25 APRILE 2015 RITORNO ALLE ORIGINI O RITORNO AL CONCETTO? UN NUOVO CASO DI ROVESCISMO STORICO

25 aprile 2015 ritorno alle origini o ritorno al concetto? Un nuovo caso di rovescismo storico

Natura morta – Paio di scarpe, 1887 – Vincent van Gogh

Per un’analisi storico concettuale della commemorazione della Resistenza: un nuovo confronto-scontro fra tradizione oscurantista e ragione illuminista si consuma nell’attuale dibattito sul senso da dare alla commemorazione del 25 aprile. L’uso pubblico della storia da parte dell’ideologia dominante rischia di sacrificare alla morta lettera del passato non solo il vivente spirito resistenziale, ma la stessa esigenza di riflettere sulla propria storia.

di Renato e Rosa – la città futura

Le polemiche scoppiate intorno al 25 Aprile romano sono ormai certamente note ai lettori in quanto già esposte sui quotidiani borghesi e in modo critico su questo settimanale da Luigi Mazza e non ci ritorneremo. Cercheremo invece, a partire dai fatti accaduti, di approfondire questo tema da un punto di vista storico concettuale.

Lo snodo da cui partire ci sembra il seguente: commemorare il 25 Aprile significa tornare al semplicemente al passato o mantenere vivo nel presente il concetto di Resistenza? Per cercare la risposta a questa questione ci avvarremo della lezione di Hegel, il quale ha condotto in modo radicale la critica alla teoria oscurantista del ritorno al passato. Nella nota analisi critica della coscienza infelice, nella Fenomenologia dello spirito, Hegel mostra che i cristiani che volevano tornare al passato, tornando al Cristo storico, ad esempio lo andavano a ricercare, con le crociate, in Palestina dove non potevano che trovare un sepolcro vuoto [1]. In tal modo non solo non conseguivano il loro obiettivo di tornare alle origini per far rivivere, dandogli nuova linfa, il cristianesimo, ma sacrificavano del tutto a un ritorno alle origini preso alla lettera lo spirito stesso del messaggio evangelico. L’universalismo, l’amore per il prossimo, la fratellanza universale erano traditi, anche perché dietro la sovrastrutturale lettera si affacciavano precisi interessi socio-economici.

Mutatis mutandis, un discorso analogo si potrebbe fare per gli attuali rigurgiti di fondamentalismo islamico. Anche in questo caso la salvaguardia attraverso un profondo rinnovamento della propria cultura, dinanzi al neocolonialismo del pensiero unico liberista, è frainteso dagli integralisti nel senso di un presunto ritorno alle origini storiche dell’Islam. In tal modo una legittima istanza si rovescia nel suo contrario, ossia lo spirito della necessaria difesa dal neocolonialismo anche dal punto di vista ideologico e culturale, la lotta di classe dal punto di vista del pensiero direbbe Althusser, si rovescia nel proprio contrario, ossia in un reazionario ritorno al passato. Anche in questo caso è, dunque, necessario distinguere tra i grandi riformatori del passato, valga per tutti l’esempio di Martin Lutero, che hanno dato nuova vita a una tradizione culturale esausta, mediante un ritorno al concetto di religione, (stringendo il legame fra individuo finito e universale infinito), e gli ultra-reazionari che, come i salafiti, tradiscono compiutamente il portato universalistico e, in quanto tale, emancipatorio dell’Islam, in nome di un ritorno alla morta lettera storica, positiva.

Lo scontro che si consuma oggi sul 25 aprile è sostanzialmente lo stesso. Da una parte abbiamo i neocrociati, i sostenitori del pensiero unico vetero-liberista e neocolonialista, dal governo, ai sionisti, all’opinione pubblica borghese, che pretendono un reazionario ritorno al passato e alla lettera piuttosto che allo spirito della Resistenza. Dall’altra abbiamo chi si batte oggi per la liberazione dall’occupazione militare, dal razzismo, dal colonialismo e dall’imperialismo, e che vive dunque la commemorazione del 25 aprile come un ritorno alle origini concettuali della Resistenza. Ai sostenitori dello spirito della Resistenza e della sua necessaria attualizzazione, i sacerdoti della tradizione storica, della morta lettera del 25 aprile, contrappongono, spalleggiati dai grandi mezzi di comunicazione di massa, chi oltre settanta anni fa si è opposto o è stato perseguitato dall’imperialismo tedesco, sorvolando sui motivi alla base di tale opposizione e, cosa ancora più grave, sottacendo la discontinuità con la difesa di quei valori nell’attualità. In tal modo si perde di vista, come sapeva persino il liberale Benedetto Croce, che la storia è necessariamente sempre contemporanea, e come sapeva persino l’ultra reazionario Friedrich Nietzsche (non a caso popolare nella a-sinistra intellettuale) una concezione monumentale della storia favorisce una mitizzazione del passato e inibisce l’azione nel presente, come una concezione antiquaria della storia porta alla venerazione del passato, traducendosi nel rifiuto del cambiamento.

Così, ad esempio, oggi i sionisti, i filogovernativi e la società civile borghese, adducono come giustificazione della loro censura nei confronti della presenza alla commemorazione della Resistenza e della lotta di liberazione delle bandiere del popolo che oggi incarna la lotta contro il dominio colonialista, il fatto che il Gran Muftì di Gerusalemme, oltre settant’anni orsono aveva considerato il nemico principale il colonizzatore britannico, stringendo così un’alleanza tattica con il nemico del proprio nemico: l’imperialismo tedesco. Dunque secondo questa visione ultra-ideologica della storia avrebbero legittimità a commemorare la lotta di liberazione e la Resistenza i sostenitori di chi, settanta anni fa, preferì schierarsi con l’imperialismo britannico, per rafforzare i propri insediamenti coloniali in Palestina, e oggi sostiene l’occupazione colonialista di tale terra, mentre dovrebbe essere escluso chi vuole testimoniare l’attuale sostegno alla più eclatante lotta di liberazione nazionale e Resistenza all’occupazione odierna, perché il popolo che ne è protagonista ha avuto settanta anni fa un leader religioso che preferì allearsi con l’imperialismo tedesco. Sarebbe come sostenere che nessun italiano oggi potrebbe in quanto tale partecipare alla commemorazione del 25 aprile in quanto settanta anni fa i vertici della chiesa cattolica erano alleati, tatticamente, al nazi-fascismo, in funzione antisocialista.

Insomma, la logica del pensiero unico dominante è la seguente: nella commemorazione della Resistenza italiana hanno tutto il diritto di parteciparvi chi ne ha fatto parte come la Brigata Ebraica e l’associazione dei deportati (che più che partigiani, in realtà, sono stati vittime), ma cosa c’entrano le bandiere straniere, le bandiere palestinesi? Così quella bandiera che ha sempre sfilato in tutti i cortei per anni a pieno titolo, proprio perché simbolo di un popolo che lotta per liberarsi da un occupante, in perfetta linea con lo Statuto dell’ANPI che all’articolo 2 sottolinea il proprio «profondo legame con i movimenti di liberazione nazionale del mondo» [2], oggi la sua presenza suscita forti polemiche e tensioni.

Il presidente dell’Anpi romano sogna invece un corteo aperto da una bandiera palestinese e una israeliana, dimenticando che sono i palestinesi il popolo che oggi deve essere liberato e gli israeliani i suoi oppressori. La dirigenza dell’ANPI di Roma, pressato da una base attiva in maggioranza favorevole allo spirito della Resistenza e dai vertici nazionali filo-governativi desiderosi di sacrificare tale spirito alla difesa della positiva lettera, finisce con il sostenere che i filo-palestinesi non c’entrano con lo spirito della manifestazione e devono dunque sfilare in fondo al corteo. Nonostante che i filo palestinesi avessero partecipato al tavolo organizzativo del corteo, a differenza del partito di riferimento della dirigenza dell’Anpi, che a Milano si è impegnato a difendere i sostenitori della Brigata Ebraica da possibili contestazioni da parte dei sostenitori della causa palestinese. Tale presunta soluzione ecumenica, che richiama alla mente il brano evangelico «io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido, e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca» [3], ha finito per scontentare tutti. I rapporti di forza sembrano, almeno per il momento, dare ragione al pensiero unico dominante, tanto che i dirigenti filo-governativi dell’Anpi nazionale hanno commissariato nei fatti l’Anpi romano e, rompendo contraddittoriamente con la tradizione, di cui pur si fanno apparentemente fautori, hanno sottratto a esso l’organizzazione delle manifestazioni demandandole alla giunta comunale romana, che non ha mancato di sostenere in passato gli occupanti israeliani e persino l’ultra tirannico “stato” saudita. Così, in nome del ritorno al passato, si è arrivati all’estremo opposto: non solo si nega il concetto della Resistenza, ma la cosa stessa, ossia la manifestazione, che l’Anpi nazionale, sottrae senza preavviso all’Anpi romano, che lo ha da sempre organizzato, per darlo alle istituzioni comunali. La commemorazione del 25 Aprile dal corteo da Porta san Paolo, luogo di nascita della Resistenza, rischia di finire nella sede della giunta antiproletaria romana.

Secondo l’ideologia borghese dominante, insomma, a parlare devono essere solo coloro che hanno fatto la guerra di liberazione settant’anni fa –  che magari oggi hanno rinnegato quei valori e sostengono attualmente l’imperialismo occidentale –  più che coloro che oggi lottano per vedere riconosciuta la loro identità nazionale, come i palestinesi, fino ad arrivare, con tale rovesciamento tra spirito e lettera, alla cancellazione del 25 Aprile, quando tra poco i partigiani di settant’anni fa saranno tutti morti [4]. Insomma, con un attitudine tipicamente dogmatica, costoro non sembrano, ad esempio, minimamente turbati dei massacri di vecchi e bambini compiuti dall’Isis nei campi profughi in cui da settanta anni sono condannati a sopravvivere i palestinesi a causa dell’occupazione sionista, ma sono invece pronti a mostrare tutta la loro pietà in modo “esclusivo” unicamente verso Israele e gli individui di religione ebraica [5].

Tale posizione che nega i valori dell’universalismo, che non riconosce l’altro, propria del nazionalismo sciovinista, è perfettamente in linea con la politica di Netanyahu e di uno paese che, insieme agli Usa, ha perseguitato e disperso un altro popolo. In effetti, chi intende escludere i filo palestinesi, non solo non riconosce i resistenti e gli oppressi di oggi ma “seleziona” la memoria anche rispetto a settant’anni fa, separando artatamente «la memoria della persecuzione antisemita dalle altre persecuzioni del nazifascismo e soprattutto della Resistenza espressa dalle forze della sinistra» [6].

Insomma si ritorna, con un uso politicista della storia, a un passato mutilato o modificato secondo le esigenze, atto a legittimare le politiche imperialiste del presente, basti pensare alla rimozione del Memoriale italiano ad Auschwitz da parte del governo polacco (con l’avallo di quello italiano) perché al suo interno presenta, fra gli altri simboli della Resistenza, una falce e martello e un’immagine di Antonio Gramsci [7].

Del resto, occorre ricordare, che già dopo la Resistenza in nome dapprima dei governi di unità nazionale, poi della via italiana al socialismo, poi della distensione, della convivenza pacifica, del compromesso storico, dell’eurocomunismo sino al consociativismo nato dalla politica dei sacrifici, lo spirito della Resistenza è stato immolato sull’altare del passato e della morta lettera. Per cui se ne sono istituzionalizzate le commemorazioni, come se uno Stato filo-imperialista e poi imperialista avesse l’autorità morale per commemorare la Resistenza. Così, come cantava Ivan della Mea in Nove maggio, gli sfruttati si trovavano alla commemorazione con gli sfruttatori:

E nei giorni della lotta

rosso era il mio colore

ma nell’ora del ricordo

oggi porto il tricolore.

Tricolore è la piazza

tricolori i partigiani

«Siamo tutti italiani»

«Viva viva la nuova unità».

E che festa e che canti

e che grida e che botti

e c’è Longo e c’è Parri

e c’è anche Andreotti.

E c’è il mio principale

quello che mi ha licenziato

quello sporco liberale

anche lui tricolorato.

Ne possiamo dunque che domandarci con il Dario Fo di La Comune: «Tutti uniti! Tutti insieme! Ma scusa, quello non è il padrone?».

D’altra parte la contrapposizione fra lettera e spirito, tra passato e concetto, porta a falsificare la stessa lettera e lo stesso passato. Come prima si metteva sullo stesso piano la Resistenza rossa e la presunta Resistenza bianca, si confondeva la Resistenza dei proletari e del ceto medio illuminato, con quella dei settori filo-padronali, che vista la mala parata dell’alleato imperialista tedesco, erano passati con la monarchia sabauda dalla parte dell’imperialismo filo inglese e filo statunitense. Così oggi si considerano reali resistenti le vittime, con l’ormai consueta apologia delle “vittime innocenti”, divenuto, per dirla con Giacché (che si rifà al recentemente scomparso Eduardo Galeano [8]), «un vero e proprio mantra dell’ideologia contemporanea, assieme all’altro – ancora più dannoso – secondo cui “tutti i morti sono uguali”. La memoria da coltivare e la dignità da restituire sono la memoria e la dignità di coloro che ebbero il coraggio di opporsi al potere di regimi oppressivi e dittature militari, e per questo furono torturati, assassinati e fatti sparire» [9]. Così si tende oggi a dare la quasi esclusiva nella commemorazione della Resistenza e della lotta di liberazione alle vittime civili degli eccidi nazisti, preferibilmente di religione ebraica. Mentre invece chi ha resistito combattendo, lo «si ricorda non di rado con malcelato fastidio» [10]. A tal proposito ha osservato a ragione Valerio Romitelli, ricordato nel testo di Giacché,

Celebrare soprattutto le vittime, in questo come in altri casi simili, oggi ha un chiaro significato: aderire all’opinione corrente almeno su tre punti politicamente disastrosi. Anzitutto, ammettere che tutte le grandi passioni politiche del XX secolo sono da considerarsi criminali perché ideologiche, e quindi da rigettare in blocco, senza alcun bilancio, né ripensamento. In secondo luogo, considerare che il vero criterio di misura della politica stia nel corpo individuale, biologico, di modo che la sua sofferenza, il suo essere vittima, rappresenti un limite insormontabile. Infine, l’ammissione che la politica debba ridursi unicamente a dare sicurezza di fronte alla paura, o meglio al “Terrore”, della sofferenza individuale [11]

Oltre alle vittime deportate a dover essere in prima fila, secondo l’ideologia dominante, nella commemorazione della Resistenza dovrebbero essere i sostenitori della Brigata ebraica, in cui membri furono arruolati dagli alleati imperialisti inglesi. Dopo aver combattuto insieme a questi ultimi contro i tedeschi e la classe dominante palestinese filo tedesca, la Brigata ebraica, come ricorda lo storico A. d’Orsi [12], sarà incaricata di gestire in modo neocoloniale la Palestina, dopo il necessario ritiro del colonialismo inglese. Così la destra sionista, che precedentemente non si era fatta problemi a trovare accordi con i nazisti e con i fascisti, ai quali ultimi era, anche per diversi aspetti, ideologicamente affine [13], partecipò con inglesi e americani all’invasione dell’Italia, portata avanti con metodi terroristici, per sconfiggere il concorrente tedesco e prevenire un’estensione del campo socialista all’Italia. In tal modo sarà certo garantita la liberazione dai tedeschi, ma sarà assicurata la mancata liberazione dall’imperialismo, a cui siamo ancora sottoposti.

Al contrario chi si batte per la liberazione della Palestina e i palestinesi stessi non possono commemorare la Resistenza passata con i simboli dell’attuale Resistenza, perché si tratterebbe di simboli stranieri. Sarebbe un po’ come dire che oggi la Pasqua dovrebbe essere officiata da Giuda Iscariota e non dai cristiani stranieri come gli italiani. Giuda Iscariota era stato discepolo di Gesù, come gli attuali esponenti dell’Anpi legati al governo o gli esponenti della comunità ebraica legati all’entità sionista, mentre i cristiani italiani in quanto stranieri sarebbero da considerare degli estranei. Allo stesso modo ancora oggi gente che sostiene l’occupazione sionista della Palestina, gente apertamente di destra, gente che ha partecipato al tentativo golpista di estrema destra di E. Sogno, se da giovanissimo ha partecipato in un modo o nell’altro alla lotta contro l’occupazione tedesca, anche se in difesa dell’imperialismo di cui quell’occupazione era figlia, se è stata perseguitato barbaramente dai tedeschi o anche solo ha parenti perseguitati, sarebbe abilitata a commemorare la Resistenza, mentre non lo sarebbe chi si batte contro l’occupazione e a favore della Resistenza, non in un passato remoto, ma nell’attualità.

In questo totale rovescismo concettuale chi oggi è per l’oppressione e contro la Resistenza sarebbe abilitato a commemorare la Resistenza passata, mentre andrebbe considerato un pericoloso provocatore chi intende commemorare la Resistenza passata, facendola anche rivivere nel presente, ossia nel vivente concetto e non solo nella morta lettera.

 

Note

[1] «Dove questo viene cercato, là non può venir trovato; perché esso deve appunto essere un al di là, un qualcosa siffatto da non poter venir trovato. Cercato come entità singola, esso non è una singolarità universale, pensata, non è un concetto, ma un qualcosa di singolo come oggetto, ossia un che di effettivo; è oggetto della certezza sensibile immediata; e proprio per questo, non è che qualcosa di già dileguato. Alla coscienza può pertanto farsi presente solamente il sepolcro della sua vita.  Ma poiché anche questo sepolcro è una realtà effettiva,  e  il  garantire  un  possesso  durevole  è  contrario  a  tale  natura,  ecco che anche  questa  presenza  del  sepolcro è soltanto la lotta  per  un  impegno  che  deve  necessariamente  andare  perduto» (G.W.F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, La nuova Italia, Scandicci 1996, p. 137).

[2] Apocalisse 3:14-16.

[3] A. d’Orsi, La rimozione nascosta della memoria, ne “Il Manifesto” del 9 Aprile 2015, p. 14.

[4] cfr. Ibidem.

[5] cfr. P. Bevilacqua, Il 25 aprile con i palestinesi, ne “Il Manifesto” del 14 Aprile 2015, p. 15.

[6] M. Ovadia, I frutti tossici del nazionalismo, ne “Il Manifesto” del 11 Aprile 2015, p. 14.

[7] cfr. D. Conti, La storia rottamata dai governi, ne “Il Manifesto” del 10 Aprile 2015, p. 6

[8] E. Galeano, Abracadabra. Per aprire le porte, ne “Il Manifesto” del 17 marzo 2006.

[9] V. Giacché, La fabbrica del falso, DeriveApprodi, Roma 2011, II ediz. aggiornata, p. 237. Occorre citare per esteso questo significativo passaggio: «tra le più significative distorsioni della falsa memoria oggi prevalente anche da noi, vi è invece il derubricare questi morti a “vittime di serie B”. In fondo, è questo il motivo per cui i campi di sterminio sono divenuti unicamente i campi dello sterminio degli ebrei, i luoghi in cui avvenne l’“Olocausto” (Shoah) – secondo l’intollerabile definizione misticheggiante ormai invalsa, che assimila gli sterminatori nazisti ad officianti di un rito sacro. Oggi, nella migliore delle ipotesi, si montano polemiche perché non si parla abbastanza dei rom e degli omosessuali sterminati nei campi. È invece completamente svanito dalla memoria ufficiale il semplice dato di fatto che i campi di concentramento e poi di sterminio nacquero per gli avversari politici e che vittime dei campi furono – sino all’ultimo – oppositori dei nazisti e del loro regime: comunisti e socialdemocratici tedeschi, maquis francesi, partigiani russi, operai che organizzarono i grandi scioperi del 1943 nelle fabbriche del nord Italia, soldati italiani che non prestarono obbedienza al Duce e al Führer dopo l’8 settembre, partigiani jugoslavi, greci, e così via».

[10] Ibidem.

[11] V. Romitelli e D. Ventura, “Ricorda!” Marzabotto e Stella Rossa, in V. Romitelli, L’odio per i partigiani, Napoli, Cronopio, 2007, pp. 118-9.

[12] Cfr. A. D’orsi, La rimozione nascosta della memoria, ne “Il Manifesto” del 9 Aprile 2015, p. 14.

[13] Cfr. D. Losurdo, Il linguaggio dell’impero, Laterza, Roma-Bari 2007. In questo libro Losurdo, richiamandosi alla filosofa liberale ebrea Hannah Arendt, osserva: «assumendo “il linguaggio dei nazionalisti più radicali”, il sionismo si configura in modo esplicito come “pan-semitismo” (H. Arendt, Ripensare il sionismo, in Ebraismo e modernità, Unicopli, Milano 1986,, pp. 101-2); ma perché mai il pan-semitismo dovrebbe essere migliore del pan-germanesimo? Herzl è ossessionato dalla preoccupazione di mantener ferma l’identità culturale ed etnica dell’ebraismo: non dichiara lui stesso che il sionismo dovrà ricercare i suoi “alleati” e i suoi “amici più devoti” tra gli antisemiti, essi stessi desiderosi di evitare contaminazioni tra popoli diversi nella loro anima e nella loro essenza (Ivi, p. 30 nota 11 e p. 98)? A partire da ciò la Arendt giunge ad una conclusione radicale: il sionismo “non è altro che l’accettazione acritica del nazionalismo di ispirazione tedesca”. Questo assimila le nazioni a “organismi biologici super umani”; ma anche per Herzl “non esistevano altro che aggregati sempre uguali di persone, visti come organismi biologici misteriosamente dotati di vita eterna” (Ivi, pp. 107-8 e 131). E, di nuovo, col rinvio al “nazionalismo di ispirazione tedesca”, carico di motivi “biologici”, siamo ricondotti al nazismo o, per lo meno, all’ideologia successivamente ereditata e radicalizzata dal Terzo Reich. Alla fine del 1948, in occasione della visita di Begin negli Usa, in una lettera aperta al “New York Times” firmata anche da Albert Einstein, Arendt chiama alla mobilitazione contro il responsabile della strage di Deir Yassin, facendo notare che il partito da lui diretto risulta “strettamente imparentato coi partiti nazionalsocialisti e fascisti”» (D. Losurdo, Il sionismo e la tragedia del popolo palestinese, http://www.marx21.it/rivista/4917-il-sionismo-e-la-tragedia-del-popolo-palestinese.html#).

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