Ferruccio Parri, Resistenza, Governo Parri, Repubblica, Costituzione. Riflessioni del 1961.

Si riportano le pagine essenziali della lezione tenuta il 26 giugno 1961 a Milano, nell’ambito di una iniziativa pubblica di testimonianze, di riflessioni affidate a storici e protagonisti del periodo che va dalle origini del fascismo alla Repubblica, alla Costituente (1922-1948). Le relazioni fondamentali furono tenute da Lelio Basso, Nino Valeri, Luigi Salvatorelli, Domenico Riccardo Peretti-Griva, Giorgio Amendola, Vittorio Foa, Carlo Bo, Leo Valiani, Ernesto Ragionieri, Riccardo Bauer, Roberto Battaglia, Riccardo Lombardi, Luigi Meda e infine Ferruccio Parri col titolo”Dalla Resistenza alla Repubblica, alla Costituzione” (pp.611-627).
Esse furono pubblicate in due volumi dalla casa editrice Feltrinelli di Milano col titolo ’Fascismo e antifascismo’, nel 1962, ottenendo anche varie ristampe, a testimoniare l’interesse vivo suscitato dall’iniziativa.

“Abbiamo già detto tante volte che noi non vogliamo fare una storia idealizzata, né credere e far credere quello che non c’è, o presentare gli attori di questi fatti per quello che non sono o non sono stati; essi furono modesti uomini come tutti.

Si intende bene come dovessero essere difficili l’opera della Resistenza, l’opera dei Comitati di Liberazione Nazionale(CNL), con forze e obbiettivi cosi disparati. Nessuno di noi potrà negare che al fondo vi è sempre stato quel contrasto, che si ripete nella storia di tutti i movimenti di liberazione, come legge naturale non solo della storia d’Italia, ma di tutte le storie sociali, contrasto fra una parte – diciamo cosi – di destra, conservatrice, e una parte di sinistra.

Il contrasto non rompe l’unità del CLN fin quando dura la lotta. Si rivelerà più nettamente dopo, quando polemiche e battaglie politiche si accenderanno proprio intorno alla esistenza stessa del CLN.

Per le sinistre questo resta un organo popolare, rivoluzionario, capace di esprimere forze e forme nuove. Quando si svilupperà la polemica del CLN, che porterà alla caduta del governo Parri (no, sbaglio, alla defenestrazione di Parri, la cosa è un po’ diversa) anch’io, per mia natura non favorevole a tesi astratte ed estremiste, vedevo – si era nel 1945 avanzato – la possibilità che i CLN potessero seguitare a rappresentare degli organi di collegamento, di contatto diretto col popolo.

Ma per l’altra parte, quella conservatrice, il CLN era, per contro, un organo di controllo indebito, un organo di freno: questa è la verità; non dobbiamo sovrapporre a questi fatti e contrasti una vernice, per così dire, di retorica idealistica: non è nei nostri costumi. Non vogliamo certo diminuire con questo l’importanza e la grandezza di questa storia, e lo sforzo del popolo italiano a fare esso la storia sua e a imporla, prima di tutto, a se stesso.

Abbiamo, dunque, in questa normale e naturale dinamica, come antagoniste, forze conservatrici già presenti, come dicemmo, nella stessa storia interna dei CLN; forze, che in un paese già fortemente conservatore in alcune sue parti e in certi strati della società, erano state saldamente rinvigorite dall’esperienza fascista. È ancora l’Italia fascista che resiste.

Abbiamo avuto la disgrazia di un’Italia tagliata in due, di una dicotomia che pesa ancora adesso; di un’Italia meridionale che non ha conosciuto il tormento della occupazione nazista e fascista, che non ha conosciuto il travaglio di una lotta alla quale i giovani non furono chiamati; che si trovava, perciò, in uno stato di relativa atonia rispetto all’altra parte del paese. Ecco una ragione di freno e di opposizione. La piccola borghesia meridionale – parliamo molto in generale, beninteso – può esser rappresentativa di questo spirito.

La Chiesa rappresenta anch’essa un forte elemento di conservazione, che si risolve in una difesa di interessi confessionali.
La burocrazia, che a sua volta, per natura, tende a rappresentare la continuità dell’amministrazione statale, intellettualmente e psicologicamente è stata plasmata dal fascismo.

Ecco le forze di resistenza che, respinte nel primo momento della lotta, inevitabilmente a poco a poco tornano alla luce, premono, e influenzano la situazione politica, direttamente e indirettamente: indirettamente anche attraverso gli Alleati.

Io non ho potuto seguire, purtroppo, le lezioni milanesi dalle quali avrei potuto tanto imparare. Non so come sia stata rappresentata la storia così complessa, e non facile da riassumere, dei nostri rapporti con gli Alleati.

Ma è indubbio che le forze conservatrici italiane anch’esse premono sugli Alleati, attraverso i quali premono sulla Resistenza. Devo dire che anch’io, per necessità forse più esperto di altri dei particolari di questa storia, solo più tardi ho capito quanto l’azione dei monarchici, e degli agenti monarchici, avesse influito sulla posizione degli Alleati, e soprattutto degli Inglesi, nei riguardi della Resistenza.

Vi è qualche storico, anche illustre, che ritiene che già dalla metà del ’44 si verifichi come una specie di declino, di acquiescenza, ed interpreta i protocolli di Roma – attraverso i quali il CLN-Alta Italia, rappresentativo allora della lotta di liberazione, ottiene il riconoscimento degli Alleati e del Governo di Roma – come un segno di una maggior docilità. Non credo esatto questo giudizio. Per la Resistenza insurrezionale questo riconoscimento degli Alleati come di forza combattente nel gran quadro della lotta internazionale per la distruzione del nazismo, rappresentava una grande, una storica vittoria. E certo la pagava: la pagava con un comandante di fiducia degli Alleati, con gli obblighi di obbedienza alle disposizioni del comando alleato, e alle disposizioni dell’armistizio. Non dunque un declino di volontà politica; ma una maggiore maturazione della situazione politica che verrà chiaramente in luce dopo il 25 aprile.

Arriviamo al 25 aprile: non è facile intenderne ancora bene il valore; ma se torniamo al 1945, non dimenticheremo mai che per i milanesi che qui a Milano videro allora sfilare il Corpo Volontari della Libertà, o cittadini milanesi, compagni, quello era il loro esercito, era il popolo stesso che sfilava, un popolo che aveva vinto! Qualunque sia stato il seguito, cittadini, questo fatto nella storia del popolo resta, e deve restare. Le cinque giornate di Milano restano nella storia del popolo milanese; queste della primavera del ’45 sono un fatto decisivo di ancor maggiore importanza nella storia del popolo italiano.

Restano, ma il 26 aprile le riflessioni nostre già si fanno gravi. La situazione interna è dominata dalla lotta politica romana, perciò, a questo punto, io sono costretto dal tema stesso, senza entusiasmo, a dire qualcosa anche del governo Parri. Ne parlerò, perché non mi sia rimproverato di volerne tacere, non avendo come motivi di silenzio altri che quelli della riservatezza e della discrezione. Ne parlerò quindi con la serenità, col distacco che credo voi attendiate da me.

La lotta politica romana e italiana in generale si moveva, dunque, estremamente incerta tra due grandi forze.

Da una parte la democrazia cristiana, che si era venuta silenziosamente, ma costantemente, rafforzando. Lasciatemi dire, che, se consideriamo queste vicende con la serenità e con lo spirito dello storico, dobbiamo riconoscere come un progresso nella storia d’Italia il fatto che le masse cattoliche, uscite dalla fase antica del “non expedit”, si siano a poco a poco inserite nella lotta politica a combattere in difesa delle posizioni cattoliche, come cattolici. Questo è certamente un vantaggio per la chiarezza della lotta politica. Quale fosse la loro forza effettiva nel 1943-45 nessuno lo avrebbe saputo dire, io stesso se mi rifaccio ai miei ricordi di quegli anni, devo dire che per me era un mistero. Nessuno di noi si nascondeva evidentemente la forza della Chiesa, quello che essa aveva rappresentato durante l’occupazione tedesca di Roma, né ignorava quanto praticamente poteva significare, come strumento d’influenza, l’esercito dei parroci. Non era certo senza importanza l’appoggio che il clero minuto aveva dato alla lotta di .liberazione; molte decine, più di un centinaio di sacerdoti e cappellani, spesso eroici, erano stati assassinati dai nazisti, e dai fascisti. Tutto questo politicamente che cosa avrebbe significato? Per me era un mistero. Ma chi controllava queste forze, chi controllava questo partito, il movimento delle classi e gruppi in prevalenza conservatori che si appoggiavano ad esso, credeva di avere con sé la maggioranza del paese, e quindi di dover disporre della guida e del controllo del governo.

Dall’altra parte c’erano i comunisti, e c’erano i socialisti, partito questo, in Italia, di grande tradizione. Devo dire, poiché sono in vena non di autocritica, ma di autoconfessione, che in quegli anni 1942-43 noi azionisti non vedevamo con piacere la ricostituzione in Italia del partito socialista, perché per un momento avevamo ritenuto che il Partito d’Azione, con lo spirito di Carlo Rosselli, avrebbe potuto sostituire, almeno in parte, il vecchio partito socialista italiano. Ma poiché questo partito, ritrovando dietro di sé una tradizione italiana più che cinquantennale, si era ricostituito nelle vecchie forme, occupando ora la scena con un grande esercito popolare, anch’esso rivendicava la guida del governo d’Italia in nome della rivoluzione, dei lavoratori e dell’avvenire d’Italia.

Ecco dunque rivelarsi nel 1945, dopo l’incubazione dei CLN, naturalmente più accentuato a Roma, ma ormai alla base di tutta la lotta politica, questo contrasto, che è all’origine del governo Parri.

Difficile contrasto, difficile a risolversi perché mancava la misura della forza, che può esser data solo dalle elezioni. Le elezioni non si potevano evidentemente fare; chi avrebbe avuto l’autorità di decidere? La situazione si trascinava avanti piuttosto malamente: il presidente Bonomi, che doveva essere sostituito con la liberazione del Nord si spazientiva, perché la formazione del nuovo governo tardava. Allora arrivò il vento del Nord anche a Roma. Veramente ci si fermò poco.

Per risolvere i contraili parve una semplice soluzione quella di ricorrere alla Resistenza: Parri fu in un certo modo la vittima di questa situazione. Parri ha un pò il temperamento del soldato: va dove gli si ordina; forse qualche volta si riserva di non obbedire, ma in circostanze difficili e delicate dovette obbedire. Dovette obbedire ed assumere l’incarico grave, l’onore e l’onere di essere il capo del Nuovo Governo d’Italia, dopo la liberazione del Nord. Potrei dire a mia giustificazione che rimangono testimonianze del mio giudizio di allora, poiché io sentivo che, almeno per il Partilo d’Azione, non parlo di me, fosse un errore assumere allora quella responsabilità di governo evidentemente provvisorio, che doveva servire come ponte per sbloccare la situazione.

Comunque ecco sorgere questo governo, in condizioni di difficoltà che non occorre illustrare: sono facilmente intuibili le difficoltà politiche, psicologiche e materiali di quel momento.

Una delle operazioni che si dovevano fare allora era il cambio della moneta, imposto dalla situazione economica. Non lo si fece, anche per la decisa opposizione dell’allora governatore della Banca d’Italia, Einaudi; opposizione favorita da molte cause contingenti; che avrebbero, comunque, fatto ritardare l’operazione, una, ad esempio, fra le tante difficoltà del momento, la mancanza di scarpe e di fucili sufficienti per i carabinieri che avrebbero dovuto vigilare i diecimila posti di conversione. E questo vi dica quale poteva essere lo stato d’animo del Presidente del Consiglio, quando doveva, andando in giro, constatare miserie e dolori e rovine – quelle dell’Abruzzo sulla linea Gustav erano ancora orrende – con le tasche vuote, senza poter far nulla, distribuendo solo parole di speranza. Vi assicuro che non auguro a nessuno di fare il Presidente del Consiglio in queste condizioni.
A parte tutto questo vi erano i legati politici. Il governo nasceva dalla Resistenza, e i compagni domandavano alcune cose precise: in primo luogo epurazione. L’esempio francese non appariva facilmente applicabile nelle nostre condizioni, con mezza Italia contraria e con una buona parte dell’Italia ancora, se non fascista, post-fascista. Operazione terribilmente difficile.

Un altro provvedimento da prendere era l’avocazione dei profitti di regime. Fu impostato ed avviato, tra ogni sorta di remore e di resistenza accanita; la questione importantissima del problema istituzionale era accantonata, ma non poteva essere dimenticata.

Altri impegni erano quelli di qualche inizio di riforme. I cittadini italiani che hanno quel carattere che voi sapete, non si contentavano delle riforme più immediatamente necessarie nei momenti di trapasso più difficili, che sono quelle destinate a rimettere un pò di ordine in una casa sconvolta, e per far questo, tentare anzitutto di far sorgere nell’animo dei servitori dello Stato quel senso della responsabilità che il fascismo aveva distrutto, e che era stata una delle cause pili gravi della rovina dell’esercito.

In quei momenti di facili illusioni il popolo domandava le grandi riforme, le “riforme di struttura”. Non mancava chi, compreso il ministro di Giustizia d’allora, Togliatti, faceva presente la necessità di dar inizio ad una azione riformatrice, almeno nel campo agrario, che portasse alla riforma fondiaria. Fu probabilmente un errore non aver seguito queste sollecitazioni; ma quanto fossero fondate le ragioni di prudenza, lo dimostrò la vertenza per la riforma dei patti di mezzadria. Già allora, nell’agosto-settembre, l’opposizione dei padroni fu cosi grave che non se ne potè fare niente, finché restò Parri al governo. Lo potè fare poi De Gasperi, fino a un certo punto con il lodo dell’anno dopo.

Avevamo fatto una promessa al CLN – l’avevo fatta io – quella dei consigli di gestione, e di nessun problema e progetto io stesso mi interessai più di quello dei consigli di gestione. Non fu possibile vararlo; dopo fu anche lasciato cadere, e credo che sia stato un errore.

Come è naturale, sono costretto a trascurare infiniti altri particolari.

Aggiungete a tutto questo gli ostruzionismi palesi e nascosti, la mala o diversa volontà di qualche ministro, le difficoltà interne di una esarchia, nella quale i partiti di governo fanno la politica fuori del governo o contro il governo.

Sono difficoltà queste che non sono peculiari di un momento, poiché si ripetono spesso, ma più gravi erano in quella situazione di governo, quando con l’opposizione degli agrari riprendevano forza le vecchie posizioni conservatrici.

La sensazione che le cose per il governo non si mettessero bene, si manifestò fin dall’agosto ’45; i sintomi di tale stato di cose, vennero da ambienti industriali milanesi, I quali sentivano che un governo che insisteva su certi temi, cioè imposta straordinaria, avocazione dei profitti, ed altre esigenze di tal fatta, era un governo incomodo, e che un simile governo emanato e sostenuto dai CLN poteva diventar pericoloso.

Queste furono le prime avvisaglie, che mi fecero chiaramente comprendere che, quando fosse ripresa la lotta di predominio fra i due schieramenti maggiori – democrazia cristiana ed estrema sinistra – la sorte del governo Parri sarebbe stata decisa. Allora, tuttavia, mi feci qualche illusione; oggi non esprimo alcun rammarico per quello che è avvenuto e che ha portato alla mia defenestrazione, perché queste sono cose normali nella vita politica.

Sono, pertanto, tenuto a ricordare qualche ragione che mi ha indotto ad assumere in quel momento, un certo atteggiamento di resistenza.

Una parte di questa storia, quella delle lunghe e defatiganti trattative condotte per tentare di neutralizzare le campagne artificiose che si conducevano contro l’epurazione e contro il CLN, non è ben nota; è più nota la conclusione: ed è nota anche una certa ultima conferenza-stampa, con la quale Parri diede l’addio al governo.

Qui vorrei solo rammentare le ragioni che mi indussero a tenere una certa posizione.

In nome soprattutto dei Compagni Partigiani Caduti credevo che noi avessimo due doveri: uno riguardava la pace. Per essi la pace, la patria, l’Italia, l’onore dell’Italia erano state cose grandi, per le quali valeva la pena, era valsa la pena di sacrificare anche la vita.

Queste cose si dovevano dire al tavolo della pace, si dovevano dire agli stranieri, e si dovevano dire non col tono dei vincitori, ma col tono degli uomini d’onore che hanno duramente combattuto e hanno pieno diritto a veder riconoscere il loro sacrificio.

Non voglio qui affermare che questi diritti non siano stati ben sostenuti, anzi è il contrario: sono stati difesi con grande dignità e efficacia; ma diversa cosa sarebbe stata, se fossimo stati noi a dirlo: la nostra voce avrebbe risuonato ben diversamente in difesa della Resistenza e del suo buon diritto.

Un secondo problema riguardava la Costituente. Non potevamo avere altri interessi, altre ambizioni, altri pensieri; la lotta di liberazione aveva i suoi termini nella pace onorevole, a cui aveva diritto; poi nella Costituzione che la Costituente doveva dare.

Mi pareva altamente simbolico che un partigiano, uno qualunque, aprisse lui i lavori della Costituente: in nome dei caduti.

Queste sono le uniche ragioni che spiegano certi risentimenti di tanti di noi allora di fronte a quei fatti; fatti che erano impliciti nella situazione politica di quel momento, ma che dobbiamo riconoscere assolutamente negativi rispetto ad una giusta e dovuta valorizzazione della Resistenza in generale.

Non che la lotta politica in Italia allora – siamo nel 1946 – coi nuovi governi, col nuovo governo De Gasperi e con i successivi, si fosse attenuata, anzi forse si era inasprita, ed era la lotta che si combatteva nel paese sui grandi temi della repubblica, della repubblica socialista, della difesa degli interessi dei cattolici; ma l’azione governativa legata dalla maggioranza conservatrice segnava un fatale declino dello spirito della Resistenza.

Erano al governo gli amici di ieri, c’era Romita al ministero degli Interni; ma propria Romita fu costretto, o cosi volevano i patti del governo nuovo, a liquidare i prefetti politici. Non diciamo che questo abbia avuto una grande importanza pratica, ha avuto ed ebbe ed ha per me ancora adesso, una importanza simbolica notevole.

I prefetti politici nella maggioranza credo avessero funzionato bene, e siano degni della gratitudine del popolo italiano. Ricordo, milanesi, che il vostro prefetto politico della Resistenza è stato Riccardo Lombardi.
Non ero forse dello stesso parere per i questori, che assolvono una funzione tecnica che richiede gente più adatta e più sperimentata.

Ma i prefetti politici significavano un’indicazione, un orientamento di grande importanza nella vita politica italiana; contro l’opinione del governo, e quella di Romita, io pensavo che avrebbero dovuto rimanere fino alla fine del periodo transitorio, del periodo post-rivoluzionario, che, secondo me, doveva arrivare alla Costituente.

Per noi era chiaro che con il passato fascista italiano occorrevano alcuni anni di sicuro orientamento democratico, di impronta antifascista; avevamo bisogno che nelle città il capo dell’amministrazione locale fosse un uomo politico, il fiduciario dei CLN, rappresentante ancora dello spirito democratico comune.

Si ritornò, per contro, rapidamente al centralismo prefettizio con un abbandono progressivo delle posizioni precedenti; regressione favorita anche dalla nota e grave situazione internazionale e dalle difficoltà economiche interne (il ’47 fu l’anno della grande inflazione).

Dei grandi problemi politici rimaneva dominante quello istituzionale, quello della repubblica: ne accennerò soltanto perché il compito di parlarne con molta maggiore competenza e precisione spetta a Ugo La Malfa. Ricorderò solo come questa questione si sia intrecciata strettamente con la storia stessa dell’antifascismo e della lotta di liberazione, attraverso fasi, che sono diverse nelle diverse situazioni italiane.

Il problema ha un suo aspetto particolare nell’Italia meridionale; se la monarchia fosse stata più saggia – almeno questo è il mio pensiero, non so se sia quello di La Malfa – e più avveduta, e se Vittorio Emanuele III non avesse avuto il temperamento di Vittorio Emanuele III, se avesse prontamente abdicato, non so se la storia nostra non sarebbe stata e non sarebbe diversa.

Da noi quel tentativo di salvare se non il monarca, l’Istituto monarchico, ebbe minore possibilità di sviluppo. Si inserì in questa storia della questione istituzionale ad alterarne il corso, la mossa sovietica, della quale fu portatore in Italia Ercole Ercoli, che allora rivelò le sue generalità vere, mossa della quale io almeno non mi meraviglio molto, perché era sulla stessa linea di quella politica comunista del fronte antifascista, cominciata nel ’34-35. Si deve, pertanto, ammettere che, anche da un punto di vista storico, il riconoscimento da parte della Russia sovietica del governo monarchico, del governo di Badoglio, ben presto seguito dal riconoscimento da parte degli altri alleati, servì a sbloccare in qualche modo la situazione politica dell’Italia meridionale, che era arrivata a un punto morto.

Tuttavia, ciò creava al tempo stesso problemi assai gravi per il nostro movimento, che a Salerno e a Roma risolse il problema nel modo che sarà ricordato. A noi interessa solo rammentare ora che nel nord, per contro, il problema monarchico fu visto e risolto in un modo diverso. Perché ? Perché a Roma erano questioni di sostanza politica, che riguardavano principalmente movimenti politici; nel nord invece toccavano fortemente il movimento militare.

Da noi l’attività dei monarchici aveva sollevato vari e gravi problemi. Ho già detto dell’azione monarchica esercitata attraverso gli Alleati. Aggiungo i tentativi secessionisti dei quali fu grave quello del VAI, finito tragicamente con la fucilazione del suo capo, ma che rappresentò in un certo momento un serio pericolo.

Al tempo stesso vi erano formazioni o d’indirizzo monarchico o influenzate dai monarchici, delle quali non potevamo non tener conto, che non potevamo offendere, e per ragioni pratiche e per ragioni morali; rispetto a queste formazioni non potevamo prendere posizioni teoriche, di politica pura. Rimasero i CLN a discuterne, ma per quello che riguardava il movimento militare la questione per allora fu accantonata, tacitamente accantonata.

Dopo il 1945 la questione istituzionale ritornò a porsi come il problema nel quale si riassumeva tutta la storia d’Italia. Esso ci tenne fortemente pensierosi e ansiosi: come si sarebbe schierata la maggioranza del paese? Come avrebbe votato l’Italia meridionale? Ve lo dirà La Malfa. E la democrazia cristiana? Noi conoscevamo quella che aveva combattuto con noi, e pressappoco potevamo conoscerne i sentimenti, rappresentati dai bravi compagni del comando CVL, Vercesi, fucilato a Fossoli, Bignotti e Mattei a lui succeduti, o da Marazza del CLN. Ma la democrazia cristiana era un grande aggregato, incerto di fisionomia come l’Italia, e ci sfuggiva quali potevano essere le reazioni del paese.

Sono le elezioni che risolvono il problema e chiariscono insieme la situazione politica. Sono le elezioni amministrative e politiche del ’46 che danno la misura dei partiti, indicano i rapporti tra i grandi schieramenti politici.

La Repubblica è decisa: restano aperte le altre grandi questioni. Non è tuttavia ancora alterata la base della vita politica, cioè il governo collegiale dei CLN. Ed è bene indicativo del proseguire della linea e dell’impulso della Liberazione il fatto che, al giugno 1946, quando si riunisce la Costituente, la Costituente è ancora l’espressione dei CLN, anzi è essa stessa un CLN. Sono ancora i CLN che legiferano e danno la Costituzione nuova all’Italia.

Non mi tratterrò sulla Costituzione, che è stato argomento già di discorsi frequenti; dirò soltanto che di essa non si può intendere lo spirito, soprattutto per alcune sue parti, se non ci si rifà alla lotta di Liberazione.

Mi riferisco soprattutto alla parte che riguarda i diritti di libertà: parte programmatica sulla quale si discusse se fosse conveniente, almeno per i principi generali, esporla diversamente, cioè, come pensava Calamandrei, in un preambolo.

Indubbiamente, rileggendola ancora adesso, a me questa parte sembra un modello costituzionale.

Sono stati inseriti in alcuni degli articoli degli impegni e delle promesse che voi non intenderete, se non ricordate la lotta di liberazione prima, poi la sfilata di Milano, se non le considerate come espressione della volontà di un popolo che esige dai suoi partiti, esige dai suoi costituenti l’attuazione di quelle speranze che egli aveva concepito nel momento in cui si respirava ancora l’aria della liberazione, l’aria della vittoria.

E’ una parola ancora sospesa questa della Costituzione, è una parola ancora polemica. Per una parte dei politici e dei giuristi è una semplice legge come un’altra. Per noi ha un valore fondamentale a sé, e può esser interpretata solo come espressione di una volontà popolare in antitesi a quella del regime fascista. Questo valore eversivo non deve essere cancellato, se noi vogliamo che lo spirito antifascista segnato nella Costituzione impronti di sé la vita politica italiana in maniera chiara e definitiva.

La mia storia, quella che mi era stata affidata, finisce qui, con la Costituzione.

Non finiscono le mie conclusioni generali, le quali, nonostante io non possa essere pienamente soddisfatto da un punto di vista politico dei quindici anni successivi, sulla base di un’ampia visione storica tali conclusioni non possono essere negative.

Se oggi, al termine di questo corso di lezioni, per le quali Milano è così benemerita, noi ci voltiamo indietro a considerare questa storia d’Italia, quasi bicentenaria, perché le origini prime del Risorgimento nostro le potete ritrovare in Beccaria, vediamo che una certa sua unità, in definitiva, è data dall’azione delle forze popolari.

Sono esse che aprono la strada al Risorgimento, e sbloccano la storia, portano al 1848, l’anno grande della storia d’Italia, del quale il 1943-45 fanno in certo modo la vendetta.

Aprono la strada alla monarchia stabilizzatrice, conservatrice, che vince e accantona queste forze democratiche. Ma le classi che la sostengono e di cui è espressione, dopo che hanno dato la costruzione giuridica, legislativa del nuovo Stato italiano, rivelano più tardi la loro incapacità a dare sfogo e apertura alle forze nuove che sorgono, che crescono, che con la pressione popolare rompono questa invecchiata crosta politica.

Quando si apre il secolo nuovo si è inserita nella storia d’Italia la forza nuova delle classi lavoratrici, che con la loro pressione rappresentano una forza espansiva, una forza liberatrice.

La storia d’Italia che si è aperta, si è allargata, ora si chiude col fascismo: una parentesi, diceva Croce, che l’intendeva forse in modo un pò diverso, una parentesi all’origine della quale vi è un nuovo tentativo di resistenza delle classi possidenti.

Tuttavia questa corrente democratica e popolare – e questo è forse il motivo di maggior soddisfazione nella storia d’Italia – non si perde, continua ad operare nell’antifascismo clandestino, e all’estero.

Alla fine sono ancor queste forze che hanno ragione, che animano la riscossa, e vincono. La storia d’Italia si riannoda: è una bella pagina quella che ci può riportare fino alla liberazione del 1945.

Gli storici critici che a questo proposito trovano non accettabile la espressione di nuovo Risorgimento, credo che abbiano torto.

Quando un popolo insorge, di volontà sua, organizza da sé la sua insurrezione, ed esprime il nuovo tipo di governo ed ha delle nuove idee sul regime del paese: questo è Risorgimento.

Ma soprattutto vorrei dire a questi storici che essi non intendono bene la storia di questi tempi se non tengono conto della tensione morale. Che cosa fa grande il 1848, se voi ripensate ai vostri nonni delle cinque giornate di Milano, o ripensate all’appello di Mameli ? È la vibrazione degli animi della gioventù d’allora, che — in parte assai più limitata del ’43-45 — va a morire.

Questa stessa tensione, questa vibrazione di spiriti, questa carica formidabile di energia è ora nel popolo italiano. Non è questo Risorgimento ?

Lo è; ed è anche la ragione per la quale io mi compiaccio di queste iniziative, che sono la scuola fatta fuori della scuola. Purtroppo la scuola italiana, nella quale abbiamo tanti cari amici, non riesce nel complesso ad assolvere la funzione educatrice che da essa attendiamo.

Ricordare le prove e vicende recenti della storia italiana e la sua conclusione liberatrice è per noi dare le grandi indicazioni, le grandi idee, i grandi orientamenti che la scuola non dà o non dà sufficientemente.

Sono forse una prova di vitalità del popolo italiano queste forme sussidiarie della scuola che nascono dall’iniziativa spontanea, e che vi riuniscono qui a Milano, cosi come in quasi tutte le città d’Italia. Non sono un buon segno? Si, cittadini, sì, amici, sono un buon segno.

Il ricordo delle cose grandi sempre risveglia i giovani. Possiamo forse salutare l’avvenire d’Italia con una maggior speranza.”

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