Il paese dei Partigiani e la montagna viva

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di Alessandra Magliaro* -comune.info

Antipasto, polenta, salsiccia e dolce: si festeggia il 70esimo anniversario del 25 aprile con la polentata partigiana in un luogo speciale, simbolico cui la parola Resistenza sembra concretizzarsi tra cascine in pietra di antica memoria. Nelle montagne del cuneese, quelle della guerra partigiana di Giorgio Bocca, di Nuto Revelli, di Duccio Galimberti, di Dante Livio Bianco e di tantissimi altri giovani di allora della banda di Giustizia e Libertà, quel piccolo borgo rurale fu il primo villaggio partigiano di GL durante la guerra. In tutto 149: 86 operai, 26 studenti, 18 contadini, 6 professionisti, 5 impiegati, 4 artigiani, 3 ufficiali, 1 industriale. Lì la guerra saliva dalla pianura, quella del Partigiano Johnny di Fenoglio (appena uscito da Einaudi nell’edizione integrale). Poi abbandonato per decenni, è stato alcuni anni fa, grazie anche al finanziamento dal basso, ristrutturato e ri-abitato, diventando di nuovo un simbolo, ancora una volta di resistenza.

È Paraloup, un rifugio che da tempo è meta di ciclisti esperti che si arrampicano su quegli sterrati come le donne staffetta partigiana facevano nel ‘43 – ‘44 e anche luogo di turismo per chi tra i sentieri montani cerca il respiro della storia in un percorso che è museo della guerra e della resistenza diffuso e a cielo aperto, sentiero che è sentiero di libertà.

La borgata Paraloup (in dialetto ‘difesa dei lupi’), 1360 metri, in Valle Stura, la più alta borgata di Rittana, era un ‘paese che non c’era più’, terra di confine, svuotato dall’urbanizzazione del dopoguerra, dal miracolo economico che portava in città i contadini a diventare operai, mandato in malora con le sue memorie, come quelle cui il partigiano Pietro Ferreira condannato a morte nel gennaio 1945, evocò in un’ultima lettera ai compagni di banda – ‘’E allora sarà per voi la vita, l’aria, la luce, il sole’’ .

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Sostenuto dalla Fondazione Nuto Revelli con la regione Piemonte e il crownfonding (www.produzionidalbasso.com) , quel luogo è stato recuperato: il paese che non c’è, è ora uno dei tanti, il primo, della Rete del ritorno (www.retedelritorno.it) che lotta per resistere all’abbandono dei paesi dimenticati , recuperando quei luoghi abbandonati, piccoli comuni ai margini che si vuole far tornare risorsa civile, culturale e anche economica. Proprio a Paraloup salirono nell’estate del 2011 per la prima volta un centinaio di persone da tutta Italia testimoni, associazioni – (da Doppiozero, www.doppiozero.com a Re.Co.Sol Rete dei comuni solidali,www.comunisolidali.org), persone diverse – studiosi come la storica Antonella Tarpino, l’antropologo Vito Teti, il paesologo Franco Arminio, persone come alcuni aquilani che combattevano la sciagurata ricostruzione post sisma – per una tre giorni sul tema del ‘ritorno ai luoghi abbandonati’. Divenne un’associazione (Rete del ritorno) e si prese l’iniziativa di dar vita al primo Festival nazionale del ritorno ai luoghi abbandonati.

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Paraloup, un luogo non a caso: è la montagna che rinasce, è il luogo della memoria, quella della guerra partigiana e quella della vita contadina, che però vuole essere viva e non imbalsamata. Il villaggio è stato ristrutturato con un progetto architettonico innovativo, un esempio di sviluppo sostenibile, scegliendo la strada di inserimento totale nel paesaggio dal recupero di materiali esistenti alla scelta cromatica, alle volumetrie. Oltre alle abitazioni c’è un museo del racconto, una biblioteca sala-convegni, un punto accoglienza e il rifugio (per saperne di piùwww.nutorevelli.org), un luogo dove riannodare i fili tra passato e presente.

 

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