Il racconto dell’Appia Antica

Un tranquillo week-end per cambiare il mondo. O magari per cominciare a farne uno nuovo. Ha sorpreso tutti l’affermazione di Raccontiamola Giusta, la festa romana delle persone comuni che ha aperto le finestre, le ventanas direbbe un grande maestro del racconto che ci ha lasciato in questi giorni, per far passare l’aria. Quella di una nuova primavera in una città ferita e umiliata dalle vicende giudiziarie e dalla sua rappresentanza politica

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di Marco Calabria e Riccardo Troisi – comune.info

Poco più di dieci anni fa, Eduardo Galeano smise di pubblicare le sue ventanas sulmanifesto. I suoi modi squisiti lo spinsero a far congedare quelle asciutte meraviglie del racconto breve dagli aficionados italiani. Grazie, scrisse ai lettori, le finestre vi dicono addio e vanno a comporre un libro. Le singole pagine “vanno a formare un lungo racconto, pezzettini di un tutto, e non mi danno più il permesso di diffonderle una a una. Le finestre vogliono essere una casa e io obbedisco”. C’èun tempo per stare da soli, scriveva in sostanza, e ce n’è un altro per abitare insieme. Anche in un racconto.

Potrebbe essere questa una delle chiavi suggestive per leggere la straordinaria affermazione di Raccontiamola Giusta. Sì, perché la festa che nel week-end passato ha visto la sorprendente réentrée sulla scena della capitale di una perduta visibilità “cittadina” della galassia dell’economia solidale, s’è vestita da racconto. Un’affermazione, si diceva, che non è misurabile né solo né principalmente con il numero dei partecipanti: forse cinquemila, forse più. “Non fa poi tutta ‘sta differenza”, dice chi  ne ha viste tante. Più significativo, magari, potrebbe essere il fatto di aver più che quintuplicato i partecipanti iscritti al relativo evento facebook. L’economia dell’Appia Antica non vive solo di “mi piace”. Ci mancherebbe.

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Aiuterebbe forse più a comprendere la portata di questo piccolo “evento”, la possibilità di misurare il come le persone che hanno invaso la ex cartiera dell’Appia Antica e il suo parco si sono sentite e sono state insieme. Aprile ha fatto la sua parte e ha dato il meglio di sè perfino una capitale ferita e frastornata da vicende giudiziarie umilianti e da politiche ormai più ridicole che surreali. Lo dimostra, buon’ultima, la scomposta reazione di un sindaco che esibisce allergia al pensiero critico stimolato da urbane domande sui poco gloriosi trascorsi liguri di un assessore super-eroe, magari esposto in vetrina un po’  troppo frettolosamente. Peccato, non sembra proprio composta da gente dal polso fermo e dai nervi saldi, la giunta sopravvissuta al velenoso Mondo di Mezzo. Delude, in modo particolare, la gestione degli inevitabili, e talvolta assai salutari, conflitti interni. Come sa bene, e volendo potrebbe insegnare con modestia, proprio il mosaico di esperienze e profili in carne ossa dei protagonisti di un allegro week-end solidale.

Non sono stati anni facili, quelli più recenti, per la gente che ha promosso e costruito tessera dopo tessera, con pazienza certosina e altrettanta fatica,Raccontiamola Giusta. La cosiddetta economia solidale romana non è un gruppo facebook e nemmeno un circolo Pickwick. È una roba complessa, difficile da maneggiare (e tanto più da “manovrare”) ma molto viva. Chi la anima, ha dovuto e deve resistere a una competizione ogni giorno più predatoria, è stato sfiorato o in parte investito dallo tsunami e dalla paralisi conseguente all’emersione del sottomarino putrido di Mafia Capitale. E subisce, come tutti, i fendenti di una crisi – non solo economica – di proporzioni inaudite e largamente impreviste.

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Sarà stata la salubre spensieratezza della festa, saranno stati i giochi dei più piccoli ma al Parco dell’Appia non c’erano tracce visibili di affanno e pesantezza nei volti della gente. Roma mostrava, per una volta, perfino nuova determinazione nella speranza di cambiare il mondo. Non tutto il mondo, va da sè, quel che abbiamo intorno. Che proporsi un lavoro a scale imponenti, universali quanto irreali, è una trappola per gonzi in cui questa gente non cade da tempo. È impegnata a cambiare, certo, ma anche a costruirne un altro e molto differente, di mondo. Lentamente, senza certezza alcuna ma in profondità. Dal basso ma sopratutto in basso, nella vita quotidiana della gente comune, cioè dove avvengono i cambiamenti veri, spesso anche radicali, estremi. Sì, ma quanti siete?, dice il giornalista inossidabile alla temperie. Non quanti sono venuti, né quanti potremmo essere è la domanda da farsi ma come fare? E il come, per fortuna o per cattiva sorte, non è misurabile. Può invece essere raccontato. Cominciamo a farlo qui, mostrandovi qualche immagine nella bella galleria che ha realizzato Lisa Zaytseva.

IMG_9606Una galleria che mostra qualche pagina di un racconto, per riprendere la metafora di Galeano, che all’ex cartiera dell’Appia è stato scritto proprio da tutti: dalle persone comuni, in primo luogo. E poi dai gruppi di acquisto solidale, dagli agricoltori biologici, dalle botteghe del commercio equo e da chi lavora per ridurre i consumi rendendoli pure responsabili. Dai coltivatori degli orti urbani, da quelli della finanza critica, mutualistica ed etica, da chi è impegnato nel riciclo e nel riuso, nel risparmio di energia e nella sua qualificazione rinnovabile. Dalle esperienze di turismo responsabile, di artigianato e mobilità sostenibile, da chi si danna l’anima nei sistemi d’informazione aperta, nel software libero, nella ricerca, nella formazione. Da chi alimenta, insomma, tutto quel che si muove nei territori e nelle reti per una conversione ecologica e sociale. Ecco: territori e reti, due concetti storici, capaci di dar sangue e senso alla fatica di una democrazia rinnovata molti anni fa. Troppi anni fa.

Oggi i concetti di territorio e di rete sembrano aver bisogno non di nuove definizioni ma di un ripensamento sostanziale, di una re-invenzione non prorogabile. Forse. A cominciare, magari, da quelle forme di sostegno mutuo capaci di aprire la strada a nuove relazioni sociali e a una nuova geografia, a risonanze non costellate da troppe, inutili e sfiancanti riunioni. Qualcosa di molto e definitivamente diverso dalle buone pratiche testimoniali che hanno convissuto eroicamente col dominio del capitale e con un’idea servile del lavoro raccogliendo sempre ipocriti elogi affinché restassero buone al loro posticino.

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Come per ogni reale affermazione, non sarà né facile né scontato immaginare le tappe di un percorso che dia un seguito a queste due belle giornate romane. Sembra tuttavia evidente che la ricchezza primaria del racconto cominciato sabato si viva in primo luogo nella pluralità e nella diversità degli occhi che guardano il mondo. E nella quantità di mondi che quel mondo può e potrebbe contenere. Leventanas sono state aperte, una piacevole brezza primaverile ha preso (o ripreso) a circolare, le pagine del nuovo racconto che c’è un gran bisogno di scrivere sono quelle delle vita di ogni giorno.

 

 

 

Foto gallery curata da  Lisa Zaytseva 
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