essere antifascisti. Lo scorso anno visse con profonda indignazione la manifestazione romana, l’aggressione condotta contro la comunità palestinese da nerboruti picchiatori della brigata ebraica che non volevano vedere le bandiere di un popolo oppresso in quel corteo. Ebbe parole molto dure anche nell’Anpi che non riuscì a gestire una situazione in cui si dovevano impedire provocazioni. Cosa avrebbe fatto per domani? Certamente avrebbe gettato scompiglio nei tentativi di normalizzazione che vorrebbero rendere più asettica una data che segna uno spartiacque storico fondamentale, una data che non è “di tutti” come troppo spesso si afferma ma che appartiene a chi ha fatto scelte precise, scomode allora come adesso. E per il legame profondo che Bianca ha sempre trovato fra antifascismo e antirazzismo, forse avrebbe cercato di far si che questo 25 aprile venisse caratterizzato anche come momento di indignazione verso le politiche italiane ed europee, rispetto al ripetersi incessante delle stragi nel Mediterraneo. Mi capitava spesso di parlarne con lei, dopo ognuno dei tanti naufragi direttamente o indirettamente dolosi. E sentendo di queste storie le considerava vittime di una guerra mai finita, per cui ancora non era e non è giunto alcun 25 aprile. Di questi tempi avremmo avuto poche buone notizie da darle, fra queste la decisione, presa in Regione Lazio, di togliere i finanziamenti erogati al mausoleo che ricorda ad Affile, in Ciocaria, un criminale di guerra come il generale Rodolfo Graziani, quasi un anello di congiunzione fra il passato coloniale ed il presente di una Europa assassina e razzista. Ma è troppo poco per festeggiare di fronte a quello che nel presente continua ad accadere, al razzismo e al fascismo dilagante che ormai ha perso qualsiasi pudore nell’esprimersi e manifestarsi. La data di domani resta un appuntamento di lotta in cui resta la voglia e il bisogno di continuare a dire: «Buon 25 aprile, Bianca».

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