Dove prendere i soldi lo dice Bankitalia

LAVORO: PRECARI RACCOLGONO RIFIUTI SU LUNGOMARE NAPOLI

Nel dibat­tito sul red­dito minimo ( e sue varianti) il punto da cui oggi occor­re­rebbe par­tire, in Ita­lia, è la ragione che nega l’ impos­si­bi­lità della sua appli­ca­zione: la man­canza di soldi. «Non ci sono le risorse» ha sen­ten­ziato di recente il mini­stro Poletti. Ma è dav­vero così? Sem­bra dif­fi­cile invece cre­derlo, se ci si informa sulla ric­chezza reale del paese, senza fer­marsi alle reto­ri­che cor­renti e al bac­cano stu­pido dei media. La Banca d’Italia, ad esem­pio, sem­bra avere un’idea diversa delle “risorse” dell’Italia.

Nel suo docu­mento «La ric­chezza delle fami­glie ita­liane. Anno 2013», il nostro paese, con una ric­chezza netta pari a 8.728 miliardi di euro, appare in una luce diversa dalla vul­gata mise­ra­bi­li­sta cor­rente:  «Nono­stante il calo degli ultimi anni, le fami­glie ita­liane mostrano, nel con­fronto inter­na­zio­nale, una ele­vata ric­chezza netta, pari nel 2012 a 8 volte il red­dito lordo dispo­ni­bile; tale rap­porto è com­pa­ra­bile con quello di Fran­cia, Giap­pone, e Regno Unito e supe­riore a quello di Stati uniti, Ger­ma­nia e Canada».

E’ una ric­chezza for­mata dal patri­mo­nio abi­ta­tivo( 4.900 miliardi), ma anche da titoli finan­ziari, risparmi, atti­vità eco­no­mi­che, ecc. Si tratta di una posi­zione di tutto rispetto, anche in con­fronto di grandi potenze indu­striali che il red­dito minimo lo pra­ti­cano da tempo. E’ allora qual è il pro­blema? Per­ché un paese così ricco non trova le risorse per dare alle fasce più deboli ed espo­ste della nostra popo­la­zione un red­dito di dignità? Per­ché l’Italia ha oggi 6 milioni di poveri in senso asso­luto, il 10% degli indi­vi­dui e l’8% delle fami­glie? La prima rispo­sta è – come lar­ga­mente noto – nella disu­gua­lis­sima distri­bu­zione della ricchezza.

Su que­sto punto i dati della Banca d’Italia degli ultimi anni sono noti. Il 10% delle fami­glie più ric­che detiene quasi la metà della ric­chezza nazio­nale. Que­stione sociale di prima gran­dezza, ma oggi osta­colo evi­dente alla cosid­detta ripresa. Cin­que mesi fa per­fino l’Ocse, che non è la Cari­tas, si è spinta a soste­nere, pudi­ca­mente che «l’aumento della dispa­rità ha un impatto sulla cre­scita» (M.Moussanet sul Sole24Ore del 9.12.2014).

E allora, per­ché i governi e i par­titi non pro­muo­vono poli­ti­che effi­caci di rie­qui­li­brio, di redi­stri­bu­zione della ric­chezza? Non è noto che il wel­fare del dopo­guerra si è retto su sistemi fiscali pro­gres­sivi? Eppure oggi un sistema fiscale real­mente demo­cra­tico non è nell’ agenda del nostro governo, né ovvia­mente dell’Ue, dove si fa a gara, tra paesi, a chi offre le migliori con­di­zioni fiscali ai capi­tali esterni. Men­tre in Ita­lia, secondo i dati apparsi di recente sulla stampa, ben l’80% del peso fiscale è soste­nuto dalla parte più debole del paese, dipen­denti e pen­sio­nati.
Dun­que, qual è allora il vero osta­colo che si para din­nanzi all’istituzione del red­dito minimo? Ma è evi­dente che si tratta di una ragione inte­ra­mente poli­tica. Il ceto poli­tico non ha nes­suna inten­zione di scon­trarsi con gli inte­ressi costi­tuiti, met­tere in discus­sione la gerar­chia con­so­li­data della ric­chezza così come si è venuta sto­ri­ca­mente for­mando. Que­sto ceto, del resto, costi­tui­sce un seg­mento interno, una giun­tura delle società capi­ta­li­sti­che del nostro tempo. Met­tere radi­cal­mente in discus­sione i rap­porti domi­nanti espor­rebbe a rischio il suo stesso potere rela­tivo e la sua ripro­du­zione. Eppure da noi la spe­re­quata distri­bu­zione della ric­chezza non è solo una dram­ma­tica disu­gua­glianza fra le classi, che dan­neg­gia la “cre­scita”: den­tro vi è inci­stata anche una que­stione generazionale.

Sem­pre la Banca d’Italia, ne «I bilanci delle fami­glie ita­liane» nell’anno 2012 ha ricor­dato che nel pre­ce­dente ven­ten­nio, in ter­mini rela­tivi, il red­dito degli anziani è pas­sato «dal 95 al 114 per cento della media gene­rale. (…) Per le classi di età più gio­vani, invece, il red­dito equi­va­lente è diven­tato signi­fi­ca­ti­va­mente più basso della media: il calo è stato di circa 15 punti per­cen­tuali». Non c’è da stu­pirsi: il capi­ta­li­smo neo­li­be­ri­sta distri­bui­sce la ric­chezza sulla base dei puri rap­porti di forza fra classi e indi­vi­dui. Com’era stato per tutta la pre­ce­dente sto­ria delle società umane, sino al tren­ten­nio key­ne­siano. Il gene­rale regre­dire della nostra civiltà, lasciata ai liberi appe­titi del cosid­detto “mer­cato”, si riflette anche qui. La parte meno rap­pre­sen­tata e forte, la nostra gio­ventù, indie­treg­gia, non ha lavoro, non rie­sce a intra­pren­dere, non può pro­se­guire gli studi, non può fare ricerca, non può met­tere su fami­glia. E’ da anni che il seg­mento più gio­vane della popo­la­zione, il più vitale, poten­zial­mente più crea­tivo e inno­va­tivo, in grado di ridare spe­ranza e slan­cio al nostro paese, viene lasciato lan­guire ai mar­gini della società.

Si fac­ciano un giro per le città e i paesi del Sud poli­tici e gior­na­li­sti filo­go­ver­na­tivi: rispar­mie­ranno la fatica di leg­gere aride sta­ti­sti­che. Ma pos­sono anche stare a Milano, dove l’altro giorno, per 25 posti da infer­miere, erano in fila 13 mila persone.(Corriere della Sera del 3.4. 2015) Dav­vero, qual­cuno pensa di intac­care la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile ita­liana con il Jobs Act ? Chi può one­sta­mente affer­mare che con la sola cre­scita potremo avere milioni di nuovi posti di lavoro? E quanti anni dovremo atten­dere? E quale potrà essere il ritmo di tale cre­scita, con i vin­coli in cui ci strin­gono i patti iugu­la­tori dell’Ue? Nes­suno fac­cia finta di non sapere che l’Italia è un paese sotto occu­pa­zione stra­niera: sotto occu­pa­zione finan­zia­ria. Una novità asso­luta nella sto­ria degli stati sovrani.

Dun­que, quella per il red­dito minimo è una bat­ta­glia stra­te­gica di grande por­tata, in grado di dare un minimo di respiro alla nostra gio­ventù e a tante fami­glie dispe­rate in tempi brevi. Al tempo stesso col­pi­rebbe la disu­gua­glianza e raf­for­ze­rebbe la domanda interna. Le risorse si tro­vano dove un tempo le tro­va­vano i par­titi della sini­stra e i sin­da­cati: facendo leva sulla lotta sociale, con una pres­sione di massa che tra­sfe­ri­sca ali­quote signi­fi­ca­tive di ric­chezza dalle immense e cre­scenti ren­dite accu­mu­late nelle fasce alte della società. La Coa­li­zione sociale di Lan­dini e altri dovrebbe porsi come cen­trale tale obiet­tivo, non solo per le ragioni già dette. Con le poli­ti­che cor­renti, senza un cam­bia­mento dei trat­tati dell’Unione – otte­ni­bile da un vasto movi­mento di massa con­ti­nen­tale — è evi­dente a tutti noi che il pros­simo avve­nire, in Ita­lia e in Europa, sarà delle destre. Con con­se­guenze impre­ve­di­bili per la democrazia.

In poli­tica il tempo è tutto. Per­ciò occorre oggi rac­co­gliere la rab­bia, il ran­core, la dispe­ra­zione ma anche la ras­se­gna­zione dei nostri gio­vani (e non solo) e tra­sfor­marla in ener­gia poli­tica, mostrando un obiet­tivo con­se­gui­bile tra­mite il loro impe­gno in prima per­sona. Que­sto signi­fica, tra­dotto in parole sem­plici, che la Coa­li­zione sociale deve met­ter in moto subito ini­zia­tive nei luo­ghi di lavoro, nelle scuole, nell’Università, in tutti gli spazi pub­blici per­ché il red­dito minimo diventi il tema dominante.

Una cam­pa­gna di mesi, in cui si met­tono in luce diritti e si denun­ciano le ingiu­sti­zie intol­le­ra­bili che stanno tra­sci­nando il paese alla rovina. Una grande ver­tenza nazio­nale, che abbia al cen­tro quest’asse, che parta ora, che avvi­cini le orga­niz­za­zioni ai cit­ta­dini, rin­sal­dando un fronte poli­tico dav­vero nuovo, privo delle stru­men­ta­lità pro­prie delle cam­pa­gne elet­to­rali. E’ que­sta una con­di­zione impor­tante: un aspetto mai con­si­de­rato, per spie­gare i fal­li­menti delle pro­po­ste poli­ti­che messe in piedi dalla sini­stra radi­cale, è che sono state pro­mosse sem­pre a ridosso delle ele­zioni. Dall’Arcobaleno in poi, pun­tual­mente, esse sono apparse agli occhi degli elet­tori come una sco­perta mano­vra da ceto poli­tico, ani­mate dal desi­de­rio di occu­pare posti di potere. La poli­tica fra i cit­ta­dini si dovrebbe fare tutti i giorni. Una grande bat­ta­glia nazio­nale così orien­tata può costi­tuire l’esperienza da cui può nascere — se si sarà respon­sa­bili e si porrà al primo posto il valore dell’unità – una for­ma­zione poli­tica dai tratti nuovi. Una “cosa” che nes­suno può ideare oggi a tavolino.

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