Con i droni si fa killeraggio, non si governa

Con i droni si fa killeraggio, non si governa

Un ragazzo italiano è morto soto i bombardamenti in Pakistan, effettuati da un drone Usa pilotato da migliaia di chilometri di distanza. Giovanni Lo Porto, insieme a un altro ostaggio, per di più statunitense, ha concluso così la sua vita da viaggiatore solidale, da idealista pratico, da essere umano che ha voluto essere davvero tale.

Sono molte le cose che questa vicenda mette in evidenza. Ci atteniamo a quelle più generali, perché illuminano meglio lo stato del mondo.

Intanto, tutto ciò è avvenuto tre mesi fa. Il governo italiano è stato avvertito soltanto ieri. E questo dice tutto sia sull’uso (produzione, manipolazione, missaggio, ecc) delle informazioni in tempi di guerra, sia sulla considerazione che la Casa Bianca continua ad avere dell'”allleato italiano”. Meno di zero, con buona pace del bullo di Pontassieve.

In secondo luogo, i droni hanno sostituito da tempo, nella strategia militare Usa, l’invio di truppe sul terreno. Voluti da Bush il giovane, preoccupato per le perdite subite in Iraq e Afghanistan, e soprattutto per i loro riflessi elettorali, sono rapidamente diventati l’unico gioco di guerra in mano ad Obama, che nutriva le stesse preoccupazioni.

Arma tecnologica per definizione, il drone permette di agire militarmente – come raccolta di informazioni e intervento a fuoco – in situazioni “altamente inospitali”, dove non è consigliabile impiegare personale umano. Possono essere abbattuti, ma in quel caso c’è solo un danno economico, non un prezzo politico da pagare. Sono in perenne evoluzione, affinandosi continuamente i sistemi di rilevazione, riconoscimento di immagini, di puntamento, ecc.

Ma il “baco” costitutivo di quest’arma resta ineliminabile. E’ infatti un killer formidabile, ma decisamente miope. La sua precisione infatti è determinata dalle informazioni raccolte sul terreno; ma viene impiegato proprio su quei terreni su cui è più difficile raccogliere informazioni. Nato per sostituire gli umani in battaglia, insomma, ne dipende in modo assoluto quando si deve decidere qual’è il bersaglio da colpire.

L’incertezza è ineliminabile, specie in contesti in cui non ci sono truppe in divisa, vessili riconoscibili con certezza. Insomma, in tutti i luoghi del pianeta in cui la guerra è condotta in modo non convenzionale, dove la distinzione tra “combattenti” e “civili” è improba anche per chi vive. A maggior ragione per chi è estraneo, lontano, sia sul piano culturale-linguistico che su quello spaziale. L’attendibilità degli informatori in loco e la capacità di verifica dell’intelligence sono determinanti, ma fatalmente esposte all’errore. L’informatore può essere più o meno vicino al bersaglio, più o meno inetrno alle filiere di comando delle “truppe nemiche”, addirittura avere propri obiettivi ignoti al destinatario della “dritta”; la trasmissione dell’informazione può essere disturbata sia sul piano della tempistica che della deformazione; i “verificatori” che debbono trasmettere l’ordine di attacco possono essere più o meno scrupolosi (pensate a quanti “ok, spariamo” pronuncerebbe un fan di Salvini in certi casi).

Non è un paradosso, è una vera e propria contraddizione.

Fin qui sono d’accordo anche gli esperti militari mainstream. Persino la Cia aveva avertito del carattere non risolutivo di quest’arma (di cui pure fa largamente uso) perché ha come contraltare la crescita della rabbia nelle popolazioni colpite in modo tanto vigliacco (e sentito tanto più vigliacco proprio nelle situazioni più “arretrate”, laddove il combattente è rispettato se si espone al rischio della morte). Le conseguenze politiche pertanto sono un boomerang: per colpire alcune decine di “nemici combattenti” si uccidono anche migliaia di civili non combattenti, quindi si alimenta una resistenza collettiva che implementa le file dei combattenti nemici.

E’ una vecchia regola della guerra e della costruzione degli imperi. Se vuoi governare un altro paese (un territorio, un popolo), devi combattere una guerra, vincerla, imporre il tuo governo fantoccio e posizionare in quel territorio in modo stabile una quantità di truppe – esseri umani, per quanto di una tipologia non simpatica – inversamente proporzionale alla forza militare e politica del “tuo” fantoccio.

I droni permettono di smantellare intere strutture militari, attuare “omicidi mirati”, raggiungere un essere umano fin nella più profonda delle caverne. Ma non servono a governare un territorio e una popolazione. Possono dunque essere fondamentali per distruggere uno Stato e la sua forza militare (Iraq, Somalia, Libia, in parte anche la Siria), ma non aiutano minimamente a costruirne un altro. Per far questo occorre un progetto di dominio, non solo una volontà di dominio. E se non ce l’hai, come il coragggio per don Abbondio, non te lo puoi dare.

Proprio per questa ragione, sono un indice di debolezza, non di forza imperiale. Sono il frutto di un’assenza di strategia politica, non di una occhiuta capacità di governo totale. E’ l’esatto contrario di quel che capiscono i “dietrologi”, quei ciechi ciancianti che dietro ogni accadimento vedono la mano del proprio nemico. L’imperialismo stelle-e-striscie controlla sempre meno interi pezzi di mondo; tanto che ha rinunciato a governarli. L’unico obiettivo possibile diventa evitare che in quei pezzi di mondo sorgano nemici così forti da minacciarlo. Su questo i droni possono fornire un temporaneo supporto. Ma solo su questo, e non troppo a lungo.

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